La verità delle nostre opinioni potrebbe non importarci, offuscata dalla convenienza e dalla necessità di affermazione. Eppure esiste un metodo per capire se davvero crediamo a ciò che diciamo.


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Questo testo è la traduzione italiana di un articolo precedentemente uscito su Aeon

di Keith Frankish

La maggior parte di noi ha delle opinioni in merito a politica, attualità, religione, società, morale e sport, e passa molto tempo a esprimerle, sia conversando che sui social media. Sosteniamo le nostre posizioni e ci infastidiamo se vengono contestate, ma perché lo facciamo? La risposta più ovvia è che crediamo nelle opinioni che esprimiamo (pensiamo che siano vere) e vogliamo che anche gli altri se ne convincano. Desideriamo che la verità prevalga, o almeno così sembra. Ma crediamo davvero a tutto quel che diciamo? In una discussione cerchiamo sempre di cercare la verità o abbiamo altri moventi?

Queste domande possono sembrare strane, persino offensive. Sto forse insinuando che siete dei bugiardi o degli ipocriti? No – o perlomeno non consapevolmente. Ma potreste essere influenzati inconsciamente da cose che non sono esattamente la ricerca della verità. Oggigiorno, la maggior parte degli psicologi concorda sul fatto che i processi mentali rapidi e inconsci (chiamati anche processi del “Sistema 1”) svolgono un ruolo importante nel guidare il nostro comportamento. Questi processi non sono come quelli freudiani, che coinvolgono ricordi e desideri repressi, ma somigliano più a dei giudizi quotidiani, delle motivazioni e dei sentimenti che operano inconsapevolmente, una sorta di pilota automatico della mente.

Sembra plausibile che questi processi guidino gran parte del nostro discorso parlato. Dopotutto, raramente pensiamo coscientemente alle ragioni per cui diciamo quel che diciamo; le parole affiorano semplicemente dalle nostre labbra. Ma se le cause delle nostre parole sono inconsce, potremmo sbagliarci sul loro conto e dovremmo dedurle dal nostro comportamento. Non è un’idea rivoluzionaria; per secoli, drammaturghi e romanzieri hanno rappresentato delle persone ingannate dai propri moventi. (Per ulteriori informazioni sulla natura e i limiti della conoscenza di sé, rimando a questo mio articolo).

È facile individuare dei motivi che potrebbero indurci a esprimere un’opinione a cui non crediamo davvero. Potremmo desiderare che sia vera e sentirci rassicurati nel sostenerlo (pensiamo ai genitori che insistono sul fatto che il figlio scomparso sia ancora vivo, nonostante la mancanza di prove). Potremmo associare l’idea a persone che ammiriamo, e affermarla per assomigliargli (si pensi a come le persone siano influenzate dalle opinioni delle celebrità). Potremmo pensare che attirerà l’attenzione e ci farà sembrare interessanti (come gli adolescenti che adottano punti di vista provocatori). Potremmo professarla per adattarci e ottenere l’approvazione sociale (si pensi ad uno studente che proviene da un ambiente conservatore in un contesto universitario di sinistra). Oppure potremmo sentirci in dovere di difenderla a causa del nostro impegno nei confronti di qualche credo o ideologia (a volte chiamiamo questo atteggiamento fede o credenza religiosa).

Tali motivazioni potrebbero essere rafforzate anche da altri fattori. In società si tende ad ammirare le persone sicure delle proprie opinioni e che si attengono a saldi principi. Di conseguenza, una volta che abbiamo espresso un’opinione, potremmo sentirci in dovere (ancora una volta, inconsciamente) di rispettarla, come se si trattasse di una questione di integrità.

Potremmo anche sviluppare un attaccamento emotivo al nostro punto di vista, un po’ come si fa col tifo per una squadra. Una volta che facciamo nostro un certo punto di vista, e che lo abbiamo pubblicamente sostenuto, desideriamo che superi i rivali – semplicemente perché è nostro. In questo modo, potremmo arrivare a impegnarci notevolmente anche nei confronti di qualcosa che non crediamo veramente.

Non dico che non siamo mai guidati dalla ricerca della verità e della conoscenza (i filosofi le chiamano “questioni epistemiche”), ma sospetto che questi fattori emotivi e sociali giochino un ruolo molto più grande di quel che pensiamo. Come spiegare altrimenti la veemenza con cui le persone difendono i loro punti di vista, e il dolore che provano quando le proprie opinioni vengono messe in discussione?

È un male se a volte sosteniamo cose a cui non crediamo? Forse no. Infatti gli scopi che ho citato – l’integrazione sociale, per esempio, o la creazione di un’immagine di sé – non sono necessariamente sbagliati, e dal momento che sono inconsapevoli potremmo pensare che non dovremmo ritenerci responsabili. Ci sono tuttavia dei pericoli. Per raggiungere questi obiettivi, infatti, dobbiamo convincere il nostro pubblico che crediamo veramente a quel che diciamo. Se le persone pensassero che stavamo dicendo qualcosa solo per impressionarle, non riusciremmo a suscitare l’effetto voluto. E quando il nostro obiettivo è impressionare noi stessi – come per i genitori che insistono sul fatto che il loro bambino è ancora vivo – dobbiamo autoconvincerci della verità di quel che diciamo. Di conseguenza, potremmo aver bisogno di coadiuvare le nostre parole con i fatti, agendo come se credessimo a quel che diciamo. Se ci fosse una palese disparità tra ciò che abbiamo detto e fatto, la nostra malafede sarebbe evidente. In questo modo, i desideri inconsapevoli di accettazione, approvazione e rassicurazione possono portarci a fare scelte sulla base di idee per le quali non abbiamo prove, anche a rischio di sbagliare.

C’è dunque un modo per sapere se si crede davvero in qualcosa? Apparentemente, la riflessione cosciente dovrebbe aiutarci. Se sostenete qualcosa consapevolmente, non pensate forse che sia la verità? Ma perfino questo processo potrebbe rivelarsi inaffidabile. Molti teorici sostengono che il pensiero cosciente sia semplicemente un discorso interiore, nel qual caso potrebbe essere guidato da cause inconsce proprio come il discorso esteriore. E come ho accennato prima, i desideri inconsci possono indurci all’autoinganno.

C’è però un esperimento mentale che potrebbe aiutarci a scoprire se crediamo davvero in quel che diciamo. Nella vita reale, sono pochi i contesti in cui la verità è la nostra preoccupazione primaria: mantenere una visione confortante, sostenere un’ideologia o un’immagine di sé potrebbe apparire spesso più importante della verità. Ma supponiamo che siate interrogato dal “Demone della Verità” – un essere onnipotente che conosce il vero su ogni argomento, e che vi punirà orribilmente se darete una risposta sbagliata o non rispondete. Se continuate ad affermare qualcosa quando il Demone della Verità vi chiede se è vero, bé, allora lo credete veramente. Ma se si dà una risposta diversa quando si è minacciati di tortura dal diavolo onniscente, allora non si crede davvero in quel che si dice. È un piccolo test della verità: immaginate la situazione appena descritta il più distintamente possibile e osservate cosa direste su una qualsiasi delle vostre opinioni. Ma fate attenzione a non riflettere troppo sulla cosa, o comincerete a raccontarvi quello che volete sentire.


Keith Frankish è un filosofo e uno scrittore inglese. È visiting research fellow presso la Open University (UK) e professore presso il Brain and Mind Programme della University of Crete. Vive in Grecia.
Traduzione di Francesco D’Isa

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