Cosa è l’accelerazionismo da un punto di vista estetico? Come influisce la velocità di fruizione con la produzione di opere d’arte? E cosa c’entra la soggettività?

1 La soggettività: quel che ci piace ci piace davvero?

In che misura ciò che osserviamo del mondo è frutto del contesto in cui quel qualcosa è esistito? Su questa domanda si basa molto del dibattito politico attuale e su questa stessa domanda si fonda la ragione che si ha nel ritenere più o meno “autentici” alcuni comportamenti di chi ci sta intorno. Se uno svizzero non butta le cartacce per terra è perché è una persona civile e rispettosa degli spazi pubblici o più banalmente si comporta come si è sempre comportata la stragrande maggioranza degli individui con cui è cresciuto?

La questione investe una grande percentuale degli aspetti della nostra vita, da quelli più individuali a quelli più sociali. Ma c’è di più, a questa riflessione è legato il giudizio sui nostri e altrui comportamenti. Perché se il cittadino svizzero non butta le cartacce per terra per una scelta personale e ponderata allora il suo comportamento merita un plauso, ma lo stesso plauso sarebbe di intensità inferiore se vedessimo quel comportamento come una mera esecuzione di un habitus sociale. Insomma, a seconda del grado di influenza del contesto sui singoli comportamenti abbiamo un grado diverso di giudizio su di essi e, di conseguenza, un diverso grado di fiducia e aspettativa sul loro valore (si pensi alla funzione sociale dei pregiudizi).


A seconda del grado di influenza del contesto sull’identità dei singoli comportamenti abbiamo un grado diverso di giudizio su di essi e, di conseguenza, un diverso grado di fiducia e aspettativa sul loro valore


Il famoso genetista e divulgatore scientifico americano Richard Dawkins, proprio a proposito di contesto, ha scritto che: “Se ci dicessero che un uomo ha vissuto e prosperato a lungo nel mondo dei gangsters di Chicago, saremmo autorizzati a immaginare che tipo di persona fosse, che avesse per esempio caratteristiche come: durezza, velocità nello sparare e capacità di legare a sé  compagni fedeli. Anche se non si tratta di deduzioni infallibili, è tuttavia possibile fare qualche supposizione sul carattere di un uomo se si sa in che ambiente ha vissuto e prosperato“.

Ed effettivamente è così, molte delle cose che facciamo e pensiamo derivano più o meno direttamente dal nostro contesto sociale. Il dibattito sul quanto pesi tale influenza è uno dei pilastri di intere discipline come la sociologia, la psicologia sociale e la filosofia politica. Il dilemma si tira dietro molte ripercussioni pratiche che pongono quesiti importanti ai giorni nostri, per esempio: se chi commette un reato lo fa per via del contesto in cui è vissuto, perché mai la norma vuole che venga imprigionato l’individuo e non, invece, cambiata la società in cui quell’individuo è vissuto?

Certo, da qui si arriva a una serie infinita di declinazioni, partendo dal campo politico e giuridico fino ad arrivare alle questioni di gusto. Il gusto estetico può dirsi davvero personale? O forse persino i film, i libri e le opere d’arte che ci piacciono non sono altro che uno strascico individuale di questioni sociali, contingenze storiche e politico-economiche? E ancora, facendo un passo avanti, dove sta l’originalità se davvero si è così fortemente influenzati dal contesto?

Sin dagli albori del pensiero critico la filosofia si è occupata di questo quesito, concentrandosi spesso sul mettere in luce le complesse relazioni esistenti tra la soggettività e l’oggettività. Nel farlo gli esempi e le riflessioni sono ricadute non di rado sul gusto estetico. Il motivo è chiaro: è dal gusto che ci si aspetta istintivamente l’unicità del proprio pensiero, come specularmente ci si attende il massimo dell’originalità dall’inventiva e dalla fantasia dell’artista, del compositore o dello scrittore. Ma proprio nella declinazione estetica della diatriba tra soggettivo e oggettivo – e le varie sfumature che intercorrono tra le due categorie – le cose si complicano unteriormente perché il gusto è spesso considerato come istintivo e lontano dalla razionalità. Allora succedono due cose che potrebbero disturbare chi si trova a rifletterci: la prima è chiedersi se non sia vero che alcune scelte che si pensavano personali, magari intime, non derivino invece da influenze esterne, la seconda è domandarsi se questo non venga preso in considerazione anche in fase potenziale. Questo secondo punto lo mise in luce per la prima volta il famoso filosofo scozzese David Hume, affermando che sono da rimandare al gusto estetico non soltanto i giudizi ma anche la produzione artistica stessa. L’idea di Hume era da considerare come contrapposta a una forte tendenza verso la soggettività da parte dei filosofi francesi di quel periodo, ma se la consideriamo nel contesto attuale, be’ la cosa si fa ancora più interessante.

