Aveva ragione Giordano Bruno, quando parlava di un’infinità di mondi?


In copertina: Mimmo Germanà, Smeriglio, 1990, Asta Pananti del 14 Settembre 2018

(Questo testo è tratto da “De l’infinito, universo e mondi”, di Sebastiano Vassalli. Ringraziamo Hacca per la gentile concessione)

di Sebastiano Vassalli

Antica almeno quanto la scienza, e molto più antica della cosiddetta “fantascienza” è l’idea della pluralità dei mondi, e quella a essa conseguente e connessa della pluralità di razze, specie, famiglia, classi e sottoclassi di sconosciuti viventi.

Fatica inutile certo sarebbe quella di tentare di risalire, ora, a quel remoto e anonimo nostro antenato che, in una splendida sera d’estate, nell’atto di «sollevare il capo per ingollare meglio» (Prezzolini) vide i lontani corpi astrali, le costellazioni eccetera; sì che, se il boccone non gli andò di traverso (cosa questa possibilissima, anzi probabile, com’è attestato dal Carducci là dove scrisse «Nel cospetto del ciel l’ebrezza casca / Del senso riscaldato») per quell’innata predisposizione dell’intelletto umano a dar forma, cioè a “intenzionare”, antropomorfizzando e isomorfizzando, il vacuo e l’inconoscibile (forse per residuo d’antichi terrori, già racchiusi nella materia animata dal primo soffio di vita, relativi appunto al vuoto come non essere, cioè non materia, non spazio, non vita, non morte, nulla) poté tranquillamente seguire il corso delle proprie fantasticherie e, di fantasia in fantasia, approdare alla formulazione delle tre e una domanda cioè del Trinitario Quesito Ultimo (chi siamo, da dove veniamo, dove andiamo), con abbondanti corollari e postille concernenti appunto, tra l’altro, la sopraccitata idea della pluralità dei mondi (abitabili), e metafore novissime del tipo “granello di sabbia”, “foglia frale” eccetera. Senonché questa idea, diciamo pure questa ipotesi, meglio questa possibilità, di un numero pressoché infinito di mondi abitabili: idea come s’è visto apparentemente innocente, e appunto adatta a digestioni facili nelle sere estive, prima dell’avvento della televisione, s’intende; risultò poi essere alla prova dei fatti sediziosa, pericolosa, blasfema, eretica. Per la scienza accademica, tradizionalmente ottusa, e per le religioni rivelate; per motivi generici, perché un’idea tira l’altra, le fantasie non vengono mai scompagnate ma ognuna immette nella fantasia prospiciente e attigua, e perché come ognun sa l’homo phantasticus è mediocre cittadino, pessimo produttore e cattivo consumatore, deplorevole paterfamilias, telespettatore tepido o nullo; e ancora; soldato infingardo, evasore del fisco, politicamente imprevedibile, scarsamente interessato alle partite di calcio; però astuto d’una sua astuzia particolare, diciamo pure contadinesca, da scarpe grosse e fine cervello. Così vediamo che anche tra i moderni, timoratissimi lettori quotidiani d’ignobili gazzette, quasi non v’ha nessuno che abbia qualche frequentazione di «quel giornale eterno le cui lettere sono le stelle» (Morgenstern), e ch’è attestato essere unica lettura – in codesta asettica e iperalfabeta epoca – di raminghi e disadattati: epperò sappiamo di certo che per esse neppure lo spettacolo del cielo è consentito in prima visione, e soltanto possono fruirlo riflesso. Così di un personaggio dello scrittore irlandese Samuel Beckett si dice che «per potersi godere il cielo una volta ogni tanto si serviva di uno specchietto rotondo. Dopo averlo appannato con l’alito e strusciato poi contro il polpaccio cercava lì dentro la costellazione. L’ho qui! esclamava parlando della Lira o del Cigno. E spesso aggiungeva che il cielo non aveva niente». Molto più agevole e abituale dovette essere la frequentazione del cielo per gli antichi. Nell’antichità vi fu persino, riferisce Leopardi, chi osò affermare gli occhi essere stati dati all’uomo a cagione dell’astronomia; ed a sostegno di ciò adduce non so quali versi delle Metamorfosi d’Ovidio dove si dice che unico tra gli animali l’uomo ricevette dai suoi dèi una testa rivolta verso l’alto «per guardare il cielo». Storie di questo genere del resto circolavano ancora benissimo dopo l’anno mille dell’èra volgare, se Ristoro d’Arezzo poteva affermare nel tredicesimo secolo «… che l’omo è più nobele de tutti li animali…; ché noi vedemo li animali avere revolte le reni e le spalle enverso lo cielo, ch’è la più nobele cosa che noi vediamo, e ’l loro petto e ’l loro capo ponderoso piegato giù a terra, quasi a domandare lo pasto; e l’omo, encontra tutti li altri animali, è ritto su alto, e la sedia de l’anima intellettiva fo su alto e’lla parte de sopra delongata da la terra e apressata al cielo lo più che potesse essere a respetto del suo corpo…». Pare dunque che tra i greci, e gli occidentali in genere, il primo uomo che pose mente al cielo, agli astri eccetera sia stato Anassagora: di lui il grande Daniello Bartoli, giudicato non a torto il Dante Alighieri della prosa italiana, scrisse che: «vago solo di vedere il cielo, per cui vedere egli dicea d’esser nato, lasciata la patria quasi un sepolcro d’uomini vivi, perché la terra non gli togliesse la vista del cielo, vivea alla campagna povero e allo scoperto. Che dissi povero e allo scoperto? Più godea di vedersi sopra il capo il bel cortinaggio de’ sereni azzurri del cielo, di trovarsi coronato d’un mondo di stelle che gli giravan d’intorno, e che il sole gl’indorasse con la sua luce la povera vesta e che il cielo gli mandasse gli avvisi di tutte le novità, che se avesse avuto indosso le porpore, in capo le corone, d’intorno il vassallaggio di tutta la terra».

