In un mondo pieno di falsi, è bene cercare di capirci qualcosa. Una breve storia del falso letterario, di Erik Boni.


di Erik Boni

Introduzione

Qualche tempo fa – il 18 settembre 2017 – il giornalista Emiliano Fittipaldi ha pubblicato sul quotidiano La Repubblica un documento di presunta provenienza vaticana con rivelazioni sconvolgenti sul caso della sparizione di Emanuela Orlandi. Le carte pubblicate contengono una “sintesi delle prestazioni economiche resosi (sic) necessarie a sostenere le attività svolte a seguito dell’allontanamento domiciliare e delle fasi successive allo stesso della cittadina Emanuela Orlandi”. Se fossero autentiche, cioè, indicherebbero un coinvolgimento del Vaticano nella vicenda della sparizione. Il problema è che – come lo stesso giornalista ammette – non vi è nessuna prova che quelle carte, dei semplici fogli scritti tramite un computer o telescrivente e nemmeno protocollati, siano davvero quello che sembrano essere e non siano invece stati scritti da un mitomane qualsiasi.

Fittipaldi ha provato a giustificarne la pubblicazione sostenendo che anche nel caso il documento non fosse autentico avrebbe comunque una valenza giornalistica, in quanto testimonierebbero l’esistenza di uno scontro di potere ai vertici del Vaticano. La domanda interessante diventerebbe cioè “chi ha fabbricato questo falso, e a quale scopo, e perché è stato consegnato a Fittipaldi?”. Parlandone in generale c’è qualcosa di fondato in questa posizione: un documento falso può avere un interesse storico superiore a un documento autentico, ma è dubbio che a fornire questa giustificazione possa essere uno degli stessi artefici del falso, o comunque un elemento essenziale della sua tradizione, come in questo caso il giornalista che ne decide la pubblicazione in vista dell’uscita imminente di un suo libro dedicato alla vicenda.

Parlando di falsi interessanti, molti anni prima (nel 1517) Lorenzo Valla nel discorso De falso credita et ementita Constantini donationi declamatio dimostrava la falsità del documento, datato 30 marzo 315, su cui la Chiesa aveva fondato per secoli la legittimazione del proprio potere temporale, ovvero la Donazione di Costantino, un editto dell’imperatore nel quale Costantino cedeva il primato del potere temporale al papa Silvestro I e ai suoi successori. Valla, non avendo a disposizione il documento originale che ci è pervenuto solo in copia nelle Decretali dello Pseudo-Isidoro (una collezione di falsi documenti ecclesiastici risalente al IX secolo) basava la sua analisi soprattutto sulle incongruenze linguistiche: il documento era scritto in un latino del IX secolo e non poteva essere stato redatto nel IV secolo.


Al termine “vero”, in realtà, viene preferito in diplomatica il termine “autentico” proprio per evitare confusioni, mentre non si sono fatti grandi sforzi per evitare gli usi ambigui del termine opposto – “falso” – che qui significherà allora “inautentico”, “contraffatto”.


Sebbene la critica dei documenti al fine di stabilirne l’autenticità abbia quindi una storia piuttosto lunga (e si potrebbero citare esempi anche anteriori a quello di Lorenzo Valla) per avere una vera e propria disciplina settoriale occorre attendere il 1681 quando il benedettino Jean Mabillon pubblica il primo volume della sua opera De re diplomatica libri sex. In essa Mabillon rispondeva polemicamente al gesuita Daniel Papebroch il quale – in un eccesso di furore iconoclasta – aveva precedentemente denunciato come falsi gran parte dei documenti sui quali si fondavano i diritti dell’abbazia di Saint Denis. Ma così facendo Mabillon arrivava a formulare le basi per una nuova scienza, basata su una ricognizione rigorosa delle caratteristiche formali, intrinseche (cioè riguardanti il contenuto) ed estrinseche (supporto della scrittura, presenza di sigilli, eccetera), del documento.

Questa scienza, che si occupa di discernere il vero e il falso, ha il nome di “diplomatica”, laddove i diplomi sono appunto documenti che certificano o dispongono l’esistenza di un fatto giuridico (la concessione di un privilegio da parte di un sovrano, la vendita di una terra, la risoluzione di una lite). Documenti talvolta emanati da un’autorità, talvolta redatti con l’aiuto di una figura di garante come il notaio, talvolta semplicemente autocertificati, ma che presentano sempre determinate forme di validazione (firme, timbri, sigilli, ecc.). Ma cosa significano le parole per “vero” e per “falso” in questo contesto?

