Più che affannarsi nel definire il confine del consenso, si devono estirpare le cause che fanno sì che le categorie socialmente più deboli si sentano costrette ad acconsentire a un sesso poco voluto.


In copertina: Wrestlers (dettaglio) di Károly Ferenczy (1912)


(Questo testo è la traduzione italiana di un articolo precedentemente uscito su Aeon)

di Joseph J Fischel

Due uomini si incontrano regolarmente in un sex club e uno pratica fisting all’altro. Una notte, però, la coppia rimane fino alla chiusura del locale. Le luci da soffuse si accendono rivelando che la mano protagonista dell’atto è, in realtà, una protesi.

“Ho un arto amputato”, spiega il portatore di protesi, per poi aggiungere: “ma sembra vera, no?”

Il portatore di protesi è colpevole di stupro per non aver rivelato che la sua è una protesi? Sicuramente l’aspettativa della controparte era che la mano fosse “reale”, nel senso che si trattava della mano con cui è nato chi praticava il fisting. Ma non vedo alcuna ragione per cui la legge, soprattutto se si tratta di diritto penale, dovrebbe dare importanza a quel che presumeva una delle due parti coinvolte.

Prendo spunto da questo esempio ipotetico, sicuramente un po’ assurdo, nel mio libro Screw Consent: A Better Politics of Sexual Justice (2019) per riflettere sui vari casi di cosiddetto “inganno di genere” che si sono verificati nel Regno Unito, negli Stati Uniti e in Israele negli ultimi 25 anni. Questi casi, già studiati con attenzione da studiosi di diritto come Alex Sharpe della Keele University e Aeyal Gross della Tel Aviv University, riguardano tipicamente uomini transgender o donne non conformi agli stereotipi di genere (dall’aspetto mascolino), tutte persone condannate in sede di giudizio per violenza sessuale, per non aver rivelato alle loro compagne di avere gli attributi genitali femminili, e, di conseguenza, di non avere un pene.

Se la presunzione della persona mutilata è discriminatoria, la presunzione delle denuncianti, delle giurie e dei giudici secondo cui i partner che appaiono con caratteristiche estetiche maschili abbiano necessariamente un pene è eteronormativa (e tali convinzioni sono transfobiche). Certo, ragionevolmente ci si potrebbe aspettare che il partner con sembianze maschili abbia un pene. Ma se tale aspettativa non è soddisfatta, lo stato non dovrebbe perseguire quel partner per stupro. Si consideri un partner con un pene troppo grande, deludente, piccolo o magari flaccido; anche qui le aspettative non sono state soddisfatte, ma non viene commesso alcun reato.

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Tuttavia, questi casi di presunto inganno sollevano una domanda a cui è sorprendentemente difficile rispondere: a cosa acconsentiamo quando acconsentiamo a fare del sesso? Che può essere parafrasata in questo modo: che tipo di bugia (o verità non detta) dovrebbe essere legalmente inammissibile per procurarsi sesso? Se è davvero il consenso a distinguere lo stupro dal sesso, come ha detto il celebre avvocato statunitense Jed Rubenfeld nel 2013, allora dovremmo essere seriamente preoccupati per ogni tipo di inganno, non ammissione, per ogni tipo di pubblicità ingannevole e così via. Se Debbie acconsente a fare sesso con David perché David, mentendo, ha detto che è un ateo, ricco e di sinistra, che ha studiato a Harvard o qualsiasi altra cosa – il consenso di Debbie non è forse viziato? Il sesso è, in qualche misura, uno stupro?

Studiosi come Corey Rayburn Yung sostengono che questi problemi appaiono solo nella mitologia della teoria dottrinale e non nel mondo reale della coercizione sessuale. Tuttavia, la convinzione degli imputati trans e sessualmente non conformi al genere smentisce tale affermazione e dimostra che il problema è reale.

C’è una soluzione, divisa in due parti. In primo luogo, dovremmo dire una volta per tutte che è sbagliato, anche se non è un crimine, mentire o occultare deliberatamente la verità per ottenere del sesso. L’avvocato per i diritti civili Alexandra Brodsky fa una discussione parallela sullo ‘stealthing’, cioè la pratica – sbagliata, senza dubbio – di rimuovere il preservativo all’insaputa del proprio partner. Se Debbie dice a David: “Vado a letto con te se, e solo se, sei repubblicano”, e David mente sulla sua appartenenza al partito politico, il sesso successivo diventa legalmente illecito? Piuttosto che condannare David al carcere, potremmo obbligare David a pagare un risarcimento a Debbie: cioè pensare che si tratti di questioni civili, e non penali come lo è stupro.

Naturalmente, il sesso avviene raramente in contesti in cui si usa la formula “se e solo se”; eppure legiferare in questo modo significa che possiamo utilizzare il consenso come metro di misura della violenza sessuale, piuttosto che tornare allo standard arcaico della forza.

