Parte di un lavoro più ampio, “Botole” racconta di un possibile presente in cui, crollate le strutture politiche, la città sopravvive come uno spazio in cui la società si riarticola geograficamente. È la storia di cosa sopravvive ai margini, di un fallimento, di una grande menzogna. (Secondo classificato del concorso letterario Urbanità Tentacolare)


Copertina: Catching Rabbits, William Sidney Mount, 1839

di Simone Marcelli

Cinque giorni zitto è stato il callone. Un impiegato del comune sembrava, con una paura da impiegato negli occhi. Di chi oltre alla seconda fascia non c’è mai stato, figuriamoci in un agglomerato di quarta come questo. Picchiarlo volevano quelli di Iena, o mettergli la tremarella. Noi di lasciarlo perdere abbiamo detto, perché i calloni come quello pure dell’ombra loro tremano. Lasciatelo perdere quel disgraziato, abbiamo detto, che si vede che pure di respirare tiene paura. Però che non si capiva che era venuto a fare è vero pure. Muto sotto a un lampione se ne stava, nell’angolo della piazza più luminato come chi ha paura del buio o dell’uomo nero, o di noi mediterranei che per conto nostro ce ne stiamo, sotto i portici a contare il tempo e i musi foschi di chi passa.

Mica è il primo che dalla Vieille Ville arriva qua negli agglomerati delle fasce esterne. Uh!, troppi ne sono arrivati. Come le porcherie del mare sulla battigia, arrivano. Li vomita qua il Centro. Scarti sono, come la spuma gialla del mare piena di porcherie, quando fa caldo molto e rimane densa sul bagnasciuga. E poi il sole la secca. In quel modo. E infatti con uguale velocità spariscono, alcuni crepano di overdose o con i polsi aperti in nemmanco una settimana. I corpi nel fosso li troviamo. Iena e i suoi gliela vendono apposta maltagliata, a questi. Per mantenere questo schifo nostro pulito dai calloni cittadini che lo schifo loro li porta qui assieme a tanti occhi e a tante parole loro bellicose perché, anche se ci arrivano, schifo gli fa questo posto: invece di dire meglio di niente e ringraziare la Madonna delle Strade di averci ancora il respiro e le pance piene, a credito per anni. Arrivano loro e chissà che si pensano. Fatto all’incontrario il viaggio significa legnate, invece. Noi questa libertà infatti non ce la prendiamo più, di risalire verso il Centro. Tutti alpini e danubici questi che arrivano, che nulla ci hanno da spartire con noi mediterranei che invece qua nasciamo, oppure sulle spiagge del mare nostro e poi ci prende l’idea maledetta di venire alla Vieille Ville, e salendo salendo qua ci fermiamo, in fascia 4 se va bene. Iena se la ride quando troviamo un corpo stecchito con gli occhi così e la bava. Altri spariscono e il diavolo solamente lo sa dov’è che vanno.

Nessuno mai come lui, un danubico puro di razza bionda con certe braccina così e gli occhi annacquati, nessuno mai come lui si è fermato per tanto tempo dalle parti nostre da quando abbiamo ricordo. Muro muro camminava, con gli occhi della merdona. Paura fanno i mediterranei quando non deambulano additati per le vie della Vieille Ville ma stanno pacifici e padroni appoggiati ai muri degli agglomerati periferici, col mento alto. Così stiamo qui nell’agglomerato 3 di fascia 4. Così stiamo nei nostri agglomerati, che di noialtri sono, Dio ci testimoni. Pacifici e padroni. Qui merdone sembrano, loro.

