Quale futuro ci attende con lo sviluppo dell’intelligenza artificiale?


(Questo testo è tratto da “La società degli automi” di Riccardo Campa. Grazie a D editore per la gentile concessione)

di Riccardo Campa

Lo scopo di questo saggio è esplorare i possibili futuri generati dallo sviluppo dell’intelligenza artificiale. La nostra attenzione sarà incentrata sulle conseguenze sociali dell’automazione e della robotizzazione, con particolare attenzione al problema della disoccupazione. Nonostante il carattere eminentemente speculativo di questa ricerca, cercheremo di sviluppare la nostra analisi in maniera metodologicamente accorta. Per iniziare, chiariremo che la relazione tra tecnologia e la disoccupazione strutturale è ancora controversa. Pertanto, il carattere ipotetico di questo rapporto deve essere adeguatamente riconosciuto. In secondo luogo, come richiede una corretta analisi di scenario, non ci limiteremo a prevedere un futuro unico, ma estrapoleremo dai dati presenti almeno quattro diversi possibili sviluppi: 1) scenario della fine pianificata del lavoro; 2) scenario della fine non pianificata dei robot; 3) scenario della fine pianificata dei robot, e 4) scenario della fine non pianificata del lavoro. Infine, anticiperemo i possibili sviluppi non di questi trend.

1. Tecnologia e disoccupazione

Nel discutere la natura della schiavitù e la differenza tra strumenti di produzione e strumenti di azione, Aristotele afferma che:

lo schiavo è una proprietà animata e ogni operaio è come uno strumento che precede e condiziona gli altri strumenti. Se, infatti, ogni strumento per un qualche comando o una capacità di presentire, potesse compiere la sua propria opera, come dicono che facessero le statue di Dedalo o i Tripodi di Efesto dei quali il poeta canta che da soli entrano nel divino agone, se a questo modo le spole da sole tessessero ed i plettri suonassero da sé, allora né gli imprenditori avrebbero bisogno di operai, né i padroni di schiavi (Aristotele 1955: 57)

In altre parole, se gli automi fossero abbastanza sofisticati per sostituire gli esseri umani in ogni attività, la schiavitù e il lavoro salariato sarebbero inutili. Analizzando i motivi che hanno ispirato la rivolta dei luddisti, nel XVIII e XIX secolo in Europa, Karl Marx (1996: 303) formula un commento sarcastico sulla filosofia della tecnica di Aristotele:

I pagani, eh sì, i pagani! II bravo Bastiat, in questo preceduto dall’ancor più acuto MacCulloch, ha scoperto che essi erano assolutamente estranei sia all’economia politica sia allo spirito cristiano. Per giunta non seppero vedere nella macchina il mezzo più infallibile per prolungare la giornata lavorativa. Per esempio la schiavitù d’una persona veniva da loro giustificata come mezzo per il completo sviluppo umano di un’altra. Ma per predicare la schiavitù delle masse, per far divenire ‘eminent spinner’, ‘extensive sausage makers’ e ‘influential shoe black dealers’ dei grossolani e semicolti parvenus , mancava loro lo specifico sentimento della carità cristiana.

Tanto i luddisti quanto Marx hanno notato che le macchine non hanno liberato gli esseri umani dal lavoro, ma piuttosto hanno causato disoccupazione e uno sfruttamento disumano degli operai ancora occupati. Tuttavia, essi hanno proposto rimedi diversi. Come è noto, i luddisti videro la soluzione nella distruzione delle macchine , mentre Marx e i socialisti sostenevano che i proletari avrebbero beneficiato maggiormente da una rivoluzione volta a prendere pieno possesso delle macchine (i mezzi di produzione). Vale la pena notare che non solo il fronte anti-capitalista, ma anche un sostenitore dell’economia di mercato come John Stuart Mill è stato abbastanza onesto da chiedersi «se tutte le invenzioni meccaniche fatte fino ad oggi abbiano alleviato le quotidiane fatiche d’un qualunque essere umano» .

Da allora, è stato incessantemente dibattuto se lo sviluppo tecnologico liberi veramente l’uomo dal lavoro, o se, al contrario, produca più sfruttamento e disoccupazione. Esiste una ricca letteratura, a supporto tanto della prima quanto della seconda tesi, che attraversa gli ultimi due secoli. E il dibattito è ancora in corso.

La teoria che il cambiamento tecnologico può produrre disoccupazione strutturale è stata ripetutamente respinta dagli economisti neoclassici come una sciocchezza e nominalmente classificata come “la fallacia luddista”. Questi studiosi sostengono che i lavoratori possono certamente essere espulsi da un’azienda o da un settore dell’economia, ma prima o poi saranno assunti da altre aziende o riassorbiti da un altro settore economico.

È comunque noto che l’economia è una disciplina multi-paradigmatica. Pertanto, i sostenitori dell’utilità del concetto di disoccupazione tecnologica non sono scomparsi dalla scena. Negli anni novanta, subito dopo l’inizio dell’era di Internet, sono apparse diverse opere autorevoli di David F. Noble, The End of Work di Jeremy Rifkin (1995) e Turning Point di Robert U. Ayres (1998). Noble si lancia in una appassionata “difesa di luddismo” e muove accuse di irrazionalismo alla “religione della tecnologia”, su cui si basa presumibilmente società moderna. Secondo lui,

in seguito a cinque decenni di rivoluzione informatica, le persone stanno lavorando più ore, in condizioni peggiori, con una maggiore ansia e stress, meno competenze, meno sicurezza, meno energia, meno benefici, e per salari inferiori. La tecnologia dell’informazione è stata chiaramente sviluppata e utilizzata nel corso di questi anni per dequalificare, disciplinare e rendere mobile il lavoro umano, con un’accelerazione globale senza precedenti (Noble 1995: xi)

Rifkin sottolinea che le persone che perdono un lavoro a causa dello sviluppo tecnologico sono poco qualificate e spesso perdono l’unico lavoro che sono in grado di fare. Molte delle persone coinvolte, per esempio, nel montaggio o nella confezione di prodotti, riesce a malapena a leggere e scrivere. Essi sono posizionati sul gradino più basso delle capacità professionali e dell’apprendimento. I nuovi lavori generati dalle macchine che “rubano” loro il vecchio lavoro consistono nel prendersi cura di quelle stesse macchine. Il che spesso richiede un diploma in programmazione di computer, se non una laurea in informatica. Queste sono qualifiche che, a loro volta, richiedono abilità notevoli. In breve, «è ingenuo credere che un gran numero di operai e impiegati non qualificati saranno riqualificati per diventare fisici, informatici, tecnici di alto livello, biologi molecolari, consulenti aziendali, avvocati, commercialisti, e simili» (Rifkin 1995: 36).


Il principale argomento opposto alla tesi che l’automazione produce disoccupazione strutturale è che le catastrofi ripetutamente previste non sono mai accadute. Il tasso di disoccupazione può andare su e giù, ma non è mai accaduto che lo sviluppo tecnologico abbia prodotto una crisi irreversibile.


Infine, Ayres sottolinea il fatto che, anche se si ammette che i lavoratori possono essere trasferiti, i nuovi posti di lavoro possono risultare meno soddisfacenti dei precedenti, in termini di salario, realizzazione personale e sicurezza del posto. E questo non è un aspetto irrilevante. Questa è la prova che la globalizzazione e l’automazione sono processi positivi per alcune classi sociali e negativi per altre. Infatti, «molti economisti di sistema [ mainstream ] credono che in un mercato libero e concorrenziale in equilibrio non ci sarebbe disoccupazione, dal momento che il mercato del lavoro – come gli altri mercati – si autoregola istantaneamente. Questo significa che tutti coloro che desiderano un lavoro dovrebbero trovare uno – a un certo salario». Il problema è che «non c’è nulla nella teoria a garantire che il salario deciso dalle leggi di mercato sia sufficiente a mantenere una famiglia, o anche un individuo, al di sopra del livello di povertà» (Ayres 1998: 96).

