La logica dei trasporti urbani ci permette di barare sulle reali distanze della città, con tentacoli che si spingono sottoterra ignorando gli ostacoli della mappa: è un inganno che accettiamo volentieri, e finiamo a vivere in un mondo virtuale coi suoi capricci e i suoi cliché, ma per il tempo che guadagniamo ci dev’essere un prezzo da pagare. (Terzo classificato del concorso letterario Urbanità Tentacolare)


Copertina: Laughing demon, Katsushika Hokusai

di Andrea Cassini

Di fronte a me, sul sedile del treno riservato agli anziani, c’è un signore raggrinzito con una giacchetta di feltro. Fa troppo caldo per vestirsi in quel modo sulla metropolitana, vorrei dirgli, coi binari che serpeggiano vicino al cuore della terra. Per la mia pelle sensibile, ogni volta che scendo le scale mobili è come se si spalancassero le bocche dell’inferno. Per altri uomini invece, mi rendo conto, deve trattarsi di un tepore piacevole, come di un ventre materno.

«Scusi, sa dirmi che ore sono?». È la terza volta che me lo chiede ma per lui è come se fosse la prima; glielo leggo negli occhi fiduciosi, sotto gli occhiali spessi.
«Non porto l’orologio, mi dispiace». Sono stanco di rispondere, e lui annuisce serio. C’è un’ombra appollaiata sulla sua spalla, un demonio grigio e asciutto quanto il proprio padrone. Gli incide il cranio con le unghie, poi lo scoperchia e comincia a rosicchiare il cervello. Quando solleva la bocca, i pochi denti penzolanti sono macchiati di sangue. Il signore non fa una piega, occhieggia fuori dal finestrino. C’è il capostazione, agghindato con una divisa nera, che indica la direzione verso cui si muoverà il treno. Una statua che fa parte del paesaggio, insieme al distributore automatico con le sue luci ammiccanti e le lattine colorate, e all’altoparlante che sputa informazioni con quella bella voce femminile di cui forse, qualche volta, mi sono innamorato. Non lo vede, il signore, quel suo mostro personale. Ma quando quello richiude la scatola, il suo sguardo vacilla. Si aggiusta gli occhiali.

«Scusi, sa dirmi che ore sono?» Il fischio elettronico del treno mi accompagna nel torpore e non rispondo. Ogni uomo e ogni donna, nel vagone della metropolitana linea arancio, ha un fantasma abbarbicato ai pantaloni, appeso a mezz’aria, legato al collo con un cappio. Soltanto il mio, di mostro, non riesco a vedere. Se è timido e angoscioso come me, probabilmente si nasconde un passo dietro la coda del mio occhio.

La stazione di casa mia occupa un piano di esistenza particolare, a metà strada tra la mente e il tempo. La sua dimensione è la musichetta intonata dagli altoparlanti, sempre la stessa. Una marcetta buffa, odiosa, eppure in cinque secondi è in grado di convincermi che oltre quell’angolo cieco, una curva qualsiasi nella tana del coniglio, si cela un portale che mi proietterà tra le mie quattro mura – una cassetta delle lettere col mio nome sopra, un divano pagato a rate, una cucina che non ho mai usato. Oggi resto seduto un po’ più a lungo, mi sforzo di non cedere all’inganno. Oggi sono dell’idea che i binari della metropolitana siano un’invenzione brutale, che sventra la città dalle fondamenta. Ogni stazione non è altro che un mucchio di mattoni, un punto indistinguibile su una mappa pixelata, fuori scala, esplosa nelle quattro dimensioni. C’è un uomo che si regge alla maniglia, in attesa che i portelloni si aprano, con l’unica mano che gli resta. Dall’altro lato un moncherino spunta fuori dalla manica di una camicia militare. Non riesco a capire se il lupo che lo accompagna ha davvero il pelo irsuto di un demone o se quella sagoma fumante, seghettata, è parte della natura umbratile del fantasma. La sua pelliccia è tempestata di frecce, alcune spezzate; quel che rimane della coda mozza, lo tiene tra le gambe. Ha azzannato i pantaloni dell’uomo e non molla la presa. Ringhia, sbava, frusta il collo a destra e a sinistra. Poi la musica si ferma, la porta scorrevole si apre. L’uomo affonda un passo nel vuoto e scompare. Oltre i finestrini, mi sporgo a controllare, stavolta non c’è nessun capostazione che gesticola, nessun tabellone dai led abbaglianti, nessun distributore automatico colmo di bevande dai colori dubbi. Al loro posto, un corridoio nero. Mentre il treno riprende la marcia, il ronzio del motore elettrico mi fa tremare le caviglie e mi reggo più forte al seggiolino. Non mi sono mai spinto oltre la stazione di casa mia, rifletto. Il capolinea della linea arancio potrebbe benissimo essere l’estrema propaggine di questa città filamentosa – o la fine del mondo, per quanto mi riguarda.

