Dagli archivi delle Edizioni Pananti: l’artista Ottone Rosai ci racconta della morte del padre.


di Ottone Rosai

Firenze è coperta da un cielo basso e fumoso e una pioggia fitta e insistente s’abbatte sulla terra come se tra questa e quello esistesse un rancore inconciliabile. Nei cittadini c’è aria di sgomento e ti passan d’accanto e lontani a schiene curve sotto gli ombrelli o sgusciano lesti e rasente ai muri al riparo delle grondaie.

Il buio ha vinto alla luce e sembra ormai s’abbia a vivere una vita tutta notte.

Nel pomeriggio, prima di uscire di casa, avevo baciato mio padre che non facciamo più dal giorno che mi ero congedato dalle armi. Era quello un bisogno che sentivo da un pezzo e feci quell’atto con tale imbarazzo pari alla logicità con la quale mio padre parve accettarlo. Anzi ne prese spunto per dirmi quasi piangendo che il suo più grande dispiacere era di non sapermi suo successore nella piccola industria di mobili che, con tanta fatica e infinito dolore, era riuscito a crearsi. Questa cosa me l’ero sentita ripetere in altre occasioni e per ben mille altre volte e sempre gli avevo risposto, con un certo orgoglio e con strafottenza, ch’io ero nato con altro destino e per altri ideali e che il mio sogno era diventare un artista (come se lui nel suo ramo di sculture in legno fosse stato un mediocre); ma in quell’ultima circostanza non trovarne fiato forza da articolare parola, e nel mio silenzio forse v’intese la promessa.

Lo lasciai così, appoggiato al muro di un andito, in una quasi totale oscurità, tanto da essermi rimasto il solo ricordo di un’ombra, e me ne andai come al solito col mio album in cerca d’amici, l’avventura e di soggetti adatti alla mia matita. Certo non ero tranquillo e una voce di dentro, quasi fossi diventato fondo come un pozzo, proprio di laggiù laggiù mi diceva: “torna vicino a tuo padre, sorveglialo, non abbandonarlo”. E un’altra subito lesta quanto la malignità umana mi si faceva, pettegola e suadente addosso come a penetrarmi tutto sconsigliandomene.

In quell’incertezza la miglior cosa che seppi fare fu di tornare a cena puntuale, contrariamente all’uso che era di arrivare sempre quando gli altri avevano finito o addirittura il far tutto un ritorno all’ora del riposo.

Ma qualcosa di anormale avveniva. Mia madre accasciata nel fisico, al pari di un condannato a morte qualche attimo prima dell’esecuzione, con voce stanca e faticata mi annunziò come il babbo, rientrato insolitamente prima dal lavoro, si fosse assentato col pretesto di andare in un posto per affari senza bene specificare il luogo ove si recava né quanto avremmo dovuto attenderlo. Rammento in tale frangente di aver raccolte tutte le forze del mio spirito e come a voler quasi nascondere a me stesso la realtà che presentivo, con voce e atteggiamento autoritario, imposi alla mamma di mettersi a tavola e non pensare a niente che il babbo presto o tardi sarebbe tornato. Feci tutto nel modo il più consueto perché ella non avesse a indovinare anche in me il suo stesso sospetto. Mangiai e uscii dopo aver pregato lei e mia sorella di attendere alle loro faccende secondo il solito. Ma né io né loro s’era convinti di quanto si diceva e faceva e purtroppo l’odor di tragedia trapelava da ogni punto del nostro pensiero.

Uscito che fui rientrò mio fratello, il minore, che il maggiore da anni sposato abitava in altra parte della città, ed egli con altri pensieri, diversi dai miei, si vede, cominciando a girare per la casa e a frugare nei cassetti in quello del comodino posto al lato del letto di mio padre rinvenne un biglietto dove era scritto: “non ho più mezzi, non ho lavoro, non ho amici e torno solo di dove venni solo come venni. Perdonatemi. Giuseppe Rosai”.

Non cercò altro, non disse nulla è uscì in cerca di me. Dall’interno di Paszkowski ov’ero andato, traverso al cristallo di uno degli sporti lo vidi camminare incerto per la piazza.