Al termine “vero”, in realtà, viene preferito in diplomatica il termine “autentico” proprio per evitare confusioni, mentre non si sono fatti grandi sforzi per evitare gli usi ambigui del termine opposto – “falso” – che qui significherà allora “inautentico”, “contraffatto”.


Qui vorremmo occuparci della questione, molto più scivolosa a causa dell’estrema varietà e plasticità delle forme, dell’autenticità dei testi di natura letteraria in senso ampio, ovvero non solo narrativa (o magari poesie), ma anche e soprattutto testi scientifici, saggi filosofici, memorie. Questo nella convinzione che la differenza fra vero e falso (autentico e inautentico) abbia importanza in letteratura come ne ha in ambito documentario.


Si tratta di un uso abbastanza diverso da quello che siamo abituati a usare in riferimento alle notizie false che vediamo spesso pubblicate su Facebook e che denunciamo come “bufale”. Normalmente siamo infatti interessati al contenuto della notizia, vogliamo sapere se quanto viene riferito è realmente accaduto oppure no, e usiamo la fonte al più come prova indiziaria riguardo all’attendibilità. Nel senso che ci interessa adesso però è il documento stesso che può essere autentico oppure falso, indipendentemente da quanto vi è scritto.

Chiameremo “autentico”, quindi, quel documento che è proprio quel che vuol sembrare: nel caso dei documenti su Emanuela Orlandi questi sarebbero autentici se fossero davvero stati scritti da un impiegato del Vaticano nell’ambito del suo lavoro, all’epoca nel quale il documento è datato, per gli scopi dichiarati dal documento. Nel caso della donazione di Costantino, il testo che ci è stato tramandato sarebbe una copia di un originale autentico perduto se quell’originale fosse davvero stato prodotto dalla cancelleria dell’imperatore Costantino.

Notare che l’autenticità, come si diceva, non ha nulla a che fare con la veridicità: il Vaticano potrebbe davvero essere coinvolto nella sparizione di Emanuela Orlandi anche se il documento fosse falso, e viceversa il fatto che il documento sia autentico non garantisce della veridicità del contenuto, sebbene nel caso in esame sarebbe da considerare piuttosto compromettente. L’autenticità non è nemmeno garanzia di valore legale: per molti commentatori medievali, che non mettevano in dubbio che la donazione di Costantino fosse un documento autentico, si trattava comunque di un atto giuridico nullo, non valido (l’imperatore non avrebbe avuto il diritto di compiere un atto che andava contro il proprio ufficio).

La scienza diplomatica si occupa però soltanto di quei documenti che hanno natura o rilevanza giuridica. È una definizione piuttosto larga (in fondo tutto o quasi può avere rilevanza giuridica), che cerca di catturare una divisione nel campo della scrittura tanto importante quanto difficile da precisare, quella fra ambito documentario e ambito librario. Ora, il pregio della scrittura documentaria dal punto di vista di un diplomatista consiste proprio nella necessaria rigidità delle sue forme: non è permesso, al notaio che scrive un rogito, essere creativo, ma se vogliamo che la transazione sia valida il documento deve avere determinate caratteristiche.

Qui vorremmo occuparci della questione, molto più scivolosa a causa dell’estrema varietà e plasticità delle forme, dell’autenticità dei testi di natura letteraria in senso ampio, ovvero non solo narrativa (o magari poesie), ma anche e soprattutto testi scientifici, saggi filosofici, memorie. Questo nella convinzione che la differenza fra vero e falso (autentico e inautentico) abbia importanza in letteratura come ne ha in ambito documentario.

Checché ne pensi Fittipaldi è importante sapere se il documento che parla di Emanuela Orlandi è autentico oppure no (tanto importante da essere decisivo nella scelta se pubblicarlo), ma è importante anche sapere se un’opera letteraria presenta caratteristiche di autenticità oppure è un inganno. Ribadendo che non si tratta di una questione di veridicità o valore letterario intrinseco: noi crediamo che una frode, anche fatta a fin di bene, erode i confini tra verità e menzogna e rende il mondo peggiore da un punto di vista morale.

