La galleria virtuale Greencube ospita una mostra a tema meme e propaganda. Federico Di Vita ha intervistato artisti ed esperti per capire come si evolve il rapporto tra meme e sinistra politica.


In copertina: Varianti del meme Pepe the frog, del collettivo Clusterduck

di Federico Di Vita

Dall’8 maggio alla fine di giugno la galleria virtuale Greencube ospita una mostra intitolata #MEMEPROPAGANDA, a cura del collettivo Clusterduck. Questa esposizione, interamente dedicata alle potenzialità dei meme come nuova forma di arte, ma anche di propaganda politica, si propone – per usare le parole degli stessi organizzatori – di rappresentare “una riflessione sulla crescente influenza dei meme e dei contenuti memetici sulla società digitale, e un tentativo di esaminare criticamente il loro crescente impatto in vari ambiti della contemporaneità”. Inoltre, sempre nelle intenzioni di Clusterduck, “#MEMEPROPAGANDA è anche un esperimento di produzione memetica collettiva, che sfida il pubblico a partecipare ad una competizione online di meme character design.

Lo spazio che ospita la mostra, Greencube Gallery, è un progetto di Guido Segni e di Matìas Ezequiel Reyes; il primo è un artista e curatore di net-art, professore all’Accademia delle Belle Arti di Carrara, e insieme al suo collega Domenico Quaranta è una delle figure che in Italia si è maggiormente occupata di internet e di Hacker Culture.

Il collettivo Clusterduck, che avevamo già incontrato a proposito della Wrong Digital Art Biennale, è il primo gruppo di curatori e ricercatori a trovare spazio nella Greencube Gallery. Così come il padiglione alla Wrong, lo spazio virtuale è stato organizzato da Clusterduck in una stanza in cui su ciascuno dei sei lati si trova un poster, di fatto una porta di accesso a una galleria personale. Nel caso di #MEMEPROPAGANDA i sei artisti coinvolti provengono dalla cultura dei meme.

Nel momento in cui progetto di scrivere questo articolo mi succede un fatto curioso. Vivo a Firenze e a poche centinaia di metri da casa mia si trova un bar sull’Arno, passeggiando tra i tavolini del Torrino Santa Rosa sono colto da una sorta di allucinazione. Mi pare di scorgere una persona che conosco, la creative director Silvia Dal Dosso (sarebbe perfetta per parlare di questa faccenda, essendo parte di Clusterduck), ma appena la vedo ecco che sembra trasformarsi in una sorta di grossa papera. Mi avvicino, perplesso dallo sfarfallio che sembra compromettere il mio nervo ottico ma risoluto, perché non c’è occasione migliore di questa per parlare della mostra. Il papero mi spiega che quando mi sembra di vedere lui (non mancherò di annotarlo) le dichiarazioni sono da intendersi a nome del collettivo Clusterduck, composto da Arianna, Francesca, Noel, Tommaso e molti altri collaboratori; altrimenti a parlare sarà semplicemente Silvia. “Ora che siamo d’accordo, possiamo cominciare”, starnazza il pennuto. A me non resta che premere play sul registratore. Partiamo dunque dalla logica con cui è stata allestita #MEMEPROPAGANDA.

“Il tema principale sono i meme, e siccome il concetto alla base della mostra è un discorso politico che riguarda l’inclusione di communities che sono al di fuori della communities edgy di memer veri e propri, noi abbiamo cercato di coinvolgere artisti che fanno parte della meme-culture ma non sono parte integrante di questi gruppi.”

Prima di procedere è il caso di fare un po’ di chiarezza sui termini della questione, per farlo ci rivolgiamo ad Alessandro Lolli, autore di La guerra dei meme e massimo esperto italiano in materia, per chiedergli cosa siano i normie, i dank, gli wholesome e gli edgy.

