Elefante rosa

Da ragazzo a scuola tutti mi chiamavano l’elefante rosa perché ero grasso come un elefante e andavo in giro imbustato nella tuta fucsia che mi aveva comprato la mamma a inizio anno. Nessuno sapeva cosa fosse il fucsia, nemmeno io