Ottone Rosai, paesaggio con fiume (1930), Matita su carta

L’aspettavo, quasi avessi fissato, gli andai incontro e ascoltai qualcosa che già mi pareva sapere, lessi il biglietto, lo consigliai ad andare in certi posti mentre io ancora non del tutto disperante presimi per compagni alcuni buoni amici, Micheli, Mazzucconi e Klum, mi detti a girare la città ispezionando i punti che più mi parevano adatti a un fatto di tal genere. Ricordo che l’istinto, o meglio per un intuito che sono in certi disperati casi l’ingegno ti appuntisce, mi recai correndo come un pazzo alle scalette dei canottieri che si trovano al principio del Lungarno Guicciardini e, scesele, mi portai fin sotto allo chalet dove una forza superiore mi arrestò al margine concedendomi solo il fiato per gridare e chiamare con voce strozzata e infiochita il nome di babbo. E non avendo risposta, mal convinto ma per metà persuaso, risalii la scaletta in cima alla quale gli amici attendevano e con loro  proseguii nella corsa disperata e da pazzo che avevo iniziata, diretto alle cascine dove frugai guardando via via su per gli alberi, e perlustrandone il greto costeggiante l’Arno. Niente.

Al nome babbo nessuno rispondeva e alla mia disperazione non s’aggiungeva che sconforto e disperazione maggiore.

Nel tornare passai dalla mia fidanzata che svegliai ed ella, povera e buona Francesca, si alzò si vestì e corse a casa mia intuendo che c’era da lenir del dolore. Ormai anche la mamma e mia sorella eran sortite dal dubbio e non avendo visto ritornare né me né mio fratello avevan presa per certa la certezza e anziché consolarsi vicenda stavano lì l’un l’altra a spaventarsi con grida improvvise e reciproche.

Al primo tenue chiarore dell’alba un ammasso nero di folla sul Ponte alla Carraia mi apparì agli occhi. Corsi in quel punto, mi pigiai dentro alla gente compatta e curiosa, passai non so come fino a trovarmi appoggiato alla spalletta dalla quale proprio in quel mentre mi toccò vedere il corpo di mio padre ripescato dall’acqua e le facce di coloro che n’erano stati i ritrovatori purtroppo rassegnate e piegate a quel volere che è al di sopra degli uomini e della loro volontà.

Dal Lungarno seguii non so come, né con quali forze il barcone trascinante tutta la mia sventura fino alle scalette e lì, irrigidito come colpito dalla folgore, assistei al trasbordo del cadavere dalla barca all’ambulanza e non appena questa si mise in moto verso l’ospedale anche il mio corpo, come preso nel giro di un turbinoso motore, si diede a corrergli dietro come quasi fosse staccato da me. Giunsi a quel modo poco dopo il lugubre e misericordioso veicolo e attratto dalla sperata visione che attendeva mi ritrovai, senza alcuna pratica del luogo, in un ampio androne dove allineati lungo le lunghe pareti stavano immobili involucri bianchi, posati su delle specie di pancacci. Rialzai all’altezza dei visi diversi di quei lenzuoli e al terzo o al quarto trovai il volto del mio genitore. Preciso, per niente è trasfigurato e ancora rosso come quando aveva vita. I suoi occhi castani erano rimasti aperti e guardavano fino a farmi subire l’impressione volesse ancora dirmi che il suo più grande dispiacere era di non sapermi suo successore nella piccola industria di mobili che con tanta fatica infinito dolore era riuscito a crearsi. Questa volta non seppi né mal rispondere né tacere e di tra i denti che battevano dal tremito lasciai passare parole di promessa che salivano dal cuore, chinatomi infine su quel capo grigio, posai un bacio tra quei capelli che erano così fini e profumati quanto l’erba nuova dei prati in ogni primavera.


Questo testo è tratto da “Babbo”, di Ottone Rosai pubblicato da Edizioni Pananti, Firenze (precedentemente uscito su L’Universale a.V, n.10 del 25 maggio1935. In copertina: Ottone Rosai, Cabine sul mare, 1955, Olio su tavola.