Il lancio di Falcon Heavy, uno dei razzi più potenti che siano mai stati progettati, è stato un successo grazie a cui è tornata la possibilità di sollevare lo sguardo verso spazi inesplorati


di Alessandro Mazzi

Oggi siamo tanto nostalgici quanto futuristici
Luke Turner, Manifesto Metamoderno, 2011.
La terra è la culla dell’umanità, ma non si può vivere per sempre in una culla
Konstantin Ėduardovič Ciolkovskij

Il 6 Febbraio alle 3:45 del pomeriggio (ora locale), l’agenzia spaziale SpaceX di Elon Musk ha lanciato con successo dal Kennedy Space Center in Florida uno dei razzi più potenti mai progettati, il Falcon Heavy. Il razzo ha trasportato nello spazio la versione contemporanea  dello Sputnik: un’auto Tesla Roadster con all’interno uno sticker “Don’t Panic” ispirato dalla Guida galattica per gli autostoppisti, il primo datacrystal fabbricato dall’Arch Mission contenente la trilogia del Ciclo delle Fondazioni di Asimov, e lo “Starman”, un manichino vestito con la tuta spaziale disegnata dalla compagnia per l’equipaggio che andrà su Marte.

Il lancio ha dimostrato le capacità aerospaziali della SpaceX, che ha reso il viaggio extraterrestre una realtà sempre più vicina ai civili, grazie alla drastica riduzione dei costi, derivata dalla tecnologia di recupero dei moduli che permette di riutilizzare lo stesso propulsore più volte. Il successo dell’operazione è anzitutto economico, ma anche simbolico, considerato che la partenza è avvenuta dalla piattaforma 39A di Cape Canaveral, la stessa da cui partì la missione Apollo 11 che nel 1969 portò i primi uomini sulla Luna.

Starman orbita la Terra, fotogramma della diretta Youtube live, 2018

Musk si pone nella Storia in una posizione che riprende la filosofia dell’Aufhebung (termine tedesco che significa insieme conservare e superare): raccogliendo lo spirito cosmonautico della fine della Prima Corsa allo spazio, lo oltrepassa così come supera l’orbita lunare inaugurando una Seconda Corsa, il cui obiettivo è l’apertura di una rotta interplanetaria. Ad accompagnare l’evento, le immagini trasmesse in diretta della decappottabile, un immaginario à la Kubrick musicato dal David Bowie di Life on Mars?. I fotogrammi del manichino orbitante la Terra sono già un’icona.

L’importanza del lancio è un evento storico, che ci costringe a una seria riflessione transdisciplinare sulla filosofia del viaggio interspaziale. Come ricorda Adriano V. Autino, filosofo e presidente della Space Renaissance International, fino ad ora, nell’ambiente filosofico accademico e non, il viaggio spaziale è stato considerato un argomento secondario e il suo significato umanistico non ha ancora una vera e propria area d’interesse nei dibattiti culturali. Tuttavia gli sviluppi del nostro secolo richiedono che a questa domanda sia data più attenzione.

Attraversare l’atmosfera porta a chiederci se sia possibile guardare oltre la nostra società multiforme, se una grande narrazione possa continuare a esistere e se la brevità del tempo accelerato contemporaneo non possa aprirsi nuovamente al futuro. Se fino ad ora ci sentivamo preda del postmoderno, a cui ha fatto seguito l’Innominabile Attuale (2017) di Roberto Calasso, il Falcon Heavy è la scintilla che rimette in discussione la nostra sensibilità storica.

Per Calasso la società contemporanea è frammentata al punto che è impossibile persino dare un nome alla nostra epoca. Il mondo secolarizzato si contraddistingue da un lato per l’inconsistenza delle prospettive, che oscillano senza offrire una visione del mondo solida, mentre dall’altro è diventato il riferimento ultimo per ogni sua riflessione; «è come se l’immaginazione si fosse amputata, dopo millenni, della sua capacità di guardare oltre la società alla ricerca di qualcosa che dia significato a ciò che accade all’interno della società» (Calasso, 2017, p. 25).


Alcune volte nella Storia per avere un cambio di paradigma bisogna semplicemente armarsi di pazienza, mantenendo una visione d’insieme e tenersi pronti al cambiamento anche se tutto sembra suggerire diversamente.


Non importa quindi quale forma sociale si tenti di discutere, se capitalista o socialista, democratica o dittatoriale: nella società attuale tutte queste possibilità restano comunque circoscritte al loro interno. Il mondo globalizzato è un circolo vizioso che diventa l’unico referente di se stesso, rinunciando a qualsiasi metafisica o dimensione altra situata al di sopra e al di fuori di sé. Il tratto cardine della società secolare che Calasso individua è di poter fare a meno «di credere in potenze ed entità esterne alla società stessa, invisibili, autosufficienti e incombenti sulla vita di tutti».