La reazione a queste opere è non dissimile da quella che ha accolto le precedenti previsioni dei luddisti. Il principale argomento opposto alla tesi che l’automazione produce disoccupazione strutturale è che le catastrofi ripetutamente previste non sono mai accadute. Il tasso di disoccupazione può andare su e giù, ma non è mai accaduto che lo sviluppo tecnologico abbia prodotto una crisi irreversibile. Dieci anni fa, Alex Tabarrok (2003) ha confessato di essere «sempre più infastidito dalle persone che sostengono che il lato oscuro della crescita della produttività è la disoccupazione». E ha aggiunto che «il “lato oscuro” della produttività non è altro che un’altra forma della fallacia luddista – l’idea che le nuove tecnologie distruggono posti di lavoro. Se la fallacia luddista fosse vera, saremmo tutti senza lavoro, giacché la produttività continua ad aumentare da due secoli».

A quanto pare questo è un argomento invincibile, ma non ha fermato i teorici della disoccupazione tecnologica. La ragione è semplice: Tabarrok raggiunge la sua conclusione per mezzo di un ragionamento induttivo. Le premesse di un ragionamento induttivo forniscono un certo grado di supporto alla conclusione, ma non la dimostrano con certezza. Vale a dire: il fatto che la catastrofe non sia accaduta fino ad ora non implica logicamente che non possa accadere oggi o domani. Dopo tutto, ogni sviluppo tecnologico è qualitativamente diverso dai precedenti. In particolare, la novità della situazione attuale è che l’intelligenza artificiale e i suoi prodotti (computer, robot, automazione industriale, Internet, etc.) si intrecciano con la globalizzazione – l’intelligenza artificiale si sviluppa in un contesto in cui gli Stati-nazione hanno una limitata possibilità di implementare politiche correttive. C’è anche il sospetto che non solo le speculazioni dei banchieri, ma anche l’accelerazione della tecnologia informatica abbia contribuito alla genesi della crisi finanziaria esplosa nel settembre 2008 con il fallimento di Lehman Brothers. Questa è, per esempio, la tesi elaborata da Martin Ford nel libro The Lights in the Tunnel (2009).


Il dibattito sembra essere cristallizzato principalmente sul confronto dicotomico tra chi ritiene che “la tecnologia è cattiva” (luddisti, tecnofobi) e chi sostiene che “la tecnologia è buona” (anti-luddisti, tecnofili), ma vale la pena notare che ci sono molti più eserciti sul campo di battaglia.


Il 13 giugno 2013, il premio Nobel Paul Krugman ha aggiunto la sua voce a questo dibattito con un articolo significativamente intitolato Sympathy for the Luddites. L’economista riconosce che, in passato, i dolorosi problemi generati dalla meccanizzazione sono stati risolti grazie all’intensificazione dell’istruzione pubblica. Tuttavia, i problemi determinati dall’intelligenza artificiale non sono risolvibili allo stesso modo, giacché essa sostituisce anche i lavoratori qualificati. Sicché, oggi, «sta emergendo un quadro molto più oscuro degli effetti della tecnologia sul lavoro». Krugman (2013) ci ricorda che

Il McKinsey Global Institute ha recentemente pubblicato un rapporto su una dozzina di nuove tecnologie che, probabilmente, avranno effetti ‘dirompenti’, ovvero saranno capaci di sconvolgere il mercato esistente e gli assetti sociali. Anche una rapida scansione della lista del rapporto suggerisce che alcune delle vittime di questo sconvolgimento saranno i lavoratori che attualmente sono considerati del lavoro della conoscenza”, con software capaci di fare lavori che in passato richiedevano le competenze di laureati. I nuovi prodotti della robotica potrebbero diminuire ulteriormente l’occupazione nel settore manifatturiero, ma potrebbero anche rimpiazzare alcune tipologie di medici.

Nella presente indagine, daremo provvisoriamente per scontato che il quadro delineato da Krugman e altri sia corretto, e cercheremo di estrapolare possibili futuri da esso. Il dibattito sembra essere cristallizzato principalmente sul confronto dicotomico tra chi ritiene che “la tecnologia è cattiva” (luddisti, tecnofobi) e chi sostiene che “la tecnologia è buona” (anti-luddisti, tecnofili), ma vale la pena notare che ci sono molti più eserciti sul campo di battaglia. Come abbiamo visto in precedenza, Marx ha costruito il proprio giudizio di valore tenendo conto di un’ulteriore variabile: il sistema. In breve, la sua posizione era “la tecnologia è buona, il sistema è cattivo”. Questa terza posizione è finita in qualche modo nell’ombra, nella seconda metà del XX secolo, per molte ragioni che non possiamo discutere qui, ma trattare anche il sistema come una variabile ci sembra un passo indispensabile. Non c’è bisogno di essere socialisti rivoluzionari, per ritenere auspicabile un modello analitico più complesso. Krugman punta il dito contro la degenerazione del sistema, più che contro la tecnologia in se stessa. Il premio Nobel sottolinea che

la natura della crescente disuguaglianza in America è cambiata intorno all’anno 2000. Fino ad allora, la competizione era tra lavoratori di diverso tipo; la distribuzione del reddito tra lavoro e capitale – tra salari e profitti, se volete – si è mantenuta stabile per decenni. Da allora, tuttavia, la fetta della torta spettante al lavoro è fortemente diminuita. A quanto pare, questo non è un fenomeno unicamente americano. Un nuovo rapporto dell’International Labor Organization sottolinea che la stessa cosa sta accadendo in molti altri paesi, che è esattamente quello che ci si aspetta di vedere se le tendenze tecnologiche globali si ritorcono contro i lavoratori.

Come risposta al problema, Krugman non propone di eliminare le macchine, ma di attivare una politica di redistribuzione della ricchezza, «che garantisca non solo l’assistenza sanitaria, ma anche un reddito minimo». Si noti che l’economista americano non chiede una modifica radicale del sistema, come fa Marx, ma solo di aggiustarlo, di riportarlo all’equilibrio precedente. Pertanto, è importante elaborare un modello analitico in grado di tener conto delle posizioni con un focus sul sistema, e anche di diverso orientamento, come quelle di Krugman e di Marx.

2. Alcuni strumenti metodologici per l’analisi di scenario

Molte speculazioni futurologiche seguono uno schema semplice: sempre e invariabilmente la tecnologia è assunta come una causa e la struttura sociale come un effetto, mai il contrario. Pertanto, l’atteggiamento verso la tecnologia diventa quello che davvero conta. In altre parole, queste teorie non danno molto peso al ruolo che le politiche sociali e industriali possono svolgere nel plasmare il futuro. Questo accade in genere quando i futurologi sono anche ingegneri. Essi sanno meglio di chiunque altro come si producono le tecnologie e come esse funzionano, ma tendono anche a sottovalutare la complessità del mondo sociale, politico ed economico. Al contrario, gli scienziati sociali ci insegnano a vedere i problemi sociali in modo più complesso, a essere coscienti del fatto che è spesso difficile distinguere causa ed effetto, e che a volte sono le previsioni stesse a provocare l’effetto che viene previsto – ovvero, ci inducono a prendere in considerazione anche il meccanismo della «profezia che si auto-avvera» (Merton 1968: 477). Nella realtà sociale, più spesso, si osserva un’interazione caotica tra diverse variabili, piuttosto che una semplice catena di cause ed effetti. La società del futuro dipenderà in parte da strutture ereditate dal passato che non possono essere facilmente modificate. Alcuni dei nostri comportamenti dipendono da quello che i sociologi chiamano “costrizione sociale”, da quello che i filosofi chiamano “condizione umana”, e da quello che i biologi chiamano “costituzione biofisica umana” – tutte variabili che cambiano molto lentamente. Tuttavia, il futuro sarà in parte modellato anche da decisioni cruciali di persone potenti e da previsioni di futurologi influenti. Anche se i diversi atteggiamenti e le credenze degli individui (ciò che Terence McKenna chiamava “il sistema operativo culturale”) possono essere piuttosto stabili e distribuite in modo casuale nella società, l’equilibrio di potere può cambiare in modo gli atteggiamenti e le credenze della classe dirigente (politici, banchieri, imprenditori, top manager, scienziati, opinion leader, ecc.) nel momento in cui le decisioni cruciali devono essere prese. Ecco perché, per disegnare le immagini di possibili futuri, abbiamo bisogno di modelli (tipologie attitudinali) un po’ più complessi di una semplice dicotomia “tecnofobi contro tecnofili”.

