Lo scrittore Jim Baggott ripercorre le vicende principali che hanno portato la scienza, e la fisica, a riabbracciare filosofia e trascendenza. Quella di Albert Einstein, in particolare, è una storia che ha molto a che fare con l’idea di “Dio”, che, però, non è quello religioso.


In copertina: Victor Vasarely, Senza titolo, Asta Pananti del 15 dicembre 2018


(Questo testo è la traduzione italiana di un articolo precedentemente uscito su Aeon)

di Jim Baggott

“La teoria funziona, ma difficilmente ci avvicina al segreto del Grande Vecchio”, scrisse Albert Einstein nel dicembre 1926. “E comunque sono convinto che Lui non gioca a dadi”.

Einstein rispondeva così a una lettera del fisico tedesco Max Born. Il cuore della nuova teoria della meccanica quantistica, sosteneva Born, palpita in modo casuale e incerto, come se soffrisse di aritmia. Mentre la fisica prima dei quanti consisteva nel fare questo per ottenere quello, la nuova meccanica quantistica sembrava dire che quando facciamo questo, si ottiene quello solo in base a una certa probabilità. E in alcune circostanze potremmo ottenere altro.

Einstein non era d’accordo, e la sua insistenza sul fatto che Dio non gioca a dadi con l’Universo ha avuto eco per decenni; un’idea familiare e sfuggente quanto la celebre formula E = mc2. Che cosa voleva dire? E cosa intendeva Einstein con “Dio”?

Hermann e Pauline Einstein erano ebrei Ashkenazi non osservanti. Nonostante il secolarismo dei genitori, il novenne Albert scoprì e abbracciò l’ebraismo con passione e per po’ fu un ebreo ligio e praticante. Seguendo l’usanza ebraica, i suoi genitori invitavano un povero studioso a condividere un pasto con loro ogni settimana, e dal povero studente di medicina Max Talmud (poi Talmey) il giovane e impressionabile Einstein imparò a conoscere la matematica e le scienze. Lesse tutti i 21 volumi di  Popular Books on Natural Science di Bernstein (1880). Talmud lo guidò poi alla Critica della ragione pura di Immanuel Kant, da cui passò alla filosofia di David Hume. Da Hume, fu un passo relativamente breve quello verso il fisico austriaco Ernst Mach, il cui stridente marchio filosofico di empirista “vedo-o-non-credo” richiede un rifiuto totale della metafisica, comprese le nozioni di spazio e tempo assoluto e l’esistenza degli atomi.

Ma questo viaggio intellettuale aveva messo in luce senza mezzi termini il conflitto tra scienza e sacra scrittura. L’ormai dodicenne Einstein si ribellò. Sviluppò una profonda avversione ai dogmi della religione che sarebbe durata per tutta la vita, un’avversione che si estendeva a tutte le forme di autoritarismo, compreso l’ateismo dogmatico.

I vantaggi di questa dieta giovanile a base di filosofia empirica si mostrarono ad Einstein circa quattordici anni dopo. Il rifiuto di Mach dello spazio e del tempo assoluti contribuì a plasmare la teoria della relatività speciale (compresa l’iconica equazione E = mc2), che Einstein formulò nel 1905 mentre lavorava come “esperto tecnico, terza classe” presso l’Ufficio svizzero dei brevetti di Berna. Dieci anni dopo, lo scienziato completerà la trasformazione della nostra comprensione dello spazio e del tempo con la formulazione della sua teoria della relatività generale, in cui la forza di gravità è sostituita dalla curva dello spazio-tempo. Ma con l’invecchiamento (e la saggezza), l’uomo rifiutò l’empirismo aggressivo di Mach, e una volta dichiarò che “Mach era tanto bravo in meccanica quanto scarso in filosofia”.

Col tempo Einstein si spostò verso una posizione molto più realista. Preferiva accettare realisticamente il contenuto di una teoria scientifica, come una rappresentazione “vera” e contingente di una realtà fisica oggettiva. Sebbene non volesse saperne della religione, la fede che aveva portato con sé dal suo breve flirt con l’ebraismo divenne il fondamento su cui costruire la sua filosofia. Alla domanda sulle basi della sua posizione realista, egli rispose: “Non ho un’espressione migliore del termine “religiosa” per la mia fiducia nel carattere razionale della realtà e nel suo essere accessibile, almeno in una certa misura, alla mente umana”.

Piero Dorazio, Lumen I (2003), Asta Pananti 15 dicembre 2018

Ma il Dio di Einstein era un quello della filosofia, non della religione. Quando molti anni dopo gli fu chiesto se credeva in Dio, egli rispose: “Credo nel Dio di Spinoza, che si rivela nella legittima armonia di tutto ciò che esiste, ma non in un Dio che si occupa del destino e delle azioni dell’umanità”. Baruch Spinoza, contemporaneo di Isaac Newton e Gottfried Leibniz, aveva concepito Dio come identico alla natura. Per questo era considerato un pericoloso eretico e fu scomunicato dalla comunità ebraica di Amsterdam.

