Si parla di una strana idea politica, quella di poter scegliere qualsiasi forma di governo a prescindere dal territorio


di Enrico Pitzianti

 

Il libertarismo è di moda. Lo so perché io, da conformista immerso nella bolla sociale che mi rispecchia, vedo ogni giorno allargarsi un anarchismo aneddotico, condito da elogi del disimpegno e da altri sforzi retorici dal sapore individualista.

Ma il germe di questo trend (con varie confusioni) lo si vede anche nella storia politica recente. Grillo, se glielo si chiedesse, probabilmente direbbe di essere “per la libertà” – magari quella “dai partiti”. Salvini vuole la libertà dall’Europa; Berlusconi, ex Casa (e Popolo) delle Libertà, scopre di volere quella degli animali e così via, con Sinistra Ecologia e Libertà, Futuro e Libertà, fino al ridicolo ossimoro di Fascismo e Libertà. La libertà insomma sta sulla bocca di tutti. Perfino J-Ax, quello delle canzoni con Fedez e Rovazzi, è libertario. Ha fatto un video dove spiega che è favorevole al matrimonio tra omosessuali, ma anche al potersi difendere in casa propria con qualsiasi mezzo. Il senso, dice, è che l’essere libertari non è né di destra né di sinistra, semplicemente è l’applicazione del banale principio del lasciare che ognuno persegua la propria felicità come ritiene opportuno. Sarebbe il laissez faire, il lasciar fare, che poi completa la parabola libertaria con il laissez passer: la libertà di movimento.


Tra i nuovi arrivi nella galassia libertaria c’è una formula che convince perché propone, finalmente, di prescindere davvero dal territorio. Prenderlo per quel che è, suolo calpestabile da genti diverse, non necessariamente coese, potenzialmente inconciliabili per religione, abitudini e idee politiche.


Ma se il libertarismo è di moda non è perché l’idea è innovativa. Il libertarismo, almeno in parte, funziona perché è l’etichetta perfetta per il trend del “né di destra né di sinistra” per i disillusi dai compromessi, i desiderosi della terza via, che un tempo li si vedeva come sovrastimatori della questione morale, comprensibilmente sfiduciati dalle mazzette, ma poi – ahinoi – si è capito che erano finiti in una deriva irrazionale, che ha imbrigliato mezzo mondo politico tenendolo nel guano complottista-manettaro. Però bisogna dirlo: un difetto delle ideologie è il loro preconfezionamento rigido, ed è sacrosanto che in tempi caotici le vecchie ricette si facciano inadeguate e si aprano nuovi spazi politici. Ma chi occupa questi spazi? Arrivano i populismi e i nazionalismi – come è accaduto prima dei peggiori momenti che l’Europa abbia mai vissuto – ma arriva anche altro, i Renzi e i Macron, figure politiche ibride per eccellenza. Soggetti politici che, una volta lasciati i partiti (leggi, “ideologie”) alle spalle, hanno convinto perché impegnati a ridefinire dei confini: si diceva un tempo, dei “riformisti”.

In queste praterie politiche create dal prosciugamento partitico è arrivata qualunque cosa. Il populismo e la rabbia antieuropeista, come anche idee (spesso libertarie) più specifiche e meno dozzinali. L’opportunità l’hanno creata fenomeni transnazionali, spesso slegati da qualsivoglia territorialità, la necessità di fare i conti con la cittadinanza web, la globalizzazione, il riscaldamento globale, le migrazioni di massa e il conseguente multiculturalismo, tutti questi fenomeni hanno reso anacronistica l’idea di sovranità territoriale. La percezione dei luoghi politici è mutata. I confini si sono spostati: quelli partitici, nel caso dei Macron, ma soprattutto quelli delle rivendicazioni territoriali; si pensi a Salvini che ha esteso il suo concetto di “noi” dalla Padania all’intera penisola, trasformando un partito indipendentista in uno nazionalista. Mentre gli indipendentisti sperano di liberarsi dei confini nazionali, i nazionalisti vorrebbero rinforzarli per proteggersi dalle ingerenze europee –  e poi l’idea multiculturalista, che auspica confini porosi, che però si scontra duramente col pericolo terroristico, quello del ritorno in Europa dei freelance del Daesh, ideologia fattasi “stato in franchising”, a cui è proprio il territorio a sfuggire di mano, settimana dopo settimana (e che quindi, come le migliori aziende, tenta la delocalizzazione delle attività: Nigeria, Libia, persino Indonesia). In generale il territorio, oltre a divenire superfluo, assume le sembianze di una zavorra, un lascito scomodo. Persino dal punto di vista estetico e comunicativo, il territorio si trasforma in un fardello con cui tocca avere a che fare solo perché non si è ancora riusciti a trovare una formula per farne a meno.