Per iniziare, proponiamo una tipologia attitudinale che coniuga “crescita tecnologica” e “sistema”. Chiameremo “crescismo” l’atteggiamento positivo nei confronti della crescita tecnologica e “decresciamo” il suo contrario. Chiameremo “conservatori” coloro che supportano l’invarianza del sistema e “rivoluzionari” quelli che vogliono cambiarlo.

Per parlare di un “cambiamento di sistema” realmente rivoluzionario stipuliamo che almeno i punti 5 e 7 del Manifesto di Marx ed Engels debbano essere soddisfatti, e cioè: a) «Accentramento del credito nelle mani dello Stato tramite una banca nazionale con capitale di Stato e monopolio esclusivo»; b) «Aumento delle fabbriche nazionali, degli strumenti di produzione…» (Marx 2011: 341). Di conseguenza, potremmo dire che un cambiamento del sistema è avvenuto nell’UE o negli USA, se e solo se le due banche centrali (BCE e FED) venissero nazionalizzate e se le industrie robotizzate dei due paesi diventassero di proprietà di tutti i cittadini. Per quanto riguarda gli atteggiamenti favorevoli e contrari alla crescita tecnologica, possiamo trovare diversi punti di vista: alcuni ritengono che la tecnologia si sviluppa in modo spontaneo, mentre altri credono che i governi (anche in paesi capitalistici) svolgono un ruolo cruciale nello sviluppo della scienza e della tecnologia per mezzo di politiche industriali. Ovviamente, come spesso accade, la verità è da qualche parte nel mezzo. Possiamo trovare esempi storici a supporto della prima o della seconda idea. È comunque importante quello che la classe dirigente crede, ovvero come definisce la realtà, e anche qui possiamo avere varie combinazioni tra atteggiamenti.

Infine, quando spostiamo l’attenzione dalla tecnologia alle persone, possiamo trovare altre combinazioni di atteggiamenti. Tra i crescisti, alcuni sono soddisfatti della distribuzione della ricchezza stabilita dal libero mercato, mentre altri chiedono una redistribuzione sociale della ricchezza. Lo stesso divario può apparire anche tra i decrescisti. È importante sottolineare, ancora una volta, che le politiche sociali non implicano necessariamente un cambiamento di sistema.

Infine, quando spostiamo l’attenzione dalla tecnologia alle persone, possiamo trovare altre combinazioni di atteggiamenti. Tra i crescisti, alcuni sono soddisfatti della distribuzione della ricchezza stabilita dal libero mercato, mentre altri chiedono una redistribuzione sociale della ricchezza. Lo stesso divario può apparire anche tra i decrescisti. È importante sottolineare, ancora una volta, che le politiche sociali non implicano necessariamente un cambiamento di sistema.

3. Primo scenario: “Fine non pianificata del lavoro”

Lo scenario della fine del lavoro non pianificata è generato da 1) crescita tecnologica; come conseguenza di 2) un sistema politico ed economico invariato; 3) crescita spontanea; e 4) distribuzione della ricchezza secondo le leggi di mercato. Vediamo come.

Un autore che si è preoccupato di prefigurare i possibili sviluppi dell’automazione è Hans Moravec. Essendo un ingegnere robotico, parte da una base solida sotto il profilo tecnico, per estrapolare dati dal presente e proiettarli nel futuro. Moravec offre un quadro molto interessante, sul quale vale la pena di riflettere con attenzione. Diciamo che ci mostra quello che potrebbe accadere in un’ottica di laissez-faire , ovvero se nessuna politica dall’alto cercasse di indirizzare il corso della storia futura.

Nella prima parte del saggio The Age of Robots, l’ingegnere descrive quattro generazioni di robot universali, il cui avvento coincide rispettivamente con le quattro prime decadi del XXI secolo. Non ci addentriamo nella descrizione tecnica, limitandoci a sottolineare che la prima generazione è quella dei robot che vediamo di tanto in tanto in televisione o nelle esposizioni, la seconda generazione si mostra invece già capace di sostituire l’uomo in moltissimi lavori anche fuori dalle fabbriche; la terza generazione presenta caratteristiche ancora più ‘umane’ e dunque diventa concorrenziale in tutti i settori, mentre la quarta presenta addirittura caratteristiche ‘superumane’.

Nella seconda parte dell’articolo, Moravec si sofferma sulle conseguenze sociali della comparsa dei robot universali, distinguendo il breve, il medio, e il lungo periodo. Ci basta qui analizzare il breve periodo, coincidente con la prima metà del XXI secolo. Successivamente, secondo l’autore di The Age of Robots, il robot superumano sarà in grado di progettare ‘figli’ ancora più potenti e intelligenti, per cui la direzione che prenderanno i robot nel lungo periodo è quella dell’assunzione di caratteristiche ‘semidivine’. Le macchine si fonderanno con gli umani che restano in circolazione – attraverso la tecnologia del mind-uploading – e colonizzeranno lo spazio, convertendo altra materia inorganica in materia pensante. Speculazioni ardite, anche se non del tutto implausibili. Le lasciamo comunque alla curiosità del lettore.

Vediamo dunque il breve periodo. Moravec – che è tutto fuorché un luddista o un estremista di sinistra – ricorda innanzitutto il doloroso trapasso dalla società agricola alla società industriale. Il costo umano di milioni di lavoratori costretti ad ammassarsi nelle aree suburbane dei distretti industriali e a competere per lavori malpagati e sempre insufficienti a soddisfare l’offerta. Senza contare il lavoro minorile, il precariato, gli orari di lavoro inumani, nonché l’assenza di politiche di sicurezza sociale, di assistenza sanitaria, di rappresentanza sindacale, di trattamenti pensionistici. Ma questa storia è nota. Si è usciti dal ‘capitalismo selvaggio’ del XIX secolo attraverso dure lotte sindacali, rivoluzioni e riforme, per approdare infine al welfare state . In particolare, il sistema è stato salvato grazie alla ricorrente riduzione dell’orario di lavoro per riassorbire la disoccupazione tecnologica e limitare lo sfruttamento. Ma nell’era dei robot, proseguire sulla strada delle riforme sarà possibile?