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Del resto, i greci (come prima d’essi gli orientali), dovettero percorrere speditamente le varie fasi d’apprendistato della lettura del cielo, se giunsero con incredibile rapidità alla formulazione di problemi (problemi relativi, appunto, all’infinito, universo e mondi) che tali sono rimasti sostanzialmente ancor oggi. «Eraclide e i Pitagorici» leggiamo nei Placita di Aezio «dicono che ognuna delle stelle è un mondo e che la terra è circondata dall’aria dell’infinito etere. Queste opinioni sono riportate nei testi degli Orfici; costoro infatti di ogni stella fanno un mondo». Molto più tardi, e tradizionalmente ottusi, e negati a ogni metafisica risultano invece i romani; perché, se anche Seneca (com’è attestato) raccomandò caldamente la contemplazione propedeutica del cielo: ancora Cicerone secondo il suo dotto scoliaste ottocentesco, l’abate Olivet, «non credeva alla pluralità dei mondi popolari, imperocché se non v’ha al dissopra la luna corruzione, non v’ha dunque generazione; e per conseguenza non vi sono animali». E di ciò può ben rendersi conto chiunque voglia leggere il Somnium Scipionis: dove appunto sta scritto che «supra lunam sunt aeterna omnia». Ora questo discorso, relativo al guardare il cielo, potrebbe andare avanti per un pezzo, e costruire un libro tutto per sé: ma basti ciò che s’è detto, né si tratterà qui dei medioevali, che del resto verranno frequentemente citati nelle prossime pagine. Torniamo ormai nel vivo della questione specifica, dell’argomento di codesta dissertazione preliminare: della pluralità di mondi (abitabili).

Che pluralità dei mondi vi sia, è cosa indimostrata e indimostrabile: sebbene molte siano le probabilità favorevoli, e poche invece contrarie. Altamente improbabile appare invece l’opposta tesi, di colui che negasse esservi nel Cosmo altra vita all’infuori di quella terrestre; tesi altrettanto indimostrabile empiricamente quanto la precedente, al momento, ma al contrario di questa sommamente illogica: perché «solo nel grande sistema di stelle che chiamiamo Via Lattea si calcola che ci siano più di 30.000.000.000 soli» e «poiché le stelle sono soli, l’analogia ci induce a credere che esse abbiano i loro sistemi planetari. Se il sole è il centro del sistema solare, è logico presumere che, per esempio, Antares sia il centro del sistema di Antares, e che questi pianeti possano essere abitati. Non sembra possibile che le stelle esistano soltanto allo scopo di illuminare spazi solitari».

