La mania di ritrarre tutto e tutti compulsivamente è un tratto peculiare del nostro tempo? Forse no, se rileggiamo “L’avventura di un fotografo” di Calvino.


di Salvatore Cherchi

Se siete stati a Roma sarete saliti sul colle Aventino, dove potete guardare la cupola di San Pietro dal buco della serratura della porta del Priorato dei Cavalieri di Malta. È una tappa turistica molto in voga, nonché rappresentazione di un’interessante morbosità voyeuristica che oggi non si conclude con l’atto privato dello spiare, ma si estende a una dimensione pubblica dove noi stessi siamo tanto oggetto osservato quanto voyeur, all’interno di un nostro personale e virtuale colle Aventino.

Il buco della serratura è per antonomasia simbolo della curiosità di osservare qualcosa che c’è precluso: il privato, l’intimo. Non appare quindi inopportuno il fatto che Rossano Baronciani abbia intitolato il suo ultimo saggio in tema La società pornografica (effequ, 2016): cosa c’è di più pornografico che lo spiare dal buco della serratura? Diviene allora naturale, in un mondo che si osserva, spostare il focus della comunicazione dalla parola all’immagine, potenziando gli artifici retorici che alterano l’aderenza al reale in favore di esigenze narrative. Per dirla con Baronciani: «sui social network siamo chi vorremmo essere, ci pensiamo in piena luce rispetto agli altri, ma allo stesso tempo stiamo molto attenti a nascondere la nostra ombra, le nostre zone oscure».

Le conseguenze di questo atteggiamento possono trovare casa sotto la voce “narcisismo digitale”, quel fenomeno per cui il nostro Io Ideale prolifica all’interno di un mondo virtuale costruito ad hoc, privo di sbavature e ombre, che autoalimenta la propria sicurezza dentro cerchie di condivisione delle proprie idee ed esclusione di quelle altrui. Un mondo che non sente la necessità di fare i conti col Super Io, quello che, per farla semplice, ci tiene ancorati alla realtà e limita i nostri deliri di onnipotenza in relazione a un mondo ricco di sfumature e regole.

L’industria culturale ha qui trovato terreno fertile per le sue narrazioni distopiche, e non si sono nemmeno fatte attendere le riflessioni sociali, etiche o morali sulle derive che da ciò conseguono. La filosofa italiana Elena Pulcini, nel suo La cura del mondo (Bollati Boringheri, 2009), riallacciandosi al pensiero di Sennet, Lipovetsky e Lasch, ha definito l’individuo moderno «entropicamente chiuso nel circuito autoreferenziale dei propri desideri […] indifferente alla sfera pubblica e al bene comune e incapace di progettualità».

Apocalittici o integrati, quale sia la posizione d’analisi, rimane prima imputata la tecnologia, e quella fotografica è tra le più rappresentative e discusse (si noti il peso che ha la fotocamera di uno smartphone in fase di promozione e acquisto). Un medium che ha dovuto ridefinire i suoi confini e il suo senso all’interno di una società interconnessa che sembra aver trasformato i suoi usi e i costumi.

Nell’era dell’immagine condividere un momento, privato o pubblico che sia, è diventato gesto necessario, e ogni foto è seguita di rito dall’immancabile hashtag che la identifica nell’oceano di altre sue simili (hashtag come #selfie o #foodporn hanno tra le duecento e le trecento milioni di fotografie). Il simbolo # è così diventato sia un codice della comunicazione visiva su internet, sia un elemento che identifica la più vasta appartenenza a un universo vitale mediato da una tecnologia che si impone come protesi dell’identità, andando a influenzare azione e pensiero degli individui, come sottolinea la psicoterapeuta Maura Manca nel libro Generazione Hasthag (Alpes Italia, 2016). Questo può di certo essere letto in ottica negativa (sebbene non sia l’intento dell’autrice), tuttavia, come ci fa notare il ricercatore e studioso di cultura digitale Tommaso Bonini, nell’articolo “Breve storia del guardarsi allo specchio” (doppiozero, 2014), l’uso della tecnologia è «come l’utilizzo di una lingua, un atto performativo che può produrre risultati altissimi o terribili, a seconda della nostra conoscenza della grammatica in gioco».

Rifacendoci quindi alla grammatica della fotografia, possiamo chiederci se la necessità di fotografare tutto sia una prerogativa di tempi in cui individualismo e narcisismo vanno e braccetto, o se si tratta di un bisogno dell’essere umano che va al di del tempo e delle mode.

Nel 1970 Einaudi pubblicò la raccolta Gli Amori difficili, di Italo Calvino. Tra le novelle contenute ce n’è una dal titolo “L’avventura di un fotografo”, che si apre così: «Con la primavera, a centinaia di migliaia, i cittadini escono la domenica con l’astuccio a tracolla. E si fotografano. Tornano contenti come cacciatori dal carniere ricolmo […] e solo quando hanno le foto sotto gli occhi sembrano prendere tangibile possesso della giornata trascorsa».