Una posizione che si sposa con la visione presentata da Peter Sloterdijk, filosofo tedesco contemporaneo, nel terzo volume della sua trilogia Sfere. Sloterdijk ricorda che ciò che chiamiamo società non è un unicum, ma qualcosa che assomiglia a una schiuma, un insieme di tante realtà senza centro, che condividono la stessa Terra ma agiscono indipendentemente l’una dall’altra. Per il filosofo ogni individuo, ogni nucleo familiare, gruppo sociale, politico, etnico, ogni associazione, azienda locale o multinazionale, finanche ogni nazione si comportano e guardano al mondo come se fossero chiusi in una propria bolla.

Tutte queste entità-bolla interagiscono cozzando l’una contro l’altra, e in queste dinamiche formano l’insieme schiumoso che noi chiamiamo società. Allo stesso tempo però, ogni bolla è un vero e proprio mondo a sé. «Da ciascun punto nella schiuma si hanno solo visioni regionali nel limitrofo, ma non si dispone di una visione d’insieme» scrive Sloterdijk, e aggiunge: «Non esiste un’uscita verso il tutto».

Questa molteplicità tipica del postmoderno ha generato una massa enorme di enti e narrazioni co-esistenti ma indipendenti l’una dall’altra, che proiettano la loro personale visione del mondo sulle altre bolle, senza poter contare su una prospettiva esterna. Se tutto questo è potuto andare avanti fino ad ora, ricorda Sloterdijk, è solo perché le nostre bolle permettono ancora un po’ di interazione, delle infiltrazioni di merci e simboli che garantiscono il minimo indispensabile perché ogni bolla si muova in armonia con le altre.

Tuttavia, come evidenzia Tommaso Guariento, questa società minaccia sempre più di chiudersi nel proprio “immaginario fortificato”. La simbologia del muro come elemento di divisione verso l’altro, che causa non solo l’asserragliarsi nella propria bolla, ma anche il livellamento di qualsiasi verticalità, in «una cartografia orizzontale di unità chiuse, fortificate ed in conflitto», come scrive Guariento.


Siamo tornati a un’epoca dove le utopie vengono perseguite e considerate realizzabili, pur mantenendo una punta di riserbo.


La possibilità che si possa uscire dal mondo globale e dalle sue micronarrazioni, come le chiama Guariento, sembra ridotta a zero. Proprio in questo momento storico assistiamo al successo di SpaceX. L’esito positivo del lancio porta con sé un superamento dei limiti, sia simbolici che fisici. La verticalità ritorna attraverso la tecnologia aerospaziale del Falcon Heavy e i fotogrammi della decappottabile che orbita attorno alla Terra, permettendo al nostro immaginario di recuperare pian piano la sua dimensione iperbolica. Alzando gli occhi al cielo e guardando la diretta live ci accorgiamo di avere un cosmo più grande che ci avviluppa e che possiamo navigare.

Lo Starman si fa simulacro odierno di Jurij Gagarin, il primo uomo a volare nello spazio, e offre al mondo globalizzato una nuova apertura nella forma di uno spazio da attraversare, rappresentato dall’auto, e di un pianeta da abitare, simboleggiato dal pilota. Anche al di là dell’atmosfera diventa possibile trapiantare la vita, con stazioni spaziali e insediamenti.

Come scrisse Emmanuel Lévinas nel suo Heidegger, Gagarine et nous dopo il successo del cosmonauta sovietico: «Ciò che è ammirevole nell’impresa di Gagarin, non è certamente il suo magnifico numero da luna-park che impressiona le folle; […] Forse, ciò che più conta, è di aver abbandonato il Luogo. Per un’ora un uomo è esistito al di fuori di ogni orizzonte – intorno a lui tutto era cielo, o, più esattamente, tutto era spazio geometrico. Un uomo esisteva nell’assoluto dello spazio omogeneo». Si tratta di parole che risuonano attuali per lo Starman di Elon Musk.

Abbandonare la Terra, superare le mura e dirigersi oltre ogni frontiera risolve l’orizzontalità a cui sono costretti il nostro tempo e le nostre visioni del mondo. Adesso sul vuoto in cui «non esiste più “terra” alcuna!» (lo diceva Nietzsche nel 1882) è stato gettato un ponte asgardiano, e di possibili terre dove mettere piede ne sono emerse eccome, come la Luna e Marte.

Nel pensiero recente di Sloterdijk ritroviamo il motivo per cui gli sforzi di Musk sono fondamentali per l’uomo contemporaneo; «Il viaggio spaziale ha trovato la soluzione più elegante all’annoso problema della metafisica: scioglie l’enigma della discontinuità ontologica tra il “sopra e il sotto”, ponendo un continuum tra l’essere-nel-mondo-1 e l’essere-nel-mondo-2».

Il filosofo tedesco vuol dire che andando nello spazio, l’umanità recupera una dimensione esterna alla società che si pone al di sopra della società stessa, che permette un punto archimedeo al di fuori del nostro mondo terrestre, e che sostituisce la metafisica perduta nella modernità. Si ottiene un modo d’essere alternativo al nostro unico pianeta, a cui possiamo già partecipare con la  visione planetaria in tempo reale dalla Stazione Spaziale Internazionale, oppure attraverso le straordinarie immagini che ci vengono inviate dalle sonde in esplorazione su altri corpi celesti.

