L’odio è dappertutto e vorremmo liberarcene, ma se invece ci sforzassimo di trovarne gli aspetti positivi?


di Enrico Pitzianti

Sotto l’odio, bisogna tenerlo a mente, c’è altro odio. Perché non è una patina sul ragionamento, ma la sua assenza. Per questo tocca arginarlo, mettere dei freni alla valanga di rancore e ferocia: perché non è vero che è sempre giusto sfogarsi, gridare a squarciagola o lasciarsi andare agli slogan, alla rissa o allo scontro.

Non è utile lo sfogo violento, la più o meno conscia trasformazione delle proprie sfortune in misantropia – e non lo è nemmeno, nel discorso politico, la semplificazione del noi-contro-voi, perché il malcontento si nutre di se stesso, la ferocia si autoalimenta e cerca selettivamente conferme nella nostra esperienza quotidiana. L’arrabbiato ha sempre motivi validi per esserlo, per questo li ripete mentre sbraita: per ricordare a se stesso di avere ragione. Un po’ come un complottista antisemita che ricorda ogni dettaglio “sospetto” sul vicino di casa ebreo, sono strategie psicologiche basate sulla ricerca di conferme. E non succede solo alle singole persone arrabbiate, ma anche alle masse. Un albanese (erano gli anni 90) compie una rapina? Cominciamo ad aver paura degli albanesi, a odiarli perfino, ed ecco che di colpo spuntano come funghi reati e angherie perpetrati da albanesi. Gli albanesi i reati li compiono, così come le altre nazionalità, ma una volta che si comincia a farci caso la nostra attenzione si focalizza su quelli degli albanesi, che verranno sottolineati e ricordati con più facilità. Ed ecco che l’odio, grazie a questo meccanismo di conferme, ha trovato una base “razionale” per assicurarsi il diritto di esistere. Il pensiero si influenza lungo catene causali, quello che pensiamo da arrabbiati annebbia lo stato mentale seguente, ci influenza nel costruire altri pensieri e così via…


Se rompete il naso a qualcuno non vi siete liberati di un peso, avrete solo aumentato a dismisura le probabilità di romperne altri in futuro e, soprattutto, che lo romperanno anche a voi.


Per questo motivo la rabbia non è una malattia da curare col salasso; non si è arrabbiati perché c’è una sostanza dentro di noi che “ha da uscì”. Se rompete il naso a qualcuno non vi siete liberati di un peso, avrete solo aumentato a dismisura le probabilità di romperne altri in futuro e, soprattutto, che lo romperanno anche a voi.

L’odio è un sentimento che va a ondate e semina per il futuro, coltivandolo ne nascerà dell’altro e così via. Nei casi peggiori l’odio ci ha annebbiati e logorati emotivamente, tutto quello stress e quell’ansia, non li stavamo facendo fuoriuscire, semmai proprio il contrario: li stavamo accumulando. E a volte si diventa strumenti dell’odio stesso, che ci usa come fa un virus con il corpo infettato.

L’odio quindi, oltre che un sentimento, è anche un trend politico-sociale, come ho scritto in un articolo dove provavo a ricostruirne le tracce in argomenti e temi attuali e apparentemente indipendenti come il disagio, la sfiducia generalizzata, il rancore e il risentimento. Certo, è un minestrone disforico molto vario, ma è l’odio a farne da collante, da denominatore comune. E se oggi l’odio è un trend è anche perché è utile alla comunicazione online: garantisce attrattività, simula sicurezza da parte di chi lo esprime e funziona da conferma. Attraverso l’odio rassicuriamo noi stessi sul nostro aver ragione, ci serve per sentirci più forti – soprattutto, va da sé, nei momenti di debolezza.

Ma l’odio è innanzitutto qualcosa di profondamente connaturato in noi, viene da un bagaglio animale evolutosi tramite la selezione naturale ed è legato a doppio filo con impulsi altrettanto naturali come la paura, l’istinto di sopravvivenza e la competizione con i nostri simili. Visto che non possiamo liberarcene, né ignorandolo né sanzionandolo socialmente in modi sempre più duri (che rischiano di rivelarsi altrettanto odiosi), la soluzione è lasciar esistere l’odio, lasciarlo scorrere dove può essere meno dannoso e addirittura utile. Per farlo è necessario sforzarsi di comprenderne le ragioni, per quanto minime esse siano. L’odio infatti, come ogni altro sentimento estremo è collegato alla degenerazione di un pensiero che inizialmente deve essere scaturito dall’osservazione del reale. Certo, magari dopo quell’osservazione c’è stata una svista, un fraintendimento o una fallacia interpretativa, ma dobbiamo cercare di concentrarci su quel momento liminare, quel “prima”, e se esiste questo momento precedente all’inizio del loop dell’odio dovremmo anche fargli  corrispondere un minimo di comprensione, una sospensione del giudizio. Qualcosa come il Limbo dei Bambini, un luogo dove il peccato non si deve ai comportamenti dei peccatori, ma a problemi “più grandi di loro” che precedono le loro stesse decisioni.


