A chi dice di aver oggettivamente ragione si può ben obbiettare che ogni verità è una credenza. Anche questa.


di Francesco D’Isa

“Tutto è relativo, e questo è il solo principio assoluto”.
August Comte

1. Ogni verità è una persuasione.

La ballerina qua sotto gira a destra o a sinistra?

Alcuni sostengono che l’ombrosa fanciulla ruoti in senso orario, mentre altri giurano di percepire il movimento in direzione opposta. Bene, quale che sia la vostra convinzione osservate l’immagine ancora per un po’: prima o poi percepirete un improvviso cambio di direzione.

La danzatrice senza volto e la sua inesauribile pirouette non sono soltanto un interessante esperimento di percezione visiva, ma anche uno dei vari esempi di un’idea banale e per molti inaccettabile, il fatto che ogni verità è una credenza.

Qualunque indagine, infatti, così come ogni pensiero, evento e prova è fondato su una magia, ovvero il fatto che, in un modo o nell’altro, determinate sensazioni, parole, visioni e sentimenti ci persuadono che le cose stanno in un modo e non altrimenti.

Alcune verità, di natura più debole, non nascondono la propria mancanza di assolutezza. Che il barista sotto casa sia un brav’uomo, che un abito sia chic, che la persona amata sia la più desiderabile al mondo… per cambiare opinione è sufficiente una truffa, un tradimento, la lente deformante del tempo. Il buon’uomo si rivelerà un manigoldo, l’abito un cencio fuori moda, la prima tra le amanti l’ultima delle attrazioni. Cambiare idea non è sempre facile, ma di certo non impossibile – sebbene il parere più recente venga considerato “quello giusto” fino al seguente giro della ruota.

Altre verità, invece, sono più restie nel rivelare il proprio carattere di credenza e per via della loro cocciutaggine si direbbero persistenti: il dolore, ad esempio, offre un convincimento più antico e longevo delle convenzioni sociali. Si tratta di verità occulte, così sfacciatamente persuasive che, al culmine del proprio carisma, pretendono di non averne affatto, per presentarsi come oggettive. A questa categoria appartiene il sole che sorge ogni mattina, l’arsura cancellata dall’acqua, la gravità che ci àncora i piedi a terra e la legge di non contraddizione che ci trattiene la testa sulle spalle. Anche in questi casi però, si tratta, in misura più o meno importante, di fede: nei sensi, nell’abitudine, nel pensiero. Come le altre, sono verità legate a una forma e ci parlano di un mondo – che, guarda caso, è il nostro.

2. Se il vero è duraturo, il falso è raro.

Davanti alla danza di multiformi persuasioni che si susseguono in modo più o meno tenace, la reazione è duplice: o si relativizza ogni credenza o ci si affida a quelle più persistenti. In breve, si conclude che o non c’è nulla di vero o a esser vere sono le illusioni più ostinate.

Se ho una percezione nitida ma occasionale di un maiale viola seduto al mio fianco che legge queste righe, ad esempio, la considero un’allucinazione. Se più persone vedono il mio commentatore porcino, la veridicità della cosa aumenta e se è possibile ripetere l’esperienza, diciamo invitando il suino a una festa affollata, si dovrà riconoscere che è vero quanto me. La realtà è riducibile a una questione quantitativa, in cui “più appare, più è vera” – a seguire fedelmente il criterio con cui si classifica la veridicità delle cose, saremmo costretti a sostenere che quel che prima non si riusciva a vedere, sentire, toccare o dedurre da calcoli e astrazioni, come gli acari e i quark, non esisteva. Anche se si trattasse di un’unica apparizione, dunque, sarebbe più corretto definire il maiale viola “raro” che “irreale”.

3. Una verità è tale solo in relazione ad altre.

La durata però non è una garanzia, perché è limitata dall’incapacità di conoscere il futuro; persino che il sole tramonterà resta una scommessa, per quanto poco azzardata. Anche il migliore dei chiaroveggenti, inoltre, non può recidere il legame che ogni verità ha con le forme a cui è correlata.

Avicenna scrisse che: “chi nega la legge di non contraddizione dovrebbe essere picchiato e bruciato finché non ammette che essere picchiato e bruciato non è lo stesso che non essere picchiato non essere bruciato.”. Eppure, se il nervoso filosofo mi scaglia un sasso, nel tentativo di persuadermi con ogni mezzo della falsità di quel che dico, io credo al dolore che provo. Questa credenza, ben supportata dalla sofferenza e dal cranio spaccato, si basa sulla mia forma, in grado di percepire il dolore e di subire fratture. Se invece del sasso il filosofo volesse provare con l’annegamento, la persuasività della testa sommersa si annullerebbe qualora io fossi un pesce: a un cambiamento di forma segue un cambiamento del sistema di credenze. Se infine Avicenna, folle di furia e realtà, finisse col prendersela col sasso, convinto che il minerale la pensi diversamente (cosa peraltro vera) si troverebbe privo di una retorica adatta, perché se non sappiamo com’è essere un pesce, figuriamoci un sasso.