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“Sono dei profili antropologici con cui la sottocultura dei memer, o parte di essa, si orienta nello spazio sociale. Immaginiamo un piano cartesiano. Sull’asse delle x si va dai normie ai dank, su quella delle y dai wholesome agli edgy. I normie sono le persone sprovviste di cultura memetica, i dank quelli che ne sanno a pacchi. Parallelamente, anzi, incidentalmente, ci sono gli edgy che sono quelli più cinici, che scherzano pesante e hanno il gusto dello scandalo, e i wholesome, che coltivano un atteggiamento nato come reazione metaironica alla banalità degli edgy e che intraprende la missione quasi impossibile di fare meme cordiali, gentili, buoni. Ora, in alto a destra, nel quadrante tra edgy e dank hai l’Alt-right, in basso a destra #MEMEPROPAGANDA e a metà la maggior parte dei memers. In alto a sinistra ci stanno Sesso droga e pastorizia e Giuseppe Cruciani, in basso a sinistra la Melevisione, a metà la maggior parte degli esseri umani. Al centro ci sei tu che stai scrivendo quest’articolo.”

Il papero annuisce e glossa soddisfatto. “La cultura edgy, dopo la Great Meme War, cioè dopo la campagna Trump-Hillary, si era un po’ arrogata sia il diritto di creare dei meme, che quello di fruirne e di utilizzarli. Loro hanno una sorta di codice per cui se non parli il loro linguaggio e non sei un ‘autistico’ che segue ogni minimo sviluppo della loro cultura, non hai neppure diritto di parlarne, dei meme. Ma i meme sono un linguaggio molto potente, e non si poteva certo accettare questo punto di vista”.

Si può dire in origine, che quando i meme sono nati non ci fossero attribuzioni politiche. I meme erano di tutti, inoltre in quell’epoca la destra era in buona parte estranea a questi linguaggi. Ma la situazione era destinata a ribaltarsi repentinamente, il rush vero e proprio c’è stato durante la Great Meme War, che ha riscritto la storia dei meme su internet. Allora molte communities edgy legate all’Alt-right sono diventate le più influenti nella cultura memetica. A quel punto in modo quasi automatico le istanze di sinistra sono state delegittimate in questo contesto, come dimostra anche la creazione del meme The Left Can’t Meme, che rappresenta l’idea – ormai diffusa – che le sinistre siano intrinsecamente meno adatte a usare l’ironia, o comunque che non ne siano più capaci, essendo così titubanti a forzare il politicamente corretto, alieno a questo tipo di linguaggio. #MEMEPROPAGANDA si pone l’obiettivo di intervenire direttamente in questo dibattito, e visto che lo sguardo del papero sembra sempre più attratto dai flutti lutulenti, provo a risvegliare la sua attenzione chiedendogli in che modo intenda farlo.

“Noi ci riconosciamo in quella fazione che in qualche modo si ispira alla cultura wholesome, quella dei meta-meme che finiscono bene… Ti faccio un esempio, pensa a quel meme in cui c’è un robottino che guarda una cometa – è un meme tipicamente incel – e dice “I Want a girlfriend”; la trasposizione wholesome di questo meme è il robottino che vede la cometa ed esclama ‘Wow, una cometa!’ Ovviamente è un meta-meme, ne ridi solo se conosci la cornice. La cultura wholesome è una delle risposte della sinistra. Gli edgy si arrogano il diritto di dichiarare la morte dei meme, per esempio l’hanno fatto con SpongeBob, hanno visto che SpongeBob era entrato nel mainstream e l’hanno dichiarato morto. Gli wholesome tentano di combattere questa tendenza. Poi ci sono altre correnti a cui noi facciamo riferimento, per esempio la community di Discord di Gondola (Discord è una app che funziona come una sorta di evoluzione delle chat, all’inizio era usata dai gamers, poi è divenuta un luogo per organizzarsi fuori dai social network). Gondola è un meme character vissuto come anti-Edgy (quindi semplificando forse si potrebbe dire erede, come tendenza, della Tumblr-Left), il cui Discord vede come admin Seong-Young Her, il fondatore di The Philosopher’s Meme. Gondola non è famoso ma è comunque già antitetico a Pepe – che viene ricordato principalmente per aver portato sui media una narrazione di destra. Gondola al contrario è un paladino di chi va contro l’elitismo memetico, la sua missione è quella di portare avanti un messaggio anche quando diventerà mainstream. Quello che Seong sostiene è che Gondola non potrà morire, perché per gli wholesome i meme non muoiono, sono veicoli di un messaggio e se quel messaggio è forte può sopravvivere anche nella cultura mainstream.”