Ma rovesciamo la prospettiva. Potremmo dire che Anna Politkovskaja “odiava” l’informazione asservita al potere, che Giuseppe Fava odiava la Mafia, che Falcone e Borsellino odiavano il malaffare e la corruzione.


L’odio, in un certo senso, somiglia a un tumore. La sua comparsa è multifattoriale e il suo arrivo spesso segue a un impazzimento di un’unità cellulare. Un bullone nell’ingranaggio. Ma qual è la causa? Per esempio l’aver subito un’ingiustizia, un sopruso, o magari la naturale venuta alla luce di una frustrazione che era stata celata per anni. Ecco che magari colui che è stato licenziato odierà il sistema che non lo tutela, e il vessato e sottopagato odierà il capitale e chiunque ci si sporchi le mani, chi è stato rapinato da uno straniero potrà finire con l’odiare chiunque sia un migrante, o addirittura chi possiede dei tratti somatici che ne ricordano uno. Così chi ha abboccato al trend forcaiolo della cosiddetta “antipolitica”, quello che un tempo in Italia era capitanato da Antonio Di Pietro e oggi è esploso in una galassia detta “gentismo”, potrà odiare la cosiddetta “Casta”, o magari addirittura chiunque lavori nelle istituzioni. E quel che è peggio è che questi pensieri irragionevoli, nati in un corpo – personale o sociale -, possono diffondersi. Ma per quanto queste siano devianze generalizzanti – quindi inutili e dannose – rimane forte la necessità di ricordare che vengono da cervelli sani. Gli odiatori non sono persone folli ma soggetti che hanno avuto reazioni incongrue ad accadimenti spiacevoli, vicende che si sono perpetuate nel quotidiano fino a diventare un virus capace di inficiare il ragionamento. Un meccanismo destinato al collasso (la violenza per esempio), come una valanga che si alimenta attraverso la quotidiana attività interpretativa di conferma delle credenze dell’odiatore.

Ma rovesciamo la prospettiva. Potremmo dire che Anna Politkovskaja “odiava” l’informazione asservita al potere, che Giuseppe Fava odiava la Mafia, che Falcone e Borsellino odiavano il malaffare e la corruzione, che Maradona odiava perdere, che Caravaggio odiava la bruttezza e l’imperfezione, che Galileo e  Niccolò Copernico odiassero il dogma, che Milo Manara odia la pudicizia fine a se stessa, che Alex Zanardi odi l’arrendevolezza, che Walter Bonatti odiasse scalare percorsi banali e così via. Insomma, invertendo i termini della formula dell’odio è possibile vederlo come la volontà di rivendicazione di un’alterità, ma non come un male. Non necessariamente qualcosa di negativo che pretende di esistere, semmai un bene che sgomita per contrapporsi a ciò che ritiene tale.

Osservando il mondo da questa prospettiva, ecco apparire infiniti esempi d’odio che possiamo dire di ammirare; nient’altro che azioni di convinta contrapposizione a qualcosa, modi che si differenziano per il loro non essere semplicistici. Odiare, sacrificarsi per una lotta, spesso impari, intrapresa in nome di etiche ferree, scommesse improbabili, ma spesso ammirevoli. L’odio positivo esiste, è un sentimento che può abbinare alla rabbia un mix di ragionamento, complessità e astuzia diventando tenacia, perseveranza e risolutezza: un odio che non scade nell’idiozia.

Però certo, mica si risolve tutto dicendo agli odiatori “hei! il problema è che siete idioti! Dovreste impegnarvi in lotte degne di essere combattute”. No, certo che no.


L’odio più meschino è quello che cerca scappatoie alla sua natura, che si dimena nei meandri della sua stessa logica per travalicarne i confini e si svela per quel che è: mera convenienza.


Eppure anche gli odiatori idioti possono rendere più rispettabile il loro odio, è molto più complesso, ma comunque possibile. Anche colui che non sia munito dell’intelligenza necessaria a combinare odio e giustizia può mantenere una dignità.

Certamente il prodotto della rabbia idiota non sarà mai un manifesto politico ragionevole o un’idea geniale, si tratterà comunque di violenza o slogan senza profondità, i cosiddetti “rant”,  ma potrebbe – questo sì – essere sincero. Se esiste un ultimo appiglio per l’odio per non finire nel baratro dell’orrore più totale questo è proprio la possibilità che l’odio sia sincero – e anche noi che valutiamo i nostri simili dovremmo aggrapparci a quest’ultimo appiglio di decenza per riuscire a provare ancora empatia verso chi odia ottenendo comprensione e ragionevolezza.