Secondo Moravec no, perché anche se le ore di lavoro continuassero a diminuire (cosa che tra l’altro non sta nemmeno più accadendo), la diminuzione dell’orario di lavoro «non sarebbe la risposta finale alla crescita della produttività. Nel prossimo secolo poco costosi ma molto capaci robot sostituiranno il lavoro umano così ampiamente che la giornata lavorativa media dovrebbe essere portata praticamente a zero per mantenere i livelli occupazionali». Il che si presenta come un paradosso, perché se si può obbligare un privato a fare lavorare di meno gli impiegati e gli operai, non si può di certo obbligarlo ad assumere e pagare persone per fare nulla. Ma non è solo questo il problema. Già oggi molti lavoratori sono riassorbiti nei servizi ‘frivoli’ e lo saranno ancora di più in futuro, perché anche i servizi che richiedono una certa efficienza, più che creatività, saranno appannaggio dei robot. In pratica la funzione degli umani è e sarà sempre più quella di ‘divertire’ altri esseri umani, dispensando giochi, prestazioni sportive, sesso, performance artistiche o scritti speculativi (come il presente). Qualcuno è addirittura pagato per fare lavori inutili e per nulla divertenti, né per sé per gli altri: si pensi a certi burocrati del pubblico impiego che spesso vengono assunti per riassorbire la disoccupazione e finiscono quindi per essere solo di impiccio agli altri cittadini, essendo adibiti al controllo e all’esecuzione di regolamenti del tutto inutili, quando non addirittura dannosi. Saremo tutti adibiti ai servizi frivoli o inutili? Potrebbe essere una soluzione, ma nemmeno questa strada sembra percorribile. «L’‘economia dei servizi’ oggi funziona perché molti esseri umani che comprano i servizi lavorano nelle industrie primarie, e quindi immettono denaro nel circuito dei produttori di servizi, i quali a loro volta usano il denaro per acquistare beni essenziali. Ma se la percentuale di umani nelle industrie primarie evapora, il circolo si rompe, perché i razionalissimi ( no-nonsense ) robot non si dedicheranno al consumo frivolo. Il denaro si accumulerà nelle industrie, arricchendo le persone che sono ancora lì, diventando scarso tra i fornitori di servizi. I prezzi dei prodotti primari crolleranno, riflettendo sia il ridotto costo di produzione, sia le ridotte capacità di acquisto dei consumatori. Fino ad arrivare al ridicolo estremo, in cui nessuna quantità di denaro rifluisce, e i robot riempiranno capannoni di beni essenziali che i consumatori umani non potranno acquistare». Se non si raggiungerà proprio l’estremo, si avrà comunque una minoranza di capitalisti (gli stockholder ) che continueranno a fare profitti, grazie ad una legione di efficienti lavoratori che non scioperano, non si ammalano, lavorano ventiquattro ore al giorno, esigono un ‘salario’ pari al solo costo dell’energia e, dulcis in fundo, non vanno in pensione ma eventualmente in una discarica. Mentre per la massa dei lavoratori precari adibiti ai servizi frivoli o di trasmissione dei saperi (il cosiddetto cognitariato) e dei disoccupati cronici (il proletariato), si prospetta un ritorno al Medioevo. Moravec ricorda, infatti, che «un’analoga situazione è esistita nei tempi classici e feudali, quando un’impoverita e sfruttata maggioranza di schiavi o servi giocava il ruolo dei robot, e i latifondisti giocavano il ruolo dei capitalisti. Tra i servi e i signori, una popolazione di lavoratori lottava per un salario derivante da risorse secondarie, spesso fornendo servizi ai privilegiati».

Uno scenario poco incoraggiante. Addirittura preoccupante, se si pensa che a prospettarlo è un entusiasta produttore di robot e un sostenitore del capitalismo. In realtà, Moravec – forse turbato dallo scenario apocalittico appena tracciato – si affretta a dire che le cose potrebbero andare anche in altro modo. Ovvero, ci prospetta uno scenario alternativo, un altro futuro possibile, che implica però una presa di coscienza e un tentativo di pilotare diversamente la storia.

Non ci sarà necessariamente un Medioevo prossimo venturo, perché i lavoratori contemporanei hanno raggiunto un tale livello di consapevolezza politica e di istruzione che difficilmente consentirebbero alla minoranza dei capitalisti di ridurli di nuovo allo stato servile. Se si arrivasse a un tale livello di degradazione, il popolo «voterebbe per cambiare il sistema». Ma questa scelta comporta uno scenario diverso, uno scenario pianificato.

4. Secondo scenario: “Fine pianificata dei robot”

Lo scenario della fine pianificata dei robot è generato da 1) decrescita tecnologica; come risultato di 2) un cambiamento radicale del sistema politico ed economico; 3) una decrescita programmata; e 4) una ridistribuzione sociale della ricchezza. Vediamo come.

Le soluzioni proposte per ovviare all’evaporazione dell’elemento umano dal mondo del lavoro sono di diverso tipo. Di fronte alla prospettiva di una ‘apocalisse tecnologica’, non pochi sono oggi tentati dall’idea dalla soluzione del ritorno al passato. Sempre più cittadini sembrano affascinati dalla prospettiva della decrescita tecnologico-industriale – e non solo tecnofobi viscerali come Ted Kaczynski, l’Unabomber. Dunque, pare doveroso discutere anche quest’idea, nonostante la messa al bando dell’intelligenza artificiale non sia al momento contemplata da alcuna agenda politica. I sostenitori di questa posizione sono stati variamente definiti: luddisti, primitivisti, passatisti, retrogradi, reazionari, bioconservatori, ecologisti radicali, ecc. Poiché l’idea trova consensi a destra come a sinistra, anche se per lo più in forze non rappresentate in Parlamento, ci risolviamo di denominare i suoi sostenitori ‘decrescisti’ – termine che non ha ancora connotazioni politiche forti e dunque si presta ad essere usato in senso tecnico. Chiameremo, per simmetria, ‘crescisti’ i sostenitori della crescita (scientifica, tecnologica, industriale, economica) a oltranza.

Va innanzitutto evidenziato che l’idea decrescista è piuttosto semplice e immediata. Nella sua formulazione minimale, non richiede un particolare sforzo intellettivo, particolari competenze, ma piuttosto una reazione istintiva: «Se la tecnologia non è buona, vietiamola!». Il messaggio è semplice, chiaro, limpido. Perciò, riscuote un certo successo a livello mediatico. Un’analisi appena più accurata mostra però che la rinuncia alle tecnologie basate sull’intelligenza artificiale comporta rischi non inferiori a quelli di una diffusione delle stesse in un quadro liberista. Infatti, una politica decrescista, ossia volta a mantenere o ripristinare sistemi di produzione obsoleti, non consentirebbe al paese che l’adottasse di reggere il confronto con gli altri paesi, in una economia globale. A livello di qualità e prezzo, le merci prodotte artigianalmente non reggerebbero la concorrenza di quelle prodotte da un sistema misto umano-robotico o addirittura interamente robotizzato. Dunque, in seguito al bando dell’IA, la disoccupazione non sarebbe nemmeno riassorbita nel breve periodo. Non solo non cesserebbe, ma probabilmente aumenterebbe per via del peggioramento di altri parametri economici e della bancarotta di molte aziende.

Naturalmente, i decrescisti non sono tutti sprovveduti, per cui possiamo aspettarci una seconda misura da attuarsi in contemporanea con la messa al bando dell’IA: l’autarchia economica. Non a caso i decrescisti sono in genere anche no-global. Se si esce dal mercato globale, non ci sarebbe più concorrenza tra merci e servizi di produzione interna ed estera e si potrebbe salvare il livello occupazionale. Posto in questi termini, il ragionamento sembra dunque più sensato, ma ci sarebbe comunque un conto salato da pagare. L’uscita dall’economia globale, la chiusura delle frontiere, l’imposizione di dazi sull’importazione, salverebbe la situazione nel breve periodo, creando una sorta di enclave economica povera ma autosufficiente. Nel medio termine l’economia sarebbe però continuamente minacciata dal mercato nero di prodotti tecnologicamente avanzati provenienti dall’esterno. Una repressione poliziesca o militare, nei confronti delle mafie interne che fanno gli interessi propri e delle corporazioni straniere, attraverso il contrabbando, si renderebbe necessaria. La repressione potrebbe però convincere le stesse mafie, o governi stranieri al servizio delle corporazioni, a fomentare rivolte all’interno del sistema autarchico. In altre parole, un sistema insieme autarchico e decrescista – data la propria debolezza tecnologica – si esporrebbe al pericolo di essere spazzato via in qualsiasi momento da sistemi tecnologicamente più avanzati, attraverso guerre convenzionali o non convenzionali. Questo è uno scenario che deve essere tenuto in considerazione, a meno che non si nutra una fiducia incondizionata nell’essere umano e lo si concepisca come capace soltanto di intenzioni benevolenti, altruistiche, ireniche e disinteressate (ma i fatti storici sembrano contraddire questa pia illusione).

La terza mossa di un partito decrescista, per evitare di avere questa spada di Damocle sulla testa, potrebbe essere quella di concepire il bando come globale, in una società globale, governata da un governo decrescista globale. Si tratta di una visione chiaramente utopica, perché non basterebbe un accordo tra Stati sovrani. Sarebbero sufficienti alcuni Stati dissidenti orientati alla crescita per vanificare il tentativo. Ci vorrebbe un impero mondiale decrescista. Ma un impero lo può costruire soltanto un’entità regionale più potente di tutte le altre e pare del tutto improbabile che possa realizzare questa impresa chi rinuncia per principio alle tecnologie più rivoluzionarie e potenti. Si dice spesso che le idee fantascientifiche sono appannaggio dei futurologi tecnofili, ma in realtà non c’è nulla di più ‘fantascientifico’ dell’idea di un bando globale delle tecnologie avanzate. Vogliamo però continuare a discutere l’ipotesi for the sake of discussion.

