In un periodo che pare così fecondo per le riviste, come si differenzia la produzione accademica del sapere e quella “non ufficiale”?


In copertina: Abdera. Rivista polacca di arte e satira (1911)

Di Tommaso Guariento

Riprendendo un concetto utilizzato da Kant nella Critica della Ragion Pura si potrebbe parlare del rapporto tra editoria digitale e accademia nel senso dell’antinomia, ovvero come una coppia di tesi contradditorie che vertono sullo stesso argomento. Abbiamo individuato sei antinomie nella relazione fra la produzione accademica del sapere ed editoria digitale, che si presentano più che come contraddizioni, in forma di opposizioni.

1. Peer-review vs Hype

Scientific Leaks – un progetto in collaborazione tra L’Indiscreto e Firenze University Press

La prima di queste opposizioni riguarda la dicotomia fra la produzione di contenuti che seguono l’andamento della proliferazione dei beni dell’industria culturale (libri, mostre, film, serie TV, etc.) e un atteggiamento più attento, critico e reticente nei confronti del presente. Individuiamo, seguendo la ricostruzione di Kathleen Fitzpatrick, la peer-review come dispositivo centrale per la strutturazione della diffusione e del controllo della produzione scientifica del XVII secolo (la prima forma di peer-review sarebbe da attribuire alla Royal Society). Tuttavia, l’applicazione concreta dell’attuale sistema di controllo della qualità delle pubblicazioni è molto più tarda, connessa alla selezione degli articoli nelle riviste scientifiche americane a partire dagli anni ’40 del Novecento. L’antinomia fra hype e controllo della scientificità risiede nella diversità degli obiettivi prefissati dalle due modalità di produzione dei contenuti. Se da un lato molte riviste on-line perseguono una direttiva “etico-comunicativa” di debunking delle fake-news e delle teorie del complotto che circolano in rete, dall’altro è possibile affermare, come ha fatto Enrico Pitzianti, che uno dei ruoli principali dell’editoria digitale sia quello di costruire filtri, istituendo una gerarchia dei gusti nella sterminata selva delle opere culturali contemporanee. Lo scopo delle pubblicazioni accademiche è, baconianamente, l’advancement of learning, il miglioramento del complesso del sapere umano. La dicotomia che si instaura fra queste due modalità è la stessa che intercorre fra giudizi di gusto e critica del giudizio estetico. Il problema dell’hype, ovvero di un contenuto che diventa virale e di cui si deve discutere, è che questo emerge in un tempo troppo stretto perché sia possibile costituire un giudizio spassionato sulla sua validità. E ciò apre la via ad una seconda antinomia.

2. Storicismo vs Attualità

Come ha avuto modo di suggerire Roberto Casati, l’introduzione delle nuove tecnologie digitali nelle scuole non dovrebbe seguire direttamente il passo dell’evoluzione tecnologica, ma dovrebbe situarsi leggermente al di qua delle ultime tendenze. Questo perché la lentezza e la ripetitività dell’apprendimento sono due condizioni necessarie al suo corretto sviluppo. In questo senso, bisognerebbe affermare che le produzioni accademiche e le riviste culturali online si muovono su due binari temporali diversi. L’accademia infatti ha bisogno di un “tempo di maturazione” prima di accettare o rifiutare alcune tendenze culturali emergenti (sia in ambito accademico, che extra-accademico). Si tratta, grosso modo, dei consigli che un relatore di tesi raccomanda ad un* dottorand*: non occuparti di argomenti o autori troppo recenti, o troppo citati, ma costruisciti una nicchia, studia passaggi di un autore che non hanno ancora ricevuto il dovuto interesse da parte della critica. È importante sottolineare che il metodo storicista dell’accademia e il suo sospetto verso i trend più recenti è oggi intaccato dall’ingerenza di Google Scholar nell’attribuzione dei criteri di visibilità e reperibilità degli articoli e delle monografie. Nonostante l’opacità del funzionamento degli algoritmi di Google, è possibile individuare una predilezione legata alla preferenza della lingua inglese e alla prevalenza di pubblicazioni più recenti e meglio indicizzate rispetto a testi più datati e scritti in altre lingue.

