Giochi come Dungeons & Dragons dicono molto su come si apprendono le informazioni e si sviluppa l’intelligenza. Dovremmo sostituire i giochi di ruolo agli scacchi, quando misuriamo le capacità delle intelligenze artificiali?


In copertina: Drago, di M.C. Escher (1952)

Questo testo è la traduzione italiana di un articolo precedentemente uscito su Aeon

di Beth Singler

Sono tutti morti – non che non si sapesse, da come ridevano per le scelte sbagliate e i lanci sfortunati dei dadi.

Come antropologa sociale, studio il modo in cui le persone si approcciano all’intelligenza artificiale (IA) e gli sforzi che facciamo per raggiungerla. Allo stesso tempo sono anche una fan di lunga data di Dungeons and Dragons (D&D), il celebre gioco di ruolo fantasy. Durante una recente missione, in cui stavo interpretando un elfo ranger, un paladino si è comportato in linea col suo nobile carattere e ha annunciato la nostra presenza all’entrata del nascondiglio di un drago. I risultati sono stati disastrosi. Sebbene però a  D&D si vinca se si “sconfigge il cattivo”, il gioco è anche un laboratorio per la creatività, dove un fallimento può diventare un trionfo, se riesce a raccontare una bella storia.

Cosa c’entra il gioco con l’intelligenza artificiale? In ambito informatico, i giochi sono utilizzati spesso come banco di prova per valutare l’“intelligenza” di un algoritmo. L’ormai defunto Robert Wilensky, professore dell’Università della California (Berkeley) e figura di spicco in materia di IA, aveva una teoria in merito: gli informatici, disse agli autori di Compulsive Technology: Computers as Culture, “si guardarono intorno per stabilire chi fossero le persone più intelligenti, e ovviamente scoprirono che erano loro”. “Di formazione erano tutti dei matematici”, aggiunse “e i matematici sanno fare due cose – dimostrano teoremi e giocano a scacchi. Così hanno detto, ehi, se un’IA dimostra un teorema o gioca a scacchi, deve essere per forza intelligente”. Non sorprende dunque che le dimostrazioni dell’intelligenza delle IA si siano concentrate sulle capacità di un giocatore artificiale.

Eppure i giochi che vengono scelti – come il Go, il principale campo di battaglia per gli algoritmi di Google DeepMind – tendono ad essere molto rigidi, con obiettivi prefissati e percorsi chiari per quel che riguarda la vittoria o la sconfitta. Queste modalità di gioco non hanno nulla a che vedere con la collaborazione aperta di una sessione di un gioco di ruolo come D&D. Il che mi ha spinto a pensare: abbiamo bisogno di un test per l’intelligenza che abbia come obiettivo la narrazione invece del successo? Cosa significherebbe per un’IA “spacciarsi” per umana in un gioco come D&D? Invece del test di Turing, ci serve un test per ranger elfici?

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Naturalmente questo è solo un esperimento mentale, eppure credo metta in evidenza i difetti di alcuni modelli di intelligenza. In primo luogo, rivela come l’intelligenza dovrebbe adattarsi a una varietà di ambienti: i partecipanti di una sessione di D&D possono interpretare molti personaggi in molti giochi, e il singolo giocatore può “passare” da un ruolo all’altro (il combattente, il ladro, il guaritore). I ricercatori di intelligenza artificiale invece, sanno che è estremamente difficile ottenere un algoritmo ben addestrato che applichi le proprie intuizioni in domini anche leggermente diversi – una cosa che a noi umani riesce sorprendentemente bene.

In secondo luogo, D&D ci ricorda che l’intelligenza è incarnata. Nei giochi per computer, l’aspetto corporeo dell’esperienza può andare dalla pressione di pulsanti su un controller per muovere un’icona o un avatar (una paletta da ping-pong; una navicella spaziale; una sfera gialla antropomorfa eternamente affamata), a esperienze più recenti e coinvolgenti che coinvolgono occhiali e guanti tattili in un ambiente virtuale. Anche senza questi componenti aggiuntivi, i giochi possono comunque produrre risposte biologiche associate allo stress e alla paura (se avete mai giocato a Alien: Isolation mi potete capire). Nel D&D originale, i partecipanti giocano seduti attorno a un tavolo, ascoltando la storia e vivendone l’impatto. Recenti ricerche nelle scienze cognitive suggeriscono che le interazioni corporee siano cruciali nel determinare come afferriamo i concetti mentali astratti, ma prestiamo poca attenzione alla corporeità degli agenti artificiali e a come questo possa influenzare il modo in cui impariamo ed elaboriamo le informazioni.

Infine, l’intelligenza è sociale. Gli algoritmi delle IA in genere imparano attraverso numerose partite, in cui le strategie di successo vengono rinforzate mediante ricompense. Anche gli esseri umani sembra che si siano evoluti per imparare attraverso la ripetizione, la ricompensa e il rinforzo, ma c’è un’importante dimensione collaborativa nell’intelligenza umana. Negli anni ‘30, lo psicologo Lev Vygotskij ha identificato nell’interazione tra un esperto e un novizio un esempio di ciò che è stata chiamata “l’impalcatura” dell’apprendimento, in cui l’insegnante dimostra e poi supporta il discente nell’acquisizione di una nuova abilità. Nei giochi aperti, questa cooperazione è incanalata attraverso la narrazione. I giochi tra bambini possono evolversi dal modello vittoria / sconfitta in combattimenti contro terribili mostri, per poi passare a narrazioni più complesse, che spiegano perché i mostri stanno attaccando, chi è l’eroe, cosa possono fare e perché – narrazioni che non sempre sono logiche o anche solo coerenti. Un’intelligenza artificiale in grado di impegnarsi nella narrazione di storie avrebbe senza dubbio una base più sicura e multifunzionale di quella che gioca a scacchi; inoltre non c’è alcuna reale garanzia che gli scacchi siano anche solo un passo avanti verso il raggiungimento di un’intelligenza di questo tipo.In questo senso, il fatto di non considerare le capacità utili nei giochi di ruolo come un ostacolo tecnico per l’intelligenza sembra piuttosto strano. Dungeons & Dragons è stato un importante punto di riferimento culturale per gli informatici degli anni ‘80 ed è stato d’ispirazione per molti dei primi videogiochi testuali, come sottolineano Katie Hafner e Matthew Lyon nel loro Where Wizards Stay up Late: The Origins of the Internet. Ancora oggi, molti ricercatori di intelligenza artificiale nel loro tempo libero giocano ai giochi di ruolo e in particolare a D&D. Invece di insegnare a battere gli avversari, dunque, potremmo imparare di più sull’intelligenza se cercassimo di insegnare alle IA a giocare assieme, come facciamo noi: proprio come paladini e ranger elfici.Aeon counter – do not remove


Beth Singler è ricercatrice presso l’Istituto di Scienza e Religione di Faraday e borsista presso il Leverhulme Centre for the Future of Intelligence, entrambi presso l’Università di Cambridge.È autrice di The Indigo Children: New Age Experimentation with Self and Science (2017).