Vita, opere e morte di un grande autore di cui non sapete nulla.


(Questo racconto è parte di una raccolta che l’autore sta pubblicando su CrapulaClub, che ringraziamo per la collaborazione. Potete trovare gli altri testi a questo link.).

di Gregorio Helder Meier

La breve vita di Carlo Dell’Aglio

Come si è affaticato, che pena che fa
pensare a tutto quel niente, dillo piano
magari ci sente.
– Azzurra D’Agostino

Stava tornando a casa, le spalle incassate e le mani in tasca, strette in un pugno. Andava spedito. D’un tratto gli balenò un verso, sembrava buono; la destra contò dieci sillabe. Inchiodò, frugò nelle tasche del cappotto, spulciò il taccuino. “Febbraio si può solo sfangare”, appuntò frettoloso. Poi un fregaccio, una capriola di condensa: “No, non funziona,” e subito riprese a camminare. Il viavai del traffico suonava attutito, un rombo lasso che pareva di fluttuarci dentro. Il gelo era particolarmente umido e sporco quella sera; pungeva in fondo alla gola, poi su su fino alle radici degli occhi, divaricava tra le suture. Sapeva di metallo. Che ariaccia, perdio! Il Viale Borgo Valsugana nemmeno si riconosceva, pendeva dalla luce dei lampioni come uno straccio. Stava lì, inevitabile, aggrappato al pulviscolo acquoso di quell’arancione spento, sbavato, perturbante, sospeso in una perpetua, estenuante apnea a cui Carlo, in realtà, non pareva prestare molta attenzione. E mai gliene aveva prestata, se proprio vogliamo dirla tutta. Di fatto, se gli avessero chiesto: “Carlo, ma la luce dei lampioni sul viale che porta a casa tua è bianca, o arancione?” Carlo – che era filosofo e poeta, o almeno così gli piaceva di fantasticarsi – prima di rispondere avrebbe dovuto alzare gli occhi al cielo, e osservare.

   Poi a vederlo – intendo così, di primo acchito –, mica era attrezzato male per l’inverno. Il maglione a collo alto e un cappotto di panno bello robusto, entrambi sul blu-navy. Poi i guanti imbottiti di scoiattolo e una sciarpetta rosso-acceso, abbagliante, duecento metri in misto-lana di pura eleganza. Poi ancora la sua stazza vagamente corpulenta, un po’ pingue e un po’ goffa – ma niente, il freddo era implacabile quella sera; per questo Carlo aveva tanta furia di rinchiudersi nel suo appartamento, benché lercio e mezzo sfasciato: “Praticamente un cesso a cinque vani,” come lui stesso si compiaceva di definirlo.

   Perché, va detto, Carlo ci provava sempre a fare il burlone, ma l’ironia non gli veniva mai un granché. Sempre fuori luogo, sempre forzata; e lui se ne rendeva conto di rado. Insomma, c’era ben poco di che ridere in questa faccenda della casa. Un po’ per via di quelle chiazze d’umido sul ruggine che spandevano a macchia d’olio dagli angoli delle stanze. Un po’ per via dell’intonaco sbucciato, in qua e là. E un po’ per via di tant’altri motivi che dir non posso, meglio di no. Vi basti pensare che sebbene il suo appartamento fosse un ‘Piano-terra / cinque vani e mezzo / giardino e garage / zona La Pietà’ un agente immobiliare l’avrebbe valutato non più di centomila euro (trattabili), tanto era malconcio. I termosifoni erano buoni, però, la caldaia andava che era un piacere, e tanto bastava a che Carlo, immerso nel freddo umido e strisciante d’un triste febbraio, bramasse ardentemente il suo cesso.