A tal riguardo è interessante citare il messaggio di benvenuto del server dedicato a Gondola su Discord, una piattaforma che recentemente ha visto un’esplosione di server dedicati ai meme e ai diversi meme characters: “Riconosciamo e accettiamo pienamente l’esistenza di diverse scelte stilistiche, memetiche e artistiche al di fuori della nostra comunità. Crediamo nella libera coesistenza di diverse forme di arte e di meme, respingiamo il cinismo del ‘meme elitism’ che ha ucciso Pepe ed è andato al di là della divisione normie vs. ironic. I meme non muoiono perché qualcuno fa una foto che non ci piace o perché vengono scoperti dai normie; muoiono perché dimentichiamo la nostra umanità. Finché possiamo semplicemente amare la bellezza, Gondola vivrà.” Su questo punto è interessante sapere dal papero come mai se gli edgy stabiliscono quando un meme è morto nel caso di Gondola non potranno farlo.

“È una battaglia di influencers. Gondola è nato nella chat finlandese Ylilauta, il risvolto wholesome di Gondola è dato dal fatto che discende da una serie di orsi peggiori di lui. È una battaglia tesa a dimostrare chi genera più audience. È un po’ come quando su Reddit si decide di mandare una punchline in frontpage, tipo “test post please ignore”, o quando si decide quale deve essere il video più visto su YouTube, o nel caso della Great Meme War, chi vincerà le elezioni di presidente degli Stati Uniti… Sono tutte battaglie di influenza che avvengono su Reddit, 4chan e sul resto del social web. Nel caso di Gondola lo dice lo stesso #welcome su Discord “Finché possiamo semplicemente amare la bellezza, Gondola vivrà”, che potrebbe voler dire che finché Gondola verrà disegnato nell’atto di contemplare bei paesaggi, vivrà.”

Prima di affrontare il contenuto della mostra c’è da chiedersi in che misura i meme possano definirsi arte, questione che investe il perché stesso di #MEMEPROPAGANDA. Questa domanda torniamo a farla ad Alessandro Lolli, la cui presenza incombe ineluttabile su tutta la questione.

“Credo che i meme siano arte non per dargli un titolo di merito come quando si dice ‘questa bistecca è un’opera d’arte!’ o cose del genere. Credo che sia una nuova arte perché, come ragionamento filosofico vuole, non è riducibile a nessuna delle precedenti nove-dieci arti già classificate. Ha ovviamente affinità molto forti con l’arte figurativa, ma il quid della memetica sta nella riproduzione orientata virtualmente infinita. È un modo di darsi degli oggetti, più che un oggetto in sé. Tuttavia, dimostrando la prassi memetica una certa coesione stilistica, sociologica, temporale, tematica, filosofica, non possiamo neppure dire che sia semplicemente un mezzo o uno strumento di cui ora un’arte ora un’altra si serve”.

Chiarito questo punto è giunto il momento – mentre l’Arno langue in questa calda serata di metà giugno – di chiedere al nostro esuberante papero di presentarci gli artisti di #MEMEPROPAGANDA.

“Volendo fare una cosa inclusiva, non edgy, abbiamo chiamato artisti che fanno parte della internet culture ma che non sono tutti dei Meme Lord in senso stretto. Un Meme Lord vero e proprio è David III, che con il suo stile minimal riesce a farsi riconoscere nel vasto ambiente dei meme, un altro che si occupa di meme e che possiamo considerare quasi un curatore dei meme è Jules Durand, che fa parte del nostro collettivo e ha fatto una serie di poster ricchissimi di riferimenti memetici che sono piaciuti molto, per esempio al gruppo Suona come il Sinistralibro ma va bene (di cui Lolli è tra l’altro admin), shitposter che usano i meme per veicolare messaggi di sinistra. Poi c’è Nicole Ruggiero, la curatrice di Post.Vision, una piattaforma che su Instagram ha tantissimi follower e che si occupa di post-internet. Lei di solito fa arte in 3D, ma per #MEMEPROPAGANDA ha proposto lavori in stile Paint, per riprendere lo stile che usava quando era teenager ed era attiva nei forum. Poi c’è Dottor Pira, che ci ha spiegato che lui i messaggi oggi veicolati dai meme li ha sempre proposti coi personaggi dei suoi fumetti, per cui ha voluto utilizzare direttamente quelli: per esempio Hoheolo, l’orsacchiotto del Dottor Pira è come Gondola, di fatto è un orso ozioso e contemplatore. Poi c’è Simon Villaret, un membro attivo delle comunità del “weird facebook”, che utilizza uno stile molto “dank” nelle sue produzioni artistiche. E poi c’è Shay Ariely, Shay ha fatto Gondola, è stata la più fedele alla nostra idea originaria e si è ispirata ai manifesti di propaganda sovietici, era “vergine” all’ambiente dei meme ed è stato compito di Clusterduck introdurla a questo mondo. Noi avevamo inviato agli artisti, come ispirazione, una serie di immagini dei manifesti di propaganda d’epoca, perché volevamo affermare che i meme sono l’attuale propaganda”.