Ed eccoci qui: benvenuta, “panarchia”. La proposta libertaria dove oltre al lasciar fare e lasciar passare, si prova a risolvere (assecondandola) la necessità di prescindere dal suolo su cui le idee circolano.


Tra i nuovi arrivi nella galassia libertaria c’è una formula che convince perché propone, finalmente, di prescindere davvero dal territorio. Prenderlo per quel che è, suolo calpestabile da genti diverse, non necessariamente coese, potenzialmente inconciliabili per religione, abitudini e idee politiche. La formula è adatta ai tempi – o forse è fortunata per via delle modalità con cui è riemersa dalle scartoffie di un botanico belga. Ed eccoci qui: benvenuta, “panarchia”. La proposta libertaria dove oltre al lasciar fare e lasciar passare, si prova a risolvere (assecondandola) la necessità di prescindere dal suolo su cui le idee circolano.

Filosoficamente è come se le risposte agli annosi problemi di appartenenza politica e di identità culturale non andassero più cercate nella lotta per il mantenimento della coesione sociale; e ancor meno nello ius soli, ma proprio nel suo opposto. Non più la logica dello stato che adotta l’individuo: è l’individuo a scegliere il suo governo, stabilendo la propria appartenenza politica senza considerarne il collocamento geografico. Il territorio come spazio in cui coabitano sistemi di governo, così come convivono già proposte politiche, ideologie e religioni. Ognuno sceglie, nessuno impone scelte maggioritarie. Vuoi essere monarchico? Iscriviti all’ufficio di cittadinanza monarchica, pagherai le tasse e seguirai le leggi corrispondenti. Unica condizione è che non si obblighi nessuno a iscriversi a una particolare cittadinanza, l’iscrizione dev’essere volontaria. In pratica l’idea panarchica trasforma le forme di governo in religioni delle idee: ci sono precetti, tabù, regole, capi e sistemi tributari, ma solo per chi decide di aderirvi.

Gli ingredienti della ricetta libertaria, di norma, sono: antigerarchismo, economia dello stato minimo e diritti individuali fondati sull’antiederminismo e la piena responsabilità dei singoli. Quindi piena libertà di agire, piena responsabilità delle proprie azioni e nessun obbligo o monopolio. Il “modus pensandi” è, oltre che razionale, anche istintivo: un po’ come quando da adolescenti si capisce che si potrebbe fare a meno dell’autorità genitoriale.

Giampiero de Bellis, in un volume antologico sulla storia del paradigma panarchico, rilancia la proposta panarchica. Delinea la “convivenza” tra sistemi normativi in uno stesso territorio, e nel farlo dice che ciò si adatterebbe alla logica (la verità come coerenza tra affermazioni), alla cibernetica (la legge della varietà necessaria) e alla teoria dei sistemi, l’etica e persino la giurisprudenza. Sulla questione giuridica de Bellis fa parlare Eneo Domizio Ulpiano, il giurista romano, che: “honeste vivere, neminem laedere, suum cuique tribuere” cioè: vivi onestamente, non ledere nessuno, dà a ognuno il suo. Che risulta convincente perché largamente connotativo, ma è comunque un po’ poco per poter soddisfare i dubbi di un pragmatista.  

Il principale problema panarchico, è evidentemente quello che in economia si chiama Principal–agent problem. Che si incarna innanzitutto nella questione del delegare la sicurezza. Come convivrebbero le forze di sicurezza corrispondenti a sistemi di governo inconciliabili in uno stesso territorio? Come farebbero due gendarmi monarchici a non scontrarsi con quelli socialisti? Agli occhi del dubbioso non può che apparire lo spettro della guerra civile. Le risposte libertarie al problema della sicurezza  sono solitamente quella “statunitense”, dove la violenza non è delegata a terzi, e quella “ingenua”, dove si presume l’esistenza di un sentimento di giustizia universalmente diffuso e quindi l’inutilità del potere di coercizione. Un po’ come se l’essere umano, in una condizione di completa libertà e purezza, fosse istintivamente portato a lavorare e a scambiare i prodotti del suo lavoro senza nemmeno considerare l’opzione di attaccare il suo prossimo o di depredarlo dei suoi averi. Ma non è così, il furto è la normalità se considerato in un mondo dove la proprietà privata è una formalità o è regredita allo stato più “selvaggio” (basta pensare all’abigeato) e così è anche l’uccisione, comunissima nei contesti più tribali. Il sentimento di giustizia, lo dice anche de Bellis, “sembra essere in dotazione solo a certe nature elevate, eccezionali”.