   Sia chiaro: fosse stato per me, avrei evitato volentieri di scivolare nei dettagli di quella casa tanto trascurata, se non fosse che era lo stesso Carlo che, ogni volta che gli capitava di pensarci, iniziava a rimuginare (praticamente senza accorgersene) della volta in cui si era rivolto a quelli dell’agenzia immobiliare per avere una consulenza, una consulenza e nulla più, così, tanto per fare, giusto per soddisfare una sua debole, fatua curiosità. E anche quella sera, infatti, mentre il corpo gli bubbolava per il gran freddo, il suo stomaco s’era messo a ribollire intorno a quella piccola delusione che l’aveva sfiorato ormai un bel po’ di anni addietro, verso gli inizi del duemilanove, poco dopo lo scoppio della crisi economica, quando, incredulo, s’era sentito dire da un ragazzetto brufoloso vestito in giacca e cravatta e coi modi a presa di giro, che la sua bella casetta – messa com’era messa – valeva meno della metà di quanto s’era sempre immaginato.

Pensava e ripensava alla casa soltanto lungo la via, tanto era il freddo, e più ci pensava, più che l’agognata mèta gli appariva distante, irraggiungibile.

   Camminando e vagheggiando, Carlo parlottava, tra sé e sé, farfugliando tre parole al vento e al gelo, le stesse, ossessivamente, in circolo, come stesse recitando un rosario: “Sono ancora qua, sono ancora qua, sono ancora qua, sono ancora qua, sono ancora qua, sono ancora qua eccetera” coi denti che intanto gli battevano in un quasi-ronzio dal timbro sordo che s’andava a impastare insieme a quelle inutili parole che tartagliava a bassa e che evocavano nella sua mente (da un lato già impegnata in una trattativa con l’agente immobiliare) uno dei tanti tranelli architettati dal filosofo Zenone di Elea, il famigerato Paradosso della freccia.

   Perché Carlo era fatto così, sempre con la testa tra le nuvole, tutto impacci e imbarazzi. E lui certo non se ne crucciava. Lui s’immaginava d’essere filosofo e poeta, e questo gli era sufficiente a non dannarsi per il fatto d’esser nato con due mani sinistre, incapace a dar di martello e di pennato. Un lavoro ce lo aveva, però, e gli dava di che campare. Ragioniere? Ingegnere? Conferenziere? Banchiere? Cameriere? Non so quale fosse. So che lavorava, che quella triste e fredda sera di febbraio stava appunto rincasando da lavoro, e so anche che la sua professione non doveva sembrargli un granché congeniale. “Rassegnati Carlo,” era solito borbottare quando qualcosa gli andava di traverso, “non esiste lavoro che riesca congeniale alla Volontà di Ozio e di Onnipotenza che riempie i respiri di ogni singolo essere vivente.” Così la pensava Carlo riguardo al lavoro, con quel suo modo faticoso di snocciolare le parole. E forse non aveva nemmeno tutti i torti a pensarla così. Tra l’altro, suppongo, doveva essere per via di quella strana voglia di ozio e di onnipotenza (che gli tormentava le carte e i pensieri) che Carlo aveva preso (ormai da più di vent’anni) a fantasticarsi filosofo e poeta. Di fatto, ben lontano dal sentirsi forte e rilassato, non c’era giorno in cui Carlo, per darsi un tono e un rifugio, non buttasse giù qualche verso, che non riflettesse su questioni di estetica, gnoseologia, ermeneutica, filologia, etnologia, fenomenologia e varie altre cabale difficili da pronunciare – figurarsi a capirci qualcosa!

   Il culmine della sua carriera di scrittore, Carlo Dell’Aglio (così si chiamava per intero) lo aveva raggiunto nella tarda primavera del duemilanove (sì, lo stesso anno della consulenza immobiliare) grazie a una sperimentazione sul pensiero tragico che gli era valsa la pubblicazione sulle colonne di una rivista di settore, presto seguita dalle elaborate e patetiche recensioni dei suoi amici di penna, i quali condividevano col nostro il pensiero e il piglio morale (entrambi ispirati all’opera dell’inestimabile Gianni Carchia), nonché una vita scialba e povera di desiderio, ridotta all’osso. Un’operetta di sole cinque poesie intitolata Analisi di un feto che, data la sua brevità, riporterò per intero.