2 L’accelerazione: si può scappare da quel che ci piace?

Il contesto estetico contemporaneo è quello dell’alta velocità di produzione e di circolo degli elementi esteticamente rilevanti. Questa velocità è così importante che oggi si parla di accelerazionismo non solo nei termini politici descritti con successo dai due ricercatori Alex Williams e Nick Srnicek (In Inventing the Future: Postcapitalism and a World Without Work, Verso Books) ma anche in termini estetici. Si può dire di essere davanti a un nuovo movimento artistico? No, è più semplicemente un pattern di temi e valori estetici che si possono osservare oggi come preponderanti.

Il ventaglio estetico in tempi di accelerazionismo è spaventosamente ampio. Innanzitutto un dubbio: se il nostro gusto estetico è fortemente influenzato da chi ci sta intorno e se chi produce elementi estetici nella nostra società lo è altrettanto, allora la produzione artistica – e più generalmente quella estetica – perdono di forza e di importanza? Nell’epoca del futuro divenuto realtà e della viralità se tutti sono influenzati dagli andazzi estetici sociali e lo sono in tempo reale, allora forse si rischia che l’estetica contemporanea impedisca uno sguardo esterno e critico su se stessa. Si rischia che l’arte non abbia l’elemento che volente o nolente dobbiamo considerare come distintivo rispetto ad altri campi: la verità.

Quello in cui viviamo è il primo periodo storico (e quindi estetico) della storia del genere umano in cui il tempo necessario alla trasmissione di un’immagine da un capo all’altro del pianeta è considerabile come irrilevante. Questo fatto ha per forza di cose ripercussioni su quanto velocemente è possibile influenzare esteticamente altri individui. E se è vero che molto del gusto del singolo proviene da habitus sociali allora si rischia la pangea estetica, un gioco di specchi in cui alla globalizzazione dei gusti si affianca una scarsa possibilità da parte dei singoli stessi di vedere dall’esterno l’infinita serie di influenze a cui si è sottoposti.


Se è vero che molto del gusto del singolo proviene da habitus sociali allora si rischia la pangea estetica, un gioco di specchi in cui alla globalizzazione dei gusti si affianca una scarsa possibilità da parte dei singoli stessi di vedere dall’esterno l’infinita serie di influenze a cui si è sottoposti.


Un geografo come Franco Farinelli scrive come il 1969 fu l’anno in cui arrivò finalmente il futuro, ma tutti sbagliarono nell’individuarne la fonte. Si guardava verso l’alto, verso l’uomo che metteva piede per la prima volta sulla luna e ci si convinceva che quel passo sarebbe stato la nuova porta verso il futuro, lo spazio come nuovo selvaggio west da conquistare e di cui godere. Mentre invece il futuro era lì, ma nei cavi che passavano sotto i nostri piedi, nella prima trasmissione di dati attraverso ARPANET. Il futuro non era la conquista di altri spazi fisici extraterrestri, ma la sparizione dello spazio, la sua manifesta irrilevanza.

facebook stats

L’enorme flusso di dati nella parte di web gestita da Facebook:1,59 miliardi di utenti attivi ogni mese al 31 dicembre 2015; 1,44 miliardi di utenti attivi ogni mese via mobile; 1,04 miliardi di utenti attivi ogni giorno; 934 milioni di utenti attivi ogni giorno via mobile

Certo, ora sono passati decenni ed è semplice dare ragione a Farinelli, ma il problema di individuare metri di giudizio stabili nel considerare ciò che avviene attorno a noi rimane sempre più attuale. Ed ecco che ci tocca di nuovo riflettere sul giudizio e su come questo derivi in misura più o meno importante da ciò che ci circonda. Bisogna rifletterci perché se è vero che siamo immersi nel più grande calderone di stimoli e influenze della storia dell’uomo, allora l’importanza del come queste influenze si determinino aumenta esponenzialmente.