Alla quarta volta che il vecchietto mi domanda che ore sono, col mostro che adesso rovista nel suo cervello a piene mani, decido di cambiare vagone. Risalgo il treno, cammino in direzione contraria alla locomotiva, ma ho l’impressione che questo particolare tipo di serpente si muova in cerchio, coi denti ben piantati nella propria coda. Pochi passi e mi sembra già di viaggiare col favore della corrente, non percepisco più la spinta vettoriale. Nella nuova carrozza resto in piedi, mi aggrappo a un palo.

«Quanto manca alla prossima fermata? Quanto manca?» mi chiedono. Una donna, con le mani appoggiate sul portellone, mi sta puntando come se al posto degli occhi avesse due fanali. Il suo fantasma indossa una maschera d’ossa. Le tira i capelli, glieli annoda intorno al collo, li intreccia in una gabbia da uccellini. Dentro le sbarre c’è un cubetto di oscurità; prima si moltiplica, poi ingloba se stesso e si accartoccia.

«Non fa caldo, qui?» mi chiede. Stacca una mano dal portellone per farsi vento, ma torna subito a indagarne la superficie alla ricerca di una maniglia, di uno spiraglio da forzare. «Si sta così stretti, pigiati. Ti fa mancare l’aria, no? Alla prossima fermata, quanto manca?»

Io alzo le spalle. Il vagone è quasi vuoto, in realtà, ma le bocchette risucchiano l’ossigeno anziché pomparlo. Quel suo mostro, me ne accorgo adesso, lascia penzolare un orologio da taschino che batte i secondi troppo in fretta.
«Non preoccuparti, mamma. Scendiamo insieme alla prossima. Scendiamo tutti quanti». Mentre parla con la donna, il ragazzino guarda altrove. Sta contando sulla punta delle dita una sequenza di cifre di cui fatico a trovare il senso, ma non è lui che le muove. Sopra la sua testa, un’ombra dall’addome gonfio e dalle zampe di ragno lo governa con fili di bava. Ha dozzine di occhi sparsi per il corpo, ma tutte le orbite sono vuote. Apre e chiude le palpebre, a scatto, più veloce dell’orologio. Il ragazzino cerca di stare dietro al ritmo battendo i piedi. Il resto dei passeggeri, in questo vagone, si è addormentato. Vicino a me una signora russa sottovoce, il viso coperto da un paio di occhiali scuri, con un libro in formato tascabile ancora aperto tra le dita. Allungo il collo. «Nessun’altra forma di vita è cosciente di essere viva, né sa che dovrà morire», leggo tra le pagine. «È la nostra esclusiva maledizione. Senza questo marchio sulla fronte, non ci saremmo allontanati così tanto dalla natura, fino a escluderci dai cittadini del mondo naturale. Ovunque intorno a noi sorgono potenziali habitat, ma dentro proviamo il brivido che è proprio delle cose estranee e spaventose. Per farla semplice: non apparteniamo a questo posto. Se domani svanissimo nel nulla, nessun organismo sul pianeta sentirebbe la nostra mancanza. Niente, nella natura, ha bisogno di noi». Poi le lettere si sgranano intorno ai bordi del mio campo visivo. Titolo e autore posso solo indovinarli, la copertina è rimboccata in un foglio nero, intonso. C’è un’ombra che naviga a mezz’aria nel vagone. Si accosta alla donna, risucchia i suoi sogni col naso a proboscide e li inghiotte. Ha il corpo tozzo di un orso, le zampe forti di una tigre, la pelliccia maculata e una coda bovina; è come se qualcuno l’avesse fabbricato con gli scarti della creazione. Galleggia in silenzio. Vedo materializzarsi immagini in una nuvola. Baci, sesso, il volante di un’automobile, dieci ombrelli neri, una piccola fossa squadrata in un giardino, la sensazione di cadere. Poi giù, nella pancia del mostro. Ondeggia fino a un trentenne con la cravatta, la fronte che riposa sul pugno chiuso. Gli estrae dalle orecchie l’incubo di un ufficio vuoto, chiazzato di sangue, gli schermi dei computer violati da coltelli. Poi il treno si ferma di colpo, ma i freni non arpionano le ruote, né le ruote graffiano il ferro dei binari. L’altoparlante vomita la musichetta della nuova stazione. Non la conosco, ma mi fa stridere le ossa e i denti. Non credevo che tante note potessero essere suonate tutte assieme. Madre e figlio, appena si apre il portellone, si gettano nel vuoto e i passeggeri addormentati finiscono nell’imbuto, trascinati dalla gravità. Io mi aggrappo al sostegno e resto in piedi.