ANALISI DI UN FETO

Uno scrittore al microscopio

Avvertenza

Non sappiamo la vita e la morte, il tempo: Questo Tutto limita se stesso e ognuno di noi a esserlo. Estraneo a speculazioni di carattere etico, spero in Voi studenti un atteggiamento di rispettoso rigore nell’analisi di questo feto che – ignaro di sé, del nostro focolare di respiri – un lancio di dadi ha scaraventato sotto ai Vostri occhi, nudo, smembrato, razionalmente destrutturato in cinque preparati istologici, dato in pasto ai molari e alla saliva di un’arcana, ferina volontà di conoscenza. Alle Vostre mani che, ripeto, mi auguro assennate, pietose, umane.

Carlo Dell’Aglio

a. Epidermide

I libri

Sono i libri che non ho letto i libri
accatastati sulla scrivania folletti
che mi fanno le capriole
la notte fra le mani che ridono
mentre li spulcio in qua e là sul pancino
dell’assenza di parole per dire
tra le altre cianfrusaglie la vita
per scordare me stesso in una cosa

b. Encefalo (Sezione coronale)

Le carte

Irrimediabilmente tra le carte
spietate passeranno le stagioni
le mani dei superstiti, le ombre

Questo scampanellio che fruga il vuoto
dentro a un barattolo di marmellata
le parole fra i rimasugli del giorno

c. Occhio

Tractatus anti-metaphisicus

La tela di un ragno nel sottotetto oppure
un coltello ammaccato di ruggine
chiuso nel suo manico d’osso – il dire
di Questo Tutto che sta e non si necessita
nei suoi nomi, le formule e gli sghiribizzi

d. Midollo spinale

Appunto su uno scontrino

Anche oggi mi punge
Scapriccia tra le dita
Come una castagna
Acerba nel suo riccio la vita

e. Colonna vertebrale

La gobba

Per me il tempo è una gobba
china sulla scrivania, l’adesso
– dove sbatto

E ribatto i tictac delle parole,
la mia ombra tra le cose
come uno che sa –

Come un cane che un osso
ci vuol poco a spolparlo da una buca
dopo che ce l’hai nascosto

II.

Sono passati così tanti anni che ormai sa di leggenda questa storia. Analisi di un feto era uscito da appena un paio di mesi, e il nome del Dell’Aglio stava iniziando a ingranare sulla bocca di scribacchini e appassionati del genere. Tirate le somme, non si poteva certo lamentare dell’andazzo. Eppure, chi l’avrebbe mai detto che nel giro di poco sarebbe caduto così in basso da perderci la faccia? Che storia incredibile! Tutto quel casino, poi, per una banale delusione d’amore. Ignoro chi fosse la fortunata. Nessuno l’ha mai saputo. I giornali all’epoca parlavano di una certa Cinzia Bernardeschi, nient’altro che un nome di fantasia da dare in pasto ai curiosi. Lui poi era di quelli riservati e gelosi, ogni volta che trovava uno straccio di ragazza si perdevano le sue tracce, per cui nemmeno gli amici di penna hanno mai avuto modo di sapere chi accidenti fosse quella lì. Quel che è certo è che dopo appena una settimana da che si era fatto la fidanzata, Carlo cominciò a credersi in odore di santità. Giacchette a quadri, i pantaloni rigorosamente sul fucsia, un cappello da investigatore tenuto di sguincio, ma soprattutto – da non credere! un nome d’arte a là bohemien: Heinrich Testamarcia.