La sicurezza però, lamentano i libertari, continua ad essere in mano al monopolio statale, nonostante si conoscano i danni che statalismo e monopoli causano alla soddisfazione degli utenti, in termini di costi-benefici. Per quale ragione la sicurezza non può essere lasciata alla libera concorrenza? Su questo punto, scrive l’economista Gustave de Molinari in uno dei saggi ripresi da de Bellis, non c’è chiarezza. In particolare si accusa chi ha difeso questa eccezionalità senza preoccuparsi di “chiarire il motivo su cui essa poggia”. Tra i colpevoli ci sarebbe anche Charles Dunoyer, l’economista liberale tanto caro alla causa libertaria. Ma la ragione per cui la sicurezza è un’eccezione esiste eccome. Banalmente non sarebbe ammissibile che degli ipotetici cittadini fascisti di uno stato panarchico organizzassero squadracce fasciste, come non sarebbero ammissibili le ronde dei teppisti radicalizzati che in obbedienza a precetti religiosi perseguitano chi vende alcolici nei quartieri in cui la loro cultura gode di una massa sufficiente a porsi come maggioritaria. Insomma, suonerà forse paradossale, ma è proprio un livello minimo di gerarchia e di insindacabilità morale a garantire che le maggioranze non si impongano sulle minoranze sotto ogni rispetto, annientandole.


Ma cosa accadrebbe se dallo spazio nazionale, si ritirasse il monopolio statale? Oltre alla sicurezza ci sarebbe il problema dell’organizzazione urbanistica.


Gli attriti della società multiculturale, quelli che si è scoperto non essere sempre risolvibili in una sola generazione, hanno messo in dubbio la necessità di ottenere la convivenza pacifica puntando sul mantenimento della coesione sociale – col fine ultimo di una totale amalgamazione delle culture. L’idea assimilazionista si fondava proprio sulla necessità di diluire tali culture, smussandone gli aspetti che le avrebbero costrette a uno stato di inconciliabilità reciproca, e ottenere così, dalla mancanza di aspetti incompatibili, la pacificazione del territorio.

Ma si è presentato un problema: è arrivata la reazione opposta e contraria delle culture stesse, che hanno risposto indispettite davanti a un progetto che suonava come una ricetta omologatrice. Ed ecco quindi che sono tornati i voti nazionalisti e il rancore antiglobale e antiliberale. Insomma le culture (e le idee politiche e religiose che vi albergano) sono resilienti, difficili da piegare in nome di progetti politici dettati dal raziocinio. L’occidente ha scoperto a sue spese che l’ideologia delle genti è inestirpabile sul breve periodo, soprattutto in mancanza del palliativo della crescita economica. Le ideologie sono per la società quel che gli istinti primordiali sono per i singoli cittadini: un aspetto che resta sopito ma che va tenuto sotto controllo.

Ma cosa accadrebbe se dallo spazio nazionale, si ritirasse il monopolio statale? Oltre alla sicurezza ci sarebbe il problema dell’organizzazione urbanistica. Come racconta Federico Ferrari in La seduzione populista, dagli anni ottanta in poi, in occidente, la pianificazione di nuove città, quartieri o zone urbane ha abbandonato ogni aspirazione egualitaria per seguire esclusivamente “ciò che piace alla gente”, una serie di scelte prese “in funzione dell’uso privato e non dell’interesse collettivo”. Negli Stati Uniti nacque perfino “Celebration”, città fondata da Walt Disney, che venne ribattezzata “Mickey Mouse Utopia”, abitata, va da sé, da ricchi bianchi. Ecco, il rischio di un sistema ultrapermissivo con i gruppi sociali come quello panarchico: la possibilità concreta che nascano sacche di disparità  che lo stato sociale e la democrazia hanno impedito con sudore e fatica. Sacche di cittadini di serie B in tema di diritti, ma anche di posizionamento urbano. Permettere, oggi, in occidente, a gruppi più o meno numerosi di trasformare in legge le proprie regole morali o i loro precetti religiosi, dimenticando o ignorando la storia e la cultura del territorio in cui si inseriscono, equivarrebbe a fondare delle città di Topolino. Disuguaglianza, differenze, ghetti che diventerebbero legittimi. E proprio negli USA, dove non a caso i libertari contano qualcosa in termini elettorali, queste sacche figlie del lassismo statale esistono sotto forma di ghetti di afroamericani, carovane di amish luddisti e così via.  