#MEMEPROPAGANDA è anche una mostra interattiva, come funziona?

“La Greencube ci ha chiesto una mostra che avesse sia una valenza away from keyboard, cioè anche fuori da internet, e una ovviamente all’interno della rete. Quindi abbiamo costruito una curatela che si sviluppa in due modi: abbiamo creato un’idea sia per il primo tipo di interazione, nella parte IRL (in real life), che funziona tramite un poster kit scaricabile con tutte le opere degli artisti coinvolti, che una volta scaricate gli utenti potranno stampare, affiggere e fotografare, e noi via via raccogliamo tutte le foto che ci vengono inviate nella galleria, e ne stanno arrivando da tutto il mondo. Poi c’è la sezione dell’interazione online, ossia URL (unreal life), per cui abbiamo creato una board simile a quella di 4chan. Per farlo abbiamo usato il software opensource Tinyboard + vichan, ironicamente lo stesso utilizzato dall’Alt-right quando è stata cacciata da /pol/ per creare 8chan, e che è in tutto e per tutto identico a 4chan, l’imageboard per antonomasia dove sono nati molti meme e da cui molte “lotte di influenza” sembrano derivare, portate avanti da community come Anonymous, Occupy, la stessa Alt-right, gli Incel eccetera. Per noi era importante ricreare il contesto di 4chan, che sta un po’ scomparendo dalla nostra filter bubble, che ormai si è spostata su Facebook, Instagram, Reddit, Discord, Telegram, così come l’aspetto del forum, della discussione e quel modo di far nascere contenuti su internet che sta un po’ venendo meno da quando tutti si sono spostati sui social mainstream come Facebook e Instagram, ma che ancora si conserva bene nei gruppi del weird facebook, dank Instagram o come li vogliamo chiamare. Si è creato una sorta di cortocircuito, perché tutta la nostra base-community ormai crea dei network direttamente su Facebook e Instagram. Noi abbiamo scelto di usare l’aspetto di 4chan anche come omaggio al contesto in cui i meme sono nati, ma ormai le community chiamate a partecipare non vengono più da 4chan, perché oggi i meme nascono direttamente sui social”.

Cosa succede nelle board di 4chan e cosa succederà auspicabilmente in quella di #MEMEPROPAGANDA?

