Finite le vacanze è tempo di leggerne i significati, investigare gli archetipi e le immagini che ci hanno mosso tra spiagge e relax. Un’analisi filosofica fatta con gli occhi di Carl Jung ci aiuta a rispondere a una domanda fondamentale: noi umani cerchiamo la salvezza o il benessere?


In copertina: Henry Moore, Mother and child II (1979), Asta Pananti del 14 Settembre 2018

di Giovanni Colacicchi

È usanza diffusa, da qualche anno, fotografarsi le gambe sulla spiaggia per fornire prova certa del nostro essere in vacanza, in uno stato di assoluto benessere. Quelle cosce, come si vede chiaramente dal colorito e dalla forma piacevolmente affusolata, sono passate da almeno un centro benessere; sono depilate, tornite, rassodate a dovere. Ma sappiamo davvero cosa si nasconde dietro a un’immagine del genere? Quali pensieri passano per la testa della persona allucertolata sulla spiaggia, in questa “vita in vacanza”?

Come scrisse con sarcasmo il poeta britannico Wystan Hugh Auden a proposito dell’uomo-massa la cui vita era trascorsa indistinguibile da quella del suo vicino: “Era libero? Felice? Che domande assurde: se qualcosa non avesse funzionato, di certo ne saremmo informati”.

“Raggiungere il benessere” – scrive lo psicanalista junghiano Guggenbühl-Craig in Matrimonio. Vivi o morti (2000) – una riflessione ad ampio respiro sul senso del matrimonio oggi – “vuol dire evitare le tensioni spiacevoli, aspirare a una sensazione fisica positiva, essere rilassati e a proprio agio”. All’idea di benessere corrisponde inoltre “la possibilità di soddisfare, senza sforzi eccessivi, parecchi dei cosiddetti bisogni materiali”, nonché un “senso di appartenenza a un gruppo e, in parte, anche una posizione preminente nella collettività”. Ora, parrebbe proprio che la persona spiaggiata di cui sopra sia rilassata, a proprio agio, e si suppone anche, dallo stato di salute che emerge dall’osservazione delle gambe, che abbia soddisfatto i propri bisogni materiali (se stesse morendo di fame eviterebbe di pubblicare selfie). Del suo senso di appartenenza a un gruppo, ne abbiamo garanzia dal fatto che noi stessi siamo parte del suo, anche se non è detto che in questo circolo si trovi in una posizione di preminenza. Seguendo dunque gli indici di benessere proposti dal nostro autore, la bagnante (o il bagnante) si piazza decisamente in una buona posizione.

Eppure, c’è ancora qualcosa di cui possiamo dubitare: la nostra bella lucertola marina è anche sulla via della propria salvezza? Osserva giustamente il nostro autore:

“Coloro che credono [nei] finti paradisi del benessere delle grandi organizzazioni di viaggio forse non cercano solo la terra dei Feaci o il paese della cuccagna, ma una terra in cui trovare la propria anima, che cerchino con la loro anima la terra di Greci […] Non è il contatto con una popolazione fondamentalmente sconosciuta che corrompe gli abitanti delle grandi località frequentate da stranieri; a renderli insicuri e a privarli della propria dignità è il contatto con grandi masse di persone che in quel momento cercano soprattutto il benessere e non la salvezza”

Chi abbia passeggiato sul lungomare della “Cinta” di San Teodoro, forse la spiaggia più affollata della Sardegna e certamente una delle più belle dell’isola, può trovarsi preda di due sentimenti contrastanti: ammirazione e trasporto sensuale verso la bellezza dei bagnanti; fastidio per la trascuratezza con cui molti di loro si siedono sulla sabbia o entrano nell’acqua, come se sedessero sul divano di casa o entrassero nella vasca da bagno. Forse solo i bambini e qualche pittore conservano ancora un senso di religiosa venerazione verso il mare. Eppure, miracolosamente, gli dei e le dee non se ne sono ancora andati, e aleggiano, pur nella confusione, tra l’acqua chiarissima, la sabbia bianca e la nebbia sottile che ricopre l’isola di Tavolara.