De Puydt, uno dei padri della proposta panarchica, disse: “Io non ho altra opinione che quella di tutti, e non mi differenzio da tutti gli altri che su un solo punto, e cioè che sono dalla parte di tutte le opinioni al tempo stesso, vale a dire di tutte le forme di governo. Di quelle, almeno, che hanno dei sostenitori”. Massima che oltre a suonar bene porta all’aspetto positivo dell’idea panarchica: la tolleranza consapevole. Davanti alla questione della multiculturalità l’occidente sta reagendo in modo eccessivamente polarizzato, con da una parte il terzomondismo insensibile alle difficoltà che la convivenza di culture differenti può portare, e dall’altra il nazionalismo neofascista che utilizza strumentalmente paura e diffidenza per sabotare un progetto multiculturale che è già, spesso, sulla strada del successo. Ecco, il paradigma panarchico potrebbe aiutare, qualora si diffondesse a sufficienza, a trovare una terza via “realista”. Si è consci della possibilità/necessità delle popolazioni di muoversi sul suolo terrestre, al contempo si comprende che le differenze a volte hanno bisogno di spazi per non arrivare al conflitto. In questo senso la Francia, con la scusa della laicità, si è spinta in paradossi come la proibizione del cosiddetto burkini. Forse, in un’ottica dove sullo stesso territorio si “accetta” che convivano visioni opposte e potenzialmente inconciliabili, alcune questioni potrebbero essere finalmente definite sotto una luce più realistica e meno ideologica. Così, magari, la metafora di  “mescolare acqua e olio” smetterà di essere percepita come razzista.

Sempre de Puydt, però, purtroppo espone anche l’ingenuità della sua idea politica, quando dice:

“Le religioni, nel cui nome si approntavano un tempo i roghi e gli strumenti di tortura, convivono tranquillamente, una accanto all’altra, […] e se ogni setta predica sempre la propria superiorità, è già tanto se essa maledice ancora la sua rivale”. Oppure, che è anche peggio: “Quale dinastia non amerebbe rendersi immortale in tal modo? Quale maggioranza non acconsentirebbe alla minoranza di emigrare in massa?” che alle orecchie di chiunque ricorderebbe la situazione non proprio pacifica mediorientale.

Se da una parte vi è l’ingenuità tipica dell’utopia politica, dall’altra rimane l’attualità di un paradigma che risolverebbe, anche solo in parte, questioni spinosissime nel nostro occidente degli anni dieci. Scriveva l’anarchico Max Nettlau, riportato nel volume di de Bellis: «Io desidero che si continui a vivere assieme, lì dove si è o anche altrove, se così si vuole, senza lotte, fraternamente, rimanendo ognuno libero di esprimere le proprie idee e soggetto solo a quei poteri che ciascuno ha direttamente eletto o accettato». Per chi riesce per un momento a dimenticare la realpolitik e a non temere l’incombere di un’altra Italia del ‘500, il bottino politico è assicurato, perché la complessità delle questioni particolari e concrete, tutto sommato, la si affronta una volta accettati dei principi di base. Quasi verrebbe da dire che sarebbe auspicabile una sorta di revisione libertaria degli impianti filosofico-politici occidentali – ma chi può dirlo, magari è solo che il libertarismo è di moda.  

L’altra parte del bottino che si può trarre dalla questione panarchica è capire che bisogna trovare un equilibrio tra il pragmatismo e la frettolosa voglia di utopia. In tempi di stravolgimenti politici è difficile far coesistere sogni e paure. Eppure è possibile. Esiste oggi un forte bisogno di alterità, utopia e illusione e al contempo serve pensare alla politica come strumento minimo, che non ci invada come cittadini e non ci determini come individui. L’idea panarchica rimarca la necessità di non imporre il proprio pensiero e la propria utopia, lasciar esistere la disomogeneità ideologica e politica dello stato multiculturale contemporaneo.

C’è una “necessità di mondi altri” diceva lo scrittore Vanni Santoni in un’intervista recente: “nel momento in cui si ha una (fondata) sensazione di totale inagibilità politica come quella che abbiamo oggi, si realizza che gli spazi di intervento, o anche quelli in cui sembra possibile ipotizzare un intervento, si sono ridotti drasticamente. Alla luce di tutto ciò forse potrebbe essere interessante anche provare rilanciare le utopie, più che le distopie”. E se de Bellis ci ha visto lungo con la sua proposta “alla moda” magari l’innesto attecchirà, e ci troveremo immersi in questo paradigma impreciso e utopico – quasi un’applicazione della teoria della complessità a un panorama politico che oggi potrebbe essere disposto a tutto pur di riguadagnare agibilità e credibilità.


Enrico Pitzianti, Cagliari 1988, si occupa di estetica e arte. È parte della redazione de L’Indiscreto, Artnoise e di Dude Magazine. È laureato in semiotica, ha fondato il progetto artistico online GuardieShow ed è consulente per SpaceDoctorsLtd.
Copertina: Bernard van Orley, arazzo “La battaglia di Pavia”; 1528 via Wikimedia.