   Che poi la storia d’amore era durata davvero poco, una ventina di giorni a esagerare. Ma che ci vuoi fare? Carlo l’aveva presa proprio male quella faccenda delle corna. La prima settimana di crepacuore la passò chiuso in casa a maledire il destino e a meditare l’apocalisse. Quella successiva, invece, in preda a un entusiasmo incontenibile che nemmeno uno psichiatra avrebbe potuto farci granché. E fu appunto in quella settimana di eroici furori che il Dell’Aglio – o meglio, Heinrich Testamarcia – dètte sfogo al peggio di sé, in campo artistico e non solo. Lo ricordo come fosse ieri. Era davvero insopportabile in quei giorni. Faceva le cose più bizzarre e stupide che mi sia mai capitato di vedere. L’acme della demenza lo fulminò un giorno che faceva un caldo insopportabile. Praticamente gli frullò l’idea di una sorta di pubblicazione poetica fai-da-te. Dovette sembrargli una trovata rivoluzionaria, non ci stette nemmeno a pensar sopra: stampò un suo piccolo racconto dal titolo L’ergastolano su di un foglio lungo quindici metri e largo dieci, e, munitosi di rullo e colla per manifesti, andò ad appiccicare ‘il colosso’ (così lo chiamava affettuosamente) sulla facciata del Duomo di Prato, in pieno centro-città. Era la notte del quindici agosto del duemilanove. Il giudice si limitò ad applicare la legge parola per parola: trentamila euro di multa per atti vandalici e danni al patrimonio artistico. La cronaca locale al solito fu frivola e spietata: la faccia del Dell’Aglio venne moltiplicata migliaia di volte – sfolgorava ovunque – in televisione, sulle civette, nei telefonini – fece il giro di pub e pasticcerie, sicché in men che non si dica il nostro diventò lo zimbello della provincia, quello delle barzellette sul poeta scemo e cornuto. Una volta rientrato nei gangheri, Carlo pensò bene di non farsi mai più vedere in giro, e presto tutti si scordarono di lui. Tutti, lui compreso.

   Risale all’autunno dello stesso anno l’acquisto di quella sua buffa sciarpetta rosso-acceso, lunga duecento metri; e io non credo affatto che si tratti di una semplice coincidenza. La casa svalutata, un barlume di successo e subito dopo il crollo, la follia d’amore, l’esilio, l’acquisto di un feticcio in misto-lana: il duemilanove fu un anno davvero impietoso.

L’ERGASTOLANO

a C.B.

L’asfalto ribolliva ancora del solleone del giorno prima. Era d’agosto. Avrò avuto sedici, massimo diciassette anni. Stavo sfangando una sbronza sdraiato sul marciapiede davanti casa, un palazzaccio verde-bottiglia dalle parti di via Pistoiese, a San Paolo. Non era la prima volta che rincasavo così tardi. La notte doveva essere trascorsa cieca e tumultuosa. Mi facevano male tutte le giunture, la schiena, il collo, il sonno che scavava gli occhi, un’emicrania insistente che tormentava le tempie. I bicipiti, poi, dolevano così tanto che sembravano strappati, e proprio non capivo perché. E le mani – o, le mani! indolenzite che a stento riuscivo a muoverle.

   Mi alzai in piedi, a fatica, qualche scossone per riaggiustare le ossa, la chiave nella toppa, spalancai uno sbadiglio. Già mi fantasticavo sul letto, ma, appena un istante prima di dare il clic alla serratura, mi arrestai, distratto dalla mia immagine riflessa sul portone del palazzo. Il volto provato, pieno di graffi, i capelli arruffati, il bracciolo destro dello zaino che scivolava giù dalla spalla, la maglietta sgangherata. C’era qualcosa che non quadrava in quel riflesso. Sentii una lieve vertigine scorrermi a fior di pelle, un sudore gelido tra i polpastrelli e il metallo della chiave. I respiri si ripetevano in maniera meccanica, come svuotati, scavati, come non fossero me, un pizzicore sabbioso sfrigolava tra l’ugola e la gola. Ero in preda a un sentimento remoto, senza nome – l’eco di una colpa ancestrale, verrebbe da dire –, come un assassino nello scemare del raptus, l’attimo in cui gli occhi iniziano a snebbiarsi sul delitto appena compiuto, sulle proprie mani sporche di secoli. In realtà non avevo la benché minima idea di cosa potessi aver combinato. L’unica cosa certa, è che difronte a quello specchio mi sentivo senz’altro colpevole: non avevo alcun dubbio a riguardo. Lasciai la chiave nella toppa, feci qualche passo indietro con estrema lentezza, alzai gli occhi al cielo. Il palazzo svettava gigantesco sopra di me, ingombrante, esagerato. Lo osservavo come fosse la prima volta, col fiato sospeso. “Che strano,” pensai. Avevo dimenticato la finestra di camera aperta. Tornai sul vetro del portone a frugare tra le linee del mio volto, inquieto: “Sono davvero io quello lì?”