Salvezza viene dal latino ‘salus’, che voleva dire salute, “lo stato fisico di chi non è affetto da malattie”; salvare vuol dire, “trarre fuori di pericolo”, “difendere”, ma anche “preservare” e “custodire”. Per secoli, qui in Occidente, ci ricorda sempre Guggenbühl-Craig, l’idea di salvezza è stata associata alla nozione di salvezza dell’anima che prometteva il cristianesimo (nonostante, osserva ancora giustamente il nostro, la preghiera “Dacci oggi il nostro pane quotidiano” si collochi ancora nell’orizzonte del benessere; infatti Gesù ebbe ad affermare che “non di solo pane vivrà l’uomo”, Mt. 4.4.). La religione cristiana prometteva di salvare l’uomo dal peccato, dalla sofferenza e perfino dalla morte. A chi cerca la salvezza – e un cristiano deve cercarla – non basta aver raggiunto uno stato di benessere: “il peccato e la morte, l’eclisse di Dio o l’allontanamento da lui [lo] opprimono in continuazione”. E per chi non cerca la salvezza promessa da qualche religione? Si ha comunque bisogno di essere salvati e “tratti fuori di pericolo”? E da cosa, da chi? O forse ci si deve semplicemente accontentare del benessere, dello “star bene”?

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Per Carl Gustav Jung (1875-1961), dalle cui idee Guggenbühl-Craig trae la distinzione che stiamo discutendo, anche se in occidente il cristianesimo non è più l’orizzonte in cui l’uomo cerca il senso della vita, non si può accantonare l’idea di salvezza. Anzi, il concetto junghiano di “individuazione”, altro non è che una maniera laica di intendere la salvezza. Ognuno di noi, secondo Jung, deve scoprire la propria unicità, e confrontarsi con essa passo dopo passo: individuarsi vuol dire integrare e riportare alla luce ciò che in noi giace dormiente, in uno stato inconscio (non ancora venuto alla luce; o già comparso alla coscienza e poi dimenticato); individuarsi vuol dire differenziarsi dagli altri e da comportamenti collettivi che non ci appartengono per trovare il proprio modo specifico di stare al mondo, la nostra etica che è anche un’estetica. Non isolarsi, però. Anzi, ci conosciamo anche grazie alle relazioni che intratteniamo con gli altri e ai legami che instauriamo con essi, non di rado conflittuali; e il dialogo con amici, parenti, amanti e maestri che ci avvicina a noi stessi – lo sapeva bene Socrate – non è quasi mai o comunque non è mai soltanto una chiacchiera riposante. Trovare se stessi e trovare la propria salvezza, per Jung, sono tutt’uno: “La personalità è la felicità più alta”.

Ma come nel caso delle religioni, la via che porta alla salvezza, la strada che ci conduce a esprimere e ad affermare la nostra personalità nel mondo non è, per Jung, né dritta né breve, come la sofferenza nevrotica – da cui nessuno è immune, ci ricorda. Per Jung, la salvezza-individuazione passa dal confronto serrato, difficoltoso, spesso imbarazzante e goffo, con la propria Ombra, metafora che sta ad indicare ciò che siamo e che non vorremmo essere: pigri, ignoranti, avidi, impauriti e incapaci. È evidente che Jung mutua l’idea di Ombra dalla nozione cristiana di peccato, svincolandola però dal legame con un essere divino. Ma il confronto con l’Ombra (che apre a una sofferenza autentica e trasformatrice e per questo non è più il “loop” di tipo nevrotico), per quanto difficile, è opera da “apprendista”: il passo successivo, se di cronologia è lecito parlare, è il confronto con l’Anima, opera del “maestro”. Qui credo che Jung dimostri, come in molti casi, grande acume psicologico: non è forse vero, infatti, che spesso è più facile confrontarsi con i propri limiti che con la propria forza? Ciò che attrae fa spesso più paura di ciò che temiamo: si ha paura a incontrare se stessi. Con il termine Anima Jung intende la capacità di accedere alle risorse creative dell’inconscio (il dio-demone della psicanalisi tutta), saper sentire la vita e non soltanto pensarla, superare sé stessi senza temere l’imperfezione, avere il coraggio di far spazio alla gioia quando arriva. Tutte cose utili, mi pare, se uno vuole ritrovarsi e provare, laicamente, a salvarsi.

