La tesi che sia meglio non essere mai nati ha illustri precursori, da Sofocle a Leopardi, fino a Schopenhauer e Cioran. Ma oggi il pessimismo, in nuove e sfaccettate forme che vanno dall’antinatalismo al ritorno del nichilismo, gode di nuova linfa e torna prepotentemente a influenzare pensatori e filosofi. Francesco D’Isa conversa col filosofo David Benatar, che ha portato questa tesi alle sue estreme conseguenze.


In copertina: un’opera di Bice Lazzari, nel testo “Il trionfo della morte”, di
Pieter Bruegel


di Francesco D’Isa

Nel suo interessante libro Meglio non essere mai nati – recentemente tradotto in italiano per Carbonio Editore – David Benatar riprende  la celebre idea di Albert Camus che «c’è un solo problema filosofico veramente serio: il suicidio», ma amplia la prospettiva a ogni essere senziente. È un argomento di estrema importanza, che nel testo viene affrontato con notevole chiarezza e profondità.

Le tesi principali sono piuttosto semplici: è meglio non essere mai nati (capitolo 2) e la vita è un male (3). Da queste teorie si traggono poi le logiche conclusioni: è meglio non avere figli (4), in alcuni casi l’aborto è giusto (5), è preferibile un’estinzione graduale di tutti gli esseri senzienti (6). Quella che segue è una mia breve conversazione col filosofo, allo scopo di esplorare più a fondo il pensiero antinatalista.


FD: Quella che proponi non è una filosofia allegra, ma non possiamo rifiutarla solo perché è sgradevole. Personalmente non ho pregiudizi nei confronti delle tue conclusioni, dato che sono d’accordo su 4, 5 e 6 e per lo più anche su 2 e 3, ma posso immaginare l’orrore dei tuoi detrattori. Motivo per cui sono più curioso delle reazioni dei tuoi colleghi pessimisti; quali sono state?


DB: “Grazie. Nel corso degli anni (da quando è stata pubblicata la versione originale in inglese) sono venuto a sapere di centinaia di persone che hanno scoperto che il libro è in linea con il loro pessimismo filosofico. Molti di loro pensavano di essere gli unici a credere che sia meglio non essere mai nati. Queste persone hanno tratto conforto nel sapere che ci sono altri che come loro condividono tali opinioni, e che esistono delle buone argomentazioni filosofiche a sostegno di questa tesi e delle sue conseguenze.”


FD: Se nascere è sempre un danno, perché anche la morte è un male?

Tu scrivi,

Se una vita non è degna di continuare, a fortiori non è degna di cominciare. Non ne consegue tuttavia che se una vita è degna di continuare sia degna di cominciare o che, se non è degna di cominciare, non sia degna di continuare. Per esempio, molte persone ritengono che la mancanza di un arto non renda la vita tanto dolorosa da doverla finire, ma molte delle (stesse) persone pensano che sia meglio non mettere al mondo una persona priva di un arto. […] Abbiamo bisogno di una giustificazione più forte per porre fine a una vita che per non darle inizio.

È una buona spiegazione psicologica del motivo per cui continuiamo a vivere anche se pensiamo che nascere sia sempre un male. Dato che siamo “programmati” per vivere, non vogliamo porre fine alla nostra esistenza a meno che la sofferenza non sia insopportabile. Da questo però non consegue che la morte è un male, ma solo che ci sembra tale. Più avanti nel libro scrivi che “venire al mondo è un male perché inevitabilmente conduce al male di smettere di esistere”, e in The Human Predicament (che mi auguro venga tradotto presto) sviluppi l’idea in modo più dettagliato.

Sono d’accordo con te che la morte possa portare a qualche danno, ma se la vita non è un buon affare, l’annientamento di noi stessi non dovrebbe essere una buona cosa? Perché la perdita di qualcosa che è per lo più brutta dovrebbe essere ragionevolmente lamentata?


DB: “Anche se non abbiamo alcun interesse nel nascere, una volta che esistiamo abbiamo interesse a non cessare di esistere. Questo interesse non è solo un fenomeno psicologico o parte della nostra programmazione – anche se è anche questo. È vero che la morte pone fine al male che contiene la nostra vita. Tuttavia, la morte stessa è una forma di danno. Ci sono due ragioni per dirlo; in primo luogo, ci priva del bene che avremmo goduto. In secondo luogo, provoca l’annientamento del sé. Di conseguenza la morte non è una soluzione priva di costi per liberarsi dei fardelli della vita. Il costo può valere la pena quando siamo in extremis, ma non prima. Anche se la vita contiene più male che bene, si dà spesso il caso in cui i mali peggiori avvengano nella fase più tarda dell’esistenza. Inoltre, alcuni dei mali, compresa la morte stessa, non sono impediti dalla morte. Al contrario, non nascere è un modo privo di costi per colui a cui viene così risparmiata l’esistenza.”