 

Per una diplomatica del testo letterario

Il senso più ovvio per il quale un libro può essere detto “falso” è quello in cui l’autore non è chi dice di essere: proprio come un quadro che reca la firma di Picasso sarà un falso quando non è stato dipinto da Picasso, un libro che reca in copertina il nome (o anche lo pseudonimo) di un certo autore dev’essere stato scritto da quell’autore per essere considerato autentico. Ci sono comunque delle zone d’ombra, come nel caso dei cosiddetti ghostwriters: alcuni dei romanzi gialli di Ellery Queen non sono opera di Frederick Dannay e Manfred B. Lee, i due autori che scrivevano sotto pseudonimo la maggior parte delle avventure di Ellery Queen, ma da altri scrittori (alcuni abbastanza noti) che lavoravano con l’autorizzazione e la supervisione dei due autori. “Ellery Queen” più che uno pseudonimo si era trasformato in una sorta di marchio, quindi un “Ellery Queen” autentico sarà solo quello che ha ricevuto il diritto di fregiarsi di quel nome. Nel momento di maggior successo della saga di Harry Potter in Cina venivano venduti dei “falsi Harry Potter”, libri ambientati nell’universo della saga che però non erano autorizzati da J.K. Rowling. Non sono invece dei falsi le varie opere di fan fiction, autorizzate o meno, in quanto scritti esplicitamente apocrifi che non fingono di essere altro.


Anche senza essere religiosi, e quindi senza credere che la Bibbia e i Vangeli siano stati ispirati da Dio, sembrerebbe improprio considerarli dei “falsi”.


Un problema in questo criterio, apparentemente semplice, è che rischiamo di sovrapporre a molte opere una nozione di autorialità che in realtà è del tutto estranea al loro orizzonte culturale. Anche senza essere religiosi, e quindi senza credere che la Bibbia e i Vangeli siano stati ispirati da Dio, sembrerebbe improprio considerarli dei “falsi”. I testi sacri potrebbero essere considerati categoria a parte, in quanto materiale particolarmente sensibile, ma il problema può essere riproposto per l’Iliade e l’Odissea di Omero, personaggio appartenente più alla mitologia che alla storia. Si tratta di una questione un po’ più complessa di quella di un autore che scrive sotto pseudonimo, proprio perché è dubbio che i testi omerici siano stati scritti da un autore qualsiasi, nel senso moderno del termine.

Una guida per orientarsi può essere costituita dalla ricezione dell’opera: che dire del Corpus Hermeticum di Ermete Trismegisto? Si tratta di un altro autore inesistente, mitologico, ma ben più di Omero scambiato e venerato per un vero autore. Il codice più antico del Corpus che conosciamo risale all’undicesimo secolo, ma si ritiene che i testi che lo compongono siano stati redatti in età ellenistica, nel periodo fra I e III secolo a. C.. Il fatto è che dal momento in cui conoscono una diffusione in Europa (grazie alla traduzione di Marsilio Ficino), questi testi di varia provenienza vengono tutti attribuiti a un’unica persona vissuta in epoca molto più remota, al tempo degli antichi egizi (appunto Ermete, “tre volte grande”), e le cui conoscenze avrebbero poi ispirato i filosofi greci come Pitagora e Platone.

L’errore venne dimostrato da Isaac Casaubon nel 1614. Ma può un errore di attribuzione creare un falso? Noi pensiamo di sì se, compiendo un salto temporale fino ai nostri giorni e scorrendo le nostre bacheche Facebook, consideriamo false le innumerevoli citazioni di “pensierini” da scuola elementare attribuiti ad Einstein, o le poesie adolescenziali attribuite a Borges e Neruda. Potrebbe non esserci una vera e propria intenzione ingannatrice dietro la creazione di simili contenuti, ma esiste una ragione non innocente dietro le false attribuzioni: il rivestire quei pensieri di un’autorità che non hanno. Si ha un bel dire “non importa chi l’ha scritto, è comunque vero”: un trattato di cosmologia attribuito a un misterioso sapiente dell’antico Egitto che anticipa i contenuti dei maggiori filosofi greci ha un valore diverso dallo scritto di un ignoto autore di età ellenistica (che quei contenuti li avrebbe copiati). Una poesia di Borges, bella o brutta che sia, ha un valore diverso della pagina di un diario scolastico di Fragolina_96.


