Secondo gli Aztechi non dovremmo cercare la felicità, perché in fondo non è davvero quel che vogliamo.


(Questo testo è la traduzione italiana di un articolo precedentemente uscito su Aeon sotto licenza Creative Commons)

di Sebastian Purcell

Nel semestre primaverile, tengo un corso intitolato ‘felicità’. È sempre pieno di studenti, che, come la maggior parte delle persone, vogliono imparare il segreto di una vita felice.

‘Quanti di voi vogliono essere felici nella vita?’ Chiedo. Tutti alzano la mano. Sempre. ‘Quanti di voi pensano che in futuro avranno dei figli?’ Quasi tutti sollevano di nuovo la mano.

Poco dopo spiego che avere dei figli rende la maggior parte delle persone più infelici e che il loro benessere torna ai livelli precedenti solo dopo che l’ultimo figlio ha abbandonato il nucleo familiare. ‘Quanti di voi vogliono ancora dei bambini?’ Chiedo. Forse è solo l’ostinazione, ma le stesse persone che volevano essere felici alzano nuovamente la  mano.

I miei studenti rivelano qualcosa che la civiltà pre-colombiana degli Aztechi conosceva bene. Si dovrebbe smettere di cercare la felicità, perché non è davvero quel che vogliamo. Non pianifichiamo la nostra vita su elevati stati emotivi. Quello che vogliamo sono vite che vale la pena vivere e se dobbiamo fare dei sacrifici per ottenerle, allora tanto peggio per la ‘felicità’.

Gli Aztechi, che vivevano in quello che ora è il Messico, sono stati a lungo trascurati dall’’Occidente’ (un termine che i filosofi latino-americani contestano, da qui le virgolette). Quando tengo il mio corso, l’unica cosa che gli studenti conoscono sugli Aztechi è che facevano sacrifici umani. Ma prima dell’arrivo dei conquistadores spagnoli, gli Aztechi avevano una cultura filosoficamente ricca, con persone che definivano ‘filosofi’ e altre che chiamavano ‘sofisti’. Abbiamo volumi e volumi di pensiero Azteco registrato da ecclesiastici cristiani nei loro codici. Alcuni di questi lavori filosofici sono in forma poetica, altri si presentano come una serie di esortazioni e alcuni, addirittura, sono in forma di dialogo.

Questi punti invitano al confronto con i filosofi dell’antichità greca classica, in particolare Platone e Aristotele. Questi uomini hanno sostenuto che la felicità avviene naturalmente quando si coltivano qualità come l’auto-disciplina o il coraggio. Naturalmente, cose diverse rendono felici persone diverse. Ma Aristotele credeva che l’universalità della ‘ragione’ fosse la chiave per una sorta di definizione oggettiva di felicità, se è sostenuta dalle virtù del carattere.

Come i greci, gli Aztechi erano interessati a come condurre una vita buona. Ma a differenza di Aristotele, non prendevano le mosse dalla capacità umana di ragionare. Piuttosto, guardavano verso l’esterno, verso le nostre contingenze sulla Terra. Gli Aztechi avevano un detto: ‘La terra è scivolosa’, che era celebre come presso di noi ‘Non fare di tutta l’erba un fascio’. Quel che volevano dire è che la Terra è un luogo dove gli esseri umani sono soggetti a errori, dove i nostri piani hanno grandi probabilità di fallire e le amicizie sono spesso tradite. Le cose buone vengono sempre mescolate con qualcosa di indesiderato. ‘La Terra non è un buon posto. Non è un luogo di gioia, un luogo di appagamento,’ così una madre consiglia la figlia, nella trascrizione di una conversazione sopravvissuta fino ai giorni nostri. ‘È piuttosto un luogo di gioia-fatica, di gioia-dolore.’

Nonostante le sue benedizioni, la Terra è un luogo dove tutte le nostre azioni e scopi vivono un’esistenza fugace. In un lavoro di filosofia poetica dal titolo ‘Amici, alzatevi!’, Nezahualcoyotl, il poliedrico governatore della città di Texcoco, ha scritto:

Amici, in piedi!

I principi sono destituiti,

Sono Nezahualcoyotl,

Io sono un cantante, testa di pappagallo.

