L’incontro tra un banchiere della JP Morgan e Maria Sabina, una curandera messicana analfabeta, che fin da quando era piccola celebrava dei riti terapeutici a base di Psylocibina, i “funghi magici”.


di Ivan Carozzi

(Questo articolo è apparso in forma ridotta sul numero di luglio 2017 di Linus, che ringraziamo, dedicato al Messico)

Esiste una foto, scattata un giorno di luglio del 1955, che ritrae una minuscola creatura di 61 anni, originaria di un villaggio nella regione di Oaxaca, in Messico, mentre posa tra le dita di un uomo un mucchietto di Psilocybe. È l’inizio di una storia che può parlarci anche del mondo in cui viviamo oggi e dell’incontro tra culture sulla scena dell’antropocene.

Che cos’è la Psilocybe? È un fungo allucinogeno. Il nome della donna inquadrata nella foto è Maria Sabina. L’uomo, che sembra mostrare ossequio per la donna, si chiama Robert Gordon Wasson.

Maria Sabina e Robert Gordon Wasson

Cittadino americano, Wasson è stato Vice Presidente del dipartimento Pubbliche Relazioni presso J.P. Morgan, rinomata società finanziaria. Non è chiaro se all’epoca dello scatto fosse ancora in J.P. Morgan. Facciamo un passo indietro. Molti anni prima del suo viaggio in Messico, Wasson si trovava in luna di miele con la moglie, Valentina Pavlovna, una donna di origini russe. La coppia passeggiava nella zona dei monti Catskill, a sudest di New York, quando Valentina Pavlovna raccolse da terra dei funghi. Valentina provava attrazione per quei piccoli organismi, così morbidi al tatto, mentre il marito ne aveva una certa repulsione. Valentina pensò che queste due reazioni, così diverse, fossero effetto di una cultura «micofoba» da un lato e «micofila» dall’altro. Meditando su questa scoperta, i due sposi cominciarono a studiare i legami tra funghi e cultura umana, fino a trasformarsi nei fondatori di una disciplina: l’etnomicologia. E Robert, come può accadere nelle folgorazioni più radicali, cominciò a innamorarsi e a riconsiderare ciò che un tempo gli procurava disgusto.

Fu così che molti anni dopo, lungo un pionieristico percorso di studi, Wasson si spinse fino al miserabile e dimenticato villaggio rurale di Huautla de Jimenez, dove incontrò un’anziana curandera di stirpe mazateca. Dentro una casa dal tetto di paglia, insieme alla figlia e ad altri conoscenti, Maria Sabina iniziò Wasson a una velada, cioè una cerimonia a lume di candela fondata sull’ingestione di funghi sacri. Ma per quale ragione quella foto, in cui le dita della donna e dell’uomo s’incontrano in un attimo creatore ed esplosivo, è tanto importante? Perché quell’immagine documentò, per la prima volta nella storia, la partecipazione di un occidentale a una velada, creando un corridoio tra la nostra cultura e quella magica e ancestrale del Messico mazateco. La foto, infatti, due anni più tardi apparve all’interno di uno storico articolo: 16 pagine dal titolo Seeking the Magic Mushroom pubblicate su Life Magazine, il settimanale americano celebre per aver fatto conoscere, durante la II guerra mondiale, i reportage di Robert Capa dalla Normandia e dalla Sicilia.

Psilocybina

Wasson in compagnia di un fotografo, risalendo una strada che all’epoca non era ancora asfaltata, aveva oltrepassato i paesini di Puerto de Soledad, Calputitla, Plan de Guadalupe, San Jerónimo Tecoatl, Santa Cruz Acatepec, fino a raggiungere Huautla de Jimenez, villaggio nel bel mezzo della Sierra Mazateca, quasi a 2000 metri sopra il livello del mare, il cui nome significa «Nido delle aquile». Qui si era rivolto al sìndico, in municipio, il quale lo aveva indirizzato verso l’abitazione della curandera Maria Sabina, una donna nota in paese per praticare una forma di medicina attraverso l’utilizzo dei funghi sacri. Il fotografo aveva promesso a sua moglie che non avrebbe mai mangiato il fungo. Così, poco prima dell’inizio della velada, Wasson raccontò di averlo sentito esclamare: «Oh my god, chissà che dirà Mary quando lo verrà a sapere!». Ma ormai era troppo tardi. Erano entrati dentro la casa di Maria Sabina, che in una foto contenuta tra le pagine di un libro, pubblicato negli anni 70, si presenta nella forma di una baracca piantata sul ciglio di un dirupo, come una cosa sospesa tra la vita e la morte, la fine e l’inizio.