L’ipotesi della Terra come unico pianeta su cui sia comparsa la vita appare tanto più inverosimile da quando, nel 1945, un fisico tedesco, C. Weizsäcker, dimostrò brillantemente come l’ipotesi dell’origine “esterna” del sistema solare (in seguito alla collisione del sole con altro astro qualsiasi) fosse scientificamente improbabile, e come al contrario risultasse assai più razionale e verisimile la teoria antica, della formazione “interna” come conseguenza del raffreddamento e della rotazione del sole, secondo la notissima ipotesi di Kant e Laplace. Ma, s’intende, queste dispute accademiche sono sempre aperte, e nulla può darsi di più stolto che l’attardarsi ad ascoltarle: «che voler ciò udire è bassa voglia» (Dante). Dall’ipotesi non dimostrata ma sommamente probabile della pluralità dei mondi è nata, più di quarant’anni or sono, una scienza novissima: la fantascienza, scienza del probabile o del possibile o anche del semplicemente fantastico (considerato anch’esso possibile in quanto pensabile: non abbiamo forse appreso da Cartesio che questa sola certezza ci è data, che l’intelletto non può, per trascendersi, giungere a negare se stesso? E quindi i parti dell’intelletto, i cogitata, non saranno anch’essi reali almeno nella misura in cui lo sono i nostri vicini di casa?). (Perché se anche poi supponessimo nulla essere reale o, ciò che è lo stesso, tutto il reale essere nullo, dovremmo pur sempre giungere, come già il Leopardi, a questa bella conclusione: che soltanto fantasie e illusioni sono cose in qualche misura reali). Come scienza del possibile, dunque (e anche paradigmatico esempio d’effetto antecedente la causa) la fantascienza ha indagato e indaga, seppur in maniera ancora approssimativa e confusa, nell’infinito numero delle fantasie umane relative all’Infinito, all’Universo e ai mondi ivi contenuti.

Un’illustrazione dal testo

Tra le moltissime ipotesi finora vagliate sono comparse, e hanno trovato sostegni teorici presso autorevoli scrittori di fantascienza, ipotesi quasi inconcepibili dal punto di vista fantascientifico, come quella della rarità o addirittura della mancanza della vita nell’Universo, al di fuori del sistema solare. Questo va dichiarato a voce alta, ed è motivo di grande orgoglio per i cultori di science-fiction: che tutte le possibilità in quanto tali vengano seriamente e coscienziosamente esaminate, anche quando siano controproducenti e scomode per la science-fiction stessa.

I due maggiori sostenitori, per quanto io sappia, della teoria di un Universo spopolato in cui si ambienta la Terra come “parco nazionale” della vita, “zona di ripopolamento” universale, sono Clifford D. Simak e Fredric Brown. Si tratta, beninteso, di posizioni assunte occasionalmente, vere e proprie “difese d’ufficio”; in quanto entrambi questi autori si sono poi dimostrati, in altre loro opere, splendidi inventori di aliens e brillanti tessitori di utopie cosmiche. Clifford D. Simak, in Cosmic engineers, così fa parlare uno dei suoi personaggi:

La vita è una cosa tanto rara, nell’Universo. L’Universo non bada alla vita. A volte io penso che la vita non è che una strana malattia che non dovrebbe esistere affatto, che si tratta di una conformazione accidentale della materia che non avrebbe alcun diritto di esistere. L’Universo è così ostile a essa, che si è quasi portati a considerarla anormale. Esistono pochissimi luoghi nei quali la vita è possibile.

E Fredric Brown, in Rogue in space non esita a rincarare la dose: asserendo che non solo l’intelligenza, ma la vita stessa abbiano avuto come unica sede nell’Universo la Terra; e che solo in un secondo tempo forme di vita vegetale di provenienza terrestre si siano stabilite anche sui pianeti prossimi del sistema solare Venere e Marte:

Le spore della Terra, turbinando attraverso lo spazio, diedero vita ai due vicini pianeti: Marte e Venere. Quando poi, milioni di anni più tardi, l’uomo sbarcò su quei mondi, trovò ad aspettarlo una vita vegetale. Ma quella forma di vita, sebbene sviluppata in maniera del tutto differente da quella che l’uomo conosceva, era originaria della Terra. Da nessun luogo, se non dalla Terra infatti, poteva nascere una vita capace di evolversi e moltiplicarsi.

Non starò ora a dilungarmi su questi enunciati di Brown, né spenderò molte parole per dimostrare come la sua teoria sia praticamente insostenibile. Certo, la tentazione è forte: perché la questione qui sollevata dal Brown ci induce nel vivo di una polemica squisitamente fantascientifica, grazie a quella sua invenzione delle spore viaggianti attraverso lo spazio, che poi in definitiva altro non è se non una ennesima variante della Teoria della Inseminazione Cosmica di Arrhenius.

