È il 29 Gennaio 1973, Weston, nel Massachusetts, Anne Sexton trasforma erotismo e malessere in poesia.


(Questo testo è tratto da Efemeridi. Storie, amori e ossessioni di 27 grandi scrittori”. Ringraziamo l’editore Aguaplano per la gentile concessione)

di Cesare Catà

Addormentatasi quasi subito dopo il violento amplesso di poche ore prima, la poetessa adesso riapre gli occhi e una marea amara le sale dentro il petto. Piove, fuori, in una nebbia grigia che bagna il New England di un’acqua che sembra una maledizione, un controbattesimo sulla fronte del mondo. Lei ha paura, molta paura. Non sa perché. Teme che qualcosa, qualcuno, venga a prenderla per portarla via, per mangiarla o farle del male. Sente che nessuno la ama, che è una nullità. In realtà è un premio Pulitzer che ha venduto quasi ventimila copie dei suoi libri in tutti gli Stati Uniti e in assoluto è la scrittrice più pagata del paese per i suoi reading pubblici. Ma ha ancora terrore di uscire di casa e se non beve gin ogni giorno, nel tardo pomeriggio, abbinandolo alle pasticche, inizia ad avere allucinazioni e un panico che non le permettono nemmeno di pensare.

Chi c’è al suo fianco, quella notte? Per un attimo breve Anne Sexton non ricorda il nome dell’amante di turno. Poi torna improvvisamente lucida, fremente e desidera vedere una luce che la liberi dall’insopportabile stato in cui si sente, cioè come una cometa fiammeggiante sputata senza senso nell’universo senza fine. La poetessa percepisce il bisogno di qualcosa che la rassicuri e che la salvi, il bisogno di correre verso un centro buono del cosmo, verso una dolcezza calda che la culli in un lungo sonno. Mezz’ora prima dell’alba risveglia il suo uomo con un lungo bacio sul collo. Sale su di lui e gli cinge i fianchi con le gambe, lo stringe. Le mani di lui salgono dai fianchi fino al volto, carezzandola, e lei lo bacia, con passione sfrenata.

Quando l’uomo si perde dentro la poetessa, lei sente il corpo di lui investirla come un’onda contro la riva, ancora, e ancora; la poetessa, gioendo, spalanca il suo sorriso e i denti le luccicano come un alfabeto. Per un attimo si sente adorata, al sicuro, amata, risolta in un’estasi unisona, bagnata di dolcissima rugiada. L’ansia si è dissipata. Un nodo mistico lega i due amanti. La loro reciproca fame li ha scaraventati per magia oltre la cortina di dolore che Dio mette attorno alle esistenze umane. Anne Sexton è serena. Scende dal suo uomo, esausta. E poi, un istante dopo, Dio – nella sua malignità – scioglie il nodo che la legava a lui. E lei esplode ancora, cometa disperata.

Inesorabile come l’alba del 29 gennaio che arriva sui tetti grigi di Weston, Massachusetts, la marea dell’ansia le risale nel petto. Sente che sta per accadere qualcosa che ignora, ma di certo qualcosa di tremendo. Tra poco il suo uomo si alzerà per fare la doccia e non lo vedrà forse mai più. Ma questo non le importa molto. Tornerà a casa, avvolta nella sua pelliccia, fragile e sexy, eretica e bellissima. Camminerà svelta, coi suoi tacchi eleganti, per mettersi di corsa di fronte alla macchina da scrivere: il tabernacolo sacro da cui evoca lo spirito di Dio. È una sibilla che conosce formule segrete. Ha imparato quell’arte da pochi anni, a dire il vero. L’arte di scavarsi l’anima con il martello pneumatico. L’arte della poesia.

Quando il Dottor Martin Orne la visita per la prima volta nel ’56, diciassette anni prima, quella che ha davanti è una ragazza dalla bellezza disarmante che lavora come modella, moglie ventottenne di Kayo Sexton, madre di due bambine piccole, disturbatissima, poco colta, raffinata, intelligentissima. È assediata da attacchi d’ansia sempre più forti, insonnia, anoressia, panico. È frequentemente promiscua. Dopo qualche mese dal secondo parto ha tentato il suicidio. «Mi racconti come si sente, La prego»; «Va bene, dottor Orne»; «Ma non ora: torni a casa e provi a scrivere una poesia per raccontarmelo»; «Una poesia?»; «Sì, Mrs Sexton, una poesia». Lo fa davvero. Scopre di poter mettere sulla pagina la marea dell’ansia che ha nel petto. Comincia a scrivere, un sonetto al giorno. Non sono solo testi terapeutici. Il dottor Orne la sprona a continuare. «Partecipi a un corso di scrittura creativa. Vada da Robert Lowell. È un poeta che conosco e stimo». Facile a dirsi, se non fosse che lei, ogniqualvolta esce di casa senza suo marito, viene colta dal panico e deve rientrare. A meno che non stia andando a un appuntamento con un amante.