Supponiamo allora che, per una sorta di miracolo, qualcosa di simile venga in esistenza (magari come conseguenza dell’egemonia mondiale di una religione decrescista). Ora la domanda è: quanto può durare? Questo regime poliziesco mondiale dovrebbe cancellare non solo computer e robot, ma anche tutta la scienza che permette di realizzare queste macchine, ossia il know how . I decrescisti dovrebbero distruggere università e biblioteche, bruciare libri e riviste, distruggere banche dati, arrestare o eliminare fisicamente i milioni di scienziati e ingegneri che potrebbero rivitalizzare l’intelligenza artificiale, nonché tutti i cittadini crescisti che potrebbero fiancheggiarli. Se qualcosa sfuggisse alla polizia del pensiero decrescista, o se a ‘purificazione’ effettuata, un giorno, nascessero bambini curiosi e creativi capaci di rivitalizzare la scienza, si sarebbe punto a capo. Nascerebbe un movimento crescista clandestino e un mercato nero. Lo stato poliziesco decrescista si troverebbe a combattere con strumenti tecnicamente obsoleti contro gruppi di guerriglieri dissidenti ipertecnologici. Non è difficile pensare che prima o poi il sistema sarebbe sconfitto da questi gruppi.

Slogan come “il mondo deve andare avanti” o “non si può fermare il futuro” hanno ben più di una valenza retorica. C’è un meccanismo sociale, un social constraint fondato sulla combinazione di due elementi, che non consente l’arresto definitivo della crescita, del progresso. I due elementi sono la volontà di potenza – una forza che muove la storia umana o, nel senso in cui la intende Friedrich Nietzsche, la stessa vita dell’universo – insieme alla semplice constatazione di fatto baconiana che la scienza è potenza ( scientia potentia est ). Sicché, i decrescisti possono ottenere vittorie anche importanti, ma sempre temporanee. Questo è accaduto per esempio quando il giudeo-cristianesimo ha abbattuto – con la complicità di altri eventi nefasti come invasioni, catastrofi naturali ed epidemie – la millenaria civiltà greco-romana. Tuttavia, è bastato lasciare in giro qualcosa di quella grande civiltà filosofica, scientifica, artistica, tecnologica, commerciale e militare, perché le spore si riattivassero e la rigenerassero in forme nuove, nonostante tutto il rigore e la meticolosità dei tribunali dell’Inquisizione (Russo 2004, Pellicani 2007, Campa 2013).

Dunque, si deve convenire che la soluzione decrescista, oltre ad essere inefficace e rischiosa, nelle sue forme più estreme sembra essere impraticabile. Non è un caso che i governi del mondo avanzato abbiano finora cercato di ovviare ai problemi della disoccupazione tecnologica con tutti i mezzi fuorché uno: la messa al bando delle nuove tecnologie. Questo, però, non significa che la decrescita tecnologica sia impossibile. In realtà, le industrie e le tecnologie possono scomparire in alcune regioni del mondo, anche se sono desiderate. Questo è un altro scenario che merita di essere esplorato.

5. Terzo scenario: “Fine non pianificata dei robot”

Lo scenario della fine non pianificata dei robot è generato da 1) decrescita tecnologica; come risultato di 2) invarianza del sistema politico ed economico; 3) decrescita spontanea; e 4) distribuzione della ricchezza sia attraverso i meccanismi del libero mercato sia attraverso la mano pubblica. Vediamo come.

Se prendiamo in esame i programmi dei partiti rappresentati in Parlamento, siano essi di governo o di opposizione, scopriamo che sono più o meno tutti favorevoli alla crescita. È raro trovare un parlamentare che faccia della decrescita economica la propria bandiera. Al limite troviamo qualcuno che, per strizzare l’occhio ai decrescisti, parla di “crescita sostenibile”. O magari qualcuno che provoca la decrescita, ma per incapacità, corruzione o miopia, non certo per ragioni ideali. Inoltre, non troviamo nessuno che auspichi disordine, conflitti sociali, alti tassi di disoccupazione e criminalità permanente. Le società ideali delle diverse forze politiche differiscono in taluni aspetti essenziali (c’è chi la sogna cristiana e chi laica, chi la sogna egualitaria e chi meritocratica, ecc.), ma per quanto riguarda la crescita e l’occupazione – almeno a parole – sono tutti d’accordo . Persino coloro che vogliono abbattere il sistema liberalcapitalista (le forze politiche alle due estreme: fascisti e comunisti) e che perciò non escludono una fase di conflitto sociale, non sognano di certo un caos permanente, una società di precari, disoccupati, malati, poveri e criminali. Anch’essi vedono la propria società ideale come caratterizzata dall’appagamento dei bisogni materiali, dall’armonia spirituale e possibilmente dalla fine del crimine. Anzi, vogliono superare il capitalismo proprio perché, a loro avviso, non riesce a garantire tutto questo.

Tuttavia, possiamo ancora trovare forze politiche che causano decrescita o patologie sociali, per incapacità, corruzione o miopia. La preoccupazione che i partiti politici tradizionali non hanno una visione del futuro e che questa mancanza può generare instabilità sociale è stata espressa da numerosi scienziati sociali.

Per esempio, ora, l’Europa sta affrontando una crisi politica ed economica molto delicata, caratterizzata da depressione economica e un alto tasso di disoccupazione. Come risposta, l’Unione europea ha imposto una politica di austerità agli Stati membri, al fine di ridurre il deficit di bilancio. La classe dirigente europea sembra essere fermamente convinta che le ricette migliori per stimolare la crescita economica sono la deregolamentazione del mercato del lavoro e la riduzione della spesa pubblica. Questa prospettiva è stata criticata da molti economisti. Ad esempio, Boyer (2012) prevede che questa politica economica non avrà successo, perché si fonda su quattro errori. In primo luogo, la diagnosi è scorretta: l’attuale crisi non è il risultato di una politica imprevidente di spesa pubblica, ma «in realtà è il risultato di un boom speculativo del credito privato». In secondo luogo, è erroneo assumere «la possibilità o addirittura la generalità della cosiddetta ‘contrazione fiscale espansiva’». In terzo luogo, è sbagliato pensare che la stessa politica può funzionare per tutti gli stati: «La Grecia e il Portogallo non possono replicare il successo tedesco conquistato a fatica. Le loro configurazioni produttive, istituzionali e politiche differiscono drasticamente e, quindi, hanno bisogno di politiche diverse». Quarto, «lo spill-over da un paese all’altro può resuscitare le inefficienti e politicamente rischiose politiche “rubamazzo” del periodo tra le due guerre mondiali».

L’analisi prodotta da Boyer è abbastanza convincente. Tuttavia, se è vero che la disoccupazione è in parte dovuta alla crescita e all’evoluzione dell’automazione, la dicotomia austerità contro spesa pubblica, o economia neoclassica contro teoria keynesiana, è semplicemente insufficiente per tracciare un quadro completo della situazione. Manca uno degli elementi principali.

Un problema simile può essere osservato anche negli Stati Uniti. Il sociologo James Hughes (2004), già dieci anni orsono, nota che negli USA

i giornali sono pieni di articoli di economisti sconcertati che non riescono a spiegarsi la ripresa economica senza lavoro. La destra ci rassicura che la crescita di posti di lavoro è proprio dietro l’angolo, anche se non sarebbe male avere più tagli fiscali, maggiore deregolamentazione, un commercio più libero e salari minimi inferiori. La sinistra risponde che siamo in grado di ridurre la disoccupazione con più riqualificazione al lavoro, istruzione superiore gratuita, maggiore protezionismo, più stimolo fiscale dal lato della domanda e investimenti pubblici nei settori non militari

Secondo il sociologo, «il problema è che nessuna di queste politiche è in grado di invertire l’emergente disoccupazione strutturale derivante dall’automazione e dalla globalizzazione». Abbiamo visto che, in certe condizioni, l’approccio politico-economico neoclassico può portare allo scenario della fine non pianificata del lavoro immaginato da Moravec. Tuttavia, lo stesso approccio, in presenza di una nuova grande depressione (ipotesi che Moravec non ha preso in considerazione nel 1993), può portare a uno scenario di fine dei robot. Le politiche di austerità e una cattiva applicazione dei principi neoclassici stanno, infatti, già producendo la deindustrializzazione di alcuni paesi (per esempio, l’Italia).