   D’un tratto notai un pezzetto di carta che svolazzava rasoterra, alla mia destra, in un alito quasi impercettibile. Me ne accorsi per via del rumore incerto che ticchettava lungo il bordo della strada. Lo guardai saltellare per un po’, finché non rimase intrappolato ai miei piedi: si trattava della pubblicità di un circo itinerante. Subito strappai quel foglietto con le suole, stizzito, senza motivo, scalciai entrambe le metà goffamente. Dopo un paio di cerchi morbidi e oziosi, queste si riadagiarono a terra. Tigri elefanti acrobati e ballerine non si mossero che di pochi centimetri. Restarono lì, sotto ai miei occhi. Dall’asfalto intanto veniva su un afrore acre e grosso che ad ogni respiro pareva gonfiare e gonfiare e ingolfarsi e premere dentro al petto. Era insopportabile il caldo di quell’anno. Insisteva dagli inizi di maggio. La gente non parlava d’altro.

Salii le rampe del palazzo sulle punte, come nebbia. La porta di casa la chiusi con estrema delicatezza, tenendo il dente della serratura tirato, e il rumore fu soffice. Ma niente, fu tutto inutile; erano le sette passate: mia madre era già sveglia. Stava fumando, seduta in cucina, i gomiti inchiodati al tavolo. Il fumo le veleggiava intorno in lembi sottili. Lasciava che la sigaretta si consumasse tra le dita della sinistra, leggermente reclinata verso il basso, nel mentre mordeva le pellicine dell’altro pollice. Puntava ostinatamente davanti a sé, non accennò mai a voltarsi. Sembrava un manichino, a pensarci. La televisione doveva essere accesa, ma col volume portato a zero, il suo volto lampeggiava tra il bianco e il blu-elettrico. In quegli attimi, l’unico rumore che sfolgorava il silenzio era il battito delle lancette di un grosso orologio appeso alla sua destra, sopra a una finestra che dava su altri palazzi.

   Stava là mia madre, avvolta nella sua vestaglia color crema. Continuai a fissare il suo profilo sinistro di là dalla porta della cucina per qualche secondo. Fu lei a rompere lo strazio di quel silenzio; parlò con voce afflitta, immutabile: “Ho visto cosa c’è in camera tua. Ho già chiamato la polizia.” Quelle parole suonarono naturali alle mie orecchie, tutt’altro che inaspettate. Non dissi niente. La colpa stava continuando a scavarmi da dentro. Nei pochi passi tra l’ingresso e la mia stanza, mi misi ad acciottolare una canzoncina di quand’ero piccolo, come per distrarmi da me stesso; intorno vedevo gli oggetti spiccare vividi e indifferenti dal bianco esatto delle pareti:

Oh che bel castello marcondiro ndiro ndello,
oh che bel castello marcondiro ndiro ndà…

   Anche la porta di camera l’aprii avendo premura di non disturbare niente e nessuno, allo stesso modo l’accostai. Dalla finestra stava inutilmente montando altro caldo, nel chiuderla adoperai la solita perizia da ladro con cui mi muovevo da che ero rientrato in casa. Provai anche a tirar giù l’avvolgibile a quel modo, accompagnando la fettuccia, ma fu il solito tripudio di schiocchi. Era per via delle mani indolenzite, dei bicipiti doloranti. Per la prima volta in vita mia, mi accorsi di quanto quel rumore scoppiettante di plastiche fosse tremendamente reale, vivo.

