“Uno scrittore è una persona per cui scrivere è più difficile che per gli altri.”. Riflessioni a partire da i Difetti fondamentali di Luca Ricci.


di Edoardo Rialti

Ritrosie disperanti,
paure vertiginose e insormontabili,
dicevan, nelle nostre confidenze,
il contatto evitato e il vano incanto.
Qualcosa ci è sempre rimasto,
amaro vanto,
di non aver ceduto ai nostri abbandoni,
qualcosa ci è sempre mancato.
Cardarelli, Amicizia

Sarei considerato un tipo bizzarro se, in conclusione, suggerissi che proprio la tensione interna al cuore di ogni storia tra il tema e la trama costituisce dopo tutto la sua somiglianza principale con la vita? E se le storie falliscono, la vita non commette forse lo stesso errore? Nella vita reale qualcosa deve succedere, come nelle storie. È questo il problema. Noi miriamo a uno stato e troviamo solo una successione di eventi nei quali quello stato non si incarna mai del tutto.

C. S. Lewis

Premessa: Scrivere sulla scrittura

Forse una delle descrizioni più belle ed efficaci della scrittura attinge a una sorta di teologia negativa medievale. Come diceva infatti Thomas Mann, “uno scrittore è una persona per cui scrivere è più difficile che per gli altri.” Una persona per cui vergare quei caratteri, battere quei tasti è più complesso e frustrante che per gli altri. Come se pesassero di più. Perché chi li vede tramutarsi in segni sulla pagina o sullo schermo è più consapevole – qualora sia davvero un grande scrittore – di quanto “significar per verba non si poria”. Di quanto non si riesca a dire, di quanto “altro” resti ancora da dire, di quanto forse non si possa mai esprimere davvero. È sempre stato vero, ma lo è particolarmente oggi dove la comunicazione di massa rende così facile, pericolosamente facile, confondere istintività e autenticità. La scrittura, per Eliot, era appunto la vocazione sacrale a “purificare il dialetto della tribù”, paradossalmente addentrandosi proprio nelle regioni della complessità, delle sfumature, che tante seducenti narrazioni più semplicistiche- dalla politica agli stereotipi populistici, dai pregiudizi ai tabù ancestrali che riaffiorano continuamente nella nostra lettura moralistica del mondo- aboliscono e scartano.

E così ogni impresa
È un cominciar di nuovo, un’incursione nel vago
Con logori strumenti che peggiorano sempre
Nella gran confusione di sentimenti imprecisi,
squadre indisciplinate di emozioni…
c’è solo la lotta per recuperare ciò che si è perduto
e trovato e riperduto senza fine: e adesso le circostanze
non sembrano favorevoli.

East Cocker

Molti scrittori e scrittrici hanno raccontato questa “incursione”, una sorta di laica versione della lotta notturna di Giacobbe con l’angelo. È sempre estremamente salutare leggere questi “mestieri di scrivere”, così come affiorano dai diari di Virginia Woolf e Goliarda Sapienza o dalle conferenze di Flannery O’Connor o dagli scritti di Carver e Murakami. Spazzano via tanti luoghi comuni-e tante false mitologie, spesso impugnate e sbandierate dalle mezze calzette vanitose o dagli esordienti. Come diceva proprio la O’ Connor ci sono quelli che vogliono essere scrittori (la foto in bianco e nero, l’intervista da Fazio, il firmacopie…) e quelli che vogliono scrivere, quelli a cui interessa la cosa in sé, il processo in sé. Ed è tra questi dilettanti (nel senso originario del termine) che si trovano i grandi. Leggere le loro riflessioni, come abbiano effettivamente lavorato, le gioie e le difficoltà quotidiane, è davvero come sedere una luminosa mattina di sabato nella bottega di un grande artigiano, a respirare il profumo della segatura e la colla, mentre la polvere vortica dorata in un raggio di luce, o scalare una montagna con un arrampicatore professionista.