Tuttavia, anche l’approccio keynesiano per sé può condurre allo scenario della fine non pianificata dei robot. Per esplorare questa possibilità, tutto quello che dobbiamo fare è analizzare il primo percorso indicato da Moravec per sfuggire alla prospettiva cupa di una fine non pianificata del lavoro. La strada obbligata è quella di proseguire a oltranza con la politica di graduale riduzione dell’orario di lavoro, mantenendo il potere d’acquisto della gente. Questo potrebbe avvenire in due modi diversi: 1) istituendo un reddito di cittadinanza sostenuto attraverso la tassazione; o 2) distribuendo azioni delle aziende ai cittadini e di conseguenza i profitti delle stesse. In entrambi i casi, gli esseri umani sarebbero quasi completamente esclusi dal ciclo produttivo, ma il primo percorso potrebbe avere un effetto collaterale indesiderato. Con una mirata redistribuzione del reddito attraverso la tassazione, la circolazione di denaro può essere riattivata dai governi, non appena rallenta. In questo caso, i cittadini avrebbero a disposizione un reddito, uguale o simile per tutti, sufficiente a sostenere la produzione industriale attraverso il consumo. Tuttavia, dato che in un sistema democratico il livello di tassazione è deciso direttamente o indirettamente dal popolo, il sistema potrebbe crollare se questo livello dovesse diventare insostenibile, in un sistema economico ancora basato sulla competizione internazionale. In altre parole, le industrie robotiche nazionali tassate troppo pesantemente fallirebbero, lasciando l’intera popolazione senza reddito di cittadinanza. Senza il necessario supporto per l’espansione della proprietà pubblica, i governi potrebbero non essere in grado di aiutare o comprare le industrie fallite. Se le banche centrali restano private, i governi non possono controllare l’offerta di moneta e sono costretti a finanziarsi sui mercati secondari, come se fossero aziende private. Questa situazione potrebbe comportare l’impossibilità di attuare una politica industriale efficace e potrebbe precipitare lo Stato-nazione in un circolo vizioso che lo conduce alla deindustrializzazione e, di conseguenza, alla derobotizzazione indesiderata.

6. Quarto scenario: “Fine del lavoro pianificata”

Lo scenario della fine pianificata del lavoro è generato da: 1) crescita tecnologica; come risultato di 2) un cambiamento radicale del sistema politico-economico; 3) crescita programmata; e 4) redistribuzione sociale della ricchezza. Vediamo come.

Per esplorare questo scenario, dobbiamo seguire il secondo percorso suggerito da Moravec. Questo percorso è una sorta di sistema ibrido socialista-capitalista costruito attraverso il trasferimento alla popolazione della proprietà delle industrie robotiche, con l’attribuzione di una parte delle azioni a ogni cittadino al momento della nascita. In questo caso, il reddito varierebbe con le prestazioni delle aziende. Pertanto, per le persone, diventerebbe più importante eleggere i migliori top manager per le fabbriche che possiedono, anziché i migliori membri del Parlamento. Ognuno dovrebbe avere abbastanza per vivere, ma gli stipendi non potranno più essere decisi dal voto politico. Anche se questa soluzione conserva alcune caratteristiche del capitalismo (concorrenza, economia di mercato), il cambiamento che comporta sarebbe più sistemico di quello che sembra prima facie . È vero che Moravec non discute affatto il problema del settore bancario e il controllo della moneta, ma assegnare almeno la proprietà del sistema produttivo direttamente ai cittadini è una soluzione più “socialista” che tassare i ricchi per dare un po’ di carità ai poveri. Citiamo il passaggio di Moravec (1993) nella sua interezza:

Il trend nelle socialdemocrazie è quello di ridistribuire equamente il reddito, aumentando il tenore di vita dei più poveri, nella misura in cui lo sforzo può essere retto dall’economia. Nell’era dei robot, quel minimo sarà molto alto. Nei primi anni Ottanta, James Albus, capo del reparto di automazione dell’allora National Bureau of Standards , ha suggerito che gli effetti negativi dell’automazione totale potrebbero essere annullati, assegnando a tutti un pacchetto di azioni delle industrie automatizzate e trasformando tutti i cittadini in capitalisti. Coloro che sceglieranno di sperperare il diritto acquisito alla nascita potranno ancora lavorare per gli altri, ma la maggior parte dei cittadini potrebbe semplicemente vivere di rendita. Ancora oggi, il settore pubblico detiene indirettamente la gran parte del capitale del paese, attraverso il controllo dei fondi pensione privati. Negli Stati Uniti, la copertura universale potrebbe essere assicurata attraverso il sistema di previdenza sociale. La previdenza sociale è stata inizialmente concepita come un fondo pensione nel quale si accumulano porzioni di salario in vista della pensione, ma in pratica trasferisce reddito dai lavoratori ai pensionati. Il sistema sarà probabilmente sovvenzionato dalla fiscalità generale nei prossimi decenni, quando i lavoratori saranno troppo pochi per sostenere il “baby boom” registrato dopo la seconda guerra mondiale. L’espansione di una tale sovvenzione preleverebbe soldi dalle industrie robotizzate, nella forma di imposta sul reddito delle società, per restituirli alla popolazione generale nella forma di pensioni. Abbassando gradualmente l’età pensionabile, fino ad arrivare alla nascita, la maggior parte della popolazione verrebbe finalmente supportata. Il denaro potrebbe essere distribuito sotto altri nomi, ma chiamare il reddito “pensione” è un simbolismo significativo: stiamo infatti descrivendo il lungo e confortevole pensionamento dell’intero modello originale della razza umana.

Moravec accredita l’idea della fine del lavoro all’ingegnere James Albus, ma si tratta piuttosto di una scoperta multipla. Ad esempio, James Hughes arriva a una conclusione simile, anche se probabilmente implementerebbe la redistribuzione della ricchezza in un modo diverso, rispetto ad Albus. In ogni caso, avverte che

senza un chiaro obiettivo strategico di un’umanità liberata dal lavoro attraverso la graduale espansione dell’automazione e il salario sociale, tutte le politiche che non prevedono divieti luddisti delle nuove tecnologie avranno effetti deludenti e perversi. Se i socialisti e la sinistra non riabbracciano l’ideale della fine del lavoro e la necessità di dare un reddito a tutti, come diritto di cittadinanza non collegato all’occupazione, possono contribuire a inaugurare un futuro molto desolante, caratterizzato da crescente polarizzazione di classe e diffuso impoverimento. Se i liberisti e la destra non si adattano alla necessità di garantire un reddito universale, in un futuro senza lavoro, possono contribuire a una reazione populista contro il libero scambio e l’ammodernamento industriale (Hughes 2004)

Coloro che pensano che lo scenario della fine pianificata del lavoro sia soltanto un’utopia dovrebbero ricordare che nelle società pre-industriali c’erano molte meno ore di lavoro rispetto a oggi, se non altro perché le persone potevano lavorare soltanto durante il giorno. Inoltre, i lavoratori beneficiavano di più festività religiose nel corso dell’anno. Se ora lavoriamo tutti così duramente, è perché l’invenzione dell’illuminazione a gas ed elettrica ha esteso artificialmente la giornata lavorativa, soprattutto nel periodo invernale. L’introduzione delle macchine ha fatto il resto. Dal punto di vista del capitalista, non ha senso comprare macchine costose e disattivarle in occasione di ogni celebrazione religiosa o solo perché il sole tramonta. Il prolungamento della giornata lavorativa, all’inizio dell’era industriale, è stato analizzato in dettaglio da Karl Marx (1996: 276-371). Questo trend è ricominciato nel XX secolo. In effetti, il sociologo Juliet B. Schor osserva che «uno dei miti più duraturi del capitalismo è che esso ha ridotto la fatica umana. Questo mito è tipicamente difeso dal confronto tra l’attuale settimana lavorativa di quaranta ore con la controparte di settantacinque o ottanta ore lavorative nel XIX secolo». Il problema è che «l’orario di lavoro intorno alla metà del XIX secolo costituisce il più prodigioso sforzo di lavoro in tutta la storia del genere umano». Nell’era preindustriale la situazione era molto diversa. Solo per fare qualche esempio, una stima del XIII secolo «rivela che intere famiglie di contadini non lavoravano più di 150 giorni all’anno sulla loro terra. Registri feudali dell’Inghilterra del XIV secolo indicano un brevissimo anno di lavoro – 175 giorni – per i lavoratori servili. Documenti posteriori relativi ai contadini-minatori, un gruppo sottoposto a controllo dell’orario di lavoro, indicano che lavoravano soltanto 180 giorni all’anno» (Schor 1993).