L’odio – al netto del contesto – è istintività pura, lo si è detto, certo che è così, l’odio è un vento che ci attraversa e che ci indirizza, rischia addirittura di uccidere chi si trova a esserne il vettore, ma se fosse sincero si scontrerebbe con la ragionevolezza, anche fosse la più lieve. Mentre il problema vero, quello più profondo, dell’odio contemporaneo è che questo si reinventa per sopravvivere alla valutazione intersoggettiva e perfino a quella dello stesso odiatore. L’odio sincero si sottoporrebbe alla ragione di colui che odia, l’odio che non lo è se ne sottrae, per questo merita l’ultimo girone dell’inferno sentimentale. Ecco: un odio opportunista, che si placa e muta non appena arriva la convenienza personale, è un odio spregevole e di cui nulla – ma davvero nulla – è da salvare.

L’odio più meschino è quello che cerca scappatoie alla sua natura, che si dimena nei meandri della sua stessa logica per travalicarne i confini e si svela per quel che è: mera convenienza. Qui sta la gravità dell’odio degli agitatori di folle: Grillo odia davvero così tanto i politici? Disprezza davvero chiunque abbia ricevuto una condanna o un avviso di garanzia? O si limita a odiare per convenienza politica?

Eccola una distinzione utile tra odiatori: il manifestante che è vittima di un odio propagandistico è a suo modo un eroe “positivo”, un coerente, che insegue la propria causa. Mentre chi lo indirizza in nome di una convenienza personale non è che un vigliacco. E l’odiatore, di norma, è l’opposto del vigliacco: l’odiatore è un suicida che si sente un samurai. Chi si butta nella mischia di una rissa per difendere un amico fa danni, per il semplice fatto che la rissa non la si seda picchiando a propria volta, ma ha una sua ragione, una logica interna a cui resta fedele. Un brigatista, un kamikaze giapponese o un terrorista dell’Isis sono tutti odiatori da salvare. Sono persone che si spingono nell’errore per eccesso ideologico, anche in quello più forsennato, violento e idiota, ma sono coerenti con se stessi, ci rimettono in prima persona e rispettano un’idea, che è sbagliata, certo, ma potremmo sforzarci di capire che da “dentro” la loro prospettiva è comunque corretta. Parliamo degli idioti dell’Isis e dei fascisti per citare l’emblema della violenza insensata ai giorni nostri, ma per quanto un estremista e il suo nichilismo siano delle aberrazioni ideologiche e politiche, non si tratta del peggior odio possibile.

È per via di questa differenza che un indirizzatore d’odio come lo è al-Baghdadi non gode della stessa grazia di cui gode il più imbecille dei combattenti per il sedicente Stato Islamico. Le responsabilità sono sempre individuali, ma se il combattente ha agito nel rispetto di un’idea il manovratore è riuscito addirittura a tradirla. Per questo Grillo ha grandi responsabilità nell’ondata antidemocratica che pervade l’opposizione politica in Italia. E per lo stesso motivo Di Pietro ne ha addirittura di più grandi, avendone spianato la strada: non era odio sincero ma collera funzionale. E lo stesso si può dire dell’opportunismo razzista di Salvini, che non è idiota come il più violento dei neofascisti picchiatori di bengalesi indifesi, ma se mai esistesse una giustizia politica e trascendente col compito di valutare gli odiatori per colpevolezza, magari basata sulla bontà delle credenze e dell’etica di ciascuno, risulterebbe molto più colpevole. Addirittura indifendibile sebbene giuridicamente inattaccabile.

Quello che ho accennato nei paragrafi qui sopra, è un metodo di indirizzamento delle colpe teso a evitare di individuare nelle masse popolari l’orripilante ruolo di pedine strumentalizzabili, conduttori per l’odio come il rame lo è per l’elettricità. Individuare pochi responsabili (Grillo, Di Pietro, Salvini) è meno avvilente che condannare la popolazione in toto. Durante gli anni ‘70 venne condannato come “mandante” dell’omicidio Calabresi l’ideologo Adriano Sofri, un “mandante morale”. Ma cos’è un mandante morale? Cos’è un ideologo?

Difficile porre dei limiti, sono definizioni liminari per antonomasia, questioni indecidibili, fumose. Le responsabilità sono di Borghezio o di chi mette fuoco a un barbone o a un campo Rom? Di entrambi? A voler essere cinici verrebbe da dire che “parlare” non è mai un crimine, mentre metter fuoco a una persona che dorme sì, quello è tentato omicidio. Facile (e corretto) ma manca qualcosa. Se una volta arrestato il violento si scopre che è “stupido come un posacenere”, diventa evidente che le volontà di compiere quella violenza si sono veicolate tra gli individui, nelle comunicazioni intersoggettive, nella propaganda, nella retorica politica e ideologica, nei libri, sui giornali, in TV e così via. In quale punto della filiera intervenire? Questa è la domanda, ma una risposta semplice non c’è. Impedire a Borghezio di parlare in pubblico è immorale, inattuabile e bisognerebbe farlo con la stessa violenza che ci auspichiamo di arginare.