Provando a ricapitolare, cosa distingue benessere e salvezza? In primo luogo, il benessere tende a voler escludere la sofferenza, mentre la salvezza per sua natura non può farlo: è più facile trovare un buon ristorante che trovare se stessi. In secondo luogo, il benessere, come sa bene chi condivide le sue foto vacanziere, deve essere inserito in una dimensione collettiva: la foto delle gambe senza neanche un like ci trasmette un senso di solitudine non voluto. La salvezza, che pure della dimensione collettiva ha sempre bisogno, è invece prima di tutto un incontro con noi stessi (con l’Ombra, con l’Anima appunto). Alla fine del Red Book, il “quaderno”, da poco pubblicato, in cui Jung raccolse e disegnò le sue visioni degli anni travagliati dopo il distacco da Freud, sta scritto: “Pietra di paragone è l’esser soli con se stessi. Questa è la via”. Eppure queste due strade, quella del benessere e quella della salvezza, pur diverse, non si escludono a vicenda e possono convergere.

Insistere sul contrasto tra benessere e salvezza, non giova, a mio parere, al raggiungimento né dell’uno e dell’altra. Un benessere che non tenga conto della dimensione salvifica verso cui, figli del cristianesimo come dell’idealismo romantico, inevitabilmente tendiamo, diventa facilmente noioso, conformista, tutto sommato neanche tanto piacevole. D’altro canto, una ricerca di salvezza che non sappia tendere anche a quella giusta misura che la civiltà greca, di cui pure siamo eredi, aveva assunto a principio fondamentale, finirà facilmente per confinarci in posizioni ascetiche, a spingerci verso estremismi, a condurci in un isolamento forzato, forse a farci soffrire inutilmente. Salute, serenità e giusta misura possono porsi in confronto dialettico con gioia e tristezza, speranza e disperazione, in una parola: passione. Il lavoro, che dà benessere e la tranquillità di una vita ordinata, può anche andare in direzione della vocazione e del disordine creativo. E ancora, il sesso, che come il denaro ha la capacità di occupare la mente soprattutto quando è assente, può di certo unirsi al più complesso ma anche più salvifico amore (secondo Guggenbühl-Craig è proprio l’“impossibilità di fuga, in parte esaltante e in parte tormentosa, che costituisce la specificità” del matrimonio come possibile percorso di salvezza, segnato dal “confronto che i due partner portanti avanti per tutta la vita […] nella ricerca della propria anima”).

Salvati da cosa e da chi, dunque, oggi, per chi non crede più in dio, nel peccato, nel diavolo e nella dannazione eterna? Dal rischio di non aver vissuto come solo noi potevamo.

Come ci ricorda una bella storiella ebraica che cito a memoria: “Quando sarai morto, caro Saul [sostituire con il proprio nome], l’Onnipotente non ti chiederà perché non sei stato David o perché non sei stato Isaia, ma perché non sei stato Saul”. Beccati questa, Saul! Perché ‘ognuno – scrive ancora Guggenbühl-Craig – deve cercare e trovare la propria salvezza nel modo che gli è più congeniale’. Già i greci lo sapevano: felicità non è solo giusta misura, è anche eudaimonìa, quando andiamo d’accordo con il nostro demone interiore, anche se ci fa soffrire. Chissà, magari la nostra bella amica sulla spiaggia è molto più vicina alla salvezza di noi. Ulisse, emblema dell’uomo che cerca se stesso tra gioie e tormenti, se avesse avuto uno smartphone ci avrebbe forse lasciato in dono una pic delle lunghe gambe di Calipso – e noi, felici ed invidiosi, ci avremmo messo un like.


Giovanni Colacicchi, PhD, classe 1982, si è laureato in filosofia a Bologna, specializzandosi poi a Firenze, e ha completato il suo dottorato sull’etica di Jung presso la University of Essex. Ha insegnato lingue a Firenze e in Inghilterra. Attualmente lavora come docente di inglese, storia e filosofia in un liceo privato.

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