Tutto ciò che osserviamo e sentiamo ha un margine di errore dovuto al modo in cui lo abbiamo visto e sentito. Esiste un limite, uno scarto, tra ciò che percepiamo e ciò che interpretiamo e questo passaggio ha conseguenze filosofiche enormi.


In copertina: Immagine del Coniglio/anatra, da Wikipedia

(Questo testo è la traduzione italiana di un articolo precedentemente uscito su Aeon)

di Stephen Law

Questa immagine è una delle più iconiche della filosofia contemporanea quando si parla di interpretazione, talmente iconica che un mio ex studente ha deciso di farsela tatuare sulla gamba. Ma qual è il suo significato?

Il filosofo austriaco Ludwig Wittgenstein, nel suo Ricerche filosofiche, ha utilizzato proprio quest’immagine per illustrare quella che i filosofi chiamano percezione dell’apparenza (più comune in lingua inglese come Aspect perception). La premessa la conosciamo quasi tutti, l’immagine può essere vista in due modi: come un’anatra o come un coniglio. La maggior parte di noi può scegliere di capovolgere l’immagine a proprio piacimento decidendo tra queste due interpretazioni contrastanti. Possiamo dire: “Ora è un’anatra, e ora è un coniglio”.

Wittgenstein fornisce molti altri esempi di questo tipo di “cambiamento di aspetto”. Ad esempio, i quattro punti riportati di seguito possono essere visti come due gruppi di due punti o come un gruppo di due punti affiancato da un punto su entrambi i lati.

C’è anche un altro esempio piuttosto noto. Le linee che compongono questo cubo possono essere viste sia in modo che il cubo sia orientato verso destra, che verso sinistra. È lo stesso meccanismo descritto poco fa:

Ma cosa significa, dal punto di vista filosofico, questo tipo di esperienza? Cosa succede quando l’aspetto di ciò che osserviamo cambia e passa da un’immagine all’altra? Chiaramente a cambiare non è l’immagine sullo schermo o sulla pagina del libro che osserviamo, né quella sul retro della retina. Il cambiamento, a quanto pare, è al nostro interno. Ma di cosa si tratta con precisione?

Un modo per spiegare questo cambiamento è di distinguere l’immagine presente fuori di noi, quella esterna, e quella privata, interna. Insomma, l’immagine sulla pagina del libro rimane invariata, ma quella interna – quella osservata dall’“occhio della mente”, per così dire – è cambiata. Wittgenstein non era convinto di questa spiegazione.

Posso usare l’immagine del cubo di Necker per catturare con esattezza il momento in cui il cubo si presenta in un certo modo, e in seguito posso cercare di cogliere  il suo altro aspetto. In questo caso la mia impressione visiva – e quindi la mia immagine interiore, quella “privata”, se mai ne esiste una – deve rimanere identica in entrambi i casi.  Ma allora non è il cambiamento dell’immagine – che sia quella sulla pagina o quella interiore –che spiega il passaggio da un’apparenza all’altra.

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Un’altra ragione per cui questi cambiamenti nella percezione possono essere considerati filosoficamente significativi è che richiamano la nostra attenzione sul fatto che vediamo sempre soltanto alcuni “aspetti” di ciò che osserviamo, anche se di solito non ce ne rendiamo conto. Nel saggio Imagination and Perception (Immaginazione e percezione) , il filosofo inglese P.F. Strawson scrive:

Il caso eclatante del cambiamento di aspetto mette in evidenza una caratteristica (quella del vedere-come) che in realtà è presente in tutti i fenomeni della percezione.

Per esempio, quando osservo un paio di forbici, non le vedo come un semplice oggetto fisico – ma capisco subito che si tratta di uno strumento con il quale posso fare varie cose. Vedere l’oggetto come un paio di forbici è un atto involontario.

D’altra parte, qualcuno che non ha familiarità con il concetto di forbici non solo non avrà questo moto automatico della percezione, ma non potrà proprio vedere l’oggetto come forbici. Potrebbe vedere un paio di forbici poggiate sul tavolo, naturalmente – ma non potrebbe vederle come un paio di forbici. Perché il come vediamo le cose dipende dalla nostra conoscenza di esse.