Il futuro vuoi conoscere?, gli chiediamo la prima volta che ci guarda fisso. Già le lame aperte in quadriga sul gradino avevamo, per il consulto nostro quotidiano. Minziga, stavamo seduti sulle scale antiincendio dello spaccio alimentare e sul muretto del parcheggio, e lui ci castiava con gli occhi annacquati fissi. Ma mica gli importava del futuro a quello, nulla gli importava. Muto, ci ha ricomposto il mazzo di arcani maggiori, l’ha mescolato senza chiedere, come se non gliene sbattesse nulla di finire secco nel fosso con gli altri calloni suoi pari, ce lo mescola davanti il mazzo e poi ce lo mostra. Tutti bagatti, erano. Tutti. Questo è un trucco, ci ha detto. Grazie al cazzo, che non sappiamo forse riconoscere un giochino da una vera opera? Questo è un trucco, ma ora voglio fare cose vere. Vi prego, ci ha detto. Callonate! Che si è visto mai un nordico continentale sporcarsi la pelle di luna con il sangue di coniglio, o le mani di gesso disegnando un circolo sull’asfalto? Nemmeno con lo spirito della loro madre bagassa saprebbero parlare. Eppure ognuno il suo proprio destino con la tenacia se lo conferma, e se le forze di questo sprofondo sterminato di municipio lo hanno portato in un girone esterno come questo qualche cosa vuole dire. E pronto era, lo giuriamo sul culo caldo dei santi, com’è pronto chi più nulla da perdere tiene. Così ci si offre alla pratica vera. E chi siamo noi per dire no a chi si presenta pronto? Nessuno siamo.

Trucchetti da parroco, da impiegatuccio faceva da quando era piccolino. Invece a essere precisi era medico dottore, prima che la ruota girasse a mano manca. Lo studio da medico glielo ha lasciato suo padre, l’appartamento da lorsignori invece era di suo nonno, che altrimenti mica ce la fai a comperare una casa nella Vieille Ville. Tutto ha raccontato chiuso nel buio della Cisterna che glielo rimbombava dietro notte dopo notte per le cinque notti che servono, come un pozzo senza desideri. Piccolino il pianto seguitando a raccontare fino alla fine, mischino!

La moglie pure dottora. Studiando si sono conosciuti, e minziga fu naturale accoppiarsi come bestie della propria specie. Stesso quartiere, stesse famiglie, stessa professione. Un gioco al raddoppio praticamente, a proposito di trucchetti. Bellina la vita che facevano, come quelle vite che noi immaginavamo quando ancora andavamo nella Vieille Ville in cerca di non si sa che cosa, e castiavamo la gente transitare per i negozi o sfrecciare veloci nelle navette elettriche e negli ascensori di vetro. Gli aperitivi, il cinema, gli uffici. Anche molto turismo, ci ha raccontato di aver visitato quasi tutte le città che ancora non è pericoloso visitare da soli. La paura dei passerotti hanno. In aereo viaggiavano anche se è da nababbi: dal centro esci dalla Vieille Ville senza passare per la conurbazione periferica, la vedi dall’alto. Bellina la vita così.

I trucchetti che faceva mai erano piaciuti a sua madre e a suo padre; che sono cosa da chi non è schietto, poiché la vita non ha più bisogno di prestigiazioni finalmente. E sua moglie pure all’inizio li aveva tollerati e poi sempre meno. I giochi di carte e la comparizione di fiori faceva quando andavano al ristorante con gli amici rispettabili e professionisti, il callone. E, di nascosto dai superiori, pure ai pazienti con l’angoscia della vita, che i trucchi di prestigiazione possono fare un sorriso nell’attesa che la scienza medica faccia la guarigione vera. Anche alla moglie li faceva in principio, per farle il sorriso durante i litigi. Mica funzionava. Lui per non dare noia alla moglie aveva smesso di coinvolgerla e si esercitava nel suo studio a porta chiusa, dopo cena. Così il passatempo diventò malattia, che la libertà solitaria questo fa.

Abbiamo castiato in sogno la sua casa, l’ultima notte che il callone ha passato serrato in Cisterna.

La studio è la seconda camera a sinistra sul corridoio, entriamo ed è ingombra di tavoli con botole, scatole con doppifondi, bastoni e mazzi di carte truccati, minziga, troppi mazzi di carte truccati, manuali pratici per imparare a fare quelle callonate, e il resto dell’armamentario da prestigiatore, anni e soldi per accumulare tutte queste porcherie. La domenica come tutti i signori della Vieille Ville lui e la moglie prendevano la navetta per l’agglomerato commerciale, in fascia 1, e lui passava il pomeriggio nell’isolato Giocoleria e Spettacolo, tre vie esterne quasi al confine con la fascia 2. Piccolino il casino nella stanza con tutte le porcherie che comprava! Anche il resto della casa è un casino, disordine e caddozzeria di uomo solo. Delle cose di sua moglie non c’è più nulla, e nemmeno di sua figlia maggiore che quando era piccolina come un mago vero lo castiava orgogliosamente quel babbo che meravigliava le compagnette. Poi diventando signorinella sua mamma le aveva mostrato che era un callone, e smesso aveva di andare a trovarlo nella stanza.

