Perché (quasi) nessuno stronca più i libri? Una panoramica sullo stato di salute della critica letteraria italiana, attraverso un dialogo con sei critici.


di Federico Di Vita

Sfogliando i giornali di un giorno qualunque di inizio 2018, mi chiedo dove siano finite le stroncature. Sarà un caso, mi dico, ma tendo a ripetermelo ogni volta che mi capita di leggere gli inserti culturali, le terze pagine, le riviste e i blog che si occupano di letteratura. Se ne vedono poche, di stroncature, e non sembrano quasi mai parte di un progetto critico, appaiono come elementi incongrui nel paesaggio, un po’ come lo sarebbe una basilica paleocristiana a Ginza. Il problema non è la loro mancanza in sé, ma il fatto che temo di indovinarvi il sintomo di una crisi ormai profonda nel ruolo della critica letteraria. Trovo le stroncature un ottimo indicatore della qualità dell’acqua, e mi sorprende che, mentre per scovare il mare “brulicante di vita” descritto nelle prime pagine della Bibbia io sia dovuto arrivare in Polinesia, per trovare un contesto critico reattivo mi è bastato voltare un paio di pagine: le recensioni dei film sono precise, coraggiose, articolate ed è impossibile trovarvi quel misto di bizantinismi e favori di cordata che infestano gli inserti letterari. Certo nel caso del cinema (come pure per la musica o i videogame) deve aiutare molto la distanza tra produzione, pubblico e critica – però non può essere solo questo.

Ne ho parlato con sei critici militanti per capire cosa rappresenti per loro la diminuzione di questi pezzi e anche cosa significhi scriverli.

Fabrizio Coscia del Mattino non ha dubbi che la stroncatura sia “un genere in via di estinzione. Il fenomeno è legato alla marginalizzazione del ruolo della critica” – dice – “se non proprio alla sua completa ininfluenza rispetto all’andamento del mercato editoriale”. Carlo Mazza Galanti, attivo su Linus e Il Tascabile, avverte però che quando si suona il requiem per le stroncature “forse si tende a sovrastimare il loro numero nel passato”. Matteo Marchesini del Foglio confessa di aver sempre meno voglia di avvicinarsi alla “zona stroncatura”, perché, afferma, “mi pare sempre più difficile trovare un linguaggio condiviso col quale aprire una discussione. Mi sembra cioè utopica l’idea di una comunità, anche piccola, in cui abbia senso scontrarsi, si ha l’impressione di dover chiosare ogni sillaba per evitare fraintendimenti sterili”. Seia Montanelli, che su una rubrica del Corriere Nazionale stroncava libri in 750 caratteri, ne è invece un’amante: “Quasi un terzo dei pezzi che scrivevo erano stroncature. Su aNobii avevo inserito la mia contro-libreria: tutti i libri che non mi piacevano li inserivo e poi li stroncavo”. Al contrario di Raoul Bruni (Alias) che non ne scrive, “non sono nelle mie corde”. Sulla stessa lunghezza d’onda si trova Niccolò Scaffai del manifesto, per cui “la funzione più importante del critico è quella di capire e far capire com’è fatta un’opera. A volte poi occorrerebbe leggere tra le righe per rendersi conto dei giudizi limitativi rimasti un po’ impliciti.”


Personalmente, per la scelta dei libri vorrei affidarmi di più al lavoro dei critici e mi rendo conto di seguire ormai un istinto da rabdomante.