FD: Nel quarto capitolo fai un interessante esempio di come costruiamo i parametri per valutare la qualità della vita. Tu scrivi:

possiamo immaginare cosa farebbe un extraterrestre con una vita favolosa, priva di sofferenze e di difficoltà […] guarderebbe con pietà la nostra specie e vedrebbe le delusioni, l’angoscia, il dolore, la sofferenza che segnano tutte le vite umane, e giudicherebbe la nostra esistenza come noi (umani senza menomazioni insolite) giudichiamo l’esistenza dei tetraplegici costretti in un letto peggiore dell’alternativa di non essere mai venuti al mondo.

Trovo ragionevole dispiacersi per (poniamo) la nostra mancanza di ali, sebbene gli esseri umani non nascano mai con le ali. Ma non potrei allo stesso modo rallegrarmi del fatto che la vita occupa un posto molto piccolo nell’universo? Dopo tutto, se la vita è un male, è un male molto limitato. Non ne consegue che i pessimisti sono ottimisti?


DB: “Non abbraccio un pessimismo senza riserve. Le nostre opinioni dovrebbero tenere traccia della realtà. Questo porta al pessimismo per alcune questioni e all’ottimismo per altre. Hai ragione nel dire che le cose sarebbero molto peggiori se la vita senziente (e quindi la sofferenza) fossero presenti non solo sulla Terra ma anche in altre parti dell’universo. Non ho nulla da obiettare a chi si rallegra che non ci sia più sofferenza, fintanto che ciò non impedisca il riconoscimento che è comunque una terribile tragedia che ci sia tanta sofferenza qui, sulla Terra. Dato che possiamo impedire un numero maggiore di mali rinunciando a far nascere dei nuovi sofferenti, dobbiamo fare in modo di non contribuire al dolore, anche se questo si trovasse solo in una piccola parte dell’universo.”


FD: Rispetto a te, il cattivo degli Avengers, Thanos (che vuole sterminare metà degli esseri senzienti per risolvere la sovrappopolazione), sembra un dilettante. Ma prendere sul serio le tue idee porta a molti miglioramenti: un maggiore rispetto per gli animali, il diritto delle donne all’aborto, una soluzione non violenta alla sovrappopolazione e così via. Pensi che i pessimisti siano esseri umani più compassionevoli?


DB: “Beh, in un certo senso chi vuole sterminare metà dell’umanità può, come dici, apparire un dilettante rispetto a me. Dopotutto vuole solo ridurre la popolazione umana, non vederne la fine. Tuttavia così facendo egli cerca lo sterminio. Al contrario, io e altri antinatalisti non siamo favorevoli allo sterminio. Il nostro obiettivo è di evitare la nascita delle persone, non di uccidere coloro che già esistono.

Non voglio affermare categoricamente che i pessimisti siano sempre degli esseri umani più compassionevoli degli ottimisti. Ci sono ottimisti profondamente compassionevoli e pessimisti insensibili. Direi tuttavia che i pericoli dell’ottimismo e i benefici del pessimismo non sono ampiamente riconosciuti.”


FD: Se sosteniamo un’asimmetria qualitativa tra dolore e piacere, le tue conclusioni potrebbero cambiare. Se il male fosse qualitativamente superiore al bene, per esempio, le tue tesi otterrebbero un’ulteriore conferma. Ma qualcuno potrebbe sostenere che il bene è qualitativamente superiore al male; una mistica, ad esempio, che sostiene che la sua illuminazione trasfigura tutte le cose malvagie della propria vita, potrebbe ragionevolmente dire che ti sbagli. Tu rifiuti questo caso in una nota sul buddismo, ma anche se i mistici (o chiunque si dedichi a una qualche fede o idea) si sbagliassero, da una prospettiva soggettiva la cosa potrebbe funzionare – sto pensando a un approccio pragmatico alla fede alla William James. Una puntura di zanzara è sicuramente un male, ma se mi si offrisse in cambio 1.000.000.000 $ ne varrebbe senz’altro la pena. Che cosa succederebbe se le stesse proporzioni potessero essere applicate ai molti dolori della vita e alla fede di alcuni?

