Il pensiero di William Kingdon Clifford, un filosofo considerato da molti “minore”, oggi è più attuale che mai. In particolare una delle sue prese di posizione più nette, quella secondo cui la credenza è centrale per la vita sociale. Anche la credenza più piccola e apparentemente insignificante, quella intima e mai confessata a nessuno.


In copertina: Dettaglio da Remo Bianco, 3D (Anni ’50), Asta Pananti del 15 dicembre 2018


(Questo testo è la traduzione italiana di un articolo precedentemente uscito su Aeon)

di Francisco Mejia Uribe

Chi legge questo articolo probabilmente non ha mai sentito parlare di William Kingdon Clifford. Non appartiene al pantheon dei grandi filosofi – forse perché la sua vita si è interrotta a soli 33 anni – eppure non riesco a pensare nessuno le cui idee siano più rilevanti per l’attuale era digitale, profondamente interconnessa e guidata dall’intelligenza artificiale. Potrebbe sembrare strano, visto che stiamo parlando di un inglese vittoriano il cui lavoro filosofico più famoso è un saggio di quasi 150 anni fa. Tuttavia, è la realtà ad aver raggiunto Clifford. La sua affermazione secondo cui “è sempre sbagliato, ovunque e per chiunque, credere a qualsiasi cosa basandosi su prove insufficienti”, che una volta appariva esagerata, non è più un’iperbole, ma una realtà.

In L’etica della fede, del 1877, Clifford fornisce tre argomenti sul perché abbiamo l’obbligo morale di credere responsabilmente, cioè di credere solo a ciò per cui abbiamo prove sufficienti e su cui abbiamo diligentemente indagato. Il suo primo argomento inizia con la semplice osservazione che le nostre convinzioni influenzano le nostre azioni. Tutti sarebbero d’accordo sul fatto che il nostro comportamento è plasmato da ciò che consideriamo vero del mondo, vale a dire da ciò in cui crediamo. Se credo che fuori piove, porterò un ombrello. Se credo che i taxi non accettano carte di credito, mi assicuro di avere un po’ di contanti prima di prenderne uno. Se credo che rubare sia sbagliato, pagherò per quel che ho preso prima di lasciare il negozio.

Quello che crediamo è quindi di enorme importanza pratica. False credenze su fatti fisici o sociali ci portano a cattive abitudini che, nei casi più estremi, potrebbero anche minacciare la nostra sopravvivenza. Se il cantante R. Kelly credesse veramente alle parole della sua canzone I Believe I Can Fly, beh, sarebbe morto da un pezzo.

Ma non è in gioco solo la nostra autoconservazione. Come animali sociali, le nostre azioni hanno un impatto concreto su coloro che ci circondano, e le credenze improprie mettono a rischio i nostri simili. Come avverte Clifford: “Tutti noi soffriamo molto per le nostre false credenze e le inevitabili azioni errate che da esse conseguono”. In breve, le pratiche approssimative che generano delle credenze sono eticamente sbagliate a priori, perché – come esseri sociali – quando crediamo qualcosa la posta in gioco è molto alta.

L’obiezione più naturale a questo primo argomento è che, mentre potrebbe essere vero che alcune delle nostre convinzioni portano ad azioni che possono essere devastanti per gli altri, in realtà la maggior parte di ciò che crediamo è con tutta probabilità irrilevante per i nostri simili. Per questo affermare come ha fatto Clifford che è sbagliato in tutti i casi credere qualcosa se si possiedono prove insufficienti sembra un’esagerazione. Penso che questa critica fosse fondata in passato, ma che oggi non lo sia più. In un mondo in cui quasi tutte le credenze sono immediatamente condivisibili, a costi minimi e ad un pubblico globale, ogni singola credenza ha la capacità di essere dannosa esattamente come Clifford aveva immaginato.