“Per esempio possiamo prendere la board in cui si chiede se esistano altri membri della stirpe degli orsi, la famiglia di meme che ha portato a Gondola. Sotto, attraverso i commenti, si ricostruisce la genealogia di questo meme. Ci sono American Bear, che rappresenta tutti i nazionalismi, poi c’è Spurdo Sparde, un tizio un po’ stronzo che è nato come stereotipo del gamer finlandese che beve energy drink e parla in capslock tutto sgrammaticato e poi si è diffuso nel resto del mondo forse un po’ come stereotipo in generale di tutte le persone che parlano un inglese non madrelingua, o di tutti gli idioti che parlano in capslock; poi c’è Pedobear, che è il primo degli orsi e parla della pedofilia su internet. Le principali evoluzioni della famiglia degli orsi sono avvenute su Ylilauta e Kuvalauta, due imageboard finlandesi. Prima che Facebook esplodesse c’erano moltissime imageboard, 4chan è solo la principale e i meme si evolvevano in questo modo: uno postava Pedobear all’inizio del thread e poi via via la gente continuava a proporre modifiche evolutive (qui si vede bene), per cui da un certo concetto si arrivava a un risultato diverso, a un’evoluzione di quel meme e di quel concetto. Perché avveniva tutto questo? Non lo so, l’idea è che le imageboard sono lo specchio del sentire politico-ideologico ma anche in generale sociale di un determinato momento. Com’è che siamo arrivati a Spurdo Sparde? Forse perché eravamo in un momento in cui il personaggio che Spurdo rappresenta era una cosa importante per internet. Si creano delle storie, un po’ per caso ma significative: intorno al 2014 sono saltati fuori con prepotenza gli smug pepe, Pepe The Frog che si porta la mano al mento in segno di divertita perplessità, seguito da tutta una serie di derivati. Un gesto ironico ma che comunica anche diffidenza verso la situazione politica, ha invaso il mondo dei reaction characters. È interessante chiedersi il perchè. Un rinnovato ottimismo in vista della discesa di Obama? I primi albori dell’Alt-right? Queste immagini sembrano spesso rappresentare una cartina al tornasole della situazione politica, l’umore collettivo vissuto da 4chan. Nella imageboard di #MEMEPROPAGANDA abbiamo provato a ricreare questo meccanismo, e visto che questi spazi sono lo specchio del sentire comune volevamo vedere se sarebbero nati nuovi discendenti della famiglia degli orsi. Anche se in realtà il nostro tentativo è puramente espositivo, perché ovviamente non si può ricostruire in vitro lo stesso risultato delle imageboard originali, e non si possono di certo raggiungere le stesse cifre delle migliaia di utenti che interagiscono ogni giorno su 4chan”.

Mentre discutiamo il papero scartabella su internet e mi mostra come esempio l’albero genealogico delle rane. In fondo a destra c’è una sfera verde militare, col becco l’emanazione di Clusterduck me la indica. “Questo è Descendent Pepe, una sfera platonica che ingloba tutta l’Alt-right. E questa”, fa passando a un’altra genealogia, stavolta all’interno di #MEMEPROPAGANDA “è la versione nata sulla nostra board dedicata a Gondola”. Nell’immagine una testa marroncina con due occhi e un sorriso inebetito galleggia su una sorta di sfondo del desktop di Windows. “Sai che Gondola non ha le braccia, ecco qui non c’ha neppure le gambe, questa evoluzione rappresenta il disinteresse totale in un mondo parallelo in cui tutto è morbidissimo”.

Ricordo che uno degli obiettivi di #MEMEPROPAGANDA era provare a forzare, cioè a far esplodere, diventare noto, un meme – questo obiettivo è stato abbandonato?

“Il nostro obiettivo non era di forzare un meme, era di crearlo. Il sogno era di arrivare a talmente tanta interazione da poter creare un discorso. Noi vogliamo vedere se la sinistra può memare e vogliamo vedere se facendo come fanno gli hacker negli hackaton – coordinandosi in una fase intensiva di problem-solving – si può riuscire a creare una nuova figura della sinistra che possa avere tanto spessore quanto ne ha avuto Pepe nella Great Meme War. Ovviamente questo tentativo era oltre le nostre possibilità, ma il problema non è tanto riuscirci all’interno della mostra, il problema è che anche al di là della mostra la narrazione che ha prevalso nella cultura mainstream è quella per cui la sinistra non sarebbe in grado di compiere questa operazione.

Ciò è avvenuto per svariati motivi, tra cui la capacità da parte dell’Alt-right di ridurre la storia dei meme unicamente a quanto avvenuto dopo la nascita di Reddit e 4chan, escludendo tutta la storia primigenia che andava da fenomeni di massa come il Techno Viking degli anni Novanta fino a eventi più complessi, come Art Electronica, che nel lontano 1996 decise di dedicare la sua kermesse all’esaustivo tema di “Memesis – The Future of Evolution”. Ma, ancora prima di tutte queste motivazioni, ci riconosciamo nell’analisi che fa Geert Lovink nel suo articolo They Say We Can’t Meme: Politics of Idea Compression, quando sostiene che il limite più grosso della sinistra nel panorama contemporaneo della produzione memetica è quello di non avere narrazioni abbastanza potenti da veicolare attraverso questo media”.

