Un estratto dal romanzo “Cometa”, di Gregorio Magini (Neo Edizioni): nello specifico, un brano che parla di un’opera d’arte molto particolare.


In copertina: Un dettaglio da Women Observing Stars, di Chou OTA (1936)

(Questo brano è tratto da “Cometa” di Gregorio Magini. Ringraziamo Neo Edizioni per la gentile concessione)

di Gregorio Magini

Il ripescaggio di Barbara come fidanzata mi interessava solo nella misura in cui mi dava la tranquillità necessaria per pensare all’arte. Era un casino. Le cose difficili, per cui ci voleva la tecnica, non le potevo fare, perché sono negato. Il professore di educazione tecnica alle medie lo diceva sempre: Del Gatto, hai le mani di merda. Perciò niente musica né disegno. In generale non potevo soffrire alcun tipo di disciplina, né del corpo né della mente, il che escludeva la recitazione, la danza e qualsiasi forma di scrittura oltre le tre righe. Provai a buttare giù qualche poesia, ma era troppo noioso, mi addormentavo sempre. Ero inoltre handicappato nell’uso del computer, il che mi escludeva da tutte le arti digitali. No, ci voleva qualcosa in cui potevo far brillare la mia qualità principale: l’intelligenza. Ci voleva qualcosa di concettuale, alla Lars von Trier, ma cinema no, non mi sentivo pronto.

Cometa, di Gregorio Magini (Neo)

Per uscire dall’impasse e farmi un po’ di idee e di cultura, cominciai a frequentare l’università, senza iscrivermi né dare esami, solo così, come osservatore. A un corso di editoria digitale feci conoscenza con un nerd col pallino dei social network, che mi mise la pulce nell’orecchio sul fatto che il lavoro doveva vertere sulla realtà virtuale. Il “click” avvenne mentre mi facevo una sega su una scena di squirting, che allora era una novità sconcertante. Nel corso di una notte febbrile, buttai giù un progetto di massima, sperimentando per la prima volta la squassante altalena della creazione, in cui nel volgere di pochi minuti l’esaltazione trionfante si ribalta nell’autodisprezzo più abietto. Il mio debutto artistico sarebbe stato 60% videoart e 40% performance.

Per la produzione mi feci aiutare da Barbara (che poverina, era perplessa, ma come Rødh mi aveva insegnato, abbagliata dall’arte, si lasciò guidare docilmente nelle operazioni necessarie), e per la parte tecnica da Fabio, il mio amico smanettone dell’università, che non era minimamente interessato all’arte però stava imparando a programmare e perciò si prestò di buon grado a fornirmi la sua competenza.

Come luogo per il debutto sognavo una galleria, ma non ero ammanicato e nessuno rispose alle mie email di presentazione del progetto. Dovetti ripiegare su una sede più alla mano: grazie ai pochi contatti che mi erano rimasti dai tempi del FAP, riuscii a convincere quelli del Forte Prenestino a Roma ad assegnarmi una delle loro sale sotterranee. Tornare a Roma, seppure in trasferta, non mi piaceva, ma se volevo perseguire l’arte, non avevo scelta. La location era bella, opportunamente ansiogena: una sala oblunga di mattoni, con una volta a botte; ingresso e uscita due cunicoli da cui passavano a malapena due persone a braccetto.

Per attrarre gente all’evento, andai su DeviantArt, un sito di artisti underground che mi aveva consigliato Fabio, e aggiunsi ai preferiti tutte le opere di gente italiana. Migliaia e migliaia di opere, notti su notti a cliccare come un automa. Quando mi rispondevano grazie per l’add! io gli mettevo sul profilo il flyer della serata con scritto che era organizzata dalla community romana di DA. Funzionò bene. C’erano più di cento persone, tutte stipate nella catacomba del Forte Prenestino. Lì per lì ci rimasi un po’ male perché mi ero immaginato delle presenze da mondo dell’arte, delle figure, che so, barbette e scarpe a punta; capelli viola e gonnoni spessi; invece erano tutti ragazzi normali. Apposta non avevo invitato nessuno dei miei ex coinquilini, neppure Sara, perché sarebbero stati fuori luogo.

Feci distribuire da Barbara il prosecco, due casse ne avevo portato, e accesi i riflettori sul mio “salotto”.

Ci fu un mormorio stupito. Che cos’è? si chiedevano a vicenda. C’era una TV a 50 pollici, a tubo catodico, elefantiaca. Davanti, un divanetto. Accanto, un joystick su un tavolino. Sopra, era appeso uno striscione con scritto: LA COSTRUZIONE DEL FUTURO, Karl Marx.