Da lettore trovo questa tendenza nel vergare giudizi (a volte troppo) impliciti in qualche modo parte del problema. Lo scrittore Errico Buonanno esprimeva una perplessità di questo tipo sulla sua pagina Facebook: “non capisco bene il senso di alcune recensioni” scriveva, per poi sciogliere l’enigma condividendo la confidenza fattagli proprio da un critico “se il libro mi è piaciuto lo dico, altrimenti parlo della trama”. Tornando alle stroncature, per Montanelli forse non abbondano anche perché “bisogna saperle scrivere: un pezzo antagonista è più complicato di una recensione positiva. Scriveva Baudelaire che ‘Una stroncatura fallita è un accidente deplorevole’. Occorre essere precisi, argomentare senza remora di smentita, al di là del mero gusto personale”. Quando trova che sia necessario Marchesini non si tira indietro, anche se pensa, almeno a livello percentuale, di stroncare poco, “ma sempre troppo, stando a quanto mi lasciano intendere. È che quel tipo di pezzo finisce inevitabilmente per essere molto più letto degli altri articoli. In questo senso, mi colpiscono i messaggi che arrivano dopo la pubblicazione. ‘Ah, l’hai stroncato?!’, mi scrivono persone semisconosciute con un tono a mezza via tra il bisogno di conferma e la soddisfazione circense.” Ma nella misura in cui il pubblico è divertito da questo tipo di recensioni suona per Coscia un campanello d’allarme “Non amo la stroncatura come strumento di affermazione dell’ego del critico”, dice, “la ritengo doverosa solo se serve a smascherare un’impostura. Inoltre, quando è drastica in genere rivela molto più dello stroncatore (delle sue idiosincrasie, delle sue nevrosi, dei suoi nodi irrisolti) che dello stroncato. Si pensi a quella di Tolstoj a Shakespeare.”

Personalmente, per la scelta dei libri vorrei affidarmi di più al lavoro dei critici e mi rendo conto di seguire ormai un istinto da rabdomante. Del resto penso che una critica in salute oserebbe maggiormente, magari giudicando i romanzi in virtù dell’aderenza o meno a una certa idea di letteratura, o addirittura a una particolare corrente. Sarebbe senza dubbio anacronistico valutare la narrativa secondo le griglie dello strutturalismo, o i canoni dell’idealismo (i primi esempi che mi vengono in mente), ma quando la critica si avventurava in territori tanto estremi aveva le spalle larghe. I critici sono chiamati a un compito alto, sul quale mi interrogo da tempo (sono laureato in critica letteraria), anche perché non saprei portare a compimento la loro missione, che in alcuni casi consiste nel leggere fino in fondo dei libri brutti (cosa c’è di peggio?) e indicare minuziosamente il motivo della loro tossicità.


Un vecchio adagio vuole che le stroncature siano da riservare ai grandi, e dal mio spartano osservatorio trovo che forse questa tendenza sia sopravvissuta. Bruni mi conforta “stroncare un autore ignoto”, dice, “mi sembra inutile: anche la stroncatura occorre meritarsela”.


In altre parole vedo nei critici i Jedi dell’universo letterario: devono indicare il punto d’equilibrio e tracciare la rotta, la loro marginalizzazione è un brutto segno. È in questo senso, mi pare, che Marchesini indica le stroncature come uno “strumento di ecologia culturale: ‘ciò che voi prendete per A è invece…’. Servono a sciogliere o mettere in discussione equivoci. Forse si può – o perfino si deve – operare in un regime di doppia verità, quando si passa dalla storia alla cronaca, ma non quando si divide la cronaca dalla cronaca, quando si incide nel corpo vivo del presente”. Un esercizio tuttavia delicato, riguardo al quale Scaffai avverte che “la stroncatura si dovrebbe basare su forti valori stilistici o ideologici”, ed è diversa dal semplice parlar male, “atto impressionistico a cui ricorrono anche critici dotati per attirare l’attenzione e acquistare il consenso che cova nel risentimento diffuso”. Del resto una delle maggiori difficoltà che si incontrano nel connettere i punti di una mappa via via più sgretolata è, secondo Marchesini, quella di “ristabilire la catena dialettica, cioè di trovare una prospettiva in cui collocare sé stessi, l’opera e il linguaggio con cui se ne parla, abbassando il livello di mistificazione. Trovare questa prospettiva significa offrire un quadro credibile, in cui gli argomenti articolati, i nessi, gli umori fanno corpo organico, definendo un gusto che permette di allargare la percezione dei lettori.”