Non vi è alcun motivo per cui una società tecnologicamente avanzata dovrebbe costringere i suoi cittadini a lavorare di più rispetto ai loro antenati, quando potrebbero lavorare molto meno e senza rinunciare ai moderni standard di vita. Tra l’altro, questa politica darebbe anche i lavoratori più tempo libero per prendersi cura dei loro bambini, degli anziani e dei disabili. O potrebbero semplicemente passare più tempo con le famiglie e gli amici, se anche la cura delle persone più deboli fosse affidata ai robot. Purtroppo pochi sono consapevoli dell’irrazionalità della nostra attuale situazione.

Secondo l’antropologo David Graeber, la situazione è diventata ancora più paradossale di prima, perché la maggior parte dei nostri posti di lavoro non è necessaria per nulla. Vale la pena ricordare che

nel 1930, John Maynard Keynes aveva previsto che, entro la fine del secolo, la tecnologia avrebbe fatto sufficienti passi avanti per permettere a paesi come la Gran Bretagna o gli Stati Uniti di ridurre la settimana lavorativa a 15 ore. C’è ragione di credere che avesse ragione. In termini tecnologici, siamo senz’altro in grado di ottenere questo risultato. Eppure non è accaduto. Al contrario, la tecnologia è stata utilizzata, soprattutto, per escogitare modi per farci lavorare tutti di più. Al fine di raggiungere questo obiettivo, sono stati persino creati lavori del tutto inutili

Graeber (2013) ipotizza che questo non sta accadendo per caso. Secondo lui «la classe dirigente ha capito che una popolazione felice e produttiva con molto tempo libero a disposizione è un pericolo mortale (basta pensare a ciò che è successo quando questa situazione ha cominciato a materializzarsi negli anni Sessanta)».

Detto questo, forse dovremmo anche considerare i possibili effetti collaterali negativi derivanti dalla fine pianificata del lavoro. Prima di raggiungere la fase finale, quando le azioni e i dividendi saranno di proprietà dei cittadini, i paesi cercheranno di ridistribuire l’occupazione riducendo l’orario di lavoro, mantenendo invariata la retribuzione. Poiché le imprese preferiscono aumentare l’orario di lavoro dei dipendenti e ridurre la loro retribuzione, non si può escludere che reagiscano minacciando di trasferirsi in altri paesi, giovandosi di un’economia sempre più globalizzata. Nella sua tendenza a pagare i lavoratori il meno possibile, a livello micro il settore privato è in conflitto con i propri interessi a livello macro. È nell’interesse di ogni azienda impiegare un numero minimo di lavoratori, pagare loro il salario minore possibile e ottenere la massima produttività. Ma se ogni azienda avesse esattamente ciò che desidera, in un sistema chiuso, non ci sarebbero consumatori e quindi le stesse aziende non potrebbero vendere ciò che producono. La mobilità dei capitali nel mercato globale ha permesso alle aziende di aggirare temporaneamente questo dilemma. Tuttavia, anche il mercato globale, con il tempo, diventerà un sistema chiuso, con la differenza che non ci saranno regolatori. Negli Stati nazionali, i governi hanno sempre risolto le contraddizioni tra la micro-razionalità delle aziende e la macro-razionalità dei sistemi economici, mediando tra le imprese e le organizzazioni sindacali, e regolando il mercato del lavoro. Ma l’economia globale non ha un governo, quindi i sistemi nazionali non avranno altra scelta che uscire dall’economia globale.

In realtà non è difficile prevedere che – se arrivassimo alla situazione assurda in cui il progresso tecnologico genera miseria invece di ricchezza – le nazioni si ritirerebbero una dopo l’altra dal mercato globale per cercare di conservare i propri livelli occupazionali. È vero che uno Stato che imponesse alle imprese un orario di lavoro ridotto per i dipendenti, insieme all’obbligo di mantenere i salari allo stesso livello, potrebbe indurre queste ultime a spostare la produzione altrove. Tuttavia, in un futuro in cui per produrre saranno impiegate quasi esclusivamente macchine e non esseri umani, le aziende non potrebbero ricattare il governo e i cittadini con la minaccia di licenziare migliaia di lavoratori. Inoltre, dovrebbero trasferirsi in paesi più turbolenti, con disoccupazione cronica e crimine dilagante, e senza la possibilità di vendere i propri prodotti nel paese d’origine, a causa dei dazi. Queste aziende finirebbero per perdere la partita.

Quindi, se un certo grado di autarchia indebolirebbe un paese decrescista, lo stesso non si può dire per un paese tecnologicamente avanzato, con sufficienti fonti di energia e fattori endogeni di sviluppo tecnologico (cervelli e le istituzioni scientifiche a uno standard adeguato). Uno stato semi-autarchico iper-tecnologico potrebbe mantenere l’ordine interno mediante la redistribuzione degli utili e la contestuale riduzione delle ore di lavoro, inseguendo l’ideale asintotico di una società in cui macchine inconsapevoli lavorano per gli esseri senzienti, mentre gli esseri senzienti si dedicano ad attività ricreative o più elevate, come la ricerca scientifica e la produzione artistica.

Una seconda incognita è la reazione dei cittadini che ancora lavoreranno – chiamiamoli gli ‘insostituibili’ – quando vedranno una massa di concittadini pagati semplicemente per divertirsi e consumare. Moravec è chiaramente entusiasta dei robot che sta progettando ed è convinto che saranno in grado di fare qualsiasi lavoro. Se, però, si assume che le macchine saranno molto sofisticate, ma ancora non coscienti, sembra più plausibile pensare che, anche se qualsiasi lavoro potrebbe di per sé essere eseguito da un robot intelligente (interventi chirurgici, riparazioni, lavori artigianali, il trasporto di merci e persone, ecc), ci dovrà essere sempre e comunque un essere senziente nel ciclo produttivo che fa da supervisore. Qualcuno dovrà essere lì, se non altro per agire come gestore della macchina o della macchina che gestisce la macchina, o per acquisire dati sul comportamento delle macchine (una sorta ‘spionaggio’ sistematico per evitare effetti collaterali imprevedibili). Quando treni, aerei e taxi saranno autonomi, gli utenti – per ragioni meramente psicologiche – vorranno pensare che un essere umano è ancora da qualche parte in funzione di controllo. Tuttavia, per quando pochi questi lavoratori debbano essere, perché mai dovrebbero lavorare quando tutti gli altri non lo fanno?

La classe lavoratrice in contrazione sarà probabilmente in grado di adattarsi alla coesistenza con i disoccupati, accettando l’idea che tutti hanno diritto di vivere di rendita. In fondo, oggi, esiste una minoranza di capitalisti che vive di rendita e la situazione è accettata dai più come normale. Si tratta solo di capovolgere i termini e immaginare una minoranza che lavora e una maggioranza che vive di rendita. Per rendere sensata questa nuova situazione, i lavoratori insostituibili potrebbero ricevere uno stipendio aggiuntivo al reddito di cittadinanza, il che garantirebbe loro uno status sociale più elevato in cambio delle prestazioni lavorative. In altre parole, il salario di cittadinanza dovrà essere corrisposto nella medesima misura anche a chi continua a lavorare, in aggiunta al salario, altrimenti si genererebbe una forma di ingiustizia sociale.