A tal riguardo interpelliamo nuovamente Alessandro Lolli e gli domandiamo perché fare meme di sinistra sia così difficile.

“Si diceva “The Left Can’t Meme” sostanzialmente per due motivi. In primo luogo perché la sinistra sarebbe oggi la patria del politicamente corretto e si troverebbe quindi limitata nello scherzo: sinistra bacchettona, incapace di dark humor, sinistra noiosa e musona. Ma il motivo più profondo riguarda la difficoltà della sinistra a fare i conti con i discorsi ambigui che riguardano i meme, sia dal lato della forma grafica (l’immagine, più opaca della parola), sia dal lato della forma retorica: l’ironia che apre un circolo ermeneutico infinito in cui l’intenzione reale del parlante si va a perdere. Sono questioni reali cui si può rispondere in tanti modi, anche accettando l’accusa, come in fin dei conti fa Angela Nagle, e rivendicando la serietà. Personalmente non è la strada che vorrei prendessimo e penso che un ottimo controesempio sull’incapacità memetica della sinistra lo abbiamo avuto proprio in Italia: mi riferisco alle produzioni della cosiddetta “ala creativa” del movimento del ’77, tra cui spiccano i lavori di Pazienza e giornali come Cuore, Frigidaire e Il Male. Non erano meme, ma presentavano un umorismo situazionista, cervellotico, obliquo, spesso opaco e mai diretto che ha molto in comune con il tipo di memetica dalla quale si vorrebbe escludere la sinistra. E lo facevano rimanendo schierati da una parte precisa.”

Sembra anche a me che la sinistra sia intrinsecamente meno adatta a giocare con questi strumenti, ma esistono comunque dei laboratori dove ci si interroga su queste dinamiche. Uno per esempio è Suona come il Sinistralibro italiano ma va bene, che possiamo considerare il primo gruppo leftbook italiano e che vede tra i suoi fondatori proprio Alessandro Lolli, insieme a Enrico Gullo. Questi gruppi di Facebook sono nati negli ultimi anni negli Stati Uniti, dove sono una vera e propria galassia, e sono accomunati da alcune vicinanze stilistiche e un certo modo di fare politica, il più noto è probabilmente Sounds liberal but ok, echeggiato nel nome stesso del Sinistralibro. Tornando all’ombra del Torrino Santa Rosa vedo sfaldarsi l’immagine del mio interlocutore e ricomporsi finalmente nei tratti della più rassicurante Silvia Dal Dosso, cui chiedo cosa pensi di iniziative come questa.

“Rispetto agli ambienti dove mi muovo di solito il Sinistralibro si occupa di una faccenda locale, l’Italia, e quindi ha delle logiche che non seguo da vicino. So che esiste una community in Italia che si occupa di queste cose, per cui l’idea di creare il Sinistralibro mi pare buona, quello che ha voluto fare Lolli lo capisco e mi piace come prova a creare un dibattito che coinvolga i media italiani, nel tentativo di creare una voce che controbatta i tentativi dall’altro lato di KeK e dell’Alt-right legata a Salvini…”

Al momento però non mi sembra che iniziative come questa siano riuscite a ottenere una risonanza analoga a certe trovate dell’Alt-right.