Un vecchio adagio vuole che le stroncature siano da riservare ai grandi, e dal mio spartano osservatorio trovo che forse questa tendenza sia sopravvissuta. Bruni mi conforta “stroncare un autore ignoto”, dice, “mi sembra inutile: anche la stroncatura occorre meritarsela”. Coscia ci tiene invece a sottolineare che “la critica, come ha scritto George Steiner, dovrebbe scaturire da un debito d’amore. Mi capita ogni tanto di stroncare qualche autore (è successo di recente con Baricco o con qualche epigono di Saviano), ma generalmente preferisco recensire un libro che ho amato. Anche perché sono sempre più rari, e compito del critico è stanarli, sostenerli e diffonderli”. Mazza Galanti non sposa invece il principio che vadano colpiti solo i grandi laddove ci si muova nell’ottica della massimizzazione dei lettori: “Stroncare DeLillo è un gesto eclatante che attira l’attenzione, ma rischia di diventare una performance retorica ad alto tasso di narcisismo, pensa a quegli articoli esibizionistici alla Parente. Se invece stronchi DeLillo perché vuoi colpire il libro e quello che significa, o il tipo di letture che ha suscitato, o un certo contesto culturale, allora la stroncatura può diventare interessante”. Marchesini sottolinea come a volte le stroncature finiscano per diventare perfino delle “satire, o sono assorbite da parodie, imitazioni, pastiche: le armi estreme che restano alla critica per indicare un sintomo, di solito più sociologico che estetico. Ad esempio ho scritto mesi fa un incipit di romanzo italiano standard: e vedo che continuano a uscire libri la cui prima pagina è molto simile alla mia parodia…”.


Del resto la commistione di rapporti tra critici, editori e autori è tale da compromettere innanzitutto la credibilità dei primi: è sin troppo semplice individuare sulle pagine dei giornali conventicole di sodali e intese di scuderia, che in ragione della loro riconoscibilità inficiano l’attendibilità delle valutazioni.


Per Bruni in questo contesto bisogna ricordare Giovanni Papini, precisando però che “il suo Stroncature è più importante per gli articoli in cui elogia e scopre nuovi autori, piuttosto che per le eponime stroncature”. Sembra fargli eco Marchesini, secondo cui siamo arrivati al punto che “alcuni pezzi sembrano parodie di stroncature, così come altri generi e forme d’intervento oggi parodiano più o meno volontariamente la società letteraria che ha iniziato a sparire negli anni Cinquanta”. L’involuzione del ruolo della critica rientra nel più vasto spettro della crisi dei mediatori culturali. In questo senso non stupisce che la figura del critico letterario abbia precorso i tempi: un erudito accademico operante in un ambito dall’aspetto quanto mai aleatorio, non poteva che finire nel tritacarne dell’uno-vale-uno ben prima che questo nuovo devastante qualunquismo infettasse la coscienza collettiva. È per questo che l’influenza della critica ha cominciato a perdere peso ancor prima che arrivassero i social a pretendere di azzerare ogni forma di competenza. Una questione non priva di conseguenze, come osserva Scaffai, per cui l’effettiva marginalizzazione non poteva che far sorgere dubbi negli stessi critici: “la limitazione del mandato del critico comporta anche (e forse dipende da) una più opaca coscienza, tanto della propria funzione quanto dei metodi attraverso cui espletarla”. Ed è forse in ragione di questa precarietà ormai funzionale che molti sono spinti, secondo Montanelli, a darsi regole di ingaggio ferree: “la mia posizione è riassunta in una dichiarazione di Andrea Cortellessa: ‘stroncare non ciò che è inutile o sopravvalutato, ma solo ciò che considero dannoso’”. Naturalmente su cosa sia dannoso si possono avere pareri divergenti, anche perché, come sottolinea ancora Scaffai, un’altra questione da tenere presente è quel che storicamente la critica italiana giudica meritevole, la nostra tradizione infatti “annette spesso un grande valore all’originalità stilistica, che tuttavia non può essere il solo criterio di valutazione. Oltre allo stile, anzi come componente dello stile o meglio della ‘forma del contenuto’, va presa in considerazione anche la struttura, l’organizzazione del discorso narrativo”. Ma del resto, taglia corto Montanelli, “la sensazione è che possiamo raccontarcela finché vogliamo, ma alla fine della fiera è più probabile che la maggior parte dei libri pubblicati trovi (più di) un recensore (entusiasta), che un (solo) lettore (pagante e soddisfatto)”. Lo spettro dell’irrilevanza è presente anche per Bruni, che segnala “nelle pagine culturali c’è sempre meno spazio per le recensioni: ai caporedattori interessano soltanto i pezzi in cui la letteratura è pretesto per parlare d’altro.” “Come se dall’accademia” – pare rispondergli Scaffai – “non venissero le voci più importanti della critica italiana, come se l’università non fosse il luogo in cui hanno lavorato, lavorano, e si sono formati i critici letterari; il luogo dove il sapere viene trasmesso, mediato, ben al di là di quanto non immagini l’opinione pubblica. Il critico vero e proprio viene allora sostituito dallo scrittore (che non sempre sa parlare da critico); dal lettore comune o dal critico dilettante (specialmente in rete); dal funzionario editoriale; dall’ufficio stampa; e, naturalmente, dal giornalista”. Non è un caso se anche sui social il numero delle reazioni alle recensioni tenda ormai allo zero, e il fatto che in rete l’esercizio della critica spesso non sia altro che un maldestro tentativo di mettersi in mostra agli occhi delle case editrici, non può che aggravare il problema. Per Marchesini “a forza di scrivere ‘con la mano sinistra’ – perché ‘tanto non vale la pena’ e perché ogni acribia sembra ingenua superbia e rimozione del fatto che ‘siamo tutti coinvolti’, almeno un po’, nell’industria editoriale – la mano destra si è atrofizzata.”

