Come la caduta del segreto può distruggere la conoscenza storica.

1. Privacy contro segretezza, La doppia faccia del controllo.

A un certo punto del romanzo autobiografico di Francesco Piccolo, Il desiderio di essere come tutti, si parla del rapimento di Aldo Moro e di come l’esito tragico di quella vicenda sia anche dipeso, nell’opinione di Piccolo, da una fatale commistione fra pubblico e privato.

Una lettera che Aldo Moro aveva indirizzato a Francesco Cossiga, con l’intesa che sarebbe stata recapitata solamente a lui, fu invece consegnata ai giornali dai brigatisti. Il contenuto di questa lettera, abbastanza normale se visto sotto la lente del rapporto privato fra due persone una delle quali in pericolo di vita, era invece scandaloso se visto come atto pubblico di un uomo politico: Moro, in sostanza, supplicava di venire incontro alle richieste dei brigatisti arrivando a minacciare “guai peggiori” nel caso fosse stato “indotto a parlare in maniera che potrebbe essere sgradevole e pericolosa”. La pubblicazione del documento rese di fatto impossibile ogni compromesso dovuto alla ragione di Stato, che non avrebbe mai potuto svolgersi in maniera così aperta; si noti, di passaggio, che la rivelazione della possibile trattativa fra Stato e Br era ovviamente intesa come un atto di sabotaggio nei confronti dello Stato, ma che in tal modo i terroristi finirono per danneggiare anche loro stessi.

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Le Ninfe cercano di coprire il corpo nudo della dea Diana

La dicotomia fra pubblico e privato è il filo conduttore del libro di Piccolo, che copre un arco temporale dagli anni Settanta ai giorni nostri, rievocando ad esempio episodi come la detenzione in carcere di Sofia Loren assediata dai giornalisti in cerca di un suo scatto, paragonata alla statua di Diana spiata da Atteone nel giardino della Reggia di Caserta. Ma il conflitto delineato nell’episodio su Moro in realtà riguarda meno la questione della privacy e delle faccende personali e intime da proteggere dagli sguardi indiscreti (in realtà c’era ben poco di personale nella situazione di Moro, a parte il legittimo desiderio di salvare la pelle) e molto di più un’altra questione troppo spesso confusa con questa, e cioè la necessaria riservatezza degli affari di pubblica importanza, per quanto contraddittorio questo possa apparire al primo sguardo. Proprio in questi giorni è in discussione il progetto per un Foia (Freedom of Information Act) italiano, che superi i limiti posti dalla legislazione attuale per l’accesso agli atti amministrativi, oggi consentito solo a chi possa dimostrare un “interesse” concreto (anche diffuso) e non alla generalità del pubblico. L’enfasi odierna data al concetto di “trasparenza” della pubblica amministrazione, però, rischia di trascurare il fatto che buona parte dell’azione dell’ente pubblico per eccellenza – lo Stato – deve necessariamente svolgersi riservatamente, in privato, per non dire in segreto, cosa che in parte spiega il proliferare di eccezioni e limitazioni che in ogni paese regola l’accesso agli atti.


L’enfasi odierna data al concetto di “trasparenza” della pubblica amministrazione, però, rischia di trascurare il fatto che buona parte dell’azione dell’ente pubblico per eccellenza – lo Stato – deve necessariamente svolgersi riservatamente, in privato, per non dire in segreto.


Se il concetto di segreto è sempre stato visto come intimamente connesso allo Stato e alla sua “ragione” (non è per un caso che i ministri vengono anche chiamati segretari di Stato), è anche vero che si tende a vedere la pratica della segretezza come residuo di un antico modo di governare, collegato all’assolutismo o alle ere pre-democratiche, laddove i cittadini sono soltanto sudditi e non partecipano della sovranità, e quindi non hanno nessun diritto di interferire negli affari di governo. Questo è in parte corretto, ma si dovrebbe anche dire che in realtà la riservatezza non è affatto prerogativa esclusiva dello Stato ma fa parte di pressoché qualsiasi organizzazione, anche privata, che qualora produca una qualche documentazione dei suoi atti nel perseguire i suoi scopi istituzionali, riserva naturalmente l’uso e la visione di tale documentazione agli addetti ai lavori, ed esclusivamente per gli scopi pratici ai quali essa è destinata.