Il Dio di Einstein è infinitamente superiore, ma impersonale e intangibile, sottile ma non malizioso. Egli è anche fermamente determinista. Per quanto riguarda Einstein, la “legittima armonia” di Dio è stabilita in tutto il cosmo dalla stretta osservanza dei principi fisici di causa ed effetto. Così non c’è spazio per il libero arbitrio nella filosofia di Einstein: “Tutto è determinato, sia all’inizio che alla fine, da forze sulle quali non abbiamo alcun controllo… tutti noi balliamo una melodia misteriosa, suonata a distanza da un giocatore invisibile”.

Le teorie della relatività speciale e generale hanno fornito un nuovo modo di concepire lo spazio e il tempo e le loro interazioni con la materia e l’energia. Queste teorie sono del tutto coerenti con la “legittima armonia” stabilita dal Dio di Einstein. Ma la nuova teoria della meccanica quantistica, che Einstein aveva contribuito a fondare nel 1905, raccontava una storia diversa. La meccanica quantistica riguarda le interazioni che coinvolgono la materia e le radiazioni, alla scala di atomi e molecole, sullo sfondo passivo dello spazio e del tempo.

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All’inizio del 1926, il fisico austriaco Erwin Schrödinger aveva trasformato radicalmente la teoria, formulandola in termini di ‘funzioni d’onda’ dall’interpretazione piuttosto oscura. Schrödinger stesso preferì interpretarle realisticamente, come delle “onde di materia”. Ma cresceva il consenso, fortemente promosso dal fisico danese Niels Bohr e dal fisico tedesco Werner Heisenberg, sul fatto che la nuova rappresentazione quantistica non doveva essere presa troppo alla lettera.

In sostanza, Bohr e Heisenberg sostenevano che la scienza aveva finalmente risolto i problemi concettuali coinvolti nella descrizione della realtà da cui i filosofi ci avevano messo in guardia per secoli. Bohr dice: “Non esiste un mondo quantistico. C’è solo la descrizione astratta della fisica quantistica. È sbagliato pensare che il compito della fisica sia quello di scoprire come è la natura. La fisica riguarda ciò che possiamo dire della natura”. Questa affermazione vagamente positivista è stata ripresa da Heisenberg: “Ci dobbiamo ricordare che ciò che osserviamo non è la natura in sé ma la natura esposta al nostro metodo di interrogazione”. La loro ‘interpretazione di Copenhagen’ largamente antirealista – con il rifiuto che la funzione d’onda rappresenti lo stato fisico reale di un sistema quantistico – divenne rapidamente il modo dominante di pensare della meccanica quantistica. Variazioni più recenti di tali interpretazioni antirealiste suggeriscono che la funzione d’onda sia semplicemente un modo di “codificare” la nostra esperienza, o le nostre convinzioni soggettive derivate dalla nostra esperienza fisica, permettendoci di usare ciò che abbiamo imparato in passato per predire il futuro.

Questo era del tutto incoerente con la filosofia di Einstein. Einstein non poteva accettare un’interpretazione in cui l’oggetto principale della rappresentazione – la funzione d’onda – non è “reale”. Non poteva accettare che il suo Dio permettesse che la “legittima armonia” si scombinasse completamente su scala atomica, portando indeterminismo e incertezza, con effetti che non possono essere interamente e inequivocabilmente previsti dalle loro cause.

Era questo il palcoscenico per uno dei dibattiti più celebri di tutta la storia della scienza, quello tra Bohr ed Einstein sull’interpretazione della meccanica quantistica. Si trattava di uno scontro tra due filosofie, due gruppi contrastanti di preconcetti metafisici sulla natura della realtà e su ciò che ci si potrebbe aspettare da una sua rappresentazione scientifica. Il dibattito è iniziato nel 1927 e, sebbene i protagonisti non siano più con noi, è ancora molto vivo.

E irrisolto.

Non credo che Einstein ne sarebbe stato particolarmente sorpreso. Nel febbraio 1954, appena 14 mesi prima di morire, in una lettera al fisico americano David Bohm scriveva: “Se Dio ha creato il mondo, la sua principale preoccupazione non era certo quella di renderlo facile da capire”.


Jim Baggott è un pluripremiato scrittore e autore scientifico britannico, con più di 25 anni di esperienza di scrittura su argomenti scientifici, filosofici e storici. Il suo ultimo libro è Quantum Space: Loop Quantum Gravity and the Search for the Structure of Space, Time, and the Universe (2018). Vive a Reading, Regno Unito.

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