3. Curriculum vs Visibilità

Uno degli aspetti più spinosi del rapporto fra la pubblicazione universitaria e riviste digitali riguarda la spendibilità accademica degli articoli che vengono scritti per il pubblico non specializzato. Osserva Fitzpatrick che non si tratta semplicemente di apportare un cambiamento nei rapporto tra editori e università, ma di riconsiderare la missione generale dell’educazione superiore all’interno della rivoluzione digitale. In Italia ancora non esiste un portale dedicato alla centralizzazione delle riviste accademiche on-line, com’è il caso del francese Hypotheses. Non esiste, inoltre, se non in forma marginale, una comunità accademica di bloggers, come quella che ha dato vita al movimento filosofico del realismo speculativo. Quello che esiste, invece, è un nutrito gruppo di piattaforme editoriali, i cui legami con l’accademia sono facilmente tracciabili. Si prenda il caso di 404, blog culturale creato nel 2010 da un gruppo di studenti dell’Università di Siena e chiuso nel 2017, perché, come affermano i fondatori: “non siamo più studenti. Siamo precari, chi più chi meno, viviamo sparsi in cinque diverse nazioni e otto città, e le nostre priorità (siano dettate da costrizioni o desideri) si sono differenziate”. Finché il lavoro cognitivo che si materializza nella produzione di documenti rilevanti nel dibattito culturale non sarà riconosciuta giuridicamente dal Ministero dell’Educazione o dalle singole università, l’appeal della pubblicazione online sarà costituito solamente dalla produzione di un capitale simbolico e sociale legato alla visibilità e alla diffusione delle proprie idee.

4. Valore economico vs Valore simbolico

Non è caso se molte delle riviste culturali online che sono nate Italia siano datate 2010/2011: qualche anno prima (2008) era cominciata una lunga e tortuosa discussione del rapporto fra università e lavoro che è maturata in un movimento politico (l’Onda Anomala) che si opponeva alla ristrutturazione neoliberale del sistema educativo (in Italia, la riforma Gelmini, in Europa, il Bologna Process). Nelle pubblicazioni più interessanti di quegli anni (si veda il documento del collettivo Edufactoy) si analizzava il ruolo centrale dell’educazione come estensione del dominio della finanza. In un testo del 2012, Gerald Raunig sosteneva la necessità di autonomizzare il sapere vivo prodotto nelle Università, creando nuove reti di mobilitazione e condivisione della cultura. Tuttavia qualcosa è andato storto, e la precarietà accademica si è accresciuta, assieme alla svalutazione dei titoli scolastici. Quella che Raffaele Ventura chiama “classe disagiata” è allo stesso tempo lettrice e scrittrice della produzione culturale della nuova editoria digitale. Che questa classe sia situata in un non-luogo interstiziale collocato fra inserimento accademico, declassamento ed imprenditoria di sé è confermato dalla nascita di progetti come Jacobin Magazine o N+1, progetti che appunto recuperano da un lato la funzione accademica di diffondere conoscenza e cultura, e dall’altro sono situati all’esterno del circuito giuridico ed economico delle università. Volendo leggere questo fenomeno con le lenti della sociologia bourdieusiana, potremmo dire che tra accademia ed editoria digitale si instaura un conflitto a livello di capitale economico e simbolico. Mentre l’accademia, costretta dai tagli economici a restringere e inasprire le sue procedure di selezione rappresenta comunque una promessa futura di autonomia economica e sanzione di una credibilità discorsiva, l’universo delle pubblicazioni digitali è piuttosto fondato sulla precarietà e scarsità dei guadagni, che sono perlopiù costituiti dall’aumento della visibilità (capitale simbolico) e delle reti di collaborazione (capitale sociale). Tuttavia, sia l’università che l’editoria digitale (e più in generale il lavoro cognitivo) sono caratterizzati da quella che Federico Chicchi, Emanuele Leonardi e Stefano Lucarelli chiamano logica dell’imprinting, ovvero da quel particolare tipo di rapporto lavorativo basato sulla promessa di guadagno futuro che si instaura dopo l’esplosione della forma salario.

