Perchè le “medicine” sì e le “droghe” no, se spesso sarebbero più adatte le seconde?


(Questo testo è la traduzione italiana di un articolo precedentemente uscito su Aeon sotto licenza Creative Commons)

di Marc Lewis e Shaun Shelly 

Cosa fanno i medici per lenire la sofferenza emotiva? In epoca antica e medievale avevano scoperto molte piante e sostanze di origine vegetale (droghe, insomma) che placavano gli effetti delle malattie fisiche e mentali. Era molto raro che si tracciasse una linea di demarcazione tra i benefici psicologici e quelli fisiologici di questi rimedi. La medicina moderna ha confermato la sovrapposizione delle malattie fisiche a quelle mentali attraverso una minuziosa ricerca, ma il trattamento dei problemi psicologici è molto indietro rispetto agli spettacolari progressi nell’ambito delle malattie fisiche – progressi che hanno raddoppiato la durata della vita umana e migliorato incommensurabilmente la nostra qualità della vita.

Non che la scienza medica abbia completamente ignorato i problemi psicologici. Negli Stati Uniti, le casalinghe ansiose degli anni ‘50 e ’60 sono state ammansite con Valium e Librium (“piccoli aiutanti delle mamme”). Per chi aveva disturbi più gravi, invece, sono stati sviluppati potenti antidepressivi e antipsicotici. Ma questi farmaci hanno significativi effetti collaterali: distacco emotivo, sonnolenza e limitazioni fisiche. Attualmente, gli inibitori selettivi della ricaptazione della serotonina (SSRI), come il Prozac e Zoloft, sono diventati proiettili d’argento per il trattamento della depressione e dell’ansia. I SSRI sono i farmaci più prescritti tra gli americani di età compresa tra 18-44, con una frequenza quattro volte superiore a quella di 25 anni fa, mentre il loro utilizzo negli ultimi dieci anni è raddoppiato nel Regno Unito. Abbiamo scommesso molto su queste sostanze chimiche.

Eppure, un gran numero di studi comprovati e di ricerche meta-analitiche che li analizzano in prospettiva, dimostrano che gli SSRI (rispetto ai placebo) apportano pochi o nessun beneficio per le persone con lievi o moderati livelli di depressione. La loro utilità per la depressione grave è ancora oggetto di dibattito, con molti studi che dimostrano scarso o nessun miglioramento, e l’impatto definitivo sui disturbi d’ansia non è stato ancora dimostrato. Gli SSRI inoltre non sono privi di effetti collaterali gravi, tra cui la disfunzione sessuale, il rapido aumento di peso, e, più preoccupante, la tendenza suicida, specialmente nei pazienti più giovani. Gli SSRI insomma non hanno mantenuto la loro promessa.

La questione è dunque se ci sono farmaci che possono alleviare i problemi emotivi o psicologici in modo efficace e affidabile, senza effetti collaterali debilitanti. Storicamente, gli esseri umani hanno fatto affidamento su tutta una serie di farmaci a questo scopo: i nostri antenati di epoca vittoriana utilizzavano gli oppiacei (per esempio, il laudano) per ridurre i problemi di ansia, malinconia e del sonno. Gli oppiacei sono ancora riconosciuti come la difesa più efficace contro il dolore – e anche l’ansia, in circostanze occasionali (ad esempio, una colonscopia di routine). Gli indigeni del Sud America potenziavano la loro resistenza fisica e mentale con foglie di coca; e all’inizio del ventesimo secolo, gli europei (come ad esempio Sigmund Freud) usavano un suo derivato, la cocaina, per affinare il proprio ingegno. Nelle Americhe, per almeno mille anni, la realizzazione del sé (una manna per la salute mentale) è stata fomentata mediante l’uso di sostanze psichedeliche naturali (ad esempio, peyote e ayahuasca). E più recentemente la gioventù ha (ri)scoperto il valore della cannabis per estendere la propria capacità estetica, sociale, e persino i propri orizzonti intellettuali.

Ma questi farmaci sono quasi universalmente vietati. Utilizzarli come cure per problemi psicologici è un anatema per la medicina occidentale e la società in generale. Sono a fini “ricreativi”, non medici, e il loro uso è abitualmente punito.

La narrazione in voga è che i farmaci utilizzati a fini “ricreativi” sono pericolosi: la loro conseguenza più grave (se non ti uccidono prima) è la dipendenza. Secondo l’American Medical Association, il National Institutes of Health, e altre autorità, i cambiamenti cerebrali causati dall’uso ricorrente di droghe illegali sono permanenti. I tossicodipendenti sono disfunzionali nei rapporti, ciechi davanti alla realtà, incapaci di controllare gli impulsi – una ragione sufficiente a trattenere non solo i medici nel prescrivere le droghe ricreative, ma anche i ricercatori nello studiarle.

L’argomento sembra semplice. Ma la dipendenza non è semplice. Anzitutto i cambiamenti cerebrali associati con la dipendenza si osservano anche quando la gente ottiene obiettivi prestigiosi nello sport, la religione, gli affari, la politica, l’amore romantico – persino lo shopping. In secondo luogo, la dipendenza non è né automatica né cronica. Non più del 10 percento delle persone trattate con oppioidi per il dolore diventano dipendenti (è meno dell’1 per cento di quelli senza precedenti nell’uso di droghe). E di quelli che diventano dipendenti, circa la metà smette entro quattro o cinque anni, e anche quasi tutti gli altri, prima o poi. I cocainomani smettono, in media, quattro anni dopo la prima volta. I fumatori di cannabis smettono, in media, sei anni dopo l’inizio. Contrariamente all’opinione popolare, la maggior parte delle persone identificate come tossicodipendenti smettono, e la maggior parte senza alcun trattamento formale.