Calmierare le divergenze ideologiche, stemperare gli animi, decelerare nelle escalation dei conflitti, moderare il linguaggio e il suo uso strumentale, rinunciare ad aver ragione, sono queste le possibili scappatoie – insieme al provare ad arginare l’odio e coglierne i possibili aspetti positivi.


La risposta a questo dilemma, la più razionale e intelligente, è sempre stata un cavallo di battaglia della sinistra politica: investire in cultura e istruzione. Senza idioti non avremmo neofascisti o idioti dell’Isis. Senza imbecilli in assoluto non avremmo imbecilli di Forza Nuova in giro a picchiare persone per il solo fatto di essere bengalesi. Facile: si interviene a monte e lo si fa con la formazione. Ma è una soluzione parziale, visto che non tutti sono tenuti a istruirsi e dato che l’odio viene dalla frustrazione che può avere cause diverse, come quelle economiche o ideologicamente extra-europee. Insomma, se volessimo avere la certezza di riuscire a calmierare l’odio bisognerebbe chiudere i confini europei e, in modo autoritario e obbligatorio, istruire tutti, ma proprio tutti, fino ad un livello di cultura etico-conoscitivo sufficiente. Non si può fare. L’impossibilità, anche lasciando da parte gli ipotetici costi economici, viene dal fatto che non si può impedire l’ignoranza in entrata, o l’Europa che abitiamo diventerebbe una specie di fortezza con dentro arroccati 300 milioni di universitari perenni. Ma soprattutto il punto è che questi milioni di individui altamente formati probabilmente farebbero la fame, perché l’economia, specialmente in questo periodo storico, non riesce ad assorbire nemmeno gli istruiti attuali – rendendoli, ironia della sorte, vulnerabili proprio al virus dell’odio.

In Catalogna, in questo periodo, è di odio che si soffre, oltre che di polarizzazione, di incomprensione e di incomunicabilità. A Madrid e a Barcellona, oggi, si è nella fase in cui si arrestano i mandanti ideologici, come nel caso di Sofri. Sono in carcere i due leader indipendentisti Jordi Sánchez e Jordi Cuixart e probabilmente presto ci finirà anche Carles Puigdemont, l’ormai ex governatore della regione autonoma della Catalogna.

Riprendiamo un attimo la metafora della valanga, quella dell’odio che si autoalimenta: come si placa una valanga? È innanzitutto una questione ambientale, dipende dalla consistenza della neve, dalla presenza di alberi che ne possano rallentare la corsa, ma è anche una questione di tempo. La velocità dell’ammasso di neve che precipita lungo il fianco della montagna dipende da quanto questo è ripido, ma anche da quanta massa ha dato vita al distacco, alla rottura tra una minoranza e una maggioranza, una rottura che ha separato due identità un tempo unite. Bisognerebbe calcolare il punto di frattura, quello che separerà la valanga dalla montagna, ma parliamo di un limite politico, sociale e ideologico, quindi difficile da prevedere e posizionare con esattezza. Calmierare le divergenze ideologiche, stemperare gli animi, decelerare nelle escalation dei conflitti, moderare il linguaggio e il suo uso strumentale, rinunciare ad aver ragione, sono queste le possibili scappatoie – insieme al provare ad arginare l’odio e coglierne i possibili aspetti positivi. Poi, certo, se proprio la valanga è troppo vicina, se oramai ha preso troppa velocità e ci è addosso non resta quasi nulla da fare. Ma anche in quel caso ci sarebbe da provare a limitare i danni, parlarne, tentare di fare il possibile. Le soluzioni spesso non le troviamo semplicemente perché non ci sono, altre volte invece non stava a noi trovarle e se ne riparlerà dopo la tragedia, dopo la valanga.

Le diplomazie e i loro organi di norma vengono resettate dopo ogni conflitto, ma l’odio – sia quello dei vinti che quello dei vittoriosi che abbatteranno ritualmente le loro statue – quello rimane.


Enrico Pitzianti, Cagliari 1988, si occupa di estetica e arte. È parte della redazione de L’Indiscreto,  Artnoise e di Dude Magazine. Scrive per Il Foglio e cheFare. È laureato in semiotica, ha fondato il progetto artistico online GuardieShow ed è consulente per SpaceDoctorsLtd.
In copertina: Scultura di Bai Yiluo.