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Se si crede ancora che si tratti di un’esagerazione, basta pensare a come delle credenze nate tra semi-eremiti confinati in una grotta in Afghanistan abbiano portato ad atti che hanno messo fine a migliaia di vite a New York, Parigi e Londra. Oppure si può considerare quanto influenti siano nel vostro comportamento quotidiano i pareri che si riversano sui social media. Nel villaggio digitale e globale in cui viviamo, le false credenze formano una rete sempre più ampia e interconnessa, di conseguenza l’argomento di Clifford, che avrebbe potuto essere un’iperbole quando venne scritto, oggi non lo è più.

Il secondo argomento che Clifford fornisce a sostegno della sua tesi secondo cui è sempre sbagliato credere basandosi su prove insufficienti è che le cattive pratiche di formazione delle credenze ci trasformano in imprudenti e creduloni. Clifford lo dice molto chiaramente: “Nessuna vera credenza, per quanto insignificante e frammentaria possa sembrare, è mai veramente insignificante; ci prepara a ricevere più credenze di quel tipo, conferma quelle che prima le somigliavano e indebolisce quelle contrarie; e così gradualmente ci spinge verso una certa tipologia di pensiero, che pur essendo privato un giorno può esplodere in azioni evidenti, e lasciare la sua impronta sul nostro carattere”. Traducendo l’avvertimento di Clifford in termini adatti ai i nostri tempi, questo ci dice che la noncuranza nel credere in qualcosa ci trasforma in facili prede per chi spaccia notizie false, per i teorici della cospirazione e i ciarlatani. E lasciarsi convincere da queste false credenze è moralmente sbagliato perché, come abbiamo visto, il costo sociale di questo errore può essere devastante. La vigilanza epistemica è una virtù molto preziosa, oggi più che mai, poiché la necessità di vagliare informazioni contrastanti è aumentata in modo esponenziale e il rischio di diventare dei creduloni è a pochi tocchi di smartphone di distanza.

Il terzo e ultimo argomento di Clifford sul perché credere senza prove è moralmente sbagliato è che, in qualità di comunicatori di credenze, abbiamo la responsabilità morale di non inquinare il pozzo della conoscenza collettiva. Ai tempi di Clifford, il modo in cui le convinzioni si intrecciavano nel “prezioso deposito” della conoscenza comune era principalmente attraverso la parola e la scrittura. Grazie a questa capacità di comunicare, “le nostre parole, le nostre frasi, le nostre forme, i nostri processi e modi di pensiero” questi diventano “proprietà comune”. Inquinare questo “retaggio”, come lo chiamava lui stesso, con delle false credenze è immorale, perché la vita di ognuno di noi si basa su questa risorsa vitale e condivisa.

Anche se l’ultimo argomento di Clifford sembra vero, suona ancora una volta un po’ esagerato dire che ogni falsa credenza, anche la più piccola, è un affronto morale alla conoscenza comune. Eppure la realtà, ancora una volta, è in linea con Clifford, e le sue parole oggi sembrano profetiche. Abbiamo davvero un serbatoio globale di credenza in cui tutti i nostri impegni vengono aggiunti con cura: si chiama Big Data. Non c’è nemmeno bisogno di essere un nativo digitale che pubblica attivamente messaggi su Twitter o su Facebook: una percentuale sempre maggiore di quello che facciamo nel mondo reale viene registrata e digitalizzata, e da lì gli algoritmi possono facilmente dedurre ciò a cui crediamo prima ancora di esprimere un punto di vista. A sua volta, questo enorme bacino di credenze memorizzate viene utilizzato dagli algoritmi per prendere decisioni per noi e su di noi. Ed è lo stesso serbatoio a cui attingono i motori di ricerca quando cerchiamo risposte alle nostre domande e acquisiamo nuove credenze. Aggiungete gli ingredienti sbagliati nella ricetta del Big Data, e quel che otterrete è un output potenzialmente tossico. Se c’è mai stato un tempo in cui il pensiero critico era un imperativo morale, e la credulità un peccato gravissimo, è proprio adesso.


Francisco Mejia Uribe è executive director di Goldman Sachs a Hong Kong. Laureato in filosofia ed economia alla Los Andes di Bogotá scrive anche sul suo The Philosopher Blog.

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