Il racconto narra le gesta di Antonino Paraggi, “non-fotografo”, e del suo rapporto con la fotografia. Una sorta di amore-odio che si snoda tra l’iniziale diffidenza e critica verso “l’hobby borghese” e una serie di circostanze che lo spingono prima ad appassionarsi e poi a tramutare il piacere in mania, qualcosa di cui non può più fare a meno, che lo rende schiavo della continua ricerca dello scatto perfetto e totale.

L’iniziale diffidenza di Antonino muove dall’avversione che lo stesso Calvino aveva per la fotografia. Il racconto infatti è una rivisitazione di un precedente articolo dello stesso autore, pubblicato nel 1955 sul quotidiano Il contemporaneo, dal titolo “La follia del mirino”, nel quale dipinge l’attività fotografica (perlopiù amatoriale) come qualcosa di primitivo e infantile. L’autore ha poi rivisto le sue posizioni, anche grazie all’amicizia col regista Antonioni, ed ha tradotto questo ribaltamento proprio nel racconto: Antonino infatti svilupperà un senso critico che lo porterà a riflettere sulle potenzialità e sui limiti della fotografia come forma d’arte e narrazione, pur non sfuggendo alla sudditanza a cui questa lo condurrà, privandolo di una vita e un amore sani.

Quando Calvino ha scritto questo racconto (si presuppone il 1970, anche se nella raccolta è indicato il 1955, data di pubblicazione del saggio), smartphone e social network erano pura fantascienza, e con buona probabilità all’epoca la tecnologia era meno pervasiva nel quotidiano, sebbene la diffusione del mezzo fotografico come oggetto consumer per una fascia benestante della popolazione stesse iniziando proprio in quegli anni. Eppure le riflessioni sul rapporto che il personaggio instaura col gesto di scattare e immortalare ciò che lo circonda, così come la parabola discendente verso la monomania fotografica, sembrano descrivere una qualsiasi persona abbia oggi uno smartphone in tasca e senta il bisogno di fotografare e condividere tutto ciò che vive. Riporto qualche altro breve passaggio dal racconto:

«il passo tra la realtà che viene fotografata in quanto ci appare bella e la realtà che ci appare bella in quanto è stata fotografata, è brevissimo»

«Antonino continuava a scattare istantanee di lei che si districava nel sonno, di lei che si adirava con lui, di lei che cercava inutilmente di ritrovare il sonno affondando il viso nel cuscino, di lei che si riconciliava, di lei che riconosceva come atti d’amore queste violenze fotografiche»

«la fotografia ha un senso solo se esaurisce tutte le immagini possibili»

Questi elementi sono correlati a ciò che vive Antonino nel suo mondo di gite domenicali fuori porta e amici fotoamatori, ma appare evidente come in diversi aspetti coincidano con ciò che oggi vediamo.

Quello che subito ci mostra Antonino è come la necessità di scattare convulsamente fotografie, l’esigenza di ritrarre ogni istante della vita affinché non si perda «nell’ombra insicura del ricordo», non sia una peculiarità solo dei nostri tempi. La tecnologia non è la causa ma il mezzo in grado di soddisfare meglio un desiderio tanto utile (preservare il ricordo) quanto vanesio (soddisfare l’ego), a cui le persone non sanno rinunciare.

Antonino e gli amici sono legati a una realtà dotata di una tecnologia analogica, ma non per questo vivono “la genuina vita dei nostri padri”, anzi, le loro giornate sembrano prendere senso solo quando la stampa a rullino e gli album fotografici di carta e colla gli danno forma. Tuttalpiù ciò che ricreano rimane circoscritto al focolare domestico, non comunica col mondo esterno. Sono obbligati a una fruizione passiva del prodotto fotografico, che si limita a custodire il ricordo familiare. L’evoluzione verso una tecnologia digitale, oltre a permetterci un diretto e istantaneo intervento su ciò che immortaliamo (quante app di post-produzione avete sul telefono?), ci ha dato accesso a una realtà virtuale e connessa con centinaia e migliaia di altre persone che a loro volta hanno libero e potenziale accesso, nonché interazione, con noi – o meglio: con l’immagine che diamo di noi. Questo sposta l’attenzione dall’utile al dilettevole, quindi alla cura della nostra immagine più che alla conservazione. La giornata prende senso quando interagisce con quella altrui.