Afferrate i vostri fiori e ventagli.

Ballate con loro!

Tu sei mio figlio,

sei Yoyontzin [narciso].

Prendi il tuo cioccolato,

fiore della pianta del cacao,

che tu possa bere tutto!

Danza,

canta!

Non è qui la nostra casa,

non viviamo qui,

anche tu dovrai andartene.

C’è una sorprendente somiglianza tra questo passaggio e la frase in Corinzi 15:32: ‘Mangiamo e beviamo, perché domani moriremo.’

Tutto questo suona un po’ tetro? Forse. Ma la maggior parte di noi può riconoscervi alcune verità spiacevoli. Ciò che i filosofi aztechi intendevano è: come si deve vivere, dato che il dolore e la transitorietà sono caratteristiche imprescindibili della nostra condizione?

La risposta è che dovremmo cercare di condurre una vita profonda e ben radicata. La parola che usano gli Aztechi è neltiliztli. Letteralmente significa ‘radicamento’, ma anche ‘verità’ e ‘bontà’ in senso più ampio. Gli aztechi credevano che la vita vera è quella buona e che gli umani più elevati dovrebbero puntare a quella nelle loro azioni. Questo somiglia al punto di vista delle loro controparti classiche ‘Occidentali’, ma diverge su altri due fronti. In primo luogo, gli Aztechi hanno dichiarato che questo tipo di vita non porterebbe alla ‘felicità’, se non per fortuna. In secondo luogo, la vita radicata doveva essere realizzata mediante quattro livelli distinti, con un metodo più inclusivo di quello greco.

Il primo livello riguarda il carattere. Il radicamento inizia con il proprio corpo – cosa spesso trascurata dalla tradizione europea, che si occupa più della mente. Gli Aztechi adottavano un regime di esercizi quotidiani, simile allo yoga (abbiamo recuperato figurine delle varie posture, alcuni dei quali sono sorprendentemente simili a posture yoga come la posizione del loto).

Dopodiché dobbiamo essere radicati nella psiche. Lo scopo è di ottenere una sorta di equilibrio tra il ‘cuore’, sede del desiderio e il ‘viso’, sede di giudizio. Le qualità di carattere rendono possibile questo equilibrio.

A un terzo livello, si trova radicamento nella comunità, mediante un ruolo sociale. Queste aspettative sociali ci legano gli uni agli altri e consentono alla comunità di funzionare. Quando ci si pensa, la maggior parte dei doveri sono il risultato di questi ruoli. Cerchiamo di essere buoni meccanici, avvocati, imprenditori, attivisti politici, padri, madri e così via. Per gli Aztechi, tali ruoli sono collegati a un calendario di feste, con sfumature di restrizioni ed eccessi simili alla Quaresima e Martedì grasso. Questi riti erano una forma di educazione morale, una formazione per abituare le persone alle virtù necessarie per condurre una vita radicata.

Infine, si cerca radicamento nel Teotl, l’essere divino e unico. Gli Aztechi credevano che ‘Dio’ fosse semplicemente la natura, un’entità di entrambi i sessi la cui presenza era manifesta in forme diverse. Il radicamento in Teotl viene in gran parte realizzato obliquamente, attraverso i tre livelli di cui sopra. Ma alcune attività, come la composizione della poesia filosofica, offrono un collegamento più diretto.

Una vita condotta in questo modo porta ad armonizzare il corpo, la mente, la società e la natura. Una tale vita, per gli Aztechi, è pari a una sorta di ballo, che tiene conto della ‘Terra scivolosa’, e in cui il piacere è poco più di una caratteristica incidentale. Questa visione si oppone all’idea dei greci di felicità, dove la ragione e il piacere sono intrinseci alla migliore esecuzione della nostra vita sul palcoscenico del mondo. La filosofia Azteca ci incoraggia a mettere in discussione questa saggezza ‘occidentale’ – e di considerare seriamente l’idea che fare qualcosa di valore è più importante che goderne.


Sebastian Purcell è assistente di filosofia presso la SUNY-Cortland di New York, dove svolge le sue ricerche in storia, sociologia, globalizzazione, giustizia e filosofia latino americana.