Ma diamo un’occhiata più da vicino alla risposta della società al problema della dipendenza. I medici prescrivono prontamente analgesici (sia oppioidi che non oppioidi), metilfenidato (Ritalin), tranquillanti e antidepressivi, sebbene siano tutti noti per generare dipendenza. Gli SSRI (ad esempio, lo Zoloft) e gli ansiolitici (per esempio lo Xanax) sono un inferno quando si finisce il trattamento, per via dei sintomi di astinenza. Quindi, la dipendenza è considerata un rischio accettabile in medicina. Nella società in generale, invece, la dipendenza non è sufficientemente problematica da vietare alcol o tabacco, nonostante la durata media della dipendenza da alcol sia di 16 anni, e solo la metà di quelli dipendenti da tabacco smette entro  30 anni. (Sì, molto peggio della dipendenza da cocaina o canne).

Forse la rivelazione più sorprendente degli studi sulla dipendenza è che essa non è legata solo ai farmaci. Molti  sviluppano dipendenze da attività, identità sociali, perfino da altre persone. Il gioco d’azzardo è considerato un problema sociale più grave dell’uso di sostanze in gran parte del Regno Unito e Australia. La dipendenza dal sesso, l’uso di Internet compulsivo, la dipendenza dal gioco e vari disturbi alimentari sono risposte comuni alla frustrazione, la solitudine e il disagio esistenziale della vita contemporanea. La dipendenza è parte dell’essere umano. Tuttavia, quando si tratta di consumo di droga, la dipendenza è vilipesa, e chi è definito tossicodipendente viene stigmatizzato, escluso o incarcerato.

Una volta che abbiamo bypassato i miti sulla dipendenza, la nostra capacità di curare i problemi emotivi appare molto diversa. Ci sono passi ovvi da fare da cui iniziare. La psilocibina, il principio attivo dei cosiddetti “funghi magici” non è né tossica (in qualunque dose) né genera dipendenza. Per chi ha un disturbo ossessivo-compulsivo, è dimostrato che la psilocibina riduce in modo significativo i sintomi. Vari studi hanno quantificato il sollievo dalla paura della morte, l’alcolismo e la depressione con la psilocibina. Ma i medici non la possono prescrivere.

L’attuale trattamento per il disturbo da stress post-traumatico comporta rivivere l’evento traumatico e ri-sperimentare la paura che ha suscitato. Ma l’ecstasy (MDMA) riduce la risposta dell’amigdala alle minacce, riducendo al minimo l’impatto del rivivere l’esperienza. È stato dimostrato che la ketamina, una nota “droga ricreativa”, allevia la depressione con una sola somministrazione, in modo affidabile e sicuro (anche se per un tempo limitato), ma la ricerca sulla sua efficacia clinica è lenta a causa di ostacoli legali.

Invece di preoccuparsi tanto della dipendenza, che tende a concludersi non appena la vita diventa tollerabile, forse ci dovremmo preoccupare di più delle cause della sofferenza emotiva. La depressione non fa solo male, uccide. L’ansia spinge le persone a un isolamento intrattabile e incentiva malattie legate allo stress. Eppure l’idea di prescrivere oppiacei, cocaina, ketamina, ecstasy e altre droghe illegali per aiutare le persone a stare “meglio” è, attualmente, considerata folle. Siamo preoccupati che le persone possano sentirsi troppo bene? Preferiamo degli antidepressivi dal minimo impatto terapeutico, non perché non generino la dipendenza – perché la generano – ma a causa di un’avversione puritana a fornire della felicità immeritata, e, con essa, una convinzione profonda che le persone che soffrono emotivamente deve solo “smetterla”.

La dipendenza è una questione secondaria. La sofferenza emotiva è il vero problema, ed è complicato. Nel mondo di oggi, la pressione per soddisfare le aspettative di successo portano all’ansia, al senso di fallimento, al senso di colpa e alla depressione. La disuguaglianza porta le persone a sentirsi inferiori, invidiose e talvolta disperate. Depressione e ansia sono termini ombrello che oscurano l’enorme diversità di cause e conseguenze del dolore emotivo.

Se abbiamo intenzione di trattare la sofferenza psicologica nel modo più efficace, lo stesso con cui trattiamo la polmonite e le ossa rotte, sarà meglio pensare oltre gli antidepressivi che sballano e gli ansiolitici che spengono i sensi. Potremmo iniziare ad esplorare le opzioni che il genere umano trova  se lasciato privo di restrizioni: dei farmaci che aiutino individui diversi a sentirsi bene in modi diversi. Spogliati dallo stigma o dalla prospettiva di un arresto, fuori dai laboratori clandestini e dai vicoli, farmaci prescritti con sensibilità e compassione possono fare un gran bene.


Mark Lewis è un neuroscienziato e professore in pensione di psicologia dello sviluppo – ha lavorato presso la University of Toronto dal 1989 al 2010, e alla Radboud University in Danimarca dal 2010 al 2016. Il suo ultimo libro è The Biology of Desire (2015). Vive in Danimarca.
Shaun Shelly è ricercatrice e docente di medicina presso la University of Pretoria. Shaun ha fondato il primo centro di riduzione del danno in Sudafrica, ed è alla direzione del programma di drug policy and rights per la NGO. Vive in Cape Town, Sudafrica.
Traduzione di Francesco D’Isa
In copertina: Tano festa, Coriandoli, 1984 – Coriandoli e acrilici su tela , courtesy Pananti.

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