Ma tale Teoria, di tipo evidentemente accademico-promozionale, è sfortunatamente caduta, in un recente passato, sotto il peso schiacciante delle prove contrarie: per cui si rinvia il lettore a Med ship man di Murray Leinster.

Ben altrimenti fondate sono, per contro, le ragioni addotte a sostegno dei fautori della pluralità dei mondi abitabili e abitati: qui la science-fiction può valersi di tutti i dati scientifici e di tutte le ipotesi di scienze più antiche e tradizionalmente attendibili, dalla fisica all’astronomia alla chimica. Così, grazie all’opera di abili divulgatori, anche i calcoli scientifici più astrusi, le teorie più azzardate vengono resi noti a un pubblico vastissimo, che appena si sofferma a considerare le operazioni preliminari, ma subito vuol conoscerne i risultati, e non esita a spingersi ben oltre le ponderate conclusioni degli scienziati stessi per trarre da quelle e nonostante quelle le sue conclusioni, la sua personale visione dell’Universo e dell’uomo in esso Universo implicito.

Forse la voce più autorevole in astronomia è quella del prof. Otto Struve, che non ha esitato a esprimersi chiaramente in fatto di altre forme viventi nell’Universo. Struve non esita a dare dell’Universo un quadro in cui la maggioranza di miliardi di stelle analoghe al nostro sole le quali, sempre come il sole, ruotano su se stesse, possono avere ognuna un sistema planetario. Struve calcola che forse il 10% delle stelle contenute nella nostra galassia ha un siffatto corteggio di pianeti. Se, come concordano molte stime autorevoli, la galassia contiene cento miliardi di stelle, allora è possibilissimo che dieci miliardi di sistemi planetari esistano nella nostra galassia. Una media di cinque pianeti per ogni sistema sembra equa e ragionevole, per cui dovrebbero esserci una cinquantina di miliardi di pianeti gravitanti intorno a una decina di miliardi di stelle nella nostra galassia soltanto.

Di questi cinquanta miliardi di pianeti, forse uno su cinquanta si trova situato in modo e ha dimensioni tali da soddisfare le varie condizioni che la vita esige per la propria esistenza. Ci sarebbe dunque, nella nostra galassia, un miliardo circa di pianeti abitati e forse tra questo miliardo di pianeti abitati, un milione ospita forme che noi considereremmo di vita intelligente.

Non tutti questi pianeti sono della stessa età, naturalmente; ma debbono andare da quelli paragonabili alla nostra Terra nel suo sviluppo nelle due direzioni, alcuni essendo come era la Terra qualche miliardo di anni fa e altri come la Terra sarà fra qualche miliardo di anni, ivi comprese tutte le possibili fasi intermedie tra i cinque miliardi di anni trascorsi e i cinque miliardi di anni avvenire. Calcoli recentissimi ci inducono a ritenere che il nostro sistema solare si trovi in una grande galassia leggermente superiore nelle dimensioni alla media; e inoltre sappiamo che ci sono innumerevoli miliardi di altre galassie sparse in ogni direzione dello spazio cosmico intorno a essa.

È credibile che l’uomo debba essere solo in un Universo dove le possibilità di vita sembrano così uniformemente sparse in ogni direzione? No, non è credibile. È anzi molto probabile, afferma Pickering, che l’uomo non sia affatto solo: «Può darsi» dice l’eminente scienziato, «che creature paragonabili all’uomo abbiano già conquistato lo spazio in miliardi di piccoli mondi abitati e che le varie squadre di astronauti sparsi nell’Universo debbano operare, di necessità, indipendentemente l’una dall’altra, ognuna nella sua minuscola regione di spazio cosmico».