Avoglia a trucchi per conquistare una figlia, crescendo c’è tanto di più per le strade della Vieille Ville o negli agglomerati di svago, altro che in casa coi vecchi. I momenti liberi, come tutte le amiche coetanee, nelle sale di proiezione aumentata, a imputtanirsi il cervello con quei prodigi immaginifici molto più meravigliosi di quelli del babbo suo callone. Così piacciono i trucchetti ai nordici tutti nonmisitocchi: pronti e spettacolosi. Però, per inciso, costano le sale di proiezione: e quindi quelli che i soldi non ce li hanno qua da noi vengono, a comprare la robba per aumentarla a poco prezzo la realtà. Così mangiamo noi, anche se è un insulto alle pratiche e ai riti. Ma ancora più insulto è non mangiare.

Al piccolino di casa sempre e da sempre erano piaciuti i trucchi del babbo invece. Magia e spiegazione voleva. E il babbo suo gli diceva: è una somma e non una moltiplicazione, è come mettere insieme cose che si hanno, ma di nascosto. Che invece niente bisogna avere per fare la magia vera, noi gli abbiamo spiegato per prima cosa. E lui più niente aveva, infatti. Con i trucchi il callone aveva provato a sgravare il lungo ricovero del piccolino di casa, il secondogenito che aveva vissuto nell’agglomerato policlinico una parte di quello sputo di esistenza. Come con tutti i suoi pazienti aveva fatto. Un pomeriggio domenicale lo aveva portato con sé a comperare il materiale per un nuovo prestigio, il callone. Puoi scegliere tu la magia, gli aveva detto. Tornati ci siamo a quel momento sciagurato castiando nel buio della sua notte in Cisterna.

Cammina con la mano presa al bambino, il callone, castiando a destra e a manca come al solito suo e additando agli occhi del bambino questa o quella finestra nelle file lunghe di finestre dei palazzi bianchi della Vieille Ville, e la gente veloce per strada che salta sulle navette elettriche, o sparisce nell’asfalto su una pedana discendente che cala muta nei bassipiani amministrativi della città. Al callone un abbracadabbra bellissimo da mostrare gli pare: guarda come sparisce nella strada, fa al bambino. Tanta gente da diventare invisibili c’è per le strade del centro nel fine settimana, c’è anche chi non ci vive davvero nella Vieille Ville, ma fa finta e invece negli agglomerati più confinanti abita, tanta gente da diventare invisibili volendo, chiunque tranne noi mediterranei che subito ci scovano se camminiamo nella folla. Sulle strisce davanti al piazzale di sosta delle navette direttissime per l’agglomerato commerciale attendono il verde semaforico, e in un momento il babbo non sente più la presa molle del bambino. Sparito nel nulla, e lui con due occhi così pieni di acqua e il grido nella gola pronto. Piccolina la ricerca tra le migliaia di cittadini! Castia attorno castia attorno, migliaia di cittadini veloci che la domenica passano traverso il piazzale, andando e venendo dall’agglomerato commerciale, e navette elettriche mutissime che scheggiano via verso l’infuori. Abbracadabbra, come il fumo ha fatto. I figli di bagassa del corpo di vigilanza metropolitana subito chiedono: ha visto zingari o mediterranei sospetti seguirvi? Per la malafede sia maledetto il seme e la lingua vostri vigilanti figli di bagassa, che dei picciocchi degli altri niente ce ne facciamo noi, di bocche da sfamare in più, ed è peccato che cristoddio ha in odio torcere il capello di un bambino. Lo riaccompagnano a casa il callone. A quel punto la moglie già l’ha deciso di chi è la colpa, zingari o non zingari.