Ho smesso di chiedermi come mai solo io possa vedere i fantasmi. Forse io stesso sono il simulacro di qualcun altro, o forse abitano nel mio occhio e il tappeto liquido tra cristallino e cornea è l’inferno a cui un dio li ha condannati. O forse ancora, quello stesso dio ha confinato me in una palla di vetro e ora qualche turista mi indica e ride, mentre al posto della neve posticcia mi ronzano intorno esseri innominabili. Li frequento più spesso della mia famiglia, offrono una compagnia più fedele di un animale domestico. Eppure, ogni volta che ne vedo uno, mi sorprendo preda di un ingenuo stupore. Ritorno un bambino davanti al suo primo pesciolino rosso, chiuso in una boccia, solo che quel pesce ha un bocca enorme e occhi lucenti, e la sua sfera è l’intera cappa fumosa che incapsula questo mondo. Ora che sono rimasto solo, sul treno che è ripartito senza fare rumore, se allungo lo sguardo oltre le mie spalle scorgo un’ombra sul pavimento. Non è la mia. Mi segue se muovo un passo e si dilegua appena mi volto, si arrampica nelle pieghe tra i finestrini e il soffitto. Risalgo il treno, o forse lo discendo. Quando passo negli interstizi tra un vagone e l’altro il treno strilla come se lo avessi ferito. Da quegli spazi bui, squarciati, fuoriescono i mostri. Falene con le ali spezzate, chirotteri, scheletri col lanternino, titani avvolti in un doppio giro di catene, regine con la coda di volpe e gli occhi cuciti, spiriti del legno consumati dalla muffa, tumori schiumanti, corpuscoli aerei e acquatici. Migrano sopra la mia testa e verso le nostre case. È un’infestazione. L’uomo non dovrebbe muoversi più veloce di quanto possano spingerlo i suoi piedi, me ne sono convinto. Ogni volta che cavalchiamo una trivella e varchiamo i nostri portali sotterranei, versiamo sangue e materia cerebrale in un rituale oscuro: invochiamo orde di demoni e lasciamo loro la porta aperta, per il disturbo. La città è il dio che abbiamo tradito, i fantasmi sono i nuovi coloni del suo relitto. Frammenti di increato, possibilità che reclamano l’esistenza.

Sono arrivato al punto in cui il cerchio diventa ricorsivo. Il treno è muto, sembra incagliato a due passi dal centro fiammeggiante della terra. La cabina del conducente è sgombra ma le porte si aprono, gentili. Suona una musica semplice, un campanello, un invito. Anche il ronzio delle luci e del motore si è spento. Scendo. Seguo i binari come un filo d’argento sospeso nel vuoto, in quale direzione non importa. Poi una luce bianchiccia e tremolante, una rampa di scale mobili. Riemergo. Respiro l’aria, è fredda. Il cartello che indica il nome della stazione è sbandierato dal vento. C’è una crepa che ha scavato una gola nella strada, in quegli anfratti tane di roditori che si affacciano e sorvegliano i miei movimenti. Un nugolo di corvi si alza gracchiando dalle macchine parcheggiate; hanno le gomme sgonfie, i vetri sfondati, le vernici cotte dal sole. I muri sfilacciati dei palazzi sembrano le costole di una cassa toracica spiaggiata. Il vento è il mantice di un dio sfiatato. Soffia anche lì in mezzo, sferzando alberi di cui non conosco il nome. Un distributore automatico, solitario, lampeggia insistente.


Andrea Cassini, nato a Pistoia, classe 1988, filologo medievale di formazione. Si occupa di sport per FIBA, Tuttosport, La Giornata Tipo e Play.it USA. Ha pubblicato racconti col collettivo Spaghetti Writers e su altre riviste online e cartacee.