In alternativa – e questa soluzione consentirebbe anche di preservare un senso di comunità – si potrebbe istituire un servizio militare o civile obbligatorio per tutti i cittadini, i quali sarebbero impiegati per qualche ora alla settimana, al fine di svolgere le funzioni di controllo e supervisione delle macchine.

Inoltre, è molto probabile che, prima o poi, tutte le nazioni saranno costrette a porre rimedio alla disoccupazione tecnologica allo stesso modo e, di fronte a condizioni globali sempre più omogenee, i confini potranno ancora una volta essere aperti – per promuovere infine la libera circolazione di persone e merci. Le comunicazioni e trasporti continuano a svilupparsi, il mondo diventa sempre più piccolo e i confini tra nazioni sembrano sempre più anacronistici. Pertanto l’autarchia potrebbe essere solo una fase dolorosa ma necessaria per vincere la resistenza del capitale all’idea di una regolamentazione globale. E, alla fine del processo, avremo gli esseri umani finalmente liberati dal lavoro coatto.

7. Un giudizio etico

Abbiamo visto che le questioni sociali che nascono dalla crescente robotizzazione dell’industria e dalla diffusione dell’intelligenza artificiale nel tessuto sociale, sono in parte assimilabili a quelle che accompagnarono la meccanizzazione delle fabbriche durante la rivoluzione industriale, e in parte del tutto nuove. In entrambi i casi il processo avviene, per lo più, nel quadro di una economia capitalistica. Proprio per questo la valutazione complessiva del processo non può essere univoca, ma dipende dalla collocazione nella stratificazione sociale del soggetto valutante e dagli interessi propri di questo soggetto. Detto in termini più semplici, la robotizzazione non è buona o cattiva in sé, ma è buona per certe classi o categorie sociali e cattiva per altre, a seconda degli effetti concreti che provoca nelle vite delle persone. Gli effetti sarebbero gli stessi per tutta la popolazione, e di conseguenza potremmo darne una valutazione univoca, soltanto in un quadro di assoluta eguaglianza socioeconomica. In tale ipotetico (o utopistico) quadro, non esiteremmo a dire che gli effetti della robotizzazione sarebbero nel complesso positivi. I computer e i robot sono in grado di sostituire gli esseri umani in mansioni ripetitive o pericolose.

Inoltre, consentono una produzione di oggetti di consumo più rapida e a minor costo, avvantaggiando così i consumatori. Anche la qualità del prodotto aumenta, per via della maggiore precisione delle macchine. Inoltre, alcune operazioni possono essere effettuate soltanto da robot e computer. Per esempio, alcuni lavori richiedono una tale precisione che nessun essere umano potrebbe eseguirli (fabbricare oggetti su scala nanometrica per esempio) e altri possono essere concepiti e realizzati solo con stampanti 3D e computer.

Tuttavia, poiché le società contemporanee sono fortemente stratificate, e alcune – in particolare quella italiana – presentano una struttura di classe piuttosto rigida, con scarse possibilità di ascesa o discesa, non si può prescindere da una valutazione degli effetti negativi che una robotizzazione non accompagnata da riforme sociali strutturali produce su certe classi sociali. Per porre rimedio a questa situazione – come già dovrebbe essere chiaro – la nostra preferenza va allo scenario della fine pianificata del lavoro. Questa è l’unica strategia che prende seriamente in considerazione la necessità di garantire una distribuzione capillare dei vantaggi dell’automazione. Lo scenario della fine pianificata del lavoro sarebbe anche il più giusto da un punto di vista etico. Come ho scritto qualche anno fa nella rivista Mondoperaio:

La maggior parte dei lavori, anche di concetto, sarà presto alla portata di una macchina, quand’anche priva di coscienza o di emozioni (eventualità che, comunque, non può nemmeno essere esclusa). Se nessuna azienda troverà conveniente assumere un essere umano, perché sostituibile da un robot che lavora intelligentemente senza pause per il solo costo dell’energia, si dovrà pensare ad un assetto sociale diverso che possa anche implicare l’abolizione del lavoro. I cittadini potrebbero ottenere un reddito di esistenza [o di cittadinanza] ed essere pagati per consumare, piuttosto che per produrre. La soluzione sarebbe giustificata sul piano etico, perché scienza e tecnica sono prodotti collettivi, dovendo la propria esistenza allo sforzo congiunto di molte menti, operanti in luoghi e periodi storici diversi (Campa 2006)

È il concetto di comunismo epistemico che ho sviscerato a fondo in Etica della scienza pura . Così continuavo: «Un computer atomico prodotto, per esempio, da un’azienda giapponese, non sarebbe concepibile senza le idee di Democrito, di Galileo, di Leibniz e di altri pensatori. Inoltre la ricerca scientifica è spesso finanziata da denaro pubblico. Sarebbe ingiusto prelevare denaro dalle tasche dei lavoratori, per finanziare una ricerca il cui risultato finale è la loro marginalizzazione sociale».

In breve, il carattere collettivo della tecnoscienza giustifica ampiamente una politica solidale.

8. Conclusioni

Per riassumere, abbiamo delineato quattro scenari possibili. Due di essi implicano la fine del robot, gli altri due la fine del lavoro. Tra gli ultimi due, uno scenario è distopico, l’altro utopico. Nel peggiore dei casi l’umanità sarebbe ridotta in schiavitù da una élite capitalista. Nel migliore dei casi l’umanità vivrebbe per consumare e trarre giovamento dalla vita sociale, mentre i robot farebbero il lavoro duro e sporco.

Lo scenario utopico a sua volta ha due possibili facce: una socialdemocratica (redistribuzione del reddito sulla base di politiche sociali sostenute da tassazione) e una socialista-capitalista (ridistribuzione della proprietà delle industrie robotiche a tutti i cittadini). In un modo o nell’altro la previsione è che l’intera umanità andrà in pensione, dopo aver lavorato un po’ o per nulla. Per quanto riguarda lo scenario utopico, va osservato che Moravec sembra avere un’enorme fiducia nella possibilità del popolo di fare valere le proprie ragioni e i propri interessi attraverso gli strumenti della democrazia. A noi pare invece più feconda l’idea di un futuro non necessariamente così univoco, considerando che anche presente e passato non hanno un’unica faccia. In altre parole, ci pare più probabile uno scenario intermedio tra quello utopico e quello distopico, con variazioni di grado da paese a paese, da popolo a popolo, proprio a seconda della consapevolezza politica, del livello di istruzione, del grado di democrazia incorporato nella costituzione formale e sostanziale. Proprio per questo è giusto interrogarsi anche sulla dimensione sociotecnica dell’automazione, ovvero sulle politiche economiche in atto nel presente. Queste giocheranno un ruolo importante, nel generare il futuro. Detto ancora più chiaramente, al contrario di quello che sembrano postulare molti futurologi nelle loro analisi, non a tutti toccherà lo stesso futuro.


Riccardo Campa è professore di bioetica e sociologia medica all’Università Jagellonica di Cracovia. Nel 2004 ha fondato l’Associazione Italiana Transumanisti di cui è tuttora presidente. Particolarmente attivo a livello pubblicistico, è curatore della collana Vestigia Idearum Historica (mentis Verlag), direttore editoriale della rivista accademica Orbis Idearum: History of Ideas NetMag, e curatore della serie Divenire: Rassegna di studi interdisciplinari sulla tecnica e il postumano. Tra i suoi libri spiccano i volumi Etica della scienza pura (2007), Mutare o perire (2010) e Trattato di filosofia futurista (2012). Per D Editore ha pubblicato “La specie artificiale” (2014), “La Rivincita del Paganesimo” (2015) e “Creatori e creature” (2016).
In copertina: Gif art by Frank Nitty (insta: @franknitty3000)