Accesi la TV col telecomando. Apparve un uomo nudo a cazzo ritto (ero io). Mormorii. L’uomo parlò: Se la costruzione del futuro e il modo di venirne a capo per tutti i tempi non è affare che ci competa, a maggior ragione sappiamo cosa dobbiamo fare oggi, e cioè criticare senza riguardi tutto l’esistente – senza riguardi nel senso che la critica non deve temere né i possibili risultati né, tanto meno, di porsi in conflitto con le potenze esistenti. Si prese il cazzo in mano e l’immagine si congelò. L’unica parte che continuò a muoversi fu un timer in un angolino: 00:00:29, 00:00:30, 00:00:31… Tutto qui? e ora? disse la gente. Era il momento più delicato, ci eravamo messi d’accordo che se non capivano doveva intervenire Barbara.

Ce l’ha piccolo. No, è lui che è alto.

Alcuni si avvicinarono, girarono intorno. Non spingete! Si è incastrato. Guarda qui… Il primo a maneggiare il joystick e attivare così il meccanismo programmato da Fabio fu un capellone spilungone con l’aria da gonzo. Quando si accorse dell’effetto buttò via il joystick come se fosse esso stesso un cazzo, il che mi lusingò. Un capannello se ne disputò il controllo.

Si è mosso! Fai provare anche a me. Ah, guarda, se muovi il tizio si fa una pippa. Come come? Vedi? Se faccio su e giù, così… se lo smanaccia. Che schifo. È controllato. È come una dinamo. Prova all’incontrario… Si fa una pippa all’incontrario. Dai, passa. Se schiacci il tasto rosso? Niente. Prova anche tu. No, mi fa impressione. Mi fa tristezza.

00:02:15. L’inquadratura strinse sul cazzo. Alle mie spalle, qualcuno nella folla assiepata intorno all’uscita rumoreggiò: io me ne vado… Lasciate passare! Cos’è, cos’è? Un tizio che si fa una sega… Vedere vedere!

Non capivo se apprezzavano o no. Barbara, rossa in viso, mi lanciava occhiate nervose. Nessuno si sedeva in poltrona, il che non era secondo i piani, ma poco male, mi dissi, il finale funzionerà lo stesso. Il joystick finì in mano a un tizio con i pantaloni mezzi calati che rideva come un bambino. Mimò di farsi una sega anche lui. 00:04:00.

Mi ero impegnato per far sì che il video fosse espressivo e cioè si vedesse che stavo davvero godendo mentre mi facevo la sega. Funzionava: man mano che si avvicinava il clou, il pubblico si fece attento e silenzioso, eccetto il pazzo che masturbava il joystick e rideva sempre più forte, e un tizio occhialuto accanto a me che trascinò via la sua ragazza sibilandole nell’orecchio: Ora basta, questa è mancanza di rispetto nei miei confronti. Altri si davano di gomito: Ora viene… Ma quanto ci mette?… ’Sta cacata… 00:05:25… Nel vedere tutte quelle ragazze che guardavano il mio cazzo mi venne un po’ duro. Già pregustavo il momento in cui sarebbero venute a farmi i complimenti, a chiedermi il contatto per collaborazioni, mi mancava pochissimo per venire, quando il pazzo esclamò: Mi sono rotto i coglioni! buttò il joystick e se ne andò. La mia cappella tesa, ingigantita dal megaschermo, si paralizzò. 00:06:54, 00:06:55. Qualcuno si faccia avanti! Facciamola finita. Non spingete!

Incrociai, speranzoso, lo sguardo di Barbara, ma mi oppose un silenzioso deciso no.

Ok ragazzi, vorrà dire che mi darò da fare io, come al solito.

Applausi, incitazioni. Si fece avanti una ragazzona agghindata in stile mah? goth burlesque? Sulla figura piacente di fianchi e di seno troneggiavano uno strabismo niente affatto afroditico, labbra storte che il rossetto sbaffato non riusciva a seguire, e dentoni sporgenti. Si sfilò i guanti a rete, prese il joystick e si sedette sul divano incrociando teatralmente le cosce.

Vediamo quanto reggi, cazzoncello.

Qualcuno dalla folla: Fa parte della performance?

La ragazzona, dapprincipio, si dimostrò impacciata con lo strumento perché cercava di muoverlo come un cazzo vero, ma quando ci prese la mano portò rapidamente il video verso l’orgasmo.

00:09:42. Forse ho esagerato? mi chiesi. In fondo era colla di pesce, mica vera sborra, quella che il meccanismo le avrebbe schizzato sulla camicetta di pizzo. Ma se reagiva male? Mi sentii dentro un ralenti. Tutti trattennero il respiro. Le luci sfarfallarono, o ero io che avevo sbattuto le palpebre? Finalmente venni in relativa abbondanza (ero stato in astinenza una settimana per aggravare il carico, ma più di tanto non potevo produrre).