Un ulteriore aspetto interessante, evidenziato da Lucia Re nel saggio “Calvino e l’enigma della fotografia” (che analizza proprio il rapporto tra l’articolo e il racconto), è l’associazione tra fotografia e sessualità che Calvino propone. Nell’articolo del ’55 l’autore dice: «la passione fotografica nasce in modo naturale e quasi fisiologico come fenomeno secondario della paternità: uno dei primi bisogni dei genitori, dopo aver messo al mondo un figlio, è quello di fotografarlo». Possiamo leggere queste parole come un primo seme, una prima riflessione, che anticipa la futura evoluzione nella società pornografica, dove l’atto sessuale, liberato dei vincoli riproduttivi dell’Italia del Baby Boom, approda sulla sfera della costante e crescente ricerca di piacere. Così la foto, da mezzo in grado di riprodurre la nuova realtà e preservarla dalla perdita del ricordo, diventa strumento di ricerca di senso e gratificazione all’interno di un mondo sempre più interconnesso e precario.

Il passaggio quindi, per usare le parole di Antonino, dal «considerare fotografabile ogni momento della propria vita», per paura di perderlo, al vivere «in modo quanto più fotografabile possibile», di modo da esser sempre perfetti, sta nella possibilità tecnologica di valicare vecchi limiti e crearne di nuovi.

Del resto anche un fenomeno come il selfie, diventato segno distintivo dei nostri tempi (esistono smartphone che della fotocamera da selfie fanno il loro punto forte), è un gesto vecchio: la storia dell’arte è ricca di autoritratti, da Tintoretto a Munch, da Van Gogh a Monet, Modigliani, Magritte, Renoir, il pittore ha utilizzato l’autoritratto per lasciare una particolare, intima e rappresentativa immagine di sé alla storia. Lo stesso scopo hanno gli autoscatti dei fotografi che hanno contributo a definire il mezzo come espressione artistica. E ancora, il selfie è privo di valore di per sé, non solo per la mancanza degli elementi estetici che hanno caratterizzato i grandi autoritratti/autoscatti, ma perché il suo valore è connesso alla sua riproducibilità e diffusione nelle cerchie sociali di chi lo produce. In merito si pensi alle pubblicità dei primi cellulari con fotocamera, che ritraevano giovani intenti a farsi un autoscatto. Quel gesto è rimasto confinato allo spot e mai diventato virale sino all’avvento dei social network.

Per usare ancora le parole di Tiziano Bonini: «i media, social media compresi, assecondano “soltanto” la nostra personalità, la nostra cultura, le nostre passioni, la nostra identità». Quindi gli amici di Antonino avrebbero portato con loro un’asta per il selfie e avrebbero fotografato il pranzo in trattoria durante le loro uscite domenicali se fossero vissuti oggi, ma lui avrebbe comunque pontificato, tanto ieri quanto oggi, così: «Basta che cominciate a dire di qualcosa: “Ah che bello, bisognerebbe proprio fotografarlo!” e già siete sul terreno di chi pensa che tutto ciò che non è fotografato è perduto, che è come se non fosse esistito, e che quindi per vivere veramente bisogna fotografare quanto più si può».

Verrebbe facile dire che si è ribaltato il concetto del “momento decisivo” espresso da Henri Cartier-Bresson, quello per cui non bisogna lasciarsi travolgere dall’abbondanza di materiale fotografabile, ma bisogna tagliare, eliminare, scartare con attenzione il materiale grezzo della vita per cogliere solo quel momento che mai più si ripeterà. Oggi invece sembra essere il materiale grezzo della vita a rappresentare il “momento decisivo”. Ma potrebbe essere solo una facile interpretazione. Un déjà-vu forse, dato che tutto sembra ripetersi all’infinito e che tutti si sentono in dovere di seguire e replicare mode. Il momento decisivo continua ad esserci oggi come allora, dato che è fondamentale per costruire la nostra immagine pubblica, ed anzi, ha doppia valenza: il momento è decisivo non solo quando coglie la nostra perfetta quotidianità, ma anche quando raggiunge elevati gradi di apprezzamento e condivisione. L’intera nostra giornata diventa potenzialmente il “momento decisivo” da ritrarre e condividere. Ma anche questa non è una peculiarità dei nostri tempi. Già Antonino, tra gli anni ’50 e ’70, ci diceva: «Perché una volta che avete cominciato […] non c’è nessuna ragione che vi fermiate […] Se fotografate Pierluca mentre fa il castello di sabbia, non c’è ragione di non fotografarlo mentre piange perché il castello è crollato, e poi mentre la bambinaia lo consola facendogli trovare in mezzo alla sabbia un guscio di conchiglia […] l’unico modo d’agire con coerenza è di scattare almeno una foto al minuto, da quando apre gli occhi al mattino a quando va a dormire. Solo così i rotoli di pellicola impressionata costituiranno un fedele diario delle nostre giornate, senza che nulla resti escluso».


Salvatore Cherchi, nato in Sardegna, attualmente vive a Firenze. Si interessa di letteratura e affini. A volte ne scrive su alcune riviste, tra cui Riot Van, Noisey Italia, L’eco del nulla e In fuga dalla bocciofila.
In copertina: Donatella Spaziani, Autoscatto, Sanpietroburgo; es. c/p 1/3 (2001) – Fotografia analogica. Courtesy Pananti.