I meme sono la prima forma espressiva di massa che realizza davvero la morte dell’autore, perché oltre all’autore non vi è neppure opera.


(Questo testo è tratto da “La guerra dei Meme”, di Alessandro Lolli. Ringraziamo Effequ per la gentile concessione)

di Alessandro Lolli

 

quando ti chiedi chi c’è dietro ai meme e scopri che qualcosa non torna

Il meme è la forma espressiva dello sciame senza centro e senza obiettivo, dell’anonimato radicale. Certo, i meme sono circolati in ambienti caratterizzati da tutti i tipi di anonimato: si diffondevano sui forum con registrazione e nickname e Anonymous comunicava attraverso i meme, così come più tardi ha fatto l’Alt-right. Con questo non si vogliono lanciare giudizi morali dicendo che queste sono delle appropriazioni indebite di un fenomeno che in passato era ‘puro’, si vorrebbe piuttosto dimostrare che appropriarsi di un meme è strutturalmente impossibile.

A oggi vediamo esistere tuttavia il concetto di ‘stolen meme’, cioè ‘meme rubato’, che presuppone quindi un proprietario del meme, e ci si è arrivati perché i modi di produzione memetici sono cambiati notevolmente negli ultimi anni. Ma è davvero possibile rubare un meme? Cosa si intende di preciso?

Quando i meme si sono stabilizzati prendendo coscienza di sé, in un periodo che potremmo datare dal 2006 al 2010 circa, c’era una filiera memetica molto chiara. 4chan era il principale, quasi unico, luogo di produzione di tutti i meme di Internet. Venivano poi raccolti sui cosiddetti ‘aggregatori’, dei quali il più famoso era 9gag: siti di archivio che propongono gallerie di meme continuamente aggiornate. Da lì si diffondevano sul resto di Internet, cioè negli allora nascenti Social network. Il percorso della filiera memetica coincideva anche col processo di ‘normificazione’ dei meme: a ogni passaggio i meme si logoravano, perdendo legittimità nella community che li aveva creati. In questo senso Facebook diventava il luogo dei materiali ‘di scarto’, connotato molto negativamente.

A un dato punto, collocabile tra il 2012 e il 2013, le cose sono cambiate. Facebook ha iniziato a generare autonomamente meme e altri contenuti ascrivibili alla Internet art, dando vita al cosiddetto ‘weird Facebook’. Sono nate pagine che producevano meme ‘di qualità’, cioè in linea con le aspettative stilistiche e narrative della vecchia community che aveva casa su 4chan e altre realtà ‘underground’. Benché molte di queste nuove pagine Social fossero, e restano, ‘di qualità’, si fa evidente il tradimento dell’anonimato radicale presente in 4chan, laddove si crea un’identità dei contenuti riconducibile al nome della pagina. Tali pagine si esprimono sotto l’anonimato debole del primo tipo, quello del nickname (talvolta ulteriormente precisato quando i diversi amministratori che gestiscono una pagina firmano il contenuto appena condiviso, anch’essi solitamente tramite pseudonimo). Si può speculare sui motivi di questa inversione di rotta, probabilmente dovuta semplicemente alla forza delle magnifiche sorti e progressive che hanno imposto di occupare un campo ormai non più disertabile: Facebook doveva essere calcato anche dai duri e puri, per non abbandonarlo ai normie, anche a costo di sottostare alla tirannia del Nome. Ecco perciò che emerge la possibilità dello stolen meme: accade quando una pagina ruba il contenuto prodotto da un’altra (detto OC, ‘original content’), cioè lo condivide senza riportare l’autore. Ma i meme non erano la realizzazione della tanto attesa morte dell’autore? Cosa sono queste pretese di originalità, queste accuse di furto, questa autorialità rinata sotto le pagine di un sito proprietario?

In realtà la sola cosa che si può davvero rubare è l’attuazione pratica e singola di un meme, ma non la sua essenza. Si può rubare, o rivendicare, la cosa meno importante. Ricordiamo la distinzione, vista in precedenza, tra cornice memetica e meme attualizzato concreto. Nella prima si è identificata l’essenza del meme, mentre le attualizzazioni sono solo le molteplici, infinite, battute che si possono fare a partire dalla cornice. Le singole battute possono essere rubate e rivendicate. Ma il meme è strutturalmente non rubabile. O meglio, funziona proprio nella misura in cui viene sottratto e condiviso, restando essenzialmente un’open source: se non fosse preso e reinventato, non si potrebbe neppure chiamare meme.