Del resto la commistione di rapporti tra critici, editori e autori è tale da compromettere innanzitutto la credibilità dei primi: è sin troppo semplice individuare sulle pagine dei giornali conventicole di sodali e intese di scuderia, che in ragione della loro riconoscibilità inficiano l’attendibilità delle valutazioni. Spinti verso l’irrilevanza da un sinistro spirito del tempo i critici non sembrano essersi riusciti a difendere con l’unico strumento a loro disposizione: la credibilità culturale, che avrebbero potuto esercitare solo tramite una rigorosa indipendenza. Quando invece, come dice Montanelli, il problema è che “si pensa che per poche righe si possano compromettere i rapporti con questo o quell’autore, con questa o quella casa editrice, che spesso fa anche parte di un gruppo editoriale che può assicurare collaborazioni e spazi sui giornali”.

Giorni fa in chat con un gruppo di amici discutevamo di come ridare credibilità alla critica militante, i cui giudizi sembrano spesso viziati da mendaci interessi. L’idea che ci è venuta è divertente quanto irrealizzabile: servirebbe, ci siamo detti, una rivista basata su un sistema di peer-review rigorosamente anonimo, un meccanismo tipo il double-blind delle più rigorose pubblicazioni accademiche: un gruppo di critici anonimi scrive recensioni (e stroncature) che prima della pubblicazione vengono vagliate da altri redattori a loro volta anonimi. Il gap tra produzione letteraria, mondo editoriale e critica sarebbe ripristinato, la credibilità tornerebbe a splendere sui fasti delle patrie lettere, e in capo a qualche anno anche gli editori, spinti dall’autorevolezza dell’integerrimo bollettino, comincerebbero a puntare nuovamente sulla qualità letteraria. Ma la realtà è tutt’altra, come dice Marchesini già “trent’anni fa Raboni disse che era venuto il momento di abbandonare le stroncature. Su giornali e riviste ormai ‘ecumenici’ – argomentava – se ne trovano magari su libri interessanti di autori estranei alla testata, mentre altri di livello più basso, ma alla testata vicini, sono apprezzati senza che l’apprezzamento diventi impegno e giudizio responsabile”. E, per quanto si dia il caso di significative eccezioni, l’arretramento della critica, negli ultimi decenni, è così evidente che non si può non concordare con lui quando dice che se “le scelte, le idiosincrasie e le diagnosi non rientrano in un progetto culturale in senso letterale discutibile, si fa un cattivo servizio al lettore”.


Federico di Vita è nato a Roma e vive a Firenze. Ha curato la raccolta di racconti Clandestina (effequ, 2010), ed è autore del saggio-inchiesta Pazzi scatenati (effequ 2011, poi Tic, 2012) – Premio Speciale nell’ambito del Premio Fiesole 2013.
In copertina: Dogs Fighting, Dan Witz, 2002