Chi sta leggendo questo articolo, proprio in questo momento sta “vedendo-come”, perché guardando questi segni neri sullo sfondo bianco li sta percependo come delle lettere, parole e frasi, attribuendogli di conseguenza un significato.Questa è la reazione automatica di qualcuno che legge l’italiano – non dovete dedurre cosa c’è scritto (come accade se non conoscete la lingua e siete costretti a usare un dizionario, per esempio). L’interpretazione è lì, disponibile nella sua immediatezza.

E non solo si “vede-come”, ma addirittura si “sente-come”. Perché il discorso che vale per l’italiano scritto vale anche per quello parlato. Quando sento un’altra persona parlare italiano, non sento dei semplici suoni che devo poi impegnarmi a decodificare, sento quei suoni come significativi; così, se sento “chiudi la porta” sento che qualcuno ha bisogno che io chiuda la porta.

Un esempio particolarmente interessante di un cambiamento della percezione è la nostra capacità di “capire” improvvisamente un brano musicale o una regola, in modo da essere in grado di continuare la melodia o la frase da soli. Supponiamo che, giocando a “indovina la canzone”, senta una serie di note musicali. Improvvisamente, le riconosco come l’apertura dell’Inno alla gioia, che posso poi continuare a fischiettare senza problemi. Anche questo sembra un esempio di cambiamento di aspetto. Passo dall’ascoltare le note come semplici suoni all’ascoltarle come inizio di una melodia – una melodia che poi posso continuare da solo.

Si consideri anche il momento in cui improvvisamente afferriamo una formula matematica. Supponiamo che qualcuno inizi a spiegare una formula rivelando gradualmente una serie di numeri – prima 2, poi 4, poi 6, poi 8. Potrei improvvisamente “ottenere” la regola (chiamiamola “Aggiungi 2”), in modo da poter poi continuare tranquillamente con il 10, il 12 e il 14. Cosa succede in quel momento, nel lampo in cui ho l’intuizione? I numeri non sono cambiati, eppure improvvisamente li vedo in modo diverso: come un segmento di una serie infinita – una serie che ora posso continuare.

Wittgenstein era particolarmente interessato a ciò che accade quando improvvisamente afferriamo una regola in questo modo – quando “capovolgiamo” l’oggetto osservato e passiamo dal vedere solo una serie di numeri a vederli come la manifestazione di una regola che si estende all’infinito.

In breve, il “vedere-come” è un argomento filosoficamente ricco che si collega a  – e può aiutare a far luce su – molte questioni centrali della filosofia: domande sulla natura della percezione, su cosa significa cogliere il significato o seguire le regole.

Tuttavia, il concetto di “vedere-come” fornisce anche uno strumento di pensiero più generale. Si pensi, ad esempio, alla questione di cosa rende un oggetto comune – l’orinatoio capovolto di Marcel Duchamp o il letto sfatto di Tracey Emin – un’opera d’arte. Un oggetto di questo tipo un’opera d’arte è il fatto che lo vediamo come tale?

L’idea del “vedere come” emerge anche nel pensiero religioso. Alcuni religiosi suggeriscono che la fede in Dio non consiste nel sottoscrivere una certa ipotesi, ma piuttosto in un modo di vedere le cose. Ciò che distingue l’ateo dal credente, si sostiene, non è necessariamente la capacità di riconoscere la cogenza di certi argomenti traendo la conclusione che Dio esiste. Piuttosto, ciò che manca all’ateo è la capacità di vedere il mondo come opera di Dio, di vedere la Bibbia come la parola di Dio, e così via.

Come alcuni soffrono di una sorta di cecità estetica – non possono vedere un quadro particolare di Pablo Picasso come una potente espressione di sofferenza – così, suggeriscono alcuni, gli atei soffrono di una sorta di cecità religiosa, che significa che non sono in grado di vedere il mondo così com’è realmente: come una manifestazione del divino.

Proprio quest’ultimo esempio ci porta a un aspetto fondamentale di questo tema: vedere qualcosa in un certo modo non garantisce che sia come la vediamo. Potremmo sbagliarci. Io potrei vedere, in penombra, un mucchio di vestiti posati alla fine del mio letto come un mostro, ma naturalmente, se credo che sia un mostro, mi sbaglio di grosso. Ed è sempre possibile che qualcuno mi dimostri che sono in errore.


Stephen Law è il redattore della rivista THINK del Royal Institute of Philosophy. Si occupa principalmente di filosofia della religione. I suoi libri includono The Philosophy Gym: 25 Short Adventures in Thinking (2003) e (per bambini) The Complete Philosophy Files (2011).