La prospettiva siderale si unisce al progetto di abitare altri pianeti e le due cose insieme rompono il ristagno a cui è costretto l’essere umano, a cui ormai il globo terraqueo sta stretto, e lo dotano di una dimensione verso cui espandersi. Tutte le singole narrazioni-bolla vengono sovrastate da una grande narrazione, quella di un’umanità che si appresta a diventare una specie interplanetaria. La SpaceX ha intenzione di spedire una missione cargo sul pianeta rosso nel 2022, per confermare le risorse naturali presenti e costruire l’infrastruttura di base, per poi lanciare il primo equipaggio umano nel 2024, e da lì ampliare la base marziana per i futuri attracchi e la fondazione di una nuova società.  

Redwoood Forest, design di città marziana, progetto vincitore del Mars City Design contest, 2017.

Il successo del Falcon Heavy, le possibilità del viaggio interspaziale e l’apertura ad un nuovo macrospazio fanno vacillare le condizioni postmoderne e inaugurano il passaggio in un’epoca a più dimensioni. La necessità di venire incontro all’ampliamento dei nostri confini spinge alla ricerca di un nuovo paradigma, che è forse possibile trovare nella proposta del Manifesto Metamodernista (2011) scritto dall’artista Luke Turner. Il testo riassume l’articolo Note sul Metamodernismo (2010) degli studiosi della cultura Timotheus Vermeulen e Robin van den Akker. Un manifesto che vuole portare «un’ingenuità informata, un idealismo pragmatico, un fanatismo moderato, oscillante tra sincerità e ironia, decostruzione e costruzione, apatia e affetto, cercando di ottenere una qualche posizione trascendente come se questa fosse per noi a portata di mano» (Turner, 2015).     

Il metamoderno dichiara di voler superare i tratti principali che contraddistinguono il nostro tempo, come scriveva Turner: «Lì dove il postmoderno era caratterizzato dalla decostruzione, l’ironia, il mosaicale, il relativismo, il nichilismo, e il rifiuto delle grandi narrazioni, il metamoderno affronta il risorgere della sincerità, della speranza, del romanticismo, dell’affetto, e del potenziale per le grandi narrazioni e verità universali».

Siamo tornati a un’epoca dove le utopie vengono perseguite e considerate realizzabili, pur mantenendo una punta di riserbo. L’uomo diventa capace di oscillare fra due o più realtà. Si tratta della metaxis platonica, parola rivendicata dal metamoderno, che indica lo “stare nel mezzo”. Così come può sentire sentimenti contrastanti, l’essere umano del XXI secolo si prepara anche a vivere fra molteplici mondi.

Leggendo le pagine del manifesto, viene facile pensare che proprio la figura di imprenditore visionario di Musk incarni l’espressione metamoderna. Il fondatore di SpaceX non si preoccupa solo di aprire rotte interplanetarie, ma anche di rompere le distanze fisiche sulla Terra attraverso il suo prototipo di alta velocità Hyperloop. Il risultato è rivoluzionare il modo in cui l’uomo vive lo spazio.

Alcune volte nella Storia per avere un cambio di paradigma bisogna semplicemente armarsi di pazienza, mantenendo una visione d’insieme e tenersi pronti al cambiamento anche se tutto sembra suggerire diversamente. Come scrisse Carl Schmitt nel suo Terra e Mare (1954), anche se le popolazioni nordiche avevano scoperto l’America circa mille anni prima di Colombo, è stato necessario aspettare la spedizione spagnola del 1492 perché la consapevolezza della sfericità del globo attecchisse nella visione del mondo europea.

Solo con la scoperta dell’elemento aereo, a partire dall’inizio del XX secolo, l’uomo ha iniziato a indagare quell’infinito, universo et mondi che venne presentato già trecentoventi anni prima da Giordano Bruno. L’emergere di una Rivoluzione dello Spazio (Raumrevolution) prende tempo.

Senza altre prospettive se non i problemi ambientali, politici e socioculturali derivanti dall’Antropocene, dai flussi migratori e dai fascismi riemergenti, una vita fuori l’atmosfera poteva essere lasciata alla mercé di pochi imprenditori visionari che progettavano nuove vie e prospettive di guadagno sullo sfondo degli eventi, assieme  a un’equipe di astronauti specialisti in caduta libera perenne nella Stazione Spaziale Internazionale. Dopo il Falcon Heavy però, non possiamo ignorare l’oscillazione metamoderna che accenna a portarci tra la Terra e Marte.

Starman è il catalizzatore di chi ha fatto sua la missione di aprire lo spazio esterno all’umanità e alla popolazione civile. La simbologia apparentemente goliardica della decappottabile rossa rompe i claustrofobici ambienti-isola in cui sono confinati gli astronauti odierni, e mira a riportare la dimensione spaziale all’uomo qualunque. Il messaggio è che in un futuro non troppo lontano si vivrà su altri pianeti così come viviamo sulla Terra.

 


Alessandro Mazzi (1990) è laureando magistrale di filosofia all’Università di Urbino. Filosofo e poeta, pubblica poesie online con La Tigre di Carta e tiene conferenze di filosofie comparate. Collabora con diverse testate online.
In copertina: Moved Landscape-Journey 108 Taek Lim, 2010.