In secondo luogo, è importante capire che alcune domande sono, o dovrebbero essere, senza risposta. Quando si tratta di sesso, non esiste un modo per rispondere alla domanda: “Sei un uomo?”, il genere infatti è una questione di genitali, di ormoni, di cromosomi, di caratteristiche sessuali secondarie o di auto-identificazione? La legge non può dare una risposta chiara a questa domanda. Non si dovrebbe essere condannati per violenza sessuale per non essere muniti di pene, la virilità non è una caratteristica misurabile sul fallocentrismo.

Tuttavia, il fatto di rendere la violazione deliberata di un’esplicita condizione per ottenere sesso un errore giuridico, ma non un crimine, indica quanto faccia schifo il consenso come metro di misura per l’etica sessuale. Va ricordato che la responsabilità legale non è la stessa cosa della responsabilità morale. Si potrebbe mentire a un potenziale partner dicendo che si è dei libertari, che non si è sposati e che si è ricchi, mentre in realtà si è dei socialisti poveri e felicemente sposati. Ciò non significa che si dovrebbe mentire in questo modo, ma il sesso successivo a tali dichiarazioni fasulle è consensuale – quindi legale.

Nonostante l’importanza e la bontà del consenso, questo ci offre poche indicazioni per quanto riguarda la comunicazione sessuale, le false dichiarazioni o la mancata rivelazione di informazioni personali ai nostri partner. Inoltre, il consenso è una guida minima sul come dovremmo comportarci al bar, in discoteca o a una festa. Quindi, ovviamente, non vanno afferrati i genitali di tizio o di Caia senza un’esplicita indicazione di volontà da parte di Tizio o di Caia. Ma che tipo di abbellimenti, di flirt e pressioni o persino di menzogne si possono rifilare a Tizio o a Caia per perseguire la propria ambizione di andarci a letto?

Il consenso ha dei limiti non solo in termini di portata, ma anche in termini di sufficienza e applicabilità.

Per quanto riguarda la sufficienza: se Pietro chiede ad Adamo di amputargli le gambe o di tagliargli la faccia come parte del loro rapporto sessuale, siamo sicuri che il consenso di Adamo (consenso affermativo ed esplicito) solleverà Pietro da ogni responsabilità legale o morale? Se non lo siamo, le nostre riserve possono essere dovute al fatto che siamo sessuofobici? Non credo proprio.

Riguardo l’applicabilità: molte persone pensano che il sesso con animali che non siano esseri umani è immorale perché gli animali non possono esprimere il loro consenso. Ma siamo sicuri che gli animali siano davvero delle creature capaci di acconsentire? Il nostro cane sta davvero acconsentendo all’ordine di riportarci la palla? Se si crede che animali come le mucche possano dare o meno il loro consenso per ciò che li accade, direi che, piuttosto che negarlo per del sesso lo negherebbero all’essere trasformati in fettine e bistecche.

Forse il consenso è più spesso il problema che la soluzione alle brutte esperienze sessuali. Perché le persone, troppo spesso le ragazze e le donne, acconsentono a un sesso insoddisfacente, doloroso, indesiderato e sgradevole? Quali forze sociali, culturali ed economiche rendono meno pesante accettare un sesso orribile che dire di no?

Lungi dall’essere risolto con il consenso, il problema è costituito dal consenso e da quali dinamiche lo guidano. Il consenso non risolve tutti i nostri problemi sociali o le ingiustizie riguardanti la sfera della sessualità. Proprio come acconsentiamo a lavori mortificanti, altrettanto spesso acconsentiamo a un sesso ingiurioso. Alcuni personaggi televisivi, dei critici di destra del movimento #MeToo, sostengono che si sia confuso lo stupro con il brutto sesso, ma il problema è proprio il fatto che facciamo del brutto sesso, non solo quello di stabilire quando c’è stato uno stupro. Non intendo per “brutto sesso” del sesso insoddisfacente, come ad esempio quando nessuno raggiunge l’orgasmo. Intendo sesso indesiderato, doloroso o concesso a malincuore, oppure che richiede l’uso di sostanze illecite per poter essere fatto.

Sarebbe ideale se collaborassimo per creare opportunità di intimità e di soddisfazione sessuale, in particolare per le persone che storicamente sono sempre state delegate alla soddisfazione degli altri piuttosto che di loro stesse. Immaginiamo una politica sessuale progressista, in cui il sesso a cui molti di noi acconsentono è il problema, piuttosto che l’antidoto.


Joseph J Fischer è professore associato di studi su donne, genere e sessualità all’Università di Yale. È autore di Sex and Harm in the Age of Consent (2016). Il suo ultimo libro è Screw Consent: A Better Politics of Sexual Justice (2019).