   Poggiai lo zaino sulla seduta della poltrona, mi guardai attorno con fare distratto. Tutto era rimasto tale e quale a come l’avevo lasciato prima di uscire. La scrivania affollata di libri, due bicchieri coi fondi incrostati dal violaceo del vino, un fiasco lasciato a metà, il posacenere colmo di mozziconi. Soltanto un particolare incrinava l’imperturbabilità dell’insieme, una coperta di lana a motivi geometrici stesa sul letto, quadrati e rettangoli di tanti colori che a vederla metteva di buonumore: il giallo, l’arancione, l’azzurro, il lillà.

   Non ci volle che un istante per capire cosa diavolo ci facesse una coperta di lana sul mio letto, in piena estate: c’era qualcosa là sotto, qualcosa di grosso e irregolare. Vidi cinque dita, poi. Sbucavano da sotto la coperta, sfioravano il pavimento. Sì, le ricordo bene quelle dita: bianche, affusolate, lo smalto rosso fuoco.

   Rimasi pietrificato. Non poteva essere stata che lei a stendere quella coperta sul letto, mia madre. Non ebbi nemmeno il tempo di mettere a fuoco chi o cosa nascondessero quelle patetiche geometrie di colori, di ricordare cosa potesse essere successo nella notte appena trascorsa. Le sirene della polizia – cinque volanti, una dietro l’altra – stavano inchiodando ai piedi del palazzo.

Heinrich Testamarcia

III.

O si è stati in cura, o si ha del poeta; altrimenti, un nevrotico – mica lo riconosce nessuno! Alcuni lo prendevano per timido e garbato. Altri per subdolo e altezzoso. C’era addirittura chi vedeva in Carlo (parlo degli amici di penna) un uomo fatto riservato e meditabondo da una profonda e matura esperienza del mondo. Nessuno che sapesse cogliere, dietro ai suoi modi incerti e spigolosi, un’inconsapevole e sfibrante sofferenza mentale. Ma soprattutto, sono convinto del fatto che chiunque lo conoscesse avrebbe sbalordito nell’ascoltare il chiacchiericcio delle sue fantasie più segrete, nello scoprire quanta vanagloria e presunzione covasse in cuor suo quell’uomo che, soltanto a vederlo, ombroso e taciturno com’era, dava l’aria d’essere uno spettro o poco più. “All’altezza del miglior Seneca!” questo, per fare un esempio, era ciò che Carlo Dell’Aglio pensava di se stesso ogni volta che gli capitava di rileggere un suo scritto, eccitato ed entusiasta, sgranando quegli occhietti a spillo e scavati che tanto lo somigliavano a un teschio.

   Ma quella sera Carlo non si stava fantasticando poeta. Pensava alla casa e al borsellino, come ognuno di noi. Il freddo gli allentava la stretta della pazzia. E forse, chissà, in un futuro non troppo lontano, il gelo geometrico di quell’inverno gli sarebbe potuto riuscire di un qualche aiuto nella cura della sua alienazione mentale.

   Ripeto, chissà se il nostro si sarebbe mai destato al miracolo del mondo? L’unica cosa certa, è che non potremo mai saperlo. Di lì a poco, infatti, sarebbe morto.

   La sua non fu una fine da eroe: nessuna fine lo è. La morte gli piombò addosso all’improvviso, inaspettata, spietata, priva di significato – un lampo e un soffio –, in una fiacca e anonima sera di febbraio. Per l’esattezza, andò che mentre attraversava la strada (parlottando tra sé e sé, pensando alla casa e al freddo che lo stringeva, a passo svelto, le mani in tasca, strette in un pugno) passò un camion, e lo investì. Praticamente un’omelette. Diciamo che Carlo non se ne accorse nemmeno. Sì, diciamo così…

