All’ombra delle palme del Melià Cayo Guillermo l’eterna lotta tra vita e cartolina


di Federico Di Vita

Se molti dicono che per i resort a Cuba è impossibile garantire standard da cinque stelle sarà anche vero. Ma c’è un’altra cosa che forse avrei dovuto valutare prima di questa, e risponde alla domanda: che ci facciamo qui? Io e mia moglie non siamo tipi da villaggio turistico e se abbiamo deciso di passare cinque giorni delle vacanze di Natale in un posto così è perché volendo visitare i cayo, le “isole nella corrente” dei romanzi di Hemingway, altro modo non c’è. Sui cayo ci sono i resort, e per arrivarci a ben vedere bisogna perfino andarsene da Cuba, non per modo di dire: quando si imbocca il terrapieno che dagli anni ’90 collega le isole alla terraferma si passa un posto di blocco in cui occorre farsi riconoscere, con i passaporti. I cayo sono interdetti ai cubani, tranne a quelli che tutti i giorni vi accedono per lavoro, e malgrado lo slogan stampato sugli enormi cartelloni che ci accompagnano via via che ci avviciniamo alla meta reciti Autentica Cuba, quello che è sempre più chiaro è che quanto più ci lasciamo alle spalle il posto di blocco all’ingresso de Los Jardines del Rey – il nome preferito sui depliant al vecchio Bahia de Perros – tanto più Cuba sembra allontanarsi.

Appena arrivati la receptionist ci accoglie con un sorriso freddo, nell’androne c’è una copia della scena in cui Dio nella cappella Sistina dona la vita ad Adamo toccandogli un dito. Chiedo se posso fare una domanda. La donna annuendo seguita a indicare una mappa e procede con la spiegazione, qui c’è la piscina, qui il teatro, qui el ranchon, dove potete andare a mangiare mentre vi preparano la stanza, stasera sarete ospiti del Melià presso il ristorante internazionale, che invece è qui – continua indicando un punto sulla mappa. Abbiamo sete, provo a chiederle delle bottiglie d’acqua, replica distendendo le labbra senza smettere di parlare. In fondo, fuori dal colonnato che cinge il giardino sulla parte interna della hall, tra una selva di palme inclinate dalla brezza, si vede la striscia turchese del mare.

Il Melià Cayo Guillermo, pur pagando qualche dazio al passare dei decenni, è un posto ben tenuto, le costruzioni a due piani in finto stile coloniale dai colori pastello – pacchiano omaggio all’architettura cubana – hanno il pregio di non deturpare il paesaggio di quelle che dovrebbero essere isole vergini. Ci avviciniamo al ranchon, il capannone sulla spiaggia dove servono il pranzo a buffet. All’ingresso ci saluta una vistosa statua di Ernest Hemingway, il ristorante si chiama El viejo y el mar, il cayo era quello preferito dallo scrittore per le battute di pesca d’altura. Aggirandoci tra i tavoli ci accorgiamo che l’acqua è servita solo nelle brocche. Chiediamo se sia possibile averla in bottiglia, pare di no. Beviamo birra. Scendiamo le scale, prima della spiaggia vera e propria c’è un bar, tra il chiosco e la pista da ballo Ilaria è attratta da un omino che frigge churros su un carretto, la musica suonata da un gruppo alle sue spalle è così alta che la comunicazione con questo addetto distante meno di mezzo metro risulta impossibile. A Cuba la musica è una benedizione, anche perché non è quasi mai amplificata. L’olio in cui vengono fritti i churros è nero. Il volume ci spinge a fuggire lungo la battigia, anche se le nostre valige sono all’ingresso e noi indossiamo ancora le scarpe. Tornando vaghiamo per il resort in attesa dell’assegnazione della stanza, scopriamo un putto la cui freccia rossa trafigge un cuore in cartongesso pochi metri più avanti. Al centro di un’aiuola ci sono un paio di colonne ioniche, e su una roccia in mezzo a uno stagno un’aquila di plastica che improvvisamente ruota il collo. Ora salta nella pozza e dispiega le ali. Puoi darle del cibo, mi dice un uomo seduto nella capannina in cui si prendono i teli da mare.