5. Neutralità vs Politicizzazione

La recente controversia insorta a seguito della pubblicazione sulla rivista femminista Hypatia (aprile 2017) di un articolo che difendeva la causa del trans-racialism (ovvero il riconoscimento del cambiamento di “razza”, in modo simile a quanto avviene con il genere), è un caso paradigmatico del rapporto conflittuale che l’accademia intrattiene con l’ambito più vasto della discussione politica online. Poco dopo la pubblicazione dell’articolo l’autrice è stata oggetto di numerose critiche (sia per la tematica in sé, sia per l’utilizzo di un vocabolario inappropriato in riferimento alle persone transessuali), ed è stata richiesta l’eliminazione dell’articolo. L’aspetto interessante è che la caporedattrice della rivista si è difesa affermando che un tale livello di discussione attorno a un articolo pubblicato su una rivista accademica non è accettabile: non si tratta, infatti, di un blog o di una discussione aperta. Una situazione simile si è verificata in due casi altrettanto famosi di fallimento del sistema peer-review e politicizzazione del discorso scientifico. Uno è il cosiddetto Sokal hoax (1996) nel quale un professore di fisica della NY University era riuscito a far pubblicare un testo nonsense in una famosa rivista di Cultural Studies. L’altro è un esperimento condotto da Science per verificare l’accuratezza della selezione delle riviste scientifiche open-acces. Il primo caso ha condotto a quelle che Bruno Latour ha chiamato “science wars”, ovvero ad una disputa culturale e disciplinare fra intellettuali post-moderni francesi e scienziati razionalisti. Il secondo caso, invece, ha voluto dimostrare che un numero molto ampio di riviste scientifiche open-acces non forniscono alcun tipo di controllo sul materiale che viene pubblicato. Situazioni come queste attestano la complessità dei rapporti fra produzione accademica, dibattito pubblico e criteri di scientificità. Una questione apparentemente iper-specifica come la datazione di una nuova era geologica (l’antropocene) si è trasformata in una discussione filosofica, antropologica e politica intorno al ruolo della specie homo sapiens nell’alterazione dell’ecologia terrestre. L’effetto di questi dibattiti sull’opinione pubblica può portare a uno scetticismo generalizzato, evidenziato dalla diffusione dell’espressione post-verità. Credo invece che la politicizzazione del discorso accademico (in generale) e scientifico (in particolare) sia, entro certi limiti, un sintomo salutare, quand’è connessa all’esercizio del pensiero critico. I filtri all’informazione che venivano evocati in precedenza servono proprio a questo: a mettere in chiaro che su alcune controversie (politiche, ideologiche, scientifiche) esistono delle fonti attendibili che possono essere consultate (il discorso accademico), ma non bisogna considerarle come un insieme di verità espresse in modo dogmatico. Il ruolo delle riviste digitali, in questi casi, dovrebbe essere quello di avvalersi dell’aiuto di specialist* dei settori in grado esprimere loro posizioni in una forma sintetica, chiara ed accessibile.

6. Realtà vs Aspirazioni

Per concludere: nonostante le antinomie fra pubblicazione accademica ed editoria digitale che abbiamo individuato, riteniamo che sia possibile (e auspicabile) un dialogo fra queste diverse modalità di produzione e diffusione della conoscenza. Una delle proposte possibili è quella avanzata da Fitzpatrick: una rinnovata centralità delle funzioni editoriali da parte delle università. E noi aggiungiamo: è necessaria anche una maggiore chiarezza economica e giuridica nella definizione dei rapporti fra le due parti. Questioni come quella della valutazione curriculare degli articoli pubblicati nelle riviste online, la retribuzione delle ore di lavoro spese nella ricerca e nella documentazione, la necessità di una vigilanza epistemica e politica nel trattare controversie sono nodi centrali che dovranno essere sviluppati in futuro per realizzare un dialogo proficuo. Sottolineiamo infine che le riviste culturali sono situate nel punto di giuntura fra la proliferazione delle opinioni e dei luoghi comuni e la cristallizzazione del sapere scientifico. Michel Foucault aveva parlato della sostituzione dell’intellettuale universale con l’intellettuale specifico, che si occupa di controversie, diatribe, lotte politiche senza manifestare un punto di vista sub specie aeternitatis, ma calandosi nella concretezza dei rapporti sociali. Il problema è che questo ruolo, tutt’ora molto importante, è difficilmente assegnabile alla iper-specializzazione di alcune forme del sapere accademico, e il suo posto vacante è in parte ricoperto da forme ibride, quali appunto le riviste culturali, o ancora da progetti d’innovazione dell’educazione, come la Scuola Open Source di Bari. La questione più delicata, a questo punto, è quella della sostenibilità economica di tali progetti: com’è possibile convertire il capitale simbolico e relazionale che si accumula nella produzione di contenuti online in una forma di reddito, o nella spendibilità curriculare a livello accademico? La qualità e la realizzabilità di un accordo tra accademia ed editoria digitale dipendono direttamente dalle risposte che saremo in grado di dare a queste complesse richieste.


Tommaso Guariento è nato a Padova (1985). Ha conseguito un dottorato in Studi Culturali all’Università di Palermo. Vive fra Padova e Parigi. Scrive per Effimera, Prismo ed Il Lavoro culturale. Si interessa di immagini, antropologia e filosofia politica.