I due americani si erano coricati su delle stuoie piazzate sul pavimento di una stanza sei metri per sei. Aspettarono circa un’ora, in silenzio e al buio, fino a quando non si sentirono attraversati da una raffica di visioni dal carattere geometrico, l’una agganciata all’altra, simili a «tappeti decorati o tessuti o carta da parati» e poi ad architetture come «palazzi con corti, portici, giardini». Il rito era stato accompagnato da una musica rudimentale -praticamente un battimani- e dalle litanie di Maria Sabina in dialetto mixeteco -dato che non parlava spagnolo- poi registrate e anni dopo incise su vinile per Smithsonian Folkways.

Il giorno dopo Wasson venne raggiunto dalla moglie. Insieme ripeterono l’avventura e Valentina Pavlovna, grazie al potere della Psilocybe, raccontò di aver vissuto l’esperienza di una visione, così teatrale e complessa da ricordarci il soggetto di un vecchio fenachistoscopio ottocentesco. Disse, infatti, che nel corso della cerimonia aveva visualizzato una sfera, che questa sfera era contenuta dentro il palazzo di Versailles e che al suo interno delle figure, vestite in abiti d’epoca, ballavano un minuetto di Mozart.

Nel seguito dell’articolo Wasson ripercorre dall’inizio la storia del suo interesse scientifico per i funghi, partendo dall’episodio della luna di miele fino ad arrivare all’elaborazione di un’ipotesi etnomicologica che lega la scoperta collettiva di nuove idee, percezioni -quindi il progresso spirituale e civile dei popoli- alla detonazione mentale azionata dal lavoro degli alcaloidi contenuti nel fungo magico.


La vicenda di Maria Sabina, in realtà, può essere letta come un caso di studio della contemporaneità, del mondo globalizzato. Parla di come le culture funzionino alla stregua di delicati ecosistemi: se esposte l’una all’altra traumaticamente, la più fragile delle due può impazzire, come al contatto con un virus, e quindi deperire.


Secondo alcune ricostruzioni la spedizione di Wasson fu parte del programma MK Ultra, un famigerato progetto della CIA, con possibili applicazioni in campo militare, volto all’investigazione di tecniche per il controllo della psiche. Al di là di dubbi e sospetti, l’impatto della pubblicazione di Seeking the Magic Mushroom ebbe in ogni caso conseguenze sul piano antropologico e culturale. O, se preferiamo, sul piano metafisico-religioso e sugli equilibri tra il visibile e l’invisibile e nel rapporto col sacro.

Wasson si era premurato nell’articolo di proteggere l’identità di Maria Sabina usando un nome di fantasia (Eva Mendez), ma le foto e altri dettagli furono sufficienti a consentire l’individuazione del villaggio mazateco. Nel giro di poco Huautla de Jimenez diventò meta di un flusso crescente di beatniks, poi hippies, turisti e rockstar, pare, come John Lennon, Bob Dylan e Mick Jagger, scrittori come (ovviamente) William Burroughs, fino a quando, un giorno, le autorità non decisero di mandare l’esercito per evacuare il villaggio dai gringos.

Maria Sabina sul set del documentario del 1979 “Mujer Espiritu”

Maria Sabina, spesso fotografata in abito huipil, negli anni fu venerata come una nuova icona, sospesa tra folklore indigeno, arte e controcultura (Cecilia Vicuña, artista e poetessa cilena, dopo aver dedicato ritratti a Karl Marx, Lenin e Salvador Allende, ha dedicato a Maria Sabina un dipinto che proprio quest’anno è stato esposto a Kassel, in Germania, nel corso della mostra Documenta) e dall’altra ostracizzata (le venne perfino bruciata la casa dai compaesani) e malevolmente paragonata alla «Malinche», l’indigena che nel XVI secolo fu interprete e amante del conquistatore spagnolo Hernàn Cortès, e perciò diventata effigie della sottomissione al colono, come scrive Tzevetan Todorov ne La conquista dell’America.

La vicenda di Maria Sabina, in realtà, può essere letta come un caso di studio della contemporaneità, del mondo globalizzato. Parla di come le culture funzionino alla stregua di delicati ecosistemi: se esposte l’una all’altra traumaticamente, la più fragile delle due può impazzire, come al contatto con un virus, e quindi deperire. Del resto non furono forse i virus, importati dagli spagnoli sul suolo americano, una delle cause dello sterminio del popolo Maya all’epoca della conquista? Alla più forte delle due parti, invece, potrebbero accadere cose straordinarie, se è vero che Apple e la rivoluzione informatica californiana possono in gran parte essere considerati un dono della cultura psichedelica e delle sue nozze con la tecnologia.

