Circa undicimila anni fa finiva Würm l’ultima glaciazione (dal nome poco originale) avvenuta sulla terra. Cominciava quindi a ritirarsi un’enorme quantità di ghiaccio. Cambiavano così radicalmente le forme e l’aspetto del pianeta e molte zone si godevano una primavera attesa lungamente per decine di migliaia di anni. È in questo lontano periodo che un piccolo ciottolo in calcite veniva scolpito in una grotta in quella che oggi è la striscia di deserto a nord della penisola del Sinai.

Quel sassolino scolpito sarebbe diventato parte della storia dell’estetica per un motivo particolare: è la prima rappresentazione di due persone che fanno sesso. I primi amanti della storia. Due esseri umani che, come nel simbolo cinese dello yin e dello yang, disegnano un gesto di piena continuità, quasi un continuum.

I due amanti sono abbracciati, avvolti l’uno con l’altro come a raccontare non di un gesto tra due singoli, ma di un’unica figura. Nessuno spazio, neanche minimo, li separa. Gambe e braccia sono aggrovigliate, strette in un abbraccio che comprende tutti e otto gli arti. Un unico blocco.
Non ci sono differenze tra posizioni o ruoli nell’atto sessuale e non si distingue chi sia uomo e chi donna, cosa che non permette di escludere che, udite udite, sia un amore omosessuale vecchio di più di diecimila anni.
Quest’assenza di tratti facciali distinguibili rende questa piccola statua non solamente la prima rappresentazione in assoluto di un atto sessuale, ma addirittura un disegno di un sesso universale. É sesso senza ulteriori distinzioni. Sesso e basta. L’assenza di tratti somatici peraltro non deriva dal logorio delle intemperie nei millenni, al contrario è qualcosa di voluto da chi ha scolpito quella pietra.


Quel sassolino scolpito sarebbe diventato parte della storia dell’estetica per un motivo particolare: è la prima rappresentazione di due persone che fanno sesso.


I due amanti, durante l’atto, sembrano guardarsi negli occhi, cosa che ha portato i più a immaginare che non sia un semplice atto di accoppiamento. Non quindi una scultura che rappresenta la fertilità, ma l’amore ludico: l’atto per il piacere dell’atto stesso.

Nell’epoca in cui la pietra è stata scolpita, oltre cento secoli fa, l’umanità stava cambiando: si passava dall’essere cacciatori-raccoglitori a un modo di vivere stabile, basato sulle coltivazioni e l’allevamento. In quello che noi oggi chiamiamo Medio Oriente, o Mesopotamia, la temperatura più mite regalò terre fertili in abbondanza e nelle parti in cui oggi c’è il deserto cresceva rigogliosa la vegetazione e le gazzelle, come anche altri mammiferi, pascolavano durante tutto l’anno.

L’abbondanza permise la stabilità e la stabilità diede ai nostri antenati più tempo da dedicare ad attività non direttamente legate alla sopravvivenza. Fu così che le persone impiegarono questo tempo anche a celebrare i fattori chiave della loro nuova quotidianità, tra i quali, è ovvio, c’era il sesso.

Neil McGregor è l’ex direttore dei British Museum di Londra, dove la scultura è esposta tutt’ora. In un’interessante sua intervista fatta allo scultore inglese Marc Quinn si parla proprio degli amanti di Ain Sakhri. Quinn sottolinea la sensazione di vicinanza alla nostra idea di sesso che si prova ad osservare la scultura. «C’è un’idea di atto sessuale sofisticato» dice Quinn, «un’idea che sottolinea come il sesso non sia una nostra invenzione, ma sin da tempi lontanissimi l’uomo fosse sufficientemente “sofisticato” da concepire il sesso come atto complesso, bello, degno di essere rappresentato artisticamente».