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Il concetto di trasparenza che sta prendendo piede nel nostro paese è, a ben vedere, una non troppo felice trasposizione del concetto anglosassone di accountability, proprio dei paesi di common law estranei alla nostra tradizione giuridica, dalle connotazioni meno statalistiche, meno legate al potere politico, e più al contesto dell’efficienza aziendale e delle pratiche manageriali: si tratta del diritto di chi delega un certo potere e responsabilità di avere la capacità di giudicare l’operato del delegato, e il conseguente dovere del delegato di rispondere delle sue azioni fornendo tutte le informazioni pertinenti. I vantaggi di questo tipo di trasparenza, ai fini sia dell’efficienza amministrativa che della tutela dei diritti, sono evidenti. Agire nell’ombra, per chi detiene il potere, significherebbe garantirsi l’impunità e mettersi al riparo da ogni responsabilità, e questo alla fine non potrebbe che compromettere la stessa efficienza del suo operato. Come notava Hannah Arendt nel 1971 a proposito dei Pentagon Papers pubblicati dal “New York Times” (erano un’analisi segreta sulla guerra del Vietnam commissionata dal Ministero della Difesa americano) l’abitudine al segreto, all’inganno, alla lunga conduce all’autoinganno.


Se il concetto di segreto è sempre stato visto come intimamente connesso allo Stato e alla sua “ragione” (non è per un caso che i ministri vengono anche chiamati segretari di Stato), è anche vero che si tende a vedere la pratica della segretezza come residuo di un antico modo di governare, collegato all’assolutismo o alle ere pre-democratiche.


Queste finalità d’altronde non risultano necessariamente in contrasto col diritto alla riservatezza che è sempre proprio di qualsiasi individuo come di qualsiasi persona giuridica, e che deve quindi essere garantita in certi settori dell’amministrazione particolarmente delicati (anche tralasciando il consueto motivo della sicurezza di Stato, spesso un comodo ombrello sotto il quale ripararsi per le ragioni più disparate). Si pensi, giusto per fare un esempio recente, alla diplomazia fra Stati. Fra i documenti che negli scorsi anni sono stati diffusi da Wikileaks rientrano i giudizi che gli ambasciatori americani comunicavano ai loro superiori riguardanti le autorità politiche dei paesi nei quali erano ospitati. Si trattava di materiale, a ben vedere, non interessantissimo: i giudizi nella stragrande maggioranza dei casi non erano molto diversi da quelli che si sarebbero potuti leggere sulle colonne degli inviati all’estero dei giornali americani (forse erano proprio copiati dai giornali). Eppure, un po’ come nel caso di Moro, il fatto stesso di essere resi pubblici li rendeva improvvisamente scottanti, inopportuni. È davvero difficile vedere quale diritto dei cittadini è stato garantito tramite la fuoriuscita di questi documenti, mentre è evidente il danno nell’aver inceppato il funzionamento della macchina diplomatica. È chiaro infatti che il buon funzionamento delle relazioni fra Stati, proprio come il buon funzionamento delle relazioni tra persone, richiede il segreto: sia gli Stati che i cittadini hanno il sacrosanto diritto e l’esigenza di parlarsi alle spalle.

Altro esempio: una delle lamentele che si sono sentite in rete a proposito del progetto per il Foia italiano, molto criticato per le limitazioni poste all’accesso che lo renderebbero una cosa molto diversa da quello che viene messo in pratica negli altri paesi (ma alcune critiche sono poi state recepite dai legislatori che hanno migliorato il testo), è la non diffusione delle bozze preparatorie del provvedimento e delle discussioni in merito, “inaugurando involontariamente il caso curioso di un decreto sulla trasparenza amministrativa che l’amministrazione tiene nascosto”, nelle parole di Mantellini. Ora, se c’è una cosa che continua a essere esclusa dall’accesso anche nel Foia americano si tratta proprio dei documenti preparatori che precedono una decisione finale. Lo scopo di tale limitazione, nel caso sfuggisse, è quello assolutamente legittimo di consentire una piena e franca discussione all’interno del governo, la cui azione potrebbe essere distratta da polemiche intorno a testi dal valore informale che finirebbero per turbare il sereno iter di un provvedimento.CCTV_graffiti_-_geograph.org.uk_-_977154


È chiaro infatti che il buon funzionamento delle relazioni fra Stati, proprio come il buon funzionamento delle relazioni tra persone, richiede il segreto: sia gli Stati che i cittadini hanno il sacrosanto diritto e l’esigenza di parlarsi alle spalle.