In questo senso la prassi memetica è la prima forma espressiva di massa che realizza davvero la morte dell’autore. Funziona là dove non v’è autore, perché non vi è neppure opera. Quando Foucault, Barthes e altri parlavano della morte dell’autore si riferivano in primo luogo a quella funzione biografica, e borghese, attraverso la quale si leggeva l’opera, attribuendole il possesso ultimo dei significati. Ma questo primo senso di morte dell’autore viene già attuato dagli pseudonimi e dalle altre forme di anonimato debole che spezzano il legame tra autore e biografia incarnata. Il discorso sulla morte dell’autore si fa più interessante quando intacca l’opera stessa, aprendola: buona parte della semiotica applicata alla letteratura (Umberto Eco, per fare un esempio nostrano), ha riflettuto negli anni sulla natura aperta della pagina, sui molteplici sensi veicolati da un testo che sono, in ultima analisi, in mano al lettore, cioè ai lettori. Se tutto il discorso sull’opera aperta, fratello di quello sulla morte dell’autore, non poteva fare a meno della presenza materiale di una e una sola opera (se parliamo di un testo composta da quelle lettere, disposte in quella maniera, benché infinitamente leggibili e interpretabili), il meme è invece l’opera aperta realizzata. Non più semplicemente attualizzata in modo diverso nella mente di ciascun lettore, ma attualizzata in modo diverso da ciascun memer nella realtà, o in quello spazio semireale che è la virtualità di Internet, comunque intersoggettivo. L’autore scompare perché scompare l’opera che è strutturalmente incompleta: una cornice memetica da riempire e reinventare, che ha senso solo nel momento in cui è riempita e reinventata.

Fuori da tutti gli imperativi ideologici che esortano i memers a rimanere anonimi, e che possono però essere traditi, è la prassi memetica a vivere solo a costo dell’anonimato, solo nella proliferazione senza sosta di contenuti nuovi di cui non conta l’autore. Hai messo la firma su questo contenuto qui? Bravo. Ma non è quello il meme, il meme sta nella serie, della quale la singola attuazione acquista senso solo in rapporto alle altre. Anche se, per assurdo, riuscissimo a tracciare ogni singola attuazione di una cornice memetica, ciascuna ipoteticamente marchiata da un bell’autoriale watermark, non avremmo comunque un autore: da un lato ne avremmo molteplici ma, a livello teorico, nessuno di questi potrebbe essere l’unico, perché il meme si è evoluto attraverso tutti, ed è ancora lì, a lasciare aperta la possibilità di una serie virtualmente infinita.

Prendiamo di nuovo l’Expanding Brain meme. Secondo quanto raccolto da Know Your Meme, nasce:

Come parte del meme Whomst, in cui la colonna di sinistra era occupata dalle varianti del pronome ‘who’ che erano associate con immagini di cervelli sempre più elaborate, a seconda di quanto intensa fosse la variante in esame. Uno dei primi e più popolari esempi è stato postato sul canale Reddit /r/dankmemes il 31 Gennaio 2017 dall’utente janskishimanski. Il post ricevette circa 1.200 voti positivi.

Niente, ma proprio niente, di tutto ciò è rilevante alla comprensione o all’uso di Expanding Brain. L’autore, tale janskishimanski, è davvero diventato una semplice curiosità filologica, proprio come si auguravano gli uccisori di autori di qualche decennio fa. Non solo l’autore, di cui comunque abbiamo solo un nickname e nessuna biografia, ma persino la sua ‘opera’ diviene irrilevante. Chi era a conoscenza che la prima attuazione di Expanding Brain riguardava i pronomi inglesi? Probabilmente pochi, ma non conta: in ogni caso nessuno avrebbe incontrato problemi nel comprendere e riusare Expanding Brain, indipendentemente dalla conoscenza di questo accidente storico (occorso peraltro il 31 Gennaio del 2017 su Reddit). È il paradosso di un evento di cui quasi nessuno è a conoscenza e che eppure influenza migliaia di persone. Eventi del genere accadono spessissimo su Internet: ogni volta che nasce una nuova cornice memetica c’è qualcuno che, come dire, ‘la butta là’, e solo a posteriori, cioè dopo la diffusione del meme, può venire ricostruito in quanto autore.

L’autore, quindi, per i meme non va decostruito: va, semmai, ricostruito, rintracciato tra le pieghe della storia. Quella stessa storia che si è incaricata di decostruirlo, meglio di qualsiasi filosofo francese, esplodendolo nelle mille ramificazioni (rizomatiche, se volete) della sua umile creazione.
A questi nuovi ‘autori’, giustamente dimenticati, che scoprono fonti di umorismo inedite, mandiamo i nostri ringraziamenti sentiti una volta per tutte. Ringraziamenti generali, impossibili, e ovviamente anonimi.


Alessandro Lolli è nato a Roma nel 1989. È laureato in filosofia con una tesi in filosofia del linguaggio su Furio Jesi e la cultura di destra. Collabora da tempo con numerose riviste culturali, è stato redattore online di «Nuovi Argomenti» e «Dude Magazine». Suoi scritti su cultura, letteratura, cinema, musica, internet e sottoculture digitali sono apparsi su «Alfabeta2», «Prismo», «Pixarthinking», «Dinamo Press», «VICE», «Rockit» e altri.
Copertina: un’opera di Pepelangelo.