Il fastidio che si prova nello scoprire che una nostra peculiarità, un nostro gusto o un nostro vizio, è da ricondurre ad altri è del tutto simile a quello provato alla scoperta di una regola che si immaginava universale ma viene rivalutata come storica, o peggio mera formalità culturale. La reazione non può che essere quella di cercare di sovvertire la regola stessa o rivalutare a mente fredda il proprio comportamento, impegnandosi a far rientrare questo in canoni verso cui abbiamo più controllo e comprendonio, più possibilità di applicazione del raziocinio.

Allora servono possibili soluzioni. Quella degli accelerazionisti in ambito politico è di cercare di scongiurare l’ipotesi in cui la velocità capitalista possa generare una transizione globale verso una singolarità tecnologica senza precedenti. In questa visione del capitale, gli esseri umani possono essere eventualmente eliminati come semplice zavorra di una astratta intelligenza planetaria che si costruisce rapidamente con i frammenti delle civilizzazioni del passato”.

Nel farlo però, si legge nel manifesto accelerazionista, bisogna abbracciare la tecnologia e l’idea del futuro.

C’è però un problema nella spinta anticapitalista degli accelerazionisti e cioè che la produttività spinge verso la disoccupazione. Per produttività infatti non si intende solamente la continua crescita produttiva, ma la diminuzione del lavoro necessario per produrre un determinato quantitativo di beni. Nel passato la meccanica ha aiutato la produttività, ma ha occupato moltissime persone nel lavorare per produrre la meccanica stessa. Oggi le biotecnologie insieme all’intelligenza artificiale fanno in modo che la tecnica si possa sostiruire non solo al lavoro manuale, ma anche a quello intellettuale. Ma se la produttività è nemica dell’occupazione – cosa che vale anche nel campo artistico – come se ne esce?

3 Soluzioni per la verità nell’arte.

Un'opera di Helidon Xhixha

Un’opera di Helidon Xhixha

Facciamo un passo indietro, torniamo sulla questione artistica. Una delle soluzioni nel campo delle arti è quella di reinserire nel processo di valutazione il concetto di verità e attraverso di esso un maggiore senso critico. Cosa che non solo ci libererebbe dal piacere inspiegabile e primigeneo del gusto espresso in quanto mera attrattiva, ma ci concederebbe il privilegio di maneggiare quel gusto attraverso il linguaggio.


Ma come si reinserisce il concetto di verità in un sistema di giudizio del prodotto artistico? Quando, insomma, c’è verità nell’arte?


Un’operazione di questo tipo servirebbe a rendere l’arte un oggetto sociale con dei confini un po’ più nitidi. Per dirla in altri termini si potrebbero far tacere le voci sempre più insistenti sull’inconsistenza dell’arte contemporanea se non addittura sulla sua irrilevanza assoluta. L’obiettivo è ambizioso perché si tratterebbe del sempre ostico compito di sfatare un luogo comune e i luoghi comuni, come tutti i pregiudizi, esistono per dei motivi almeno in parte validi.

Ma come si reinserisce il concetto di verità in un sistema di giudizio del prodotto artistico? Quando, insomma, c’è verità nell’arte?

Un primo indizio è quello di non concedere una delega totale al mercato quando si tratta di attribuire valore sociale a un elemento estetico. Ma già da questo primo punto sorgono problemi importanti perché si torna alla critica di un certo turbocapitalismo, la stessa fatta dagli accelerazionisti che sostengono come “La deregolamentazione thatcheriana-reaganiana siede comodamente a fianco dei valori religiosi e familiari del ‘ritorno alle origini’ vittoriano”, richiamando cioè una necessità di regole che imbriglino finalmente il mercato mutevole e incontrollabile (potenzialmente reazionario).