(c) Ilaria Giannini 2017

Alla reception ci informano che la stanza è pronta. Chiediamo ancora dell’acqua, è possibile trovarla in bottiglia? No. Non è una nostra fissazione, l’acqua del rubinetto a Cuba non è “del tutto potabile”, per usare le parole della Lonely Planet: fino a che eravamo sull’isola siamo riusciti a evitare un’intossicazione alimentare, il cui spettro sembra materializzarsi ora che siamo in un cinque stelle – a meno di non bere solo birra per i prossimi cinque giorni. L’acqua in bottiglia nel resort non c’è, ci ammicca ora la receptionist sciogliendosi in un sorriso mefistofelico, ma dovreste trovarne una nel frigo bar di camera vostra. L’espressione artificiale della donna, mista al dedalo di regole e divieti da cui pare trarre linfa l’intero organismo della struttura, mi fanno vedere improvvisamente il Melià come una gigantesca nave da crociera incagliata a riva, una nave i cui astrusi meccanismi voglio scoprire, mentre invece credo di aver ormai indovinato quella che è la missione di fondo di questo luogo: anestetizzare Cuba fino a farla sparire, sublimarla in una pretesa versione asettica, normalizzata, perfetto diorama in cui perfino l’ultimo degli inservienti non si sognerebbe di sollecitare una mancia, sinistro presepio dove i cocktail – gli squisiti cocktail alla frutta di Cuba – sono ricavati da sciroppi e in cui perfino le palme sono disposte in modo sinistramente geometrico, mentre un paio di volte al giorno (per fortuna) in mezzo agli esili arbusti passa l’addetto alla fumigación.

(c) Ilaria Giannini 2017

In camera scopriamo che nel frigo-bar la bottiglia c’è, ma il sigillo di plastica è compromesso: già aperto il recipiente è stato riempito con acqua di rubinetto. Ci interroghiamo sulle ragioni del resort: avranno calcolato che non gli conviene farsi arrivare tante bottiglie, che non possono non fornire acqua ma meglio così che comprarla, che non vale la pena nemmeno venderla? Torniamo alla reception, ci dicono di andare all’Attenzione al Cliente, dove ci fanno accomodare – l’aria condizionata è raggelante – e ci intimano di chiudere la porta. Capiscono il disagio, la bottiglia non è chiusa bene ma ce ne possono far portare un’altra in serata, inoltre avete controllato se è disponibile nel bazar? (No, la receptionist non ce ne aveva parlato!) Dovrebbe esserci ma sbrigatevi, chiude alle 21:00. Siamo lì un minuto dopo ma l’addetta ci sorride da dietro la porta facendoci segno che ormai è troppo tardi.

Andandoci a sedere al tavolino di un chiosco notiamo che l’aquila non è più al suo posto. Proviamo ad annegare in un tentativo di piña colada lo spettro dell’enigma che ci assilla quando tra gli alberi intravediamo il chiarore lunare. Ci avviciniamo alla spiaggia, il satellite si scrolla dall’impaccio di una nuvola e libera il suo disco nel gigantesco cielo caraibico. Non avevamo mai visto una luna così grande, le nuvole che le fanno da corona assumono sfumature rosate e ocra, le nostre ombre sulla spiaggia sono nette, il mare che ne riflette la luce illumina la baia in modo sorprendente. Il giorno dopo ci rendiamo conto che non c’è così tanta gente, molte delle camere sono vuote, l’intrattenimento musicale diventa più discreto. Facendo una gita in barca notiamo che su Cayo Guillermo, oltre ai quattro che già ci sono, stanno costruendo altri quattro resort, un paio dei quali deturpano violentemente la linea di costa. I cayo sono parte di un parco naturale tutelato a livello internazionale, il governo di Cuba – in continua lotta tra la necessità di sfruttare le risorse turistiche e la consapevolezza che per farlo il paesaggio va tutelato – di solito non permette niente del genere.

Tornando alla nostra stanza troviamo l’aquila di nuovo intenta a spollacchiare nella pozza, immerge la testa nel laghetto, fa quattro passetti, torna a sistemarsi sul suo masso preferito. Improvvisamente ne collego la presenza a quella dell’addetto ai teli da mare e mi viene in mente il pappagallo che non si allontanava dal trespolo nel patio della casa in cui eravamo ospiti a Trinidad: gli avevano tagliato le ali e immagino che lo stesso potrebbe essere accaduto al rapace, che così troverebbe parte nella commedia del resort.

(c) Ilaria Giannini 2017

Se gli hanno tagliato le ali non dirmelo, mi intima Ilaria. (Quando scoprimmo del pappagallo le veniva da piangere, ma non vorrei che vi faceste delle strane idee: deve atterrirla l’idea degli uccelli senza ali ma se su un menù trovasse delle omelette di uova di tartaruga ne ordinerebbe almeno un paio).
In realtà con Camilo parliamo subito d’altro. La costruzione dei quattro nuovi resort, sostiene, è in funzione del grande arrivo degli americani, e quando gli faccio osservare che di questo passo di incontaminato sui cayo ci rimarrà ben poco mi risponde che è tutto ben programmato dal Ministero. Tutti quelli che lavorano nei resort, sostiene Camilo, fanno un viaggio di almeno un’ora e mezza sia all’andata che al ritorno, lui vive a Moron, il centro più vicino, ma c’è gente che arriva anche da più lontano.

Provo a coglierlo in contropiede: questo succede anche in Italia, alcuni miei colleghi ogni giorno per lavorare a Firenze partono da Pisa. Quindi gli domando che gliene pare della situazione politica.