“Lui almeno ci sta provando, non credo che ci siano molte altre realtà in Italia che provano a farlo. Poi c’è il problema che si è rivelato anche nella Greencube, e cioè che gli strumenti che hanno un’ideologia di sinistra, seguono una cultura molto legata alle narrazioni postmoderne, molto discorsive, legate al politically-correct… Senza tirare in ballo i Social Justice Warriors, a volte anche in luoghi aperti e dinamici come il Sinistralibro (di cui questa è la pagina pubblica) si insinuano richiami a una ortodossia forzata. Per esempio mi sono un po’ rimaste strane alcune reazioni alle scorrettissime ma divertentissime incursioni dello Sgargabonzi… Credo che se riusciremo a costruire qualcosa con i meme, o comunque una risposta convincente che arrivi da sinistra, ce la faremo solo se riusciremo a riappropriarci dell’ironia, ad ammettere che effettivamente i layer fanno ridere, Sgarga fa ridere, i meme uncorrect spesso fanno ridere, perché quella roba cazzo fa ridere. Fa ridere dissacrare, la sinistra si deve liberare dal politically-correct e da tutte le ortodossie senza per questo alimentare episodi di intolleranza e razzismo, e dall’altro si deve liberare del prosaico, nel nostro caso di quei meme lunghi quaranta pagine, non immediati. C’è un problema di comunicazione sul Sinistralibro, che è in effetti solo un piccolo laboratorio già però in grado di dimostrare un sintomo molto più vasto, che ha riscontri a livello internazionale: e cioè la crisi della comunicazione della sinistra. Sembra quasi una cosa legata alle piattaforme. Da un lato le destre hanno mille assi nella manica (tattiche subdole, twitter bot, bot umani assoldati dai partiti), dall’altro le sinistre hanno sottovalutato l’aspetto mediatico dei social web per troppo tempo. Si è parlato molto dell’exploit che hanno avuto anche in Italia questo tipo di “tattiche subdole”, quando dei tizi si sono presentati con la bandiera del Kekistan a un comizio di Salvini e sono riusciti a trollare Repubblica, che ha affermato trattarsi di una bandiera di estrema destra…”

… cosa che in effetti era.

“Lo era, ma loro hanno potuto accusare Repubblica di non sapere di cosa si trattasse. Tra l’altro, se ci si pensa un attimo, con due persone e una bandiera, grazie all’ignoranza del giornalista, sono riusciti a fare esattamente ciò che l’Alt-right ha fatto negli USA, cioè far dedicare spazio e importanza a fenomeni veramente minoritari e circoscritti a pochi, come se fossero effettivamente degni d’analisi”.

Questo è un aneddoto che vale la pena raccontare. Quello che Repubblica non conosceva era la genesi del Kekistan. Durante la Great Meme War grazie a un’incredibile coincidenza si è creata quella che viene chiamata la mitologia di KeK. Il termine KeK significa Lol, più esattamente è il Lol visualizzato nelle chat in multiplayer di World of Warcraft, chat nelle quali oltre a vedere le battute della propria squadra si vedono anche quelle degli avversari, che però compaiono criptate, e quando nella chat nemica qualcuno scrive Lol viene traslitterato in Kek. In tal modo quando nella chat nemica compare molte volte Kek significa che gli avversari stanno avendo la meglio. Kek dunque rappresenta il male, rappresenta la vittoria dei nemici, e questa parola quasi per vocazione è stata associata a Pepe e a un ipotetico stato del male, il Kekistan, stato in cui tutto può avvenire, dove i troll possono raggiungere qualunque successo, e ad esempio Trump può diventare il presidente degli USA… La coincidenza che ha dato vita alla mitologia è legata al fatto che a un certo punto è saltata fuori una statua di un dio-rana dell’antico Egitto che si chiama proprio Kek, in pratica un Dio-Pepe chiamato Kek.

Tale combinazione è stata definita “Meme-magic”, da allora tutte le volte che viene invocata una rana si pratica la meme-magic. La meme-magic nasce grazie ad una sorta di apofenia, ovvero quel procedimento per cui si creano delle connessioni causali in base a delle mere coincidenze, una dinamica tipica, sicuramente affascinante, che si può trovare anche nel complottismo. Da allora per l’Alt-right invocare una rana porta potere alla propria fazione, così quando Trump ha pubblicato il tweet in cui era rappresentato come Pepe si è trattata di una sorta di rivelazione, nonché di una clamorosa affermazione della magia delle rane – dal loro punto di vista.

Mentre parliamo di queste cose la papera mi mostra un’immagine su internet, si tratta di una cartina del Medio Oriente con dei confini tracciati in modo casuale.