Ma cosa succede quando l’autore falsifica la propria biografia e si inventa una nuova identità, e come si riflette questo tipo di falsificazione sull’opera? Ci sono delle gradazioni diverse anche qui: un conto è scrivere sotto pseudonimo, un conto è quel che è successo con J.T. Leroy, l’autore di Ingannevole è il cuore più di ogni cosa.


Per un esempio di vera e propria frode, cioè di falso librario senza troppe ombre, basta pensare ai diari di Hitler che vennero pubblicati sulla rivista tedesca Stern nel 1983. Si trattava di ben 60 quaderni manoscritti che ricalcavano la calligrafia di Hitler, opera di un falsario chiamato Konrad Kujau che li vendette alla rivista per nove milioni di marchi. Qui l’unico elemento degno di approfondimento sarebbe la ricostruzione di come un falso a quanto pare abbastanza grossolano e con errori evidenti possa essere stato ritenuto autentico anche sulla base del parere di storici autorevoli, come Hugh Trevor-Roper. Si tratta indubbiamente di un esempio di wishful thinking: i diari in fondo realizzavano il sogno segreto di qualsiasi storico del nazismo, nonostante i contenuti non avessero niente di clamoroso, spesso ricalcando le dichiarazioni ufficiali di Hitler con l’aggiunta di note personali.

Ma cosa succede quando l’autore falsifica la propria biografia e si inventa una nuova identità, e come si riflette questo tipo di falsificazione sull’opera? Ci sono delle gradazioni diverse anche qui: un conto è scrivere sotto pseudonimo, un conto è quel che è successo con J.T. Leroy, l’autore di Ingannevole è il cuore più di ogni cosa. Presentatosi sulla scena letteraria come un ragazzo problematico dall’adolescenza piena di traumi e violenze, e che avrebbe cominciato a scrivere delle proprie esperienze grazie all’incontro con uno psicoterapeuta, lo scrittore J.T. Leroy si è rivelato essere dopo qualche anno la scrittrice quarantenne Laura Albert. Si tratta di un caso in cui la falsa identità dell’autore ha modificato la percezione dell’opera e ne ha decretato il successo: i lettori erano interessati al personaggio di J.T. Leroy – che fece anche alcune apparizioni pubbliche, ovviamente impersonato da un attore – quanto e forse più che alla sua opera. Così è difficile liquidare la vicenda solo come una licenza narrativa che l’autore si è preso, e i libri di J.T. Leroy possono essere considerati dei falsi.

Che dire di un saggista che si rende autorevole inventandosi credenziali accademiche e titoli che non ha? Potrebbe essere questo il caso dello psicanalista Bruno Bettelheim, che secondo i detrattori una svolta sbarcato negli Stati Uniti, in fuga dall’Austria, esagerò un tantino il suo curriculum viennese per fare buona impressione sui professori di Chicago, riuscendo a farsi affidare la direzione di un istituto per bambini problematici. Bettelheim continuò peraltro a usare il suo fascino affabulatorio nei suoi libri di psicologia, la cui ricezione era sempre condizionata dall’aura del personaggio che li scriveva. Così il celebre (e infame) saggio sull’autismo infantile La fortezza vuota deve parte della sua autorevolezza ai successi che Bettelheim vantava presso la sua scuola, successi a quanto pare molto esagerati (molti dei ragazzi che Bettelheim aveva in cura non erano nemmeno autistici). In realtà non crediamo che i libri di Bettelheim, come il tanto lodato manuale di puericultura Un genitore quasi perfetto, possano essere considerati falsi a tutti gli effetti, ma il lettore si sentirà certamente tradito nel venire a sapere che l’autore era uno che i bambini li abusava.

Non sembra insomma che possa esserci una netta soluzione di continuità fra l’autore che scrive sotto pseudonimo, l’autore che inventa dettagli della propria biografia, e il falso autore. Ma in tempi più recenti proprio la nozione di autorialità è stata intenzionalmente rimessa in discussione da certi collettivi di autori che hanno usato firme non proprietarie, a disposizione di chiunque. Che il tentativo non sia perfettamente riuscito lo si vede non tanto dal fatto che Q di Luther Blissett è evidentemente un romanzo d’autore benché anonimo (ma oggi sappiamo benissimo chi lo ha scritto), bensì da quelle situazioni paradossali in cui alcuni anonimi membri del collettivo Anonymous denunciano alcune dichiarazioni firmate “Anonymous” come false, come non provenienti da veri membri del collettivo. Dimostrazione che forse nozioni borghesi come autenticità e paternità dell’opera hanno tutto sommato la loro importanza.

