Un storia dei caffè artistici e letterari di Firenze, attraverso le testimonianze di chi li frequentava.


(Questo testo è un adattamento tratto da “Firenze mare” di Simone Innocenti Ringraziamo Giulio Perrone editore per la gentile concessione)

di Simone Innocenti

Doveva fare effetto Firenze, allora. Nella testa dei letterati e degli intellettuali era una pietra di paragone talmente forte che forse si faceva prima ad abbatterla. Firenze pronta a stupire. Di sicuro era un luogo dove – da un punto di vista artistico – succedevano molte cose. Ed era un luogo che emanava un certo profumo solo ad arrivarci. Corrado Alvaro, che è uno scrittore calabrese meraviglioso, l’unico che poteva – per qualità – permettersi di scrivere ciò che voleva durante il Fascismo, ha messo nero su bianco un romanzo contro la guerra negli anni della guerra.

Quella Firenze è un posto così difficile che pare impossibile anche coabitarci. C’è molta elettricità nell’aria. Ci sono molti interrogativi in piedi. Ci sono intellettuali divisi. O intellettuali compatti. Tutto pare svolgersi a bande. Siamo sempre nel 1914 quando Ottone Rosai scrive Il libro di un teppista, esatto contraltare al bellissimo volume scritto da Alvaro. Rosai è una figura complicata, dice di essere fascistissismo e offre rifugio ad artisti ricercati durante la caccia agli ebrei: è omosessuale, ma nei libri dichiara che «con due lire penso di andare in via dell’Amorino» (a due passi dalla stazione, via dove ci stavano le case chiuse, N.d.R.), dipinge ma scrive. Rosai è probabilmente – come carattere di base – uno di quelli sempre contro, perfino contro se stesso.

È dunque nei caffè che Firenze fa pulsare le discussioni letterarie, si sfida, cerca una propria identità. Le Giubbe Rosse in piazza della Repubblica sono uno dei baricentri della vita intellettuale. Rosai testimonia un fatto interessante quando riporta di essere tornato lì tutto vestito da volontario: «Provoco in loro una gran risata. Non li ho preceduti in gesti che prima o poi dovranno fare anche loro? (…) Più la faccenda si faceva seria, più si cercava di tergiversare». Discussioni su discussioni, insomma. Con senso del rispetto altrui molto basso, caratteristica abbastanza diffusa da queste parti.

Che tutto ruotasse attorno ai caffè – e a certi caffè – ne è prova molto degli scritti che circolano in quegli anni. C’è per esempio un ricordo che Romano Bilenchi – scrittore e giornalista, oltre che militante di una sinistra critica – dedica a Ottone Rosai impegnato a lavorare al tavolino del bar opposto alle Giubbe Rossi, il Paszkwoski.

Questa sfida è una costante della città e dei frequentatori dei caffè. Sempre La Nazione riporta che erano normali in quegli anni «gazzarra e pugilati tra i tavoli delle Giubbe Rosse e del Paszkwoski». A riprova però che quella Firenze era una Firenze rissaiola – e in buona parte lo è ancora – vale la pena tornare sulla reazione dei duemilacinquecento spettatori che avevano preso posto al Teatro Verdi il 12 dicembre 1913 quando era di scena Uccidiamo il chiaro di luna, prima sortita futurista: a Marinetti non fu risparmiato «nessun vegetale, cotto o crudo». Stessa sorte toccò ad Ardengo Soffici e a Giovanni Papini. Marinetti fu centrato in un occhio, nessuno potette reagire, ma il poeta fece il suo discorso contro gli spettatori. «Siete seimila mediocrità contro otto artisti dei quali non potete negare il formidabile ingegno. Non ci farete indietreggiare neanche a revolverate. Preferisco il nostro manicomio al vostro Pantheon», disse udito solo da quelli delle prime file.

Erano atmosfere infuocate, insomma. Tra quei tavoli del Gilli e del Paszkoswy – dove oggi si possono consumare deliziosi caffè in un’atmosfera elegante – all’epoca ci si poteva trovare di tutto.


Simone Innocenti, ha scritto Puntazza (Erudita editore) e suoi racconti sono apparsi in varie antologie. Si occupa di cronaca nera e giudiziaria e ha scritto per La Nazione, Il Giornale della Toscana, Avvenire, L’Espresso e Sette. Attualmente lavora al Corriere Fiorentino, dorso regionale del Corriere della Sera.
In copertina: Bruno Paoli, Al Caffè, courtesy Pananti.