“In questa mappa l’Alt-right, o lo Stato di Kek, ha rappresentato la sua visione dei rapporti su internet. I loro maggiori nemici sono la Tumblr-left, storicamente la fazione più forte a sinistra, altri nemici sono i normie, rappresentati da Wojak, poi ci sono i troll, quindi i tipi che fanno gli Anime, che ora sono diventati l’opposizione delle rane su 4chan, dato che Tumblr sta morendo ma su 4chan c’è un sacco di gente che posta gli Anime, e chi posta gli Anime detesta i frog-poster… Poland si riferisce a /pol/, la board di 4chan dove si è formata più o meno anche l’Alt-right (oltre a /r9k/), è la board politically-uncorrect di 4chan. Come afferma Florian Cramer /pol/ ha una tradizione punk che inizialmente apparteneva alla sinistra. Anonymous e Occupy sono nate su /pol/, quando in America sono stati arrestati tutti i tipi di Occupy e gli anon sono un po’ morti a livello di sinistra, sono iniziati a crescere i gamers, gli incel – quelli che odiano le donne – e poi l’Alt-right. Lo Shitposting invece è neutro, noi facciamo un sacco di shitposting, si tratta semplicemente di chi posta qualsiasi cosa a cazzo di cane su internet, anche se per alcuni dietro a questa pratica c’è un’analisi precisa rispetto agli usi di Internet che risale alla Net-Art degli anni ‘90, dove la sovrapproduzione di contenuti, accounts, nickname, immagini, profili, diventa una maniera per confondere le acque ed essere meno tracciabili, più anonimi, e confondere l’algoritmo”.

Questa è l’unica cosa che in realtà faccio anche io. A prima vista sembrerà un esempio fuori fuoco ma mi pare piuttosto aderente a queste dinamiche. Su Facebook c’è un gruppo di shitposting di tifosi della Roma che fino a gennaio si chiamava D/ze/ko e poi, visto che pareva vicina la cessione dell’attaccante, è stato ribattezzato Sch/i/ck. Su Sch/i/ck, va da sé, si fa schickposting, vale a dire ci si postano a ciclo continuo meme sulla Roma, tutte cazzate ma spesso molto divertenti, naturalmente per chi conosca il contesto. Ogni tanto arriva addirittura qualche tifoso di altre squadre e chiede di restare, non avendo la sua tifoseria escogitato ancora niente del genere.

“È vero, la Roma è potente. E queste cose funzionano perché sono applicazioni sensate”. Mi conforta Silvia Dal Dosso: “I meme nelle community che conoscono le references funzionano molto meglio che globalmente. La Roma è una situazione reale, effettivamente inclusiva, alla gente gliene frega veramente un sacco della Roma, della sinistra forse no. Il fatto di avere qualcosa in comune ti lega, crea una community, per la sinistra in Italia ormai è praticamente impossibile riconoscersi in una community”.

La circostanza consente a Silvia di concludere, “questo spunto”, mi dice, “si lega al discorso di alcuni filosofi dell’Object-Oriented Ontology (spesso siglata con OOO), per cui per avere un’analisi funzionale è meglio abbandonare le narrazioni sistemiche, come dice Ian Bogost parlando di game developing, vale a dire non provare a comprendere il totale della questione, come fanno le narrazioni di sinistra o come fa il pensiero moderno, ma ripartire dal particolare, dall’oggetto filosofico. Ormai ci ritroviamo in una situazione in cui i sistemi sono troppo complessi per essere compresi chiaramente, ripartendo dal particolare invece, come può essere il Roma Schickposting o questa bottiglietta d’acqua – dice indicando una bottiglietta che giace sul nostro tavolino –, paradossalmente possiamo risalire a qualcosa di sensato. Te lo volevo dire prima, è uno dei problemi della sinistra, che resta ancorata ai sistemi, invece la destra essendo molto più terra-terra collabora con gli oggetti e le realtà locali, ed è un tipo di narrazione molto più efficace.


Questo venerdì alle ore 19:00 #MEMEPROPAGANDA giungerà a conclusione con un piccolo evento online, per festeggiare con una sessione di disegno collettivo organizzato insieme a superinternet.space e greencube.gallery. La capacità di carico del sito è limitata, ma si potrà accedere alla secret location seguendo le istruzioni a questo link

Federico di Vita è nato a Roma e vive a Firenze. Ha curato la raccolta di racconti Clandestina (effequ, 2010), è autore del saggio-inchiesta Pazzi scatenati (effequ 2011, poi Tic, 2012) – Premio Speciale nell’ambito del Premio Fiesole 2013; e, insieme a Ilaria Giannini, del libro “I treni non esplodono. Storie dalla strage di Viareggio” (Piano B, 2016).