La testimonianza di Neuville

judean-desert_dsc04153lmauldin-copyÈ il 1933 e René Neuville, un diplomatico francese, visita un piccolo museo a Betlemme insieme all’archeologo Abbè Henri Breuil quando li viene mostrata una scatola con vari oggetti provenienti dall’area circostante. I due notano la particolarità della forma di quell’oggetto e Neuville chiede di poter incontrare il responsabile del ritrovamento. È un beduino che al momento della scoperta tornava da Betlemme in direzione del Mar Morto.
Neuville, incuriosito, riesce a farsi portare dal beduino sul luogo esatto della scoperta. I due arrivano fino all’entrata di una grotta nel Judaean Desert, un deserto montuoso a est di Betlemme estremamente arido e impervio che finisce proprio in quel lago salato che è il Mar Morto. I due entrano nella grotta, chiamata dai locali “Ain Sakhri”, immediatamente si rendono conto di quale fosse il contesto da cui proveniva la piccola statuetta raffigurante gli amanti: un contesto domestico. Amanti che da quel momento sono famosi come The Ain Sakhri lovers, gli amanti di Ain Sakhri.


Certo, è difficile immaginare quale fosse esattamente la funzione di questa piccola statua, ma sappiamo che proprio in quel periodo, mentre queste popolazioni diventavano coltivatrici e stabili, cambiavano le loro abitudini, aumentava la loro dipendenza dal clima, da fattori naturali ed epidemie.


Fu cruciale che il ritrovamento degli amanti avvenisse insieme ad altri oggetti che sancirono con certezza che quella grotta fu un’abitazione e non una tomba. Questo ha portato gli archeologi a ipotizzare quali funzioni potesse avere la scultura per le popolazioni che abitavano quelle terre così tanto tempo fa, i Natufiani.
Certo, è difficile immaginare quale fosse esattamente la funzione di questa piccola statua, ma sappiamo che proprio in quel periodo, mentre queste popolazioni diventavano coltivatrici e stabili, cambiavano le loro abitudini, aumentava la loro dipendenza dal clima, da fattori naturali ed epidemie.

Quel lembo di deserto aveva partorito qualcosa di straordinario e difficilmente decifrabile e Neuville se ne era già accorto, ma a comprendere a fondo i significati di quell’abbraccio lungo undici millenni ci si arrivò molto dopo.

Domestication of the mind

Ian Hodder è un archeologo che lavora per l’Università di Stanford e parlando degli amanti di Ain Sakhri sostiene che la scultura rappresenti perfettamente l’attenzione che, per la prima volta nella storia, veniva rivolta dalle persone verso se stesse, verso il genere umano e, di conseguenza, la sua sessualità. Un’attenzione verso se stesse che le popolazioni potevano permettersi alla fine delle raccolte, nei tempi morti degli iter lavorativi in cui si impegnavano da coltivatori. Tempi morti assenti, al contrario, se si è perennemente impegnati a raccogliere ciò che la terra offre spontaneamente. Fu questo shift, questo cambiamento di abitudini, che partorì gli amanti. Un cambiamento che permise all’umanità di quel tempo di concentrarsi sul suo vivere preannunciando ciò che proprio in quelle zone a sud del Mediterraneo, ma molti millenni dopo, divenne l’ideologia del Dio che si fa uomo in quel pre-umanesimo che fu la religione cristiana.


La statua, appunto, non simboleggerebbe la fertilità o la civiltà, ma starebbe proprio per l’atto sessuale in sé. Erotismo d’altri tempi.


Secondo lo stesso Hodder il processo di cambiamento di queste popolazioni avvenne per via di una società che si ingrandiva, si espandeva nel numero dei suoi componenti e si “addomesticava” essa stessa con conseguenze dirette sulla mente degli abitanti che divennero più concentrati sulle relazioni umane. E non solo, perché il tempo libero e la stabilità permettevano di concentrarsi anche sulle relazioni tra l’uomo e il mondo animale come con il resto della natura circostante.

Sul possibile utilizzo di questa statua alcuni hanno pensato ai riti di fertilità, ma non sembrano esserci indizi del fatto che già oltre diecimila anni fa ci fosse l’idea di una natura fertile e legata alla riproduzione. L’idea di “madre natura”, secondo gli esperti, venne più tardi nei secoli e a proposito Hodder sostiene qualcosa di molto preciso: la statua, appunto, non simboleggerebbe la fertilità o la civiltà, ma starebbe proprio per l’atto sessuale in sé. Erotismo d’altri tempi.