Il pericolo nel trasferire nel nostro paese concetti che provengono da un’altra civiltà giuridica consiste nella creazione di un ibrido malriuscito: a un concetto non necessariamente politico, non gerarchico, di trasparenza si potrebbe sostituire una trasparenza che non è nient’altro che espressione di potere, di sovranità politica. Si tratta cioè del rovesciamento speculare, al tempo della democrazia diretta, della vecchia concezione assolutista, laddove il sovrano poteva agire in segreto in nome della ragione di Stato ma anche controllare ogni aspetto della vita dei suoi cittadini, eventualmente strappando il segreto con la tortura.  Ora infatti è il popolo che pretende il controllo assoluto della vita dei suoi rappresentanti, i quali perdono qualsiasi diritto alla riservatezza e si vedono pubblicare sui giornali anche stralci di intercettazioni telefoniche che non hanno nulla a che vedere con eventuali indagini in corso (e costretti a dimettersi qualora certe frasi, pronunciate in privato, non facciano una buona impressione); e questo mentre l’ossessione per la privacy del cittadino produce distopie quali la normativa per i cookies nei siti web.

2. Testimoni volontari e testimoni involontari: la riservatezza al servizio della storia.

Si realizza quindi la “vocazione onnisciente” che secondo Michel Foucault (Sorvegliare e punire) era tipica dei regimi di polizia: “Per esercitarsi questo potere deve darsi lo strumento di una sorveglianza permanente, esaustiva, onnipresente, capace di rendere tutto visibile, ma a condizione di rendere se stessa invisibile”. Quando il format televisivo Il grande fratello fece la sua comparsa il richiamo nel titolo al 1984 di Orwell fu ritenuto dai più nient’altro che una superficiale analogia, vista la differenza fra il regime totalitario del romanzo, dove la popolazione è controllata da un potere invisibile che manipola in continuazione persino la verità storica, e il pubblico televisivo che assiste alle vicende di quattro disgraziati in cerca di notorietà, li mette alla prova e li seleziona; il programma era in realtà una perfetta metafora di un nuovo modo di concepire il potere. In più, qui il contrasto fra diritto alla trasparenza e diritto alla privacy è insanabile, visto che manca una nozione chiara delle delimitazioni e delle funzioni all’interno delle quali deve vigere la completa trasparenza e quelle dove al contrario dev’essere garantita la riservatezza; è quindi un contrasto privo di soluzione ma solamente gestibile per il tramite di compromessi più o meno accettabili.

Ma in realtà, e per quanto sia ovvio l’interesse – lecito o meno illecito – dello Stato o se è per questo di qualsiasi organizzazione nel proteggere la sua attività da sguardi indiscreti, è meno intuitivo scorgere l’altro interesse che viene salvaguardato tramite la riservatezza, e cioè proprio quello degli studiosi e di tutti coloro che hanno un interesse non concreto ma di tipo esclusivamente storico-culturale alle informazioni che potrebbero trapelare dagli atti amministrativi (ovvero e paradossalmente di coloro ai quali un eventuale FOIA potrebbe consentire l’accesso). Qualche nozione di archivistica qui si rende necessaria.

Un documento d’archivio, prodotto da una qualsiasi amministrazione, possiede sempre una doppia valenza: giuridico-amministrativa, appunto, e culturale. Nella prassi archivistica del nostro paese la vita di un archivio di documenti si divide in (almeno) tre fasi: l’archivio corrente, nel quale sono conservati i documenti ancora utili all’amministrazione; l’archivio di deposito, intermedio, nel quale vengono messi i documenti che hanno perduto il loro valore pratico immediato ma che potrebbero ancora rendersi necessari; e infine l’archivio storico, dove finiscono i documenti che si ritiene abbiano ormai un esclusivo interesse culturale. Quando è passato un congruo periodo di tempo, cioè, i documenti conservati presso l’archivio di deposito di un qualsiasi ente amministrativo (pubblico o privato che sia) e ai quali è stato riconosciuto un certo interesse culturale vengono spostati, previo scarto preliminare, nell’archivio storico dello stesso ente o anche presso un grande archivio di concentrazione (quali gli Archivi di Stato). A questo punto la consultabilità, tranne ben definite eccezioni, è garantita a qualsiasi cittadino, senza che ci sia bisogno di un Foia.