Ron Muek “In Bed” una preview dell’esibizione al Museum of Contemporary Art (MARCO)

Ma non è solo l’autore che può essere falso, in un libro: una casistica più ambigua è costituita da quei romanzi che fingono di essere qualcos’altro; essendo proprio l’invenzione di storie l’essenza della narrativa il discrimine per stabilire se ci troviamo di fronte a un falso oppure no consisterà nel determinare se la finzione si colloca all’interno o all’esterno della cornice narrativa. Per chiarire con un esempio, il primo romanzo di Stephen King, Carrie, alterna la narrazione vera e propria a finti estratti da articoli di giornale, atti processuali, testimonianze, testi scientifici. È un espediente narrativo che ottiene l’effetto di dare maggiore verosimiglianza alla storia, ma che non vuole davvero ingannare nessuno. Così I promessi sposi non sono un falso, nonostante non esista nessun manoscritto da cui Alessandro Manzoni ha tratto le vicende del romanzo come dichiara in apertura, perché lo stesso manoscritto deve essere considerato una finzione romanzesca (espediente che ritroviamo in molti autori, come Cervantes o Walter Scott). Mentre tutti sanno che Renzo e Lucia non sono mai esistiti realmente, nel caso del romanzo storico La chimera di Sebastiano Vassalli occorre un po’ di attenzione e di ricerca per capire che, al contrario di quanto dichiarato dall’autore, il personaggio protagonista è inventato da lui, ma questo ancora non rende il romanzo un falso.


Un’ulteriore curiosità è costituita da quelle opere che nascono come pura invenzione ma poi diventano veri libri. Veri nel senso di realmente esistenti, eppure falsi, in quanto appunto si proclamano per degli autentici che in realtà esistono solo nell’immaginazione di qualcuno. Sembra complicato, ma basta fare l’esempio del Necronomicon per comprendere di che si tratta.


Molto meno controversi sono i libri di pura narrativa che hanno il difetto di spacciarsi per memorie di fatti realmente avvenuti, o addirittura come testimonianze in prima persona di eventi storici che interessano il pubblico in maniera particolare. Naturalmente J.T. Leroy in quanto falsa autobiografia può essere fatto rientrare in questa casistica, ma più interessanti sono le false memorie dell’Olocausto, purtroppo un argomento che pare avere una certa attrattiva sui mistificatori. Trattandosi comunque di letteratura, di libri destinati a un consumo anche estetico e commerciale, bisogna stare attenti a non confondere l’abbellimento o la perdonabile licenza letteraria (e che possiamo ritrovare pressoché in tutti gli autori anche più celebrati) dalla frode vera e propria, ma da un sedicente sopravvissuto a un campo di sterminio nazista pretendiamo che almeno ci sia stato, in un campo di sterminio. Come non è il caso di Benjamin Wilkomirski, autore del libro Frammenti che, pubblicato nel 1995 e molto apprezzato da pubblico e critica, è stato poi svelato come del tutto fittizio. O ancora quello di Misha Defonseca, autrice nel 1997 del falso olocaustico Sopravvivere coi lupi.

“Two Women” di Ron Mueck al Brooklyn Museum

Un’ulteriore curiosità è costituita da quelle opere che nascono come pura invenzione ma poi diventano veri libri. Veri nel senso di realmente esistenti, eppure falsi, in quanto appunto si proclamano per degli autentici che in realtà esistono solo nell’immaginazione di qualcuno. Sembra complicato, ma basta fare l’esempio del Necronomicon per comprendere di che si tratta. Continuamente citata nel corpus dei racconti di Howard Phillips Lovecraft, quest’opera maledetta scritta dall’“arabo pazzo” Abdul Alhazred, è naturalmente frutto della fantasia di Lovecraft. Lui stesso si sentì in dovere di chiarire, a un certo punto, che il libro era una sua invenzione ma questo non impedì a certi lettori dall’immaginazione troppo fervida di crederci comunque, anche mettendo in dubbio la parola dello stesso Lovecraft. Fatto sta che ne circolano delle edizioni (in Italia il Necronomicon è pubblicato da Fanucci) e che non sempre gli acquirenti sono consapevoli della sua natura fra il ludico e il truffaldino. Per fare un confronto con un altro esempio “innocente”, nessuno legge il Manuale delle Giovani Marmotte credendo che si tratti del vero manuale citato nei fumetti di Paperino.

