Rifiutare le opere di artisti immorali? Attribuire l’etica dell’autore alle sue opere? Boicottare artisti morti? Sono solo alcune delle domande che ci poniamo, ma che spesso hanno poco fondamento.


di Francesco D’Isa

Ultimamente si aggira con singolare frequenza una domanda, che si potrebbe riassumere in: “È giusto godere delle opere d’arte fatte dalle persone cattive?”.

È legittimo ammirare un quadro di Caravaggio o di Picasso, un film di Woody Allen o di Polanski, un’opera di Wagner o un libro di Céline, se gli autori hanno commesso atti immorali? La domanda porta con sé almeno sei problemi.

(1) Identificare il bene morale con il bello (o con l’interessante, il profondo ecc.).

Il bello non coincide per forza col buono. Se non vi convince, pensate a un fiore. Se ancora non vi convince, pensate a un fiore velenoso. C’è chi, come Platone, forse non sarebbe d’accordo, sebbene ciò banalizzerebbe la sua idea di “bene in sé” – e qua si aprirebbe un fronte molto ampio, ma per quel che riguarda la nostra domanda ci basti segnalare che non si tratta di una questione ovvia.

(2) Identificare opera e artista.

Questo è il punto più critico, perché giudicare il valore morale di un’opera in base a quello dell’autore suona un po’ come venire scartati da un concorso di bellezza perché proprio padre è brutto. Sebbene non si attribuisca a un muro il peso morale dell’imbianchino che lo ha pitturato, infatti, si dà in genere per scontato che le opere d’arte siano “più personali” degli altri prodotti dell’uomo, probabilmente perché veicolano un’espressione attraverso il medesimo linguaggio che viene usato per fare prescrizioni morali. Il messaggio, però, è dell’opera, non dell’autore, così come il colore è della vernice, non dell’imbianchino.

I quadretti di paesaggio di Hitler non devono rispondere della follia omicida del loro autore, ma delle sue mediocri competenze pittoriche. Lo stesso vale per i muri che il dittatore ha verniciato, magari splendidamente, lungo il suo precedente impiego da manovale. Qualora il dubbio persista, si immagini questa situazione: se un pittore uccide qualcuno, a dover andare in galera è lui o i suoi quadri?

(3) Pensare che un’opera d’arte veicoli necessariamente una morale.

È un’idea naturale quando si parla di libri. Ma una natura morta dev’essere etica? E una sonata? Non affronteremo però questo nuovo fronte, perché anche se la risposta fosse affermativa, non si deve ugualmente (4) pensare che questa morale coincida per forza con quella dell’autore.

Così come un uomo buono può inventarsi un libro crudele, può anche accadere il contrario. Nabokov ha scritto Lolita senza essere per questo un pedofilo – anzi, ha espresso un male i cui germi non sono appannaggio di pochi, ma talvolta congeniti a interi assetti sociali. Un nazista può scrivere un romanzo sulla fratellanza e un brav’uomo una favola antisemita. Non accade spesso, è vero, ma la contraddittorietà intrinseca all’uomo lascia un ampio margine a comunicazioni in contrasto tra loro. Comunque sia, anche questo è secondario rispetto all’errore di  (5) pensare che l’autore sia obbligato a esser fedele lungo il corso della propria vita a ciò che sostiene una sua opera.

Anzitutto le persone cambiano. Se un autore commette un atto immorale tra una creazione e l’altra, ad esempio, l’opera che ha fatto prima è da criticare o no? E se un autore si riabilita, anche la sua arte deve essere riabilitata?

Inoltre, se un oligarca afferma: “Bisogna redistribuire la ricchezza tra i poveri”, è lecito dargli dell’ipocrita, ma per chi crede alla verità della sua affermazione (“Bisogna redistribuire la ricchezza tra i poveri”), che lui la segua o meno non cambia il suo valore di verità.

Ci sono delle eccezioni a questa critica, come i casi in cui l’autore porta la sua biografia a garanzia della verità di quel che dice. In alcuni testi sacri, ad esempio, se non si crede che chi li ha redatti sia (o sia stato ispirato) da una fonte divina, il loro valore cambia. Lo stesso vale per un’autobiografia che si spaccia per veritiera.

6) Arrogarsi la certezza del proprio giudizio sugli altri.

Perché con Hitler è facile, ma in molti casi il confine è dubbio. La morale presenta delle gradazioni (rubare una mela non è come rubare diecimila euro a un’asta di beneficenza); cambia nel tempo e nelle società (non possiamo applicare la morale contemporanea a uomini dell’antichità, perché fatti che ora giudichiamo immorali erano leciti in passato e viceversa); a volte si giudicano colpevoli persone che col tempo si dimostrano innocenti.


Domandarsi se si debba considerare degno di essere ammirato un quadro di Caravaggio anche se Caravaggio era un uomo cattivo, è un po’ come ridipingere la facciata di casa propria se si scopre che l’operaio che ha dato la vernice è uno stronzo.


Inoltre, Picasso è più o meno cattivo di Caravaggio? È lecito accusare di maschilismo un autore nato prima del ‘900? Quanto era davvero antisemita Céline, o Heidegger? Pasolini era buono o cattivo? La storia dei popoli è una materia difficile di per sé, eppure offre un’ampia possibilità di intrecciare le fonti: quella degli individui, al contrario, è talvolta irrintracciabile. Il contesto storico-sociale di un’opera, infine, ha un peso specifico assai maggiore di quello della biografia degli autori, perché la situa in un insieme di relazioni incomparabilmente più fitte di quelle in cui è immerso un singolo. Un’opera di successo agisce nel tempo con molta più forza e perseveranza dell’individuo che l’ha creata, e meno sono le relazioni, i collegamenti, l’influenza nel tempo ecc, più il giudizio è di scarsa importanza, soggetto a errori e suscettibile a casi particolari. Sembra lecito immaginare che, col tempo, sia più dannosa una cattiva opera di un autore cattivo.

Domandarsi se si debba considerare degno di essere ammirato un quadro di Caravaggio anche se Caravaggio era un uomo cattivo, è un po’ come ridipingere la facciata di casa propria se si scopre che l’operaio che ha dato la vernice è uno stronzo. A saperlo prima era lecito non affidargli il lavoro, perchè una cosa è apprezzare e un’altra boicottare, ed è comprensibile non voler avvantaggiare delle persone a nostro parere immorali, ma questo non implica un giudizio di valore sulla loro opera. Boicottaggio a parte, dunque, non c’è alcun motivo per sentirsi in colpa nell’ammirare l’opera d’arte di un mostro morale. Quando questo accade, è la manifestazione di un proprio limite, umanamente lecito e comprensibile, ma dal punto di vista critico poco più interessante del famoso “gusto personale”, dove si arena qualunque analisi estetica.


Francesco D’Isa  (Firenze, 1980), di formazione filosofo e artista visivo, dopo l’esordio con I. (Nottetempo, 2011), ha pubblicato romanzi come Anna (effequ 2014), Ultimo piano (Imprimatur 2015), La Stanza di Therese (Tunué, 2017) e saggi per Hoepli e Newton Compton. Direttore editoriale dell’Indiscreto, scrive e disegna per varie riviste.
In copertina: Zoran Music, Autoritratto. Courtesy Pananti.