Il servilismo è peggio della crudeltà?


(Questo testo è la traduzione italiana di un articolo precedentemente uscito su Aeon sotto licenza Creative Commons)

di Christopher Freiman

Immaginate di avere un anello magico grazie al quale potete diventare presidenti, rapinare Fort Knox e divenire immediatamente le persone più famose del globo. Lo usereste?

Chi ha letto la Repubblica di Platone troverà  familiare questo esperimento mentale. Per il filosofo greco, infatti, uno dei problemi centrali dell’etica è spiegare perché dovremmo preferire la virtù al potere o al denaro. Se il prezzo da pagare per sfruttare il mitico “anello di Gige” – ovvero un’azione scorretta – non vale le ricompense materiali che si otterrebbero, allora la priorità della morale è confermata.

Va detto che Platone presuppone che ci si allontani dalla retta via perché tentati da un guadagno personale – ed è per questo che cerca di dimostrare che la virtù è più preziosa di tutto l’oro che si può ottenere attraverso le azioni malvagie. Non è l’unico a formulare questa ipotesi: nel Leviatano (1651), Thomas Hobbes cerca di difendere la morale davanti al “folle” convinto dell’inesistenza della giustizia e che infrange la parola data quando la cosa va a proprio vantaggio. E a proposito di motivi per preferire la virtù al vizio, nella sua Ricerca sui principi della morale (1751) David Hume affronta il “sensibile brigante”, una persona tentata da una cattiva azione qualora questa “gli porti un considerevole vantaggio”.

Alcuni dei più grandi filosofi della storia concordano sul fatto che gli atti illeciti sono motivati dall’interesse personale. Purtroppo però, io non sono uno dei più grandi filosofi della storia. Sebbene la maggior parte delle persone dia per scontato che una persona è immorale se è pronta a sfidare la legge e le convenzioni per ottenere ciò che vuole, credo che sia vero anche l’inverso. L’immoralità, infatti, viene spesso causata dalla volontà di conformarsi alla legge e alle convenzioni, in contrasto coi propri valori. In questi casi il problema è che  ci si preoccupa troppo degli altri, non troppo poco. Più nello specifico, ci si cura troppo di come apparire agli occhi altrui.

Per la maggior parte di noi sbagliare è un atto piuttosto comune, e non si parla necessariamente di usurpare il potere politico o rubare milioni di dollari. Basta unirsi alle risate per una battuta bigotta del vostro collega, o mentire ai familiari sulle proprie convinzioni politiche durante una cena. Chiudiamo un occhio per amor di pace, a dispetto di ciò che realmente crediamo. Immanuel Kant chiama questo eccesso di deferenza servilismo. Invece di declassare i valori e le convinzioni altrui, il servilismo porta a sminuire i propri. La persona servile è l’immagine speculare dell’immoralista egoista di Platone, Hobbes e Hume. Invece di calpestare chiunque per ottenere ciò che vuole, l’individuo servile è, nelle parole di Kant, qualcuno che “si fa verme” e dunque “non può lamentarsi se viene calpestato”.

Kant ritiene che il primo obbligo morale sia di non trattare l’umanità come un mezzo. Mancare la promessa di restituire un prestito o minacciare qualcuno per derubarlo, significa usare la vittima come un mezzo, ovvero come uno strumento che esiste solo per degli scopi e non come una persona che possiede un valore in sé.

Ma Kant dice anche che non si dovrebbe trattare noi stessi come un mezzo. Questo aspetto del suo imperativo categorico è meno noto dell’ingiunzione contro il maltrattamento altrui, ma non per questo meno importante. Thomas Hill, filosofo presso l’Università della North Carolina a Chapel Hill, osserva in Autonomy and Self-Respect (1991) che il servilismo implica una sbagliata valutazione del proprio status morale. Fondamentalmente, la persona servile è colpevole dello stesso errore di quella che inganna o minaccia gli altri, in quanto anch’essa nega l’uguaglianza morale. L’unica differenza è che la persona è intenta a degradare se stessa, non tenendo conto di avere gli stessi diritti di chiunque altro.

Forse pensate che mentire su quel che si pensa di Donald Trump per tranquillizzare i genitori e gustare in pace il dessert non sia un grosso problema. È comprensibile. Ma il servilismo può causare trasgressioni morali molto più gravi.

Si pensi al più celebre studio psicologico del 20° secolo: l’esperimento sull’obbedienza di Stanley Milgram. Milgram ha scoperto che la maggior parte dei soggetti avrebbe inflitto delle strazianti scosse elettriche – talvolta apparentemente menomanti o letali – a delle vittime innocenti, semplicemente perché uno sperimentatore diceva loro di farlo. In I pericoli dell’obbedienza (1973), Milgram ha spiegato che uno dei motivi per cui un soggetto comune accetta un’autorità crudele è perché “teme di apparire arrogante, spiacevole e maleducato se disobbedisce”. La cortesia dei soggetti, insomma, sorpassa una basilare decenza morale. Molti di noi sono più simili ai soggetti di Milgram di quel che sarebbero disposti ad ammettere: non vogliamo apparire arroganti, spiacevoli o maleducati a tavola, in classe o a lavoro. Così dobbiamo ingoiare le nostre obiezioni e permettiamo a noi stessi – e agli altri – di essere calpestati.

Le conseguenze nefaste del servilismo non si limitano agli esperimenti di laboratorio. L’esperimento di Milgram è nato anche dal suo desiderio di capire come mai così tante persone  apparentemente normali hanno partecipato agli orrori morali della Shoah. Più recentemente, le violenze ad Abu Ghraib sono state in parte spiegate con il conformismo militare. Questi esempi e riflessioni rivelano una lezione morale sottovalutata. Non sempre sbagliamo perché manchiamo di rispetto agli altri, spesso lo facciamo perché manchiamo di rispetto per noi stessi.


Christopher Freiman è professore di Filosofia presso il College of William & Mary in Williamsburg, Virginia. È interessato allo studio della teoria democratica, della giustizia distributiva e l’immigrazione.
In copertina, Mino Maccari, Figure sorridenti (1978) – Olio su compensato – courtesy Pananti. Traduzione di Francesco D’Isa.

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