Anche Neil McGregor, sulla stessa linea, scrive: «to me, the tenderness of the embracing figures certainly suggests not reproductive vigour, but love».

Un’analisi possibile

kiss brancusiC’è una scultura che non può non venirvi in mente guardando gli amanti di Ain Sakhri, è “Il bacio” di Constantin Brâncuși. Quel bacio, che manco a dirlo era un preludio del primitivismo, è scolpito senza separare i due attori, come a rimarcare l’importanza del contatto estremo e l’idea di fusione a cui quel bacio fa riferimento. Ironia della sorte, il bacio di Brâncuși è di 26 anni precedente al ritrovamento degli amanti di Ain Sakhri. Non può quindi averne tratto ispirazione.


Parrebbe che l’idea di sesso presente in quelle zone novemila anni prima di Cristo non fosse troppo diversa da quella attuale, quella che oggi quasi definiremmo laica. Il sesso come piacere e scambio, attività del vivere umano degna di essere mostrata, rappresentata e raccontata dall’arte. Un atto insieme normale e importante.


Lo scultore partito dalla Romania a piedi per Parigi avrebbe mai immaginato di prevedere un futuro vecchio di undicimila anni? Brâncuși, colui che tolse la dinamicità all’abbraccio (“Il bacio”) impressionista di Auguste Rodin, ripropose la meraviglia della fine dell’ultima glaciazione e gli amanti di Betlemme ne sono la prova.

Anche se l’opinione di esperti, archeologi e museologi non è unanime parrebbe che l’idea di sesso presente in quelle zone novemila anni prima di Cristo non fosse troppo diversa da quella attuale, quella che oggi quasi definiremmo laica. Il sesso come piacere e scambio, attività del vivere umano degna di essere mostrata, rappresentata e raccontata dall’arte. Un atto insieme normale e importante.

Eppure c’è un’ulteriore incredibile caratteristica degli amanti di Ain Sakhri. Un enorme passo in più da parte di chi scolpì quella pietra. C’è un racconto del sesso nel suo complesso, una sorta di manuale della sessualità racchiuso in una statuetta grigia alta appena dieci centimetri. Ruotando la statuetta si nota che la posizione degli amanti varia da lato a lato, le ginocchia si accavallano, un braccio forse finisce per far immaginare la mano di un amante sul volto dell’altro, ma c’è ancora di più.

lovers prospettivaLa statua non racconta solo l’atto, ma ne descrive i dettagli e ne elenca gli strumenti. Come in una sorta di codice. Se osserviamo gli amanti dall’alto sembrano essere dei seni, magari imperfetti, ma due seni umani. Potremmo pensare sia un caso se non fosse che facendo la stessa operazione, ma dal basso, quella che appare sembra essere una vagina. Osservando gli amanti “di schiena”, cioè vedendo la scultura di taglio, appare invece un pene. Se è vero che su una scultura così antica e così a lungo esposta al tempo non si hanno certezze è vero altrettanto che sono in pochi a credere che questa serie di somiglianze sia una coincidenza.

Gli amanti di Ain Sakhri, a questo punto, non sono solo il meraviglioso dubbio di una civiltà che all’alba dei tempi era tanto evoluta da dedicare tempo, energie e importanza al sesso ludico come lo conosciamo noi oggi, ma molto di più. Forse questi amanti sono qualcosa di più del più antico erotismo di cui si ha notizia, ma l’antico cugino delle Pioneer Plaques, messaggi che dopo aver viaggiato nel tempo, raccontano un mondo intero attraverso l’arte, la fantasia e la nudità.

di Enrico Pitzianti


Enrico Pitzianti, Cagliari 1988, si occupa di estetica e arte. È parte della redazione di Artnoise e di Dude Magazine. È laureato in semiotica, ha fondato il progetto artistico online GuardieShow ed è consulente per SpaceDoctorsLtd