Maria Sabina fin da piccola aveva maturato una grande intimità con i funghi –che chiamava con affetto e confidenza los niños santos o angelitos– e con un mondo sacro popolato da creature invisibili, alle quali dedicò inni e canzoni nati da una reinterpretazione del repertorio religioso-popolare. Octavio Paz, il grande poeta e letterato messicano Premio Nobel nel 1990, considerava la poesia di Maria Sabina come un importante documento etnoantropologico, tuttavia privo di valore letterario. Forse per la stessa ragione la letteratura contemporanea messicana sembra poco interessata a figure come Maria Sabina, derubricata a superfetazione della vecchia cultura hippie sedotta dall’universo indigeno.

Maria Sabina e Robert Gordon Wasson

Il rapporto di Maria Sabina con la lingua, secondo il poeta e saggista Heriberto Yepez, è invece degno di menzione, non solo per la funzione sociale e terapeutica –potremmo anche dire socio\metafisica- della quale con il canto e la velada Sabina si è fatta carico, ma perché esso è consistito in una consapevole e creativa rielaborazione di un repertorio preesistente. Il che, sempre secondo Yepez, vale come confutazione dell’argomento che vede nell’ispirazione poetica un fenomeno misterioso, capace di collegare l’uomo a un’alterità senza nome. Maria Sabina, in realtà, non avrebbe fatto altro che esercitarsi su una tradizione storico-poetica, rinnovandola. In tale rinnovamento sta il valore e la dignità di Maria Sabina come poetessa. D’accordo, ma allora di che cosa parliamo quando parliamo di esperienza psichedelica? O meglio: che cosa è esperito davvero durante l’esperienza psichedelica, se non anche una temporanea intersezione con una dimensione sconosciuta e senza nome? Non ha forse tratto anche da questo altrove inconosciuto l’ingrediente della sua poesia? Tuttavia le parole che Yepez, in un breve articolo su internet, ha dedicato a Maria Sabina, sono molto belle e sentite: «Sabina fu senza dubbio una poetessa. Non fu semplicemente una poetessa, ma poesia nella sua accezione più completa. L’obiettivo della sua azione è stata la totalità. Ha raggiunto l’impossibile. Cercando un libro-oltre-il-libro. E cercando di avere un nuovo corpo poetico. Annullando i confini tra scrittura, lettura, canto, conversazione, danza e silenzio. Cercando di curare il dolore negli altri. Lottando per la sopravvivenza di una grande cultura. Ricercando suoni, significati e linguaggi. Accrescendo il sapere. Praticando l’insegnamento. Restando radicalmente autocritica, capace di riconoscere il fallimento e la fine. Essere uno scrittore è più facile».


«dal momento in cui gli stranieri sono arrivati, los niños santos hanno perso la loro purezza. Hanno perso la loro forza […] D’ora in avanti non funzioneranno più. Non c’è rimedio»


La psiche della curandera, pare, soffrì lo squilibrio provocato dal contatto abrasivo con una diversa cultura, la quale a Huautla de Jimenez si manifestò spesso nelle sue pulsioni più anarchicamente predatorie e consumistiche. E si dice che cominciò a bere alcolici. Lo stesso Wasson scrisse nero su bianco di ritenersi «responsabile per la fine di una pratica religiosa che in Mesoamerica proseguiva da millenni».

Maria Sabina morì a 91 anni nel 1985. Nell’ultima fase della sua vita, con parole che sembrano uscite dalle labbra di chi è sconsolatamente depresso, preda di un’amarezza leopardiana, pasolinianamente testimone di una civiltà morente, Maria Sabina pronunciò una sentenza che pare raffigurare il declino e la contaminazione metafisica definitiva di un luogo della civiltà umana: «dal momento in cui gli stranieri sono arrivati, los niños santos hanno perso la loro purezza. Hanno perso la loro forza […] D’ora in avanti non funzioneranno più. Non c’è rimedio».


Ivan Carozzi Lavora per la rivista Linus e ogni tanto per la tv. Ha scritto per diversi quotidiani e periodici. È autore di Figli delle stelle (Baldini e Castoldi, 2014), Macao (Feltrinelli digital, 2012) e Teneri violenti (Einaudi Stile Libero, 2016).
In copertina: Cecilia Vicuña, Maria Sabina (1986) Oil on canvas 59.7 × 49.5 cm.