Due giorni dopo moribondo lo hanno ritrovato, intrappolato nel cedimento di un’intercapedine del sistema di pedane discendenti che fanno aprichiudi, più là che qua mischinetto. Come se una botola di babbo suo si apre muta in mezzo alla folla. Troppi ne sono morti dei nostri così, in giro per la Vieille Ville a cercare o chiedere qualcosa, e nemmanco ce li hanno restituiti se li hanno trovati incastrati e morti. E abbiamo smesso anche di andarci, infatti, perché è vuoto fragile e forato come l’osso di gallina il centro vecchio di questa conurbazione così grande e trivellata che di continuo cede come la pietra friabile e la rattoppano sempre. Un anno semivigile ci ha vissuto nell’agglomerato policlinico, il mischinetto. Trucchi e prestigiazioni a non finire per ingannargli il tempo e la morte, che però non è callona e non si fa ingannare così. La medicina farà la magia vera, gli diceva, vedrai che lo fa la magia e mette insieme i pezzi della tua guarigione e puff, sei fuori. La magia vera prometteva. Dottore il babbo e dottora la mamma, e i migliori specialisti della Vieille Ville, tutti a provare i rimedi della scienza esattissima e al massimo un po’ il dolore gli anno alleviato. A niente è servita l’agonia di un anno attaccato a tubi e cavi, che il cervello di un bimbo fa presto a inzupparsi di sangue emorragico dopo una caduta così. E se sopravviveva rimaneva scemo. Un anno così.

Poi un giorno. I genitori attraversando tutta la Vieille Ville nell’orario di transito della navetta direttissima per l’agglomerato policlinico, che fa l’andata la mattina e il ritorno per pranzo. E lui morendo. Strade dritte e di traverso per più di un’ora di viaggio tra i palazzi alti e bianchi della Vieille Ville per trovarlo morticino già in camera mortuaria. Manco ad averlo visto morire, manco essergli potuti stare sempre a manina presa per sgarvargli la paura ultimissima, che gli orari sono orari.

Il callone da noi ci è venuto dopo che la moglie andata se n’è con la figlia maggiore, nel tempo di mezza luna. Niente gli era rimasto, solo la casa vuota che abbiamo visitato in sogno. Niente più. E che fare, a quel punto?

I morti, morti devono restare. Così gli abbiamo detto per avvertirlo, dopo che si è fatto spoglio. Non era quello che voleva. Ormai spoglio davvero era. Pronto.

Da illusionista a mago Questo solo gli importava: imparare a operare davvero, o altrimenti farsi ammazzare da quelli di Iena, piuttosto, che è l’unica soluzione rimasta per farla finita quando non si ha più voglia di sentire dolore, qua nella conurbazione. Di modi altri non ce ne sono, da quando ammazzarsi da soli è reato.

Solo il gesto che si compie davvero gli importava, come promessa ultima. Animare il mai animato, che resuscitare i morti invece illusionismo è.

Poi una mattina non c’era più. Dopo quattrocentonove giorni di apprendistato, sparito anzitempo. Niente di suo aveva lasciato qui, che niente di suo aveva. Raccolti nello scuro della Cisterna, lo abbiamo seguito. È entrato nell’appartamento chiuso e umido, tutto pieno di polvere. Sacchi di argilla s’è trascinato dietro. E poi ci ha respinti fuori chiudendo gli occhi. Bravo era diventato.

Tre giorni dopo nuovamente abbiamo castiato nella casa sua, che le difese erano cadute. Era dopo il tremore ennesimo della Vieille Ville, che si è sentito fin qua. Tutto in ordine nella stanza delle prove. C’è un golem di due metri e mezzo, con il volto senza lineamento alcuno. Sulla fronte solamente il primo tratto dell’iscrizione. A terra ai piedi del golem sta il callone, sotto il peso della scala. Due occhi così che non piangono nemmeno, la percezione del dolore spezzata. Immobile da fare pietà, mischino d’un callone paralizzato.


Simone Marcelli è nato a Cagliari nel 1991, ma è cresciuto nella Tuscia e si è laureato in Italianistica a Bologna. Ha iniziato un dottorato in Letteratura italiana all’Université de Genève, abbandonato per insoddisfazione. Tiene laboratori di lettura e scrittura creativa nelle scuole. Ha pubblicato racconti in varie riviste online, e uno nell’Almanacco 2017 della Quodlibet. Gli è stato assegnato il Premio Pagliarani 2017 per una raccolta poetica di prossima pubblicazione.