Oggi, le audaci proposizioni di Giordano Bruno e di Bernard le Bovier de Fontenelle non sbalordirebbero più nessuno, almeno a questo proposito: credo anzi che la stragrande maggioranza degli esseri umani, pur tra coloro che si ponessero il problema per la prima volta, non esiterebbe a dichiararsi convinta dell’esistenza di altri mondi, e di altre forme di vita esotiche o decisamente aliene: ben pochi, comunque, si sentirebbero in dovere di scandalizzarsi per il quesito medesimo, o di rifiutarlo come assurdo. Così, la pluralità dei mondi rientra oggi nel novero di quelle cose su cui l’uomo solitamente non s’interroga, ma che dà praticamente per scontate in attesa di ulteriori e sensazionali informazioni in proposito. E se l’opera del divulgatore integra e in qualche misura anche amplia i dati forniti dallo scienziato, lo scrittore di fantascienza parte solitamente dal punto in cui il divulgatore ha deposto la penna, non potendo ragionevolmente andar oltre; là dove le illazioni scientifiche o pseudoscientifiche, anche le più audaci, s’infrangono contro la barriera del non possumus, lo scrittore di fantascienza comincia a muoversi veramente a suo agio, su terreno proprio: egli comincia generalmente col designare i pianeti, dando un nome a essi e ai loro abitanti, popolandoli quindi di flora e di fauna, e in questo ipotetico contesto ambienta le avventure e le vicende più varie; da ultimo egli giunge a superare se stesso, a porsi di fronte alla sua opera con il ben dosato distacco che solo è proprio di un dio o di uno storico; diviene egli stesso storico della sua creazione, in cui nascono e tramontano imperi, intere razze si affacciano tumultuosamente alla ribalta della storia mentre altre, in assoluta decadenza, sono ormai rivolte alla loro fine inevitabile:

Esistono, nella galassia, quasi duecento miliardi di stelle radianti, e in mezzo alle stelle ci sono circa cinquecento miliardi di pianeti. Di questi, alcuni hanno una gravità del 120% superiore alla Terra, altri una gravità del 60% in meno, e non sono, di conseguenza, abitabili. Alcuni sono troppo caldi, altri troppo freddi. Alcuni hanno atmosfere mortali per l’uomo, e ne sono state osservate talune costituite, parzialmente o integralmente, di neon, metano, ammonio, cloro, e persino di tetrafluoruro di silicio. Alcuni mancano d’acqua. Uno ha oceani di ossido di zolfo quasi puro. Altri mancano di carbonio.

Su centomila pianeti, almeno uno è abitabile per l’uomo. E si ritiene, ciononostante, che vi siano quattro milioni di pianeti abitabili.
Il numero esatto dei pianeti effettivamente occupati è discutibile. Secondo l’Almanacco Galattico, del quale si ammettono, però, le inesattezze, Rhodia è il 1098° mondo occupato dall’uomo, mentre Tiranno, il conquistatore di Rhodia, è il 1099°.

La storia della regione transnebulare è analoga a quella verificatasi altrove nel periodo di sviluppo e di espansione. I governi si avvicendarono rapidamente sui pianeti, ciascuno confinato al proprio mondo. Poi, con l’economia di espansione, vennero colonizzati i pianeti vicini. Piccoli imperi sorsero e inevitabilmente si scontrarono. Egemonie su più grandi regioni vennero stabilite, dapprima da uno, poi da altri governi, seguendo le fortune della guerra e della dittatura.

Così, nel passaggio dalla primitiva tabula rasa, dal Nulla originario concepito come sede di infinite possibilità, all’approdo alla tabula rasa del già dato, del già compiuto, dello storicizzato, cristallizzato, fossile: tutto un arco di possibilità si è verificato, intere razze sono sorte e sono tramontate, stirpi innumerevoli di animali della Terra e del cielo si sono avvicendate per innumerevoli stagioni. E per noi, spettatori di tali prestigiose fantasmagorie, ciò che si impone non è più ormai il problema della possibilità del possibile, problema che non ammetterebbe altra soluzione al di fuori di quella tautologica, implicita nell’enunciato: ma quello secondario, iniziatico, della consistenza del possibile, delle sue possibili classificazioni, della sua morfologia e, perché no? della sua sintassi. Si tratta di costruire un ordine nuovo, una visione non del “mondo” – termine quanto mai ambiguo e polivalente – ma dell’Universo: ché l’epoca delle “visioni del mondo”, come quella dei “protagonisti” autori di tali visioni è trascorsa. E conseguentemente, da questa cosmologia che risulterà anche e soprattutto essere una cosmogonia, verranno generate nuove teologie, nuove filosofie, nuove scienze. Giordano Bruno non è morto per nulla.


Sebastiano Vassalli è nato a Genova nel 1941 ma fin da piccolo ha vissuto nel Novarese. Ha scritto per “la Repubblica” e “La Stampa” e attualmente è opinionista del “Corriere della Sera”. Tra le sue numerose opere ricordiamo La notte della cometa (1984), La chimera (1990, Premio Strega e finalista Premio Campiello), Marco e Mattio (1992) e il più recente Terre selvagge (2014).