Bah. Era l’ora! Embè? Mi accorsi che qualcosa stava andando storto perché si sarebbe dovuto azionare un motorino che doveva estrarre dal secchio appeso sopra al divano, nascosto dallo striscione, una modica quantità, appunto, di colla di pesce, per schizzarla addosso alla tipa. Invece udii uno sbatacchiare, il motorino si doveva essere sganciato, due tre botte sul metallo del secchio, no no no, la ragazza stava manipolando il joystick per riavvolgere il nastro al momento esatto in cui il fiotto di sperma si liberava. Fece in tempo a levare lo sguardo sopra di sé. Che succede? Il secchio le si rovesciò in capo. Urla. Tutte le prime file inondate di colla di pesce. La ragazza si toglie il secchio, lo lancia contro la TV, il liquido ci cola dentro e provoca un corto circuito che con uno scoppio fa saltare la corrente.

Scintille, completa oscurità, qualche istante di sospensione, poi esplode il panico.

Fui travolto, gridai Barbara! ma tutti urlavano il nome di qualcuno e spingevano: Aiuto! Mi schiacci! Uscite! Accanto a me, tastando, scoprii che si era formato uno spazio libero e svicolai. Toccai cose viscide. Ma è sborra veramente? Alte grida isteriche si mescolarono con risate. Ahi! Andate indietro! Non si vede nulla! Si accesero delle torce di cellulari, accecanti, nella baraonda i cellulari caddero, si formarono mucchi di gente che si cadeva addosso in cerca del cellulare.

Mi accodai a un flusso in movimento e tra bestemmie e spinte e gemiti, qualcuno piangeva, senza capire come, strisciando tra schiene e braccia, mi trovai finalmente nel corridoio, in fondo al quale lontana ma sicura scorsi l’uscita, un lampione.

Mi lasciai trascinare. La massa, ora che la salvezza sembrava a portata e la paura scemava, si era abbastanza placata. Mi beccai ancora qualche gomitata, qualche ginocchiata, ma date senza violenza, qualcuno chiedeva addirittura scusa. Allungai le orecchie per cogliere i commenti. Dov’è il bar? Se lo prendo quel deficiente gli do un pugno. È sborra davvero o no? Più avanti si addensò un coro: lu-ce! lu-ce! lu-ce! Ebbi una specie di visione, mi sembrò di essere in una processione di flagellanti, e ricordai quella volta ai giardini, quando mi trascinarono via dalla ballerina brasiliana. Almeno questa volta era colpa mia. Una civetta, schegge di vetro, un passo avanti e uno indietro. Pestai un bicchiere di plastica, che crepitò e mi fece sobbalzare e perdere l’equilibrio. Mi aggrappai a qualcosa di grosso e familiare: Fabio! Che ci fai qui?

Raffaele, non mi avevi detto che lavoravi nel porno.

Zitto, cretino, che qui mi menano.

Pensavo che era tutto calcolato.

Macché…

Ancora qualche metro di guado ed emergemmo. La folla si stava sparpagliando nel cortile.

Si accesero diverse sigarette, mi misi a fumare anch’io.

Post coitum, disse Fabio, he he.

Venne su la ragazza Moulin Rouge, le braccia in avanti come uno spettro, la capigliatura corvina una ragnatela impiastricciata, singhiozzando: ih, ih, ih. In quel momento, chissà perché, l’avrei voluta consolare, porgerle un fazzoletto, dirle che non si doveva preoccupare, era solo colla di pesce, accompagnarla a casa. Un drappello di ragazzi, tra cui il capellone che per primo aveva preso il joystick, sghignazzava accanto a noi: Incredibile. Incredibile.

Mai visto niente di più brutto.

Una densità mostruosa di assenza di senso.

Marx poi. Perché Marx?

Già, anch’io mi domandavo giusto giusto la stessa cosa, disse Fabio.

Si chiama découpé. Se non lo capite non è colpa mia, risposi a voce abbastanza alta perché tutti potessero sentirmi.

Avevo ancora il telecomando in mano.

Di’, non sarai mica te l’artista?

Scorsi Barbara che mi cercava zoppicando, doveva aver preso una botta. Non volevo che Fabio mi vedesse con lei: No, io sono solo un tecnico, dissi. Passai il telecomando a Fabio e mi sganciai.

Raggiunsi la mia fidanzata e durante il viaggio di ritorno le diedi la colpa di aver agganciato male il secchio e le feci una parte di merda che durò trecento chilometri.


Gregorio Magini, nato nel 1980, vive e programma a Firenze. Ha fondato e coordinato il progetto Scrittura Industriale Collettiva, da cui è nato In territorio nemico (minimum fax, 2013). I suoi racconti sono apparsi sulle maggiori riviste letterarie italiane e su numerose antologie. Dopo l’esordio di La famiglia di pietra (Round Robin, 2010), torna al romanzo con Cometa (Neo edizioni, 2018)