Il critico tedesco Boris Groys a proposito della necessità di reinserire la verità nel processo di giudizio estetico scrive: “se l’arte non può essere un mezzo della verità, allora è solo una questione di gusti. Si deve accettare la verità, anche se non ci piace. Ma se l’arte è solo una questione di gusto, lo spettatore diventa più importante del produttore. In questo caso l’arte può essere trattata soltanto sociologicamente o in termini di mercato – non ha alcuna indipendenza, nessun potere. L’arte diventa identica al design“.

Allora, com’è che l’arte può essere vera? Si torna alla soggettività in rapporto al contesto: l’arte deve dire del mondo e, solo dopo, subire il giudizio che ne valuti la pertinenza, l’efficacia e la credibilità – tutti, in vario modo, sinonimi di verità.

L’arte deve quindi parlare del mondo. Una maniera è far valere le opinioni proprio in quanto isolate, il meno possibile dipendenti dal contesto in cui vengono dette. Non a caso l’arte è l’unico contesto sociale in cui esiste una responsabilità personale diretta. L’arte riceve la critica partendo dall’immanenza dell’oggetto esteticamente rilevante e l’artista è responsabile in prima persona di ciò che esprime. C’è un altro ambito sociale in cui esiste la responsabilità diretta delle proprie azioni: il crimine. La devianza è un fenomeno sociale, ma è l’individuo a subirne le conseguenze. Crimine e arte sono per definizione le due aree sociali in cui l’individuo è davvero considerato come tale. Data questa rispondenza l’arte può essere vera o falsa, perché riconducibile all’opinione (o all’azione) personale.


Crimine e arte sono per definizione le due aree sociali in cui l’individuo è davvero considerato come tale.


Altra soluzione: l’arte in quanto opinione può permettersi di influenzare gli altri, quindi le masse. Se un singolo può influenzare le masse può portare progresso sociale e di pensiero, può portare in ultima analisi quello che tutti si aspettano dall’arte: la novità. Ma, come già detto, noi viviamo nell’epoca dell’accelerazionismo, un’epoca in cui la novità arriva così velocemente che è difficile rifletterci, riformulare, setacciare attraverso criteri validi siano essi sociali o personali.

Hegel sosteneva che l’arte avesse “perso la verità” proprio in relazione allo sguardo critico. Un tempo l’arte era inscindibile dalla religione cosa che permetteva, attraverso il dogmatismo della fede, di crederle ciecamente. Dall’arte della chiesa però si è passati all’arte del museo e a quest’ultima perché mai dovremmo credere?

4 Conservatorismo.

giphy

Gli accelerazionisti che sperano in una tecnologia anticapitalista, in una tecnica a servizio dell’uomo e non della tecnica stessa, la pensano in modo molto simile a chi in passato vedeva la verità dell’arte come un mettere pausa al tempo che passa. L’arte è ancora molto legata all’idea di un tentativo di creazione di un mondo perfetto, giusto e fantasioso. Una visione del futuro non solo ottimistica, ma quasi onirica, tanto da ricordare le ambientazioni in grafica 3d che spesso ricorrono anche nell’arte contemporanea. L’utopismo in un certo verso è proprio questo, l’idea di mirare a un mondo perfetto, stabile e che non necessiti di ulteriore sviluppo: un mondo dove tutto si ferma in quanto pienamente soddisfacente. L’idea estetica nel tempo ha seguito proprio questa evoluzione, passando dalle avanguardie – ormai relegate al passato – alle nostalgie di oggi. Il passaggio non è irrilevante perché tocca insieme la questione temporale e quella del gusto. Ma come si è passati dall’avanguardia artistica al vintage nostalgico? È una questione di differenti approcci al gusto che guarda e si relaziona al tempo. Le avanguardie partivano dal presupposto che fosse necessario un avanzamento costante rispetto alle masse, un capolavoro era tale se inizialmente non veniva compreso, se apportava una rottura rispetto alle certezze estetiche del tempo in cui veniva dato alla luce. Oggi il vintage invece procede all’inverso: data la sovrabbondanza e pervasività delle nicchie estetiche unita all’eccezionale velocità del susseguirsi di correnti e stili si decide un passo indietro, ci si concede un respiro profondo, e si seleziona dal “bello sicuro”, da ciò che si conosce come già storicizzato. Banalmente in tempi di indecisione si decide di puntare sulla certezza, se non fosse che prendendo dal passato elementi estetici non si torna a quel passato, ma si crea, appunto, il vintage. L’ennesima nicchia estetica.