Prende regolarmente pillole, ansiolitiche per lei quasi come il sesso. E alla fine, aumentando le dosi fino al parossismo, esce di casa. Al laboratorio di Lowell vi sono menti geniali che diventeranno anche le sue più care amiche e confidenti, future scrittrici del calibro di Maxime Cumine e Sylvia Plath. «Occorre anzitutto sapere cosa vogliamo raccontare. Con i nostri versi, dobbiamo raccontare una storia. Quale sarà la vostra?». Anne ascolta la voce di Lowell che fa lezione e pensa che la storia da narrare debba essere quella magica del suo corpo, del desiderio di amore, di percezioni allucinate, di bisogno di vita. Ne uscirà fuori una poesia visionaria che per la prima volta racconta in modo sorprendente e vero, erotico e lirico, la sensualità femminile, a tutti i livelli. La ragazza disturbata si addormenta ubriaca, imbottita di pillole, e si risveglia poetessa di successo.

Le sue raccolte, Love Poems in modo particolare, sconvolgono e ammaliano il New England puritano per poi diffondersi rapide in America. Legge, quanto più può, e scrive, impara. La scrittrice autodidatta riceve due dottorati honoris causa e finisce a insegnare lei stessa teoria della poesia alla Boston University. È la vita, quella che le sbanda, mentre le riesce la poesia. È una lotta incessante con i fantasmi che infine sfocia col divorzio da Kayo. Divorzio cui segue un etilismo sempre più sfrenato, un impasticcarsi sempre più serrato, un sesso sempre più selvaggiamente ricercato.

Anne Sexton parla dove strilla l’ansia e dove il corpo trova la sua anima in un altro corpo che lo sfiora. Perché il contatto d’amore è già miracolo. E lei sembra tradurlo sulla carta – e sulla scena: le sue poesie sono accadimenti verbali, testi da cantarsi a voce alta, inni ieratici come i vaticini delle fate sibille maledette.

Quando sale sul palco, Anne Sexton è irresistibile. Lei che si paralizzava alla sola idea di uscire di casa, lei vinta da attacchi di panico, da crisi d’ansia, è comunicativa nell’essenza quando legge in pubblico. Ogni sua lettura diventa richiestissima e pagata profumatamente. Crea un sodalizio con un gruppo rock che la accompagna e ora, all’inizio degli anni ’70, eccola là, casalinga disperata del New England divenuta star: arriva sul palco brilla, quando il pubblico la aspetta già da un po’; lascia il bicchiere a terra e si lascia ammirare, sinuosa e sensuale nel suo stretto vestito rosso, i tacchi alti, i capelli neri sciolti sulle spalle magre; poi prende a recitare. Finché durerà l’incantesimo del reading, i fantasmi saranno tenuti lontani. Lei sarà serena per il tempo dello show. Perché lì, nella cavalcata dei versi, l’abisso di luce che la invoca scardinandola tace.

Quando scende dal palco ha lo stesso sguardo di quando smonta dal suo uomo dopo l’amplesso. Si sente di nuovo improvvisamente inseguita, vuota, cometa disperata. Allora sarà necessario il gin, serviranno le pillole per creare la pozione incantata che salvi la vita della meravigliosa sibilla del New England.

Maxime Kumine la vide l’ultima volta a pranzo, nell’ottobre del ’74. Anne non smetteva di parlarle della natura ineffabile di Dio e della sua ultima notte di sesso – senza sapere dove finisse un discorso, dove iniziasse l’altro. Poi giunse il tempo dell’ultimo rito, il più tremendo.

Il giorno stesso, vestita solo della sua pelliccia, slip neri di pizzo e tacchi alti, la sibilla scende in garage.

Doveva raggiungere un suo amante, di cui però ha dimenticato indirizzo e nome. Non ha niente da leggere, nessun pubblico per cui cantare versi. Le pillole non sono abbastanza. Oppure sono troppe. Il gin non funziona, sembra acqua. La pozione fallisce. I fantasmi di terrore trovano un varco, succhiano la vita dal cuore della poetessa. Anne Sexton gira le chiavi nel cruscotto. Il motore dell’auto rimane acceso. Lei non parte. La grotta della sibilla, quel garage di Weston, si riempie di monossido di carbonio. La troveranno poche ore dopo, avvolta nella sua pelliccia. Fragile e sexy, eretica e bellissima.   


Il libro:  Ventisette racconti, nati da una rubrica dell’«Huffington Post» e dal format teatrale Magical Afternoon, scrutano nella vita e nel cuore di altrettanti scrittori moderni, in un istante preciso di un giorno qualsiasi delle loro esistenze. Hemingway circondato dai fantasmi delle sue cento donne, Mishima pensieroso sulle rive del mar Ionio, Kafka che disegna mani spezzate nel sanatorio dei monti Tatra, Jane Austen mentre osserva le colline del Surrey dall’interno di una carrozza: autori che diventano personaggi, amori e ossessioni che diventano letteratura nel gioco di specchi fra arte e vita. Incontri apparentemente casuali ma, a ben vedere, determinati da rotte di significati stellari, da sincronicità che mostrano la misteriosa morfologia di un destino.
Copertina di Cindy Sherman