Al funerale di Carlo, fra i presenti, c’erano anche gli ex-compagni delle scuole elementari medie e superiori. E chissà perché? Mi domando. Carlo era un uomo sulla quarantina galoppante, ed era dalla notte prima degli esami che non aveva più avuto l’occasione, né tantomeno la voglia, di rincontrali. Non che fosse un tipo asociale il nostro eroe. Semplicemente, dai diciotto in poi, Carlo Dell’Aglio aveva preso a fantasticare in Spinoza, Nietzsche, Rimbaud, Bataille, Musil e Celine i suoi autori fatali, decisivi, nonché i suoi più grandi e potenti – e quindi cari – amici immaginari; o, per dirla in maniera più limpida e sbrigativa, da anni Carlo avvertiva una certa distanza caratteriale (e non solo) che lo separava dagli ex-compagni di scuola, i quali, per contro, chi per un motivo chi per un altro, si erano sentiti in dovere di presenziare in massa al funerale di un uomo ridicolo, di un ricordo sbiadito, fino ad arrivare a esibirsi, sul finire della cerimonia funebre, in un bell’applauso d’incoraggiamento al cadavere di uno sconosciuto che usciva lentamente dalla chiesa de La Pietà, a bordo di un carrellino in alluminio, assieme al pianto delle campane.

   Carlo fu sepolto nel cimitero de La Misericordia, nei dintorni dell’affollato quartiere di San Paolo, vicino alla vecchia caserma dei vigili del fuoco. Il suo appartamento venne battuto all’asta giudiziaria per settantamila euro. Un buon affare.

IV.

In seguito al funerale di Carlo, gli amici di penna (e io, ormai tocca ammetterlo, sono tra questi) decisero di raccogliere in una decina di scatoloni tutti i taccuini e i malloppi della buonanima. La speranza era quella di salvare dalla morte quantomeno la sua opera letteraria, che, sebbene mai pubblicata, chiunque immaginava di sicuro valore. Purtroppo, però, le cose andarono diversamente; di fatto si realizzò una famosa profezia del filosofo Eraclito di Efeso:

Quelli che cercano di scoprire l’oro, invero, scavano molta terra e trovano poco.

   Io e gli altri della combriccola passammo un intero pomeriggio nel salotto buono di casa mia a scartabellare dedali di abbozzi, fregacci, tirate filosofiche e stupidaggini d’ogni tipo, ma di poemi romanzi trattati e quant’altro, neanche l’ombra. Insomma, per farla breve, intorno all’ora di cena finì tutto alle fiamme, fatta eccezione per un centinaio di fogliacci manoscritti tenuti insieme da uno spago imbrunito dalla polvere, un piacevolissimo libello tra il comico e il grottesco composto nell’ormai lontano duemilasei intitolato – in un latino maccheronico da farci scarpetta e leccarsi le dita – De onnipotentia. Si tratta con ogni probabilità del primo nonché unico libro portato a termine dal Dell’Aglio (all’epoca appena trentenne), una sorta d’indagine sulle radici pulsionali del potere svolta attraverso tre racconti lunghi e buffoneschi – nell’ordine Il carnevale della carne, Il Grande Elisir, La favola di Cupido – e che, non avendo trovato alcun tipo di sbocco editoriale, ho reputato moralmente opportuno inserire a conclusione del mio volume.

   Non starò qui a scervellarmi sul perché in seguito al De onnipotentia il nostro non sia più riuscito a scrivere qualcosa che avesse un capo e una coda, né su come sia stato possibile che, da un’opera prima all’insegna della comicità, lo stupor mundi di Prato-nord abbia poi mutato i propri progetti in favore della boria pretesca del tragico. Per quel che mi riguarda preferisco fermarmi qua e lasciare dubbi e interpretazioni alla fantasia del lettore. Ci sono questioni che tolgono il sonno, l’appetito e la voglia di fare l’amore: la breve vita di Carlo Dell’Aglio – la sua buffa sciarpetta rosso-acceso, lunga duecento metri – rientra fra queste.


Gregorio Helder Meier Nato a Prato il 30/08/1983. Disoccupato, attualmente risiede a Prato.
In copertina: Leonardo da Vinci, Fetus.