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L’interesse culturale del documento d’archivio, difatti, dipende proprio dalla sua genesi amministrativa, non è un qualcosa che è da essa slegato. Anzi, si può dire che l’interesse culturale è dovuto principalmente al fatto che il documento non nasce affatto con finalità culturali, di tipo pubblicistico.


Come si può intuire, e nonostante quel che dispone la legge, non ci può mai essere una vera soluzione di continuità (non imposta in maniera arbitraria) fra questi momenti, e non esiste un periodo di tempo passato il quale si può dire che un documento abbia perso completamente il suo valore giuridico, fossero anche secoli. Oltre a questo, però, la dicotomia appena delineata tra valore pratico (in un certo senso personale e riservato all’amministrazione, anche quando questa è pubblica) e valore culturale (e quindi necessariamente pubblicistico) non deve nascondere quello che è l’intreccio, la compenetrazione essenziale fra questi due momenti, fin dalla nascita del documento. L’interesse culturale del documento d’archivio, difatti, dipende proprio dalla sua genesi amministrativa, non è un qualcosa che è da essa slegato. Anzi, si può dire che l’interesse culturale è dovuto principalmente al fatto che il documento non nasce affatto con finalità culturali, di tipo pubblicistico.

Marc Bloch, uno dei fondatori della storiografia delle Annales, nel libro Il mestiere di storico tracciava una famosa distinzione tra le fonti storiografiche, o testimoni: vi sono, egli scriveva, testimoni volontari e testimoni involontari. Il testimone volontario è colui che scrive qualcosa precisamente allo scopo di lasciare una testimonianza degli eventi ai quali assiste o dei quali è comunque informato, quindi il giornalista, lo storico, il memorialista, in un certo senso anche il romanziere qualora ambisca a raccontare il proprio tempo attraverso la sua narrazione. Il testimone involontario, invece, è colui che lascia tracce scritte come residui di un’attività pratica che nulla ha a che vedere con la volontà di dare testimonianza ai posteri. Si tratta, nel più banale degli esempi, della lista della spesa, che serve solo a ricordarsi cosa acquistare quando si va al supermercato ed esaurisce la sua funzione una volta cessata la spesa.


Il testimone volontario è colui che scrive qualcosa precisamente allo scopo di lasciare una testimonianza degli eventi ai quali assiste o dei quali è comunque informato, quindi il giornalista, lo storico, il memorialista, in un certo senso anche il romanziere. Il testimone involontario, invece, è colui che lascia tracce scritte come residui di un’attività pratica che nulla ha a che vedere con la volontà di dare testimonianza ai posteri.


Si potrebbe pensare che il materiale più prezioso per lo storico, quello che è più pertinente al suo mestiere, sia costituito dai testimoni volontari: se si vuol sapere cosa è successo durante la Seconda Guerra Mondiale non c’è nulla di meglio che leggere quello che altre persone, magari testimoni diretti, hanno da raccontarci intorno alla Seconda Guerra Mondiale. Ci si accorge subito però che questo significherebbe condannare lo storico a essere un semplice amplificatore della visione che altri hanno voluto tramandare di un certo evento o fenomeno storico. I documenti più interessanti, per lo storico, sono proprio quelli che fanno trapelare cose che nessuno ha mai inteso tramandare, e non necessariamente perché costituivano un segreto. Proprio la nostra insignificante lista della spesa potrebbe costituire un tesoro immenso per lo storico del futuro, rivelando le abitudini quotidiane di noi esseri umani dell’inizio del XXI secolo, che altrimenti nessuno si degnerebbe di scrivere in un libro esplicitamente rivolto ai posteri.

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Proprio la nostra insignificante lista della spesa potrebbe costituire un tesoro immenso per lo storico del futuro, rivelando le abitudini quotidiane di noi esseri umani dell’inizio del XXI secolo, che altrimenti nessuno si degnerebbe di scrivere in un libro esplicitamente rivolto ai posteri.


C’è una specie di comma 22 che si nasconde dietro la nozione di “testimone involontario” e la presa di coscienza della sua importanza. Si potrebbe essere tentati di conservare le liste della spesa per fare un favore ai posteri, agli storici futuri. Tralasciamo, perché ci porterebbe fuori tema, la circostanza che in parte e per altri fini questo viene già fatto a scopo di profilazione dai centri commerciali o dai negozi online come Amazon (cosa che infatti viene vista come una violazione della privacy).  Il problema grosso è che le nostre liste della spesa, una volta conservate per i posteri, perderebbero ovviamente la loro natura di testimonianze involontarie, e quindi proprio ciò che le rende così preziose. Correremmo il rischio di fare acquisti col pensiero già rivolto alla testimonianza che desideriamo lasciare, all’immagine che vogliamo dare di noi stessi.