Il sistema non è male, risponde rompendo l’obbligo del sorriso professionale, ma io sono un fisioterapista laureato in scienze motorie, e vengo tutti i giorni qui a dare gli asciugamani ai turisti. I resort esistono grazie ad accordi internazionali tra Cuba e gli stati delle multinazionali alberghiere (il Melià è spagnolo, così come l’Iberostar, altri sono francesi), mentre i ricavati vengono divisi a metà tra il governo e le compagnie, all’interno delle strutture lavora esclusivamente personale cubano. Tutti sono pagati secondo il tipo di lavoro svolto, così come succede sulla terraferma, il problema è che io guadagno 25 dollari al mese, e un chirurgo non va oltre i 40. In teoria abbiamo tutto ma ci sono tre grandi problemi: la comida, la vivienda y el dinero. Lo stato ci fornisce il cibo ma è sempre lo stesso (riso, fagioli, pollo, zucchero, patate, frutta, un po’ di pesce), e per variare la dieta ci rivolgiamo al mercato nero ma col poco che guadagniamo non è facile arrivare a fine mese, lo stesso vale per i vestiti, se mi lasci una maglietta mi fai un bel favore: non dovrò usare i soldi per comprarla. Un altro problema è la casa, lo stato è lento ad assegnare le abitazioni per cui capita che se una coppia si sposa magari passi degli anni sotto il tetto dei genitori di uno dei due, anni durante i quali lo spazio per ciascuno, come è facile immaginare, si riduce.

Nel frigo-bar la nuova bottiglia è nuovamente aperta: malgrado il tappo sia strettissimo la seghettatura è ancora una volta lacerata. All’Attenzione al Cliente ci dicono di avvisarli subito qualora una cosa del genere si dovesse verificare nuovamente. Il giorno dopo l’acqua è sigillata, quello dopo ancora no. Ernest Hemingay sorride sornione dalla sua posa di cartapesta, l’aquila a volte c’è e a volte no, lo splendore della spiaggia ammalia a ogni ora, l’intermittenza delle lucine blu arrotolate intorno a qualche palma non riesce a sostenere l’ingombrante peso dell’imminente Natale, l’assenza dei turisti innalza il livello e dirada amplificazione e frequenza degli spettacoli musicali, dell’acqua non ci lamentiamo più: gli addetti alla pulizia nel resort sono tra i pochi lavoratori a non entrare in contatto con la clientela – e quindi con le mance – stabiliamo che se riescono ad arrotondare con qualche bottiglia fanno bene.

(c) Ilaria Giannini 2017

Una sera grido otra al termine di un concerto, chiedo un bis al leader di uno splendido sestetto che durante la cena aveva suonato anche solo per noi, attorno al tavolo dove stavamo cenando. Il cantante, con garbo e modestia, mi si avvicina e si scusa di non poterci soddisfare: devono smontare gli strumenti e partire, l’ultima corriera passa tra pochi minuti. Inaspettatamente l’autenticità di Cuba si insinua in ogni crepa della patinatura del vecchio resort. Da una parte la natura e dall’altra l’umanità contaminano l’estenuato disegno di asetticità della catena Melià. Il giorno dopo Camilo mi propone di entrare in società. Con 20.000 euro all’Avana possiamo comprarci una casa, cioè la compreresti a me, gli stranieri non possono comprare niente, ma non te ne pentiresti. Ci sono amici francesi che ormai ne hanno addirittura tre. Facciamo un’agenzia, tu mi mandi i clienti direttamente dall’Italia, sai esattamente chi viene e quando, e dividiamo i ricavi. Vieni quando vuoi, senza avvisare. Ti presento tutta la mia famiglia, non te ne pentirai – mi ripete. Poi cambia approccio, ho quarantott’anni, cinque ore al giorno tra andata e ritorno, facciamo un negocio, apriamo un bar particular, a l’Avana girano tanti soldi, ci sono tanti uomini e tante donne che vogliono godersi la vita, Cuba è sicura, è bella, questo – dice indicando l’ampio orizzonte dei Caraibi – è il nostro inverno. Poi mi lascia la sua mail, scrivimi quando torni in Italia: non ti dimenticherai di me.

L’ultimo giorno vediamo l’aquila posata sul tetto spiovente del ristorante “italiano” Bonasi. Nessuno le ha tagliato le ali, si comporta come un pollo per scelta. Ci guarda un attimo e comincia a sbattere sulle tegole qualcosa che ha tra le zampe – sarà un sasso? Poveretta, sembra scema. Poi guardiamo meglio, il sasso ha una chela grande come una mano, è un grosso granchio o forse un astice. Lo sbatacchia fino a infrangerne il carapace, ne stacca col becco un candido boccone di polpa che ostenta fiera al cielo di Cuba.


Federico di Vita è nato a Roma e vive a Firenze. Ha curato la raccolta di racconti Clandestina (effequ, 2010), ed è autore del saggio-inchiesta Pazzi scatenati (effequ 2011, poi Tic, 2012) – Premio Speciale nell’ambito del Premio Fiesole 2013.
In copertina: The Raft, di Armando Marino (courtesy). Fotografie di Ilaria Giannini.