Ti potrebbe interessare: Possibilità, potenza e potere, secondo Bifo

DB: “Ti chiedi se un’asimmetria qualitativa tra dolore e piacere cambierebbe le mie conclusioni, ma poi riconosci che se il male è qualitativamente più grande del bene questa asimmetria sosterrebbe le mie conclusioni. In questo modo sembra che tu voglia chiedermi se la mia conclusione cambierebbe qualora valesse l’asimmetria inversa – ovvero se il bene fosse qualitativamente superiore al male. La mia risposta è che se questa particolare asimmetria fosse vera, allora ci sarebbe molto più bene nella vita di quanto non ci sia adesso. Di conseguenza la vita non sarebbe così brutta. Tuttavia, data l’asimmetria assiologica sulla presenza e l’assenza del bene e del male – che è parte della tua domanda successiva – l’apparizione della vita presenterebbe comunque un danno netto. Il danno sarebbe minore, ma sarebbe comunque un danno.

In realtà, però, non ci sono buone ragioni per pensare che il bene sia qualitativamente maggiore del male. Tutte le prove, come sostengo nel libro, suggeriscono che c’è più male che bene.

Un ultimo chiarimento: Non nego che le cose intrinsecamente cattive possano essere strumentalmente buone (o che le cose intrinsecamente buone possano essere strumentalmente cattive). Si potrebbe ottenere l’illuminazione attraverso la sofferenza. Tuttavia, l’assenza di illuminazione non sarebbe un male se la persona che la ottiene attraverso la sofferenza non fosse mai esistita.”


FD: Ho qualche dubbio sulla chiave di volta del tuo pensiero, l'”asimmetria del piacere e del dolore”. Tu scrivi:

c’è un’asimmetria decisiva fra il bene e il male. L’assenza di male, per esempio di dolore, è un bene anche se a godere di quel bene non c’è nessuno, mentre l’assenza di bene, per esempio di piacere, è un male solo se c’è qualcuno che viene privato di quel bene.

Tutto è ben spiegato dal tuo celebre ed elegante quadrato.

Come scrivi,

3) l’assenza di dolore è un bene, anche se quel bene non è goduto da nessuno, mentre 4) l’assenza di piacere non è un male, a meno che vi sia qualcuno per cui tale assenza è una privazione.

Possiamo metterla anche così:

a – (3) Se l’ipotetica persona X non nascerà mai, non può sperimentare cose cattive (e questo è un bene).

b – (4) Se X non nascerà mai, non può sperimentare la mancanza di cose buone (e questo non è male)

Quindi, esiste un’asimmetria tra bene e male che sarà sempre dalla parte del male ed “è meglio non essere mai nati”. Sembra che il ragionamento funzioni alla grande. Ma possiamo anche mettere (a) più al modo di (b), così:

c – (3) Se X non nascerà mai, non può godere della mancanza di cose cattive (e questo non è buono).

Se diamo lo stesso peso specifico a “buono” e “cattivo” come fai tu, l’asimmetria scompare. Più avanti nel libro scrivi che “l’assenza di piacere non è un male a meno che non vi sia qualcuno per cui tale assenza costituisce una privazione”, ma possiamo anche affermare che l’assenza di dolore non è un bene a meno che non ci sia qualcuno per cui questa assenza è una cosa buona. Ho frainteso?


DB: “Nel libro prevedo e rispondo all’obiezione che hai sollevato. Hai ragione nel dire che si può fare dal punto di vista logico un’affermazione simmetrica sull’assenza del male e del bene. Tuttavia, l’asimmetria che sto difendendo non è logica, ma assiologica. Il problema nell’introdurre una simmetria assiologica come suggerisci è che è incompatibile con importanti giudizi morali cui sarebbe sconsiderato rinunciare. Coloro che sono interessati ai dettagli possono leggere di più nel libro.”


Un pensiero moralmente rivoluzionario che torna ad appellarsi alla morale: con quale esito, lo decideranno i lettori. Quel che è certo è che l’opera di David Benatar ha riportato la filosofia a discutere il suo senso più profondo, il valore della vita.


Francesco D’Isa  (Firenze, 1980), di formazione filosofo e artista visivo, dopo l’esordio con I. (Nottetempo, 2011), ha pubblicato romanzi come Anna (effequ 2014), Ultimo piano (Imprimatur 2015), La Stanza di Therese (Tunué, 2017) e saggi per Hoepli e Newton Compton. Direttore editoriale dell’Indiscreto, scrive e disegna per varie riviste.