In tempi di indecisione si decide di puntare sulla certezza, se non fosse che prendendo dal passato elementi estetici non si torna a quel passato, ma si crea, appunto, il vintage. L’ennesima nicchia estetica.


In altre parole, gli accelerazionisti sono dei conservatori e altrettanto lo sono esteticamente i paladini del vintage. Si tratta di sperare di mettere pausa al tempo, di fermare la velocità in qualche modo. Il conservatorismo però non è da vedere necessariamente in modo negativo, ci possono essere conservatorismi tanto coraggiosi ed eticamente inattaccabili da essere considerati, paradossalmente, sovversivi.


Ci possono essere conservatorismi tanto coraggiosi e tanto eticamente inattaccabili da essere considerati, paradossalmente, sovversivi.


Martin Heidegger pensava proprio che l’arte rivelasse la verità all’atto di fermare il progresso tecnologico anche solo per un momento, credeva che questo processo fosse tanto utile da permettere di rivelare la verità sui tempi in cui quel prodotto artistico prendeva forma. Ancora Groys scrive che c’è una grande differenza tra il progresso artistico e quello tecnologico: il primo seleziona quali elementi poter mantenere in futuro, il secondo ha come unico obiettivo migliorare il presente attraverso elementi che in futuro, inesorabilmente, verranno rimpiazzati. Cosa che appare vera se ci si concentra sul funzionamento dei processi sociali di storicizzazione che con i musei d’arte funzionano proprio in termini di mantenimento e conservazione. Ora, se hanno ragione Groys e Heidegger allora non solo l’arte e il processo artistico sono conservatori per natura, ma sembra addirittura che gli accelerazionisti nella loro proposta politica imitino tale schema, tale procedimento di selezione.

Con internet però, lo dicevamo prima, la selezione e il gusto estetico sono imprigionati all’interno di un numero e una velocità enorme degli elementi estetici in circolo. La conseguenza è che il gusto non riesce a rivestire il ruolo di giudice e semplicemente viene a mancare. Il web è allo stesso tempo luogo di produzione artistica e luogo di esposizione del prodotto artistico, manca quindi una desincronizzazione che conceda un attimo di respiro a chi si impegna a discernere tra gli elementi estetici usando come bussola la verità. Il rischio è che nei musei di domani non arrivi l’arte più rappresentativa dei nostri tempi, ma l’arte meglio venduta. Il problema che gli accelerazionisti si pongono in termini politici interrogandosi sul mercato, dovrebbero porselo i critici in termini estetici sulle modalità di produzione artistica contemporanea.

Rimarrà però un problema fondamentale cioè che il prodotto artistico, anche volessimo vederlo come vero ora che lo osserviamo, non è detto che lo rimarrà. È una banale condizione logica a cui vanno sottoposte le asserzioni linguistiche come le opinioni: “Piove” è vero quando piove, è falso appena smette di piovere. Non si tratta di schizofrenia, si tratta di un intrinseco rapporto di verità che esiste tra un qualsiasi riferimento al mondo sottoforma di codice e il mondo stesso. Dato che il mondo cambia, cambiano le condizioni di verità delle opinioni che lo riguardano, anche quelle artistiche.


Dato che il mondo cambia, cambiano le condizioni di verità delle opinioni che lo riguardano, anche quelle artistiche.


Storicizzare appare come l’unico modo di rendere sempre vera, in una prospettiva storica, un’opinione. Se quel quadro racconta la guerra civile spagnola, e la racconta per quella che ora crediamo fermamente sia stata, allora si merita il museo; cioè la macchina del tempo dedicata a quell’arte che vogliamo tenerci stretta anche in futuro. È un meccanismo di smistamento per rilevanza decisamente fallibile, anche se rimane l’unico disponibile. Ma ne abbiamo il tempo?

di Enrico Pitzianti


Enrico Pitzianti, Cagliari 1988, si occupa di estetica e arte. È parte della redazione di Artnoise e di Dude Magazine. È laureato in semiotica, ha fondato il progetto artistico online GuardieShow ed è consulente per SpaceDoctorsLtd.
Copertina: Jon Rafman, ‘I am alone, but not lonely’ (2013).