Poi c’è il caso degli hoax, degli “scherzi accademici”, il più famoso dei quali è il saggio di Alan Sokal Transgressing the Boundaries: Toward a Transformative Hermeneutics of Quantum Gravity. Si tratta di “falsi” a tempo, destinati a scoppiare a breve, ovvero giusto il tempo di far cadere le vittime predestinate nello scherzo, per poi rivelarlo pubblicamente. Nel caso dell’articolo di Sokal, si trattava di una parodia non presentata come tale del linguaggio e degli argomenti delle correnti postmoderniste, avente per oggetto una delirante interpretazione della fisica quantistica. Riuscendo a farsi pubblicare l’articolo da una prestigiosa rivista di studi letterari Sokal volle dimostrare che queste correnti erano ormai in balia di una mancanza di rigore scientifico che le portava ad accettare come sensato qualsiasi argomento che fosse espresso in un gergo simile a quello usato da loro e sufficientemente fumoso.

Alla categoria dello scherzo, piuttosto che a quella più trasparente della satira dovremmo far rientrare anche le opere del filosofo Jean-Baptiste Botul, autore de La vita sessuale di Immanuel Kant (1999), conferenza immaginaria tenuta dall’altrettanto immaginario autore (in realtà l’autore satirico Frédéric Pagès) in una “comunità kantiana” del Paraguay nel 1946. Il problema con quest’opera è proprio che, nonostante il contenuto non esattamente canonico, è stata citata come autentica in varie altre pubblicazioni che a loro volta hanno contribuito a perpetuare l’errore (la più autorevole vittima dello scherzo è stata Bernard-Henry Lévy).

Questa rapida introduzione alla fenomenologia del falso è servita almeno a illustrare l’ampiezza del fenomeno, che si manifesta sotto molteplici aspetti e non sempre decidibili con criteri formalistici. Il documento diplomatico nasce – ed esiste per questo – con una fortissima pretesa di oggettività e aderenza al fatto documentato, tanto da poter essere prodotto in tribunale come prova, e proprio per questo nel suo orizzonte sono già compresi i suoi stessi criteri di falsificazione. La scrittura letteraria al contrario trova spesso le sue motivazioni sotto l’insegna dell’invenzione, della fuga dalla realtà, e anche quando pretende di raccontare il reale si distingue dal documento proprio per il manifesto contributo creativo dell’autore, un po’ come l’esecuzione di una pittura a olio tende a distinguersi dalla fotografia scattata da una videocamera di sorveglianza.

Tuttavia, nonostante questo maggior disimpegno e la difficoltà della decisione, esiste una questione di autenticità dell’opera letteraria. Seppure possa non esserci una soluzione di continuità fra l’affabulazione letteraria e la mistificazione fraudolenta – e alcuni casi possono ricadere in una via di mezzo tra le due cose – vi sono casi estremi in cui la differenza è evidente, e la questione della verità ha importanza in primis per il lettore dell’opera, nel senso che ne condiziona in maniera molto forte l’interpretazione e la valutazione.

Questo dovrebbe comunque apparire ancora meglio nella seconda parte di questo articolo, che sarà dedicata ad un’analisi più dettagliata di alcuni esempi particolarmente interessanti di “falso” letterario, partendo dal XIV secolo per arrivare agli anni Ottanta del secolo scorso: alcuni famosissimi, altri un po’ meno noti, alcuni riconoscibilissimi e altri di natura più ambigua.


Erik Boni, nato nel 1972, laureato in filosofia, studioso di archivistica, impiegato presso una prestigiosa biblioteca italiana, ha una passione per le idee libertarie che di solito cerca di comunicare tramite un blog L’albero di maggio.
Copertina: “Standing Woman” di Ron Mueck al Towada Art Center di Towada