È dunque difficile negare la relatività di ogni verità, che in ultima analisi appare fondata su una credenza, più o meno persuasiva. Anche qualora ci affidassimo a delle potenze esterne nel ruolo di garanti (è vero perché lo dicono i sensi, la scienza, dio o il maiale viola) la verità resta relativa al carisma di tali garanti, ai quali prima o poi si deve credere.

4. Che la verità sia relativa è l’unica verità assoluta?

Il relativismo però pone dei problemi, perché se ogni verità è persuasione, questo vale anche per la veridicità della precedente affermazione: di conseguenza io credo che ogni verità sia una credenza. Diciamo che “La verità è sempre relativa”. Quest’ultima però è una verità assoluta?

La contraddizione possiede una meccanica analoga al paradosso del mentitore, con una differenza: la veridicità di tutta la riflessione (R), essendo basata su un processo logico, è anch’essa relativa a delle regole specifiche. All’interno di un insieme di norme in cui è assente il principio di non contraddizione, ad esempio, il valore di (R) cambia. Di conseguenza, la validità o meno di (R) è relativa al principio di non contraddizione: conformemente ad esso, (R) è valido, mentre rispetto alla sua negazione (R) non è valido.

Anche il paradosso si espone fatalmente alla relatività, e, mediante un circolo vizioso che si apre in un regresso infinito, costruisce innumerevoli cerchie di mura a protezione del fatto che ogni verità è relativa (a). Difatti, qualunque prova si opponga al relativismo assoluto è anch’essa congenitamente relativa alla fede in determinate regole: la razionalità è anch’essa un garante, e non è intrinsecamente più valida dei sensi, delle emozioni o del maiale viola. Il mentitore viene per così dire sconfitto dal supermentitore.

Una rappresentazione grafica del supermentitore

5. Ma allora va bene tutto?

Fingiamo che vi siate persuasi – per l’appunto – della bontà di quel che è stato finora sostenuto: quali sarebbero le conseguenze? Che non c’è nulla di vero e dunque è possibile credere in qualunque assurdità, dal dio spaghetto al Nazismo? Che si dovrebbe trasformare la vita in una sorta di funerale a loop, in cui si compiange sia le proprie convinzioni che il funerale stesso? Prospettive simili non fanno che rendere allettante un’altra ipotesi, ovvero considerare questo breve testo come un ammasso di sciocchezze. Non è raro che alcune visioni del mondo siano ripudiate perché fanno paura, suonano pericolose rispetto alla morale in voga o risultano semplicemente fastidiose. Un altro motivo per rinnegare l’ipotesi soprastante, forse più nobile dei precedenti, è che questa, seppur non palesemente falsa, pare quantomeno inutile.

Ma una cosa è capire e un’altra è assimilare o addirittura vivere la portata di una credenza. L’attuazione effettiva del relativismo assoluto, infatti, implica la perdita della propria forma, in presenza della quale è congenitamente impossibile abbandonare la totalità delle credenze a essa relativa. Finchè siamo umani, alcune cose, seppur relative, sono quasi obbligate, come la fame, la sete, il sonno e via dicendo. Un punto di vista assoluto, cioè al di fuori delle relazioni, è inapplicabile a qualunque forma finita: anche se la verità è sempre relativa, infatti, lo è rispetto a qualcosa. Si potrebbe dire che ogni certezza presenta delle sfumature congenite: alcune sono valide per una sola persona, altre per decine, centinaia o anche per la totalità degli uomini. Ma non appena la forma dell’uomo cambia, mutano le sue verità. Per fare un esempio, la verità di “gli uomini affogano sott’acqua” è tale finché non appariranno strani mutamenti negli uomini che li portino a sviluppare delle branchie. Al celebre dilemma dell’albero dunque, “se un albero cade in una foresta e nessuno lo sente, fa rumore?”, potremmo rispondere che fa rumore finché ci riferiamo a esso come a un albero che cade.

In termini pratici, questo approdo teorico si declina in un’etica che assume come vere le proprie attuali credenze, ma con la consapevolezza che potrebbero essere errate, o che il loro valore potrebbe variare in base alle forme di riferimento. Un piacevole effetto collaterale è mettersi al riparo dalla sclerotizzazione in una forma e da pericolosi fanatismi: in due parole farsi tolleranti e flessibili. Se la prima dote va (apparentemente) più a beneficio altrui che proprio, la seconda ha come conseguenza la capacità di reagire velocemente agli immancabili errori – perché per correggersi si deve accettare che si può sbagliare. E in un certo senso si sbaglia sempre, a voler dar credito a queste pagine.


Francesco D’Isa  (Firenze, 1980), di formazione filosofo e artista visivo, dopo l’esordio con I. (Nottetempo, 2011), ha pubblicato romanzi come Anna (effequ 2014), Ultimo piano (Imprimatur 2015), La Stanza di Therese (Tunué, 2017) e saggi per Hoepli e Newton Compton. Direttore editoriale dell’Indiscreto, scrive e disegna per varie riviste.
In copertina: Rest. Society in Top Hats, di Kazimir Malevich