3. Monumenti e documenti, il paradosso dell’archivista.

All’opposizione testimone volontario/testimone involontario si sovrappone, anche se non perfettamente, quella fra monumento e documento (si veda la voce “Documento/Monumento” scritta da Jacques Le Goff nel 1978 per l’Enciclopedia Einaudi).  Il monumento è il lascito, più o meno intenzionale, di una società, ciò che essa ha prodotto allo scopo di tramandare la propria memoria; il documento è il frutto dell’opera di scavo e di selezione dello storico, è la prova o l’indizio che egli usa, proprio come un detective giudiziario, per indagare il passato e scoprire quanto è accaduto. Secondo il discorso di Michel Foucault (L’archeologia del sapere) il compito della storiografia tradizionale, positivista, è sempre stato quello di usare i monumenti come documenti, per accertarne la verità (o sincerità) o falsità, o per scoprire anche cose che non era affatto previsto che il monumento rivelasse. Nella visione relativistica, post-strutturalista, di Foucault e Le Goff tale distinzione finisce comunque per annullarsi: non esistono documenti innocui, ideologicamente neutri, ma ogni documento in un certo senso è menzogna, il risultato dello sforzo compiuto dalle società per imporre al futuro una data immagine (oltre che naturalmente strumento di potere). Il compito della “nuova” storiografia diventa allora quello di usare i documenti come monumenti, cioè di smascherarli in quanto tali, non come rispecchianti fatti oggettivi ma come autorappresentazioni di una data società. Cosa questa che sarebbe valida persino per la nostra modesta lista della spesa.


Il problema grosso è che le nostre liste della spesa, una volta conservate per i posteri, perderebbero ovviamente la loro natura di testimonianze involontarie, e quindi proprio ciò che le rende così preziose. Correremmo il rischio di fare acquisti col pensiero già rivolto alla testimonianza che desideriamo lasciare, all’immagine che vogliamo dare di noi stessi.


Anche le rivoluzionarie teorie di Foucault e Le Goff sono, in un certo senso, dei “monumenti” e potrebbero venire considerate più come il frutto di una certa agenda ideologica in voga fra gli intellettuali negli anni Settanta del XX secolo che di un sincero sforzo di comprendere il passato. Per quanto sia corretto e anzi doveroso, infatti, problematizzare i metodi della ricerca e gettare il sospetto su qualsiasi fonte ritenuta trasparente e genuina, non si deve per questo consentire di confondere e annullare la stessa differenza fra verità e falsità che è compito dello storico cercare di portare alla luce. Si può dire allora che ogni testimonianza ha sia una natura di documento che di monumento, senza per questo fondere le due nature ma anzi cercando quanto più possibile di tenerle separate nella valutazione storica.

A questo punto però è evidente l’antinomia che è al cuore della scienza archivistica. Nel tentativo di preservare i documenti, conservandoli in archivio, non possiamo fare a meno di distruggere proprio la loro natura di documenti, falsificandoli, rendendoli dei monumenti. A questo non si può rimediare del tutto, ma si può almeno contenere il danno. Il lungo periodo che un documento trascorre nell’archivio corrente e in quello di deposito (quarant’anni nel nostro ordinamento), serve proprio a questo. Non tanto a tutelare i depositari dei segreti e consentire loro di evitare delle responsabilità (a volte anche a questo, certo) ma soprattutto a tutelare l’integrità e l’autenticità dell’informazione che vogliamo trasmettere ai posteri. Ed ecco perché occorre andare molto cauti nell’attribuire una valenza esclusivamente positiva a una “rivoluzione” dei rapporti fra Stato e cittadini che renderebbe molto più facile l’accesso agli atti anche prima che sia passato il periodo previsto per il versamento.

In altre parole la ricerca esasperata della trasparenza amministrativa, cosa in sé positiva e innocua nei settori meno delicati dell’amministrazione, potrebbe produrre il contrario della trasparenza in altri settori di cruciale importanza. Si potrebbe parlare di un tipo di trasparenza che proprio il segreto riesce a tutelare, e di una opacità che è diretta conseguenza della trasparenza. Se una persona ha il sospetto di essere intercettata non si esprimerà nello stesso modo in cui si esprimerebbe se fosse sicuro che la linea è protetta, e ricorrerà a strani giri di parole che rendano incomprensibile a chi ascolta il senso di ciò che dice; al riparo del segreto, invece, si esprimerà nella maniera più chiara e trasparente. Per tornare alla metafora del Big Brother (il programma televisivo), qualcuno pensa davvero che il fatto di essere sotto la sorveglianza continua delle telecamere fornisca più autenticità al comportamento dei protagonisti della trasmissione? Se il Big Brother di Orwell manipolava la realtà storica a posteriori distruggendo e modificando i documenti che si riferivano al passato, il Big Brother televisivo altera la realtà nel suo stesso farsi rendendo impossibile a priori una qualsiasi verità oggettiva.


In altre parole la ricerca esasperata della trasparenza amministrativa, cosa in sé positiva e innocua nei settori meno delicati dell’amministrazione, potrebbe produrre il contrario della trasparenza in altri settori di cruciale importanza.


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Se una persona ha il sospetto di essere intercettata non si esprimerà nello stesso modo in cui si esprimerebbe se fosse sicuro che la linea è protetta, e ricorrerà a strani giri di parole che rendano incomprensibile a chi ascolta il senso di ciò che dice; al riparo del segreto, invece, si esprimerà nella maniera più chiara e trasparente.

Gli effetti che le normative per l’accesso hanno sul modo di gestire gli archivi e le pratiche difensive messe in moto dalla burocrazia in altri paesi sono già stati osservati. Se l’eccessiva opacità lede i diritti del cittadino e compromette l’efficienza amministrativa, e d’altra parte l’eccessiva trasparenza costituisce un danno per gli stessi identici motivi, quel che occorre trovare non è una giusta via di mezzo ma un ripensamento profondo di quel che la trasparenza e la riservatezza devono servire a realizzare, così come un ripensamento della stessa idea di Stato, e dei rapporti fra Stato e cittadini. Nel frattempo un possibile modo di migliorare almeno la situazione sarebbe il passaggio da una trasparenza intesa come annullamento totale del segreto (come abbiamo visto impossibile) a una massima trasparenza “del” segreto, nel senso che laddove qualcosa è tenuto riservato non è detto che tutti i cittadini siano autorizzati a metterci il naso, ma hanno almeno il diritto di sapere che esistono dei segreti e quali sono le loro esatte clausole di riservatezza: chi detiene quelle informazioni, chi è autorizzato a vederle, per quanto tempo saranno inaccessibili, eccetera.


Se l’eccessiva opacità lede i diritti del cittadino e compromette l’efficienza amministrativa, e d’altra parte l’eccessiva trasparenza costituisce un danno per gli stessi identici motivi, quel che occorre trovare non è una giusta via di mezzo ma un ripensamento profondo di quel che la trasparenza e la riservatezza devono servire a realizzare, così come un ripensamento della stessa idea di Stato, e dei rapporti fra Stato e cittadini.


I greci, che la sapevano lunga, avevano già presenti i pericoli insiti nell’eccessiva curiosità. Nel mito di Diana e Atteone – citato da Piccolo – Atteone è un cacciatore che spintosi nel bosco scorge (involontariamente) ciò che non avrebbe mai dovuto vedere: la dea dalla caccia accompagnata dalle sue Ninfe, che in un momento di riposo si è spogliata per rinfrescarsi in uno specchio d’acqua. La dea irritata lo bagna con alcune gocce d’acqua, che hanno l’effetto di trasformarlo in cervo. Il cacciatore, divenuto una preda, finisce per essere sbranato dai suoi stessi cani. Così lo storico, alla ricerca di segreti e fatti nascosti, dovrebbe guardarsi dalla tentazione di voler vedere la Verità stessa in tutto il suo nudo splendore, e avere l’accesso incondizionato alle fonti di produzione di quella storia che intende studiare.

di Erik Boni


Erik Boni, nato nel 1972, laureato in filosofia, studioso di archivistica, impiegato presso una prestigiosa biblioteca italiana, ha una passione per le idee libertarie che di solito cerca di comunicare tramite un blog L’albero di maggio.
Immagini (c) Wikimedia, Dako HuangMahendra Singh.