Non solo. La poesia e la narrativa stessa non ci hanno raccontato solo l’avventura di scrivere, ma gli avventurieri stessi, dai momenti meta-letterari in Omero (i vari aedi che incontriamo, fino al cantore risparmiato durante la strage dei Proci, primo “Non sparate sul pianista” della letteratura) allo “spasmo nelle viscere” del vecchio Hrotgar che canta nel palazzo del Beowulf. Dalla fanatica lettrice Annie Wilkes che fonde in sé editrice, lettrice e critica e imprigiona e tortura lo scrittore Sheldon nel “Misery” di Stephen King (splendida variazione sul tema di Sherazade nelle “Mille e una notte”) al protagonista de “I capelli di Harold Roux” (con la sua magnifica immagine della scrittura come una vasta pianura buia dove si accende un piccolo falò, alla cui fiamma sempre più alta si avvicinano dei volti che emergono dall’oscurità) al divertente ritratto della vanità e intrattabilità di Norman Mailer ne “I folli muoiono” di Mario Puzo (quello del “Padrino”). Dalle confessioni degli artisti in Thomas Mann a quelle nelle opere di Mishima e Knausgard. A tanti, tanti altri. Al pari di ogni grande tema, anche questo può risultare noioso, autoreferenziale e scontato, e molti esordienti che sperano di sfornare un capolavoro raccontando l’ennesimo scrittore in crisi a 35 anni forse (forse!) dovrebbero ricordarsi che il tema è già stato affrontato- in maniera magari non definitiva ma comunque notevole- da un certo Dante Alighieri in una certa Commedia. Ma non esistono regole previe. Al pari di qualsiasi aspetto dell’esistenza, dalla guerra alla pornografia, dalla campagna alla fantascienza, anche il mondo letterario può essere un grande soggetto narrativo. Tutto dipende dalla concretezza e intensità dello sguardo che gli si rivolge.

Re in esilio

I Difetti fondamentali di Luca Ricci è una raccolta di racconti nella quale vediamo sfilare una galleria di diversi rapporti con la scrittura, dal contatto fuggevole alla dedizione d’una vita. Dal potere demiurgico dei critici a chi si finge scrittore solo per provarci con qualcuno. Il titolo ovviamente gioca sull’ambiguità/ambivalenza dell’aggettivo. I difetti qui sono sia quelli principali che quelli necessari. Tra i tanti meriti del lavoro di Ricci c’è anzitutto quello di spiazzare con la prospettiva, perché in questi racconti l’atto stesso della scrittura resta spesso sullo sfondo, come una guerra combattuta o da combattere, o un paese lontano. Molti personaggi si aggirano nei suoi dintorni, lungo i confini, o l’hanno attraversato in giovinezza. Molti devono ancora scrivere (o pubblicare), altri sono reduci (talvolta letteralmente) dell’insuccesso o della gloria. Incontriamo così studentesse riccastre di Economia (“con pashmina, tubino, cintura e tacchi alti sembrava una pornostar convertita ai calcoli aziendali”) che vengono sedotte con lo snobismo degli squattrinati (“mi eccitava oltremodo l’idea di scopare un essere che ritenevo intellettualmente inferiore a me. Esisteva un senso di superiorità implacabile in uno studente di Lettere, qualcosa in grado di fargli credere di essere migliore perfino di una sangue blu baciata dal destino”), i dialoghi pirandelliani (“«Mi farete fare la fine di Morselli? Volete avere sulla coscienza un nuovo Morselli?» Mi portai una mano alla bocca dall’orrore, perché quel breve dialogo forse mi metteva per la prima volta di fronte alla verità: avevo a che fare con un pazzo, con uno squilibrato”) nei quali possono scivolare i lettori di manoscritti (“l’autore non voleva avere effettivamente un giudizio, ma si crogiolava nell’attesa. Quel supplizio in fondo era un limbo rassicurante, fatto di speranza, prima che un o un no giungesse a modificare la situazione in modo permanente”), la strana commistione di fastidio e compiacimento divino con cui gli scrittori di successo diventano oggetto di letture complottistiche (“La somma complessiva di tutti i miei libri, se scomposta, avrebbe dato la data esatta della mia morte.  Alcune frasi, messe davanti a uno specchio e lette al contrario, avrebbero avuto significati inquietanti, ancorché appena comprensibili. Per di più sulla copertina di uno dei miei libri sarebbe stato raffigurato un uomo scalzo, cioè defunto  secondo la simbologia di una qualche sottocultura vattelappesca”), le mille strategie con cui gli autori di bestseller monitorano con perfida soddisfazione le sabbie mobili in cui sprofondano libri forse molto migliori dei loro (“La Via Crucis ha tappe obbligate, sempre le stesse, e si possono riassumere in una formula abbastanza elementare: la sfortuna di un libro si calcola in base alla lontananza – centimetri, metri, scaffali, stanze – in cui viene a trovarsi rispetto al best seller più fortunato del momento”). Seguiamo i passi timidi e reverenti d’un imbucato al premio Strega, come un pellegrino medievale arrivato a Gerusalemme (“si diresse al tavolo dell’aperitivo con impaccio. A ogni passo sembrava quasi chiedere scusa agli altri convenuti per il solo fatto di essere lì, per la sua presenza così poco di spicco. Osservava tutto con attenzione, questo sì, perché avrebbe voluto imparare in fretta come comportarsi in società. La prima cosa che sentì dire fu: «Non sono le case editrici ad avere un ufficio marketing, sono gli uffici marketing ad avere una casa editrice». La seconda che gli restò impressa invece fu: «Questa moda dei gialli finirà, prima o poi i lettori si annoieranno di scoprire chi è l’assassino». Poi la sua attenzione venne assorbita da una bella ragazza coi capelli d’orzo e gli occhi azzurri che indossava un elegante abito Rosso Valentino che le lasciava scoperte le spalle magre, con un paio di clavicole così pronunciate da sembrare un inconsueto prezioso, un collier naturale. Stava insieme a una specie di mentore bolso e calvo con un completo blu e una camicia azzurra, dall’aria allo stesso tempo potente e dozzinale: come un tranviere che fosse arrivato ai vertici dell’ATAC”) e la tragica ritualità che accomuna tante presentazioni in libreria degli esordienti: “una platea sbadigliante per lo più composta da: 1 presentatore libraio (stupito, dopo vent’anni di buchi nell’acqua identici, che alla suddetta presentazione sia venuta così poca gente – sarà mica colpa della Champions League?); 1 relatore (in genere un intellettuale locale voglioso unicamente di prendersi tutto il palcoscenico per il suo quarto d’ora di notorietà); 1 commessa (che non batterà neanche uno scontrino, restando concentratissima sullo schermo del suo smartphone); 12 aspiranti scrittori come pubblico (venuti perciò con la smania di sostituirsi allo scrittore in carica).”.

Come si capisce anche da queste poche citazioni si ride spesso, e amaramente, perché Ricci riesce a mettere a fuoco dinamiche che hanno l’inesorabile sentore delle cose vere. Questo grazie a due doti diverse, che molti non sanno affatto maneggiare con questo equilibrio. Da una parte la concretezza visiva delle immagini- “Era quel tipo di donna che diventa paonazza dovendo approntare una valigia per l’indomani mattina”- e la capacità di lasciar percepire il non detto che si annida nelle nostre conversazioni, nelle nostre pose, e fa affiorare la punta di un iceberg molto più vasto: “Rosa volle sorridere ma le uscì soltanto uno sbuffo patetico: «Il nostro è un rapporto davvero così superficiale?». L’afferrai per i capelli: «Ascoltami bene, sono troppo cresciuto per apprezzare la profondità di qualunque cosa, tanto più di una relazione».  Le lasciai i capelli. Non emise un lamento, non profferì parola. «A me costa fatica quanto a te» mi lamentai. «Che cosa?» «Tutto questo.» «E allora perché lo stiamo facendo?» «Perché non c’è molto altro che possiamo fare insieme.» Rosa si strinse nelle spalle, continuando a bere. Quel gesto carico di umana rassegnazione mi piacque. Davvero non c’era molto altro che potessimo fare insieme, se non darci alla parodia di un rapporto. Neanche un gioco: uno scherzo.” Dall’altra lo sguardo di chi narra o dei personaggi stessi sa interrogarsi ad ampliarsi, come fa effettivamente il pensiero sollecitato da certi dettagli: “Ogni casa è anche un cimitero d’animali, segno evidente della mostruosità dei suoi abitanti umani. Ma adesso tutto il dolore è stato imbacuccato nel prêt-à-porter di Ikea. I vecchi mobili sono spariti dentro la pancia di Apecar e camion, si sono dispersi in mercatini da quattro soldi o nelle cantine di antiquari senza scrupoli. Adesso al posto di tanti ricordi ci sono questi armadi e letti e comodini neutrali come pezzi di Lego. Le mensole sono come punti di sutura per le ferite dei muri.” Oppure “Il concetto di borsa è uno dei più grandi escamotage che le donne hanno trovato per rendersi affascinanti. A pensarci sul serio si rischia d’impazzire: sì, perché una borsa può contenere di tutto, qualunque cosa.” Anche qui, lo si capisce subito e bene, senza scadere nell’astrazione.

I percorsi della scrittura si incrociano spesso con quelli del sesso (che è solo un modo più diretto se volete di descrivere metà del binomio “Amore e Morte” che leggiamo anche in Leopardi). Dalle orge (“crocchi di persone ricordano le incisioni di Gustave Doré alla Commedia di Dante: lo stesso carnaio di corpi in attesa di un supplizio o di un godimento, ammesso che tra le due cose ci sia una qualche differenza….In un’orgia chi si ferma, chi rientra in se stesso, è perduto. Il sesso di gruppo è un rigoroso esercizio di ricongiungimento con l’universo. Che altro sarebbe il trapasso se non la versione ampliata, su larga scala, di una penetrazione? E la morte non è forse la copula definitiva, il grande orgasmo con il tutto?”) al segreto che si annida nel tran tran dei matrimoni più logori: “La crudeltà delle pratiche  sadomasochistiche non poteva tenere testa a una scopata  tra due esseri che si conoscevano troppo bene, che si volevano troppo bene (dopo essere stati innamorati che – vista  la carica distruttiva dell’amore – era quasi il contrario). Il sesso tra marito e moglie non era affatto giocoso, perché la leggerezza viene portata in dote dall’incoscienza, mentre i coniugi erano sempre incalzati dal senso di responsabilità, non fosse altro che nei confronti del loro stesso rapporto (si trattava di perpetrare e proteggere il rapporto). Alla stregua  di due edonisti avviliti, non facevano altro che ripetersi: Sarebbe sciocco mandare all’aria tutto proprio adesso,  dopo tutte queste cose fatte insieme, tutti questi anni passati  insieme….Il sesso tra marito e moglie nasceva dalla perseveranza diabolica di due corpi disgraziati ed era, in fin dei conti e proprio in ragione di questo cantare dall’interno di una prigione (non dimentichiamoci mai di  Emily Dickinson!), la cosa più poetica che un uomo o una  donna potevano combinare.” Non c’è di che stupirsi, visto che “scrivere è come fare petting, né più né meno. Scrivendo uno non arriva mai al punto, e può continuare a macerarsi per ore, giorni, settimane, mesi, anni e così via. Insomma, scrivere non è piacevole, ma è eccitante.» «Non godete mai, voi scrittori?» «Il godimento è lì, a un passo, come un miraggio nel deserto, cioè riuscire a scrivere una pagina efficace, che oggettivi esattamente il pensiero da cui deriva.»” Come direbbero i Greci, anche nella scrittura scopriamo che l’ergon, il lavoro, non diventa mai del tutto energheia. È un secondo principio della termodinamica a livello esistenziale. “In un tema alle elementari scrissi così: le nuvole sono spezzatino bianco. La maestra mi lodò davanti al resto della classe e alla riunione dei genitori citò il passo come esempio della smodata creatività dei bambini. Come mai dopo quell’episodio felice non me n’è andata bene più una?” Lo strazio per cui Clemente Rebora esclamava “Qualunque cosa tu dica o faccia/ c’è un grido dentro:/ Non è per questo!/E così tutto rimanda/ a una segreta domanda,/ l’atto è un pretesto.” Ricci ci mostra che anche la scrittura può essere questo doloroso pre-testo. Nobile o meschino. Frustato sia nelle sue aspirazioni migliori che nelle sue rapacità. Aspetti che spesso non sono così facili da distinguere, e che si fondono e intrecciano in mille sfumature. Anche la narrativa partecipa di questa tragicomica dinamica, per cui talvolta gli autori sono i peggiori esegeti di sé stessi, sia perché sperperano un dono molto migliore delle caselle in cui lo imbrigliano sia perché lo ritengono molto migliore di quel che è. Preti d’un Dio morto, di cui celebrano i riti senza più alcuna convinzione. Eppure. Eppure tutto questo viene appunto raccontato, perché la narrativa è quella dimensione singolare che è, tra le sue vittorie, è capace di comprendere l’espressione anche delle proprie sconfitte. Per questo Nietzsche diceva che l’arte è il nostro vertice metafisico, perché è “è la sola in grado di volgere questi pensieri disgustosi sull’atrocità o l’assurdità dell’essere in rappresentazioni con le quali si possa vivere”. Come Virgilio nella Commedia, ci accompagna nell’ “altro viaggio”, quello che spesso evitiamo di affrontare, nella fondamentale difettosità dell’esistenza stessa.


Edoardo Rialti (1982) è traduttore di letteratura anglo-americana e letteratura fantasy, sci-fi, horror, per Mondadori, Lindau, Gargoyle, Multiplayer. Tra gli altri ha tradotto e curato opere di C. S. Lewis, J. Abercrombie, P. Brown, O. Wilde, W. Shakespeare. E’ collaboratore de “Il Foglio” dove si occupa di critica letteraria e ha scritto le biografie a puntate di J. R. R. Tolkien, G. K. Chesterton, C. S. Lewis, C. Hitchens. Ha insegnato in Italia e Canada. Dipendesse da lui, la sua giornata comprenderebbe solo caffè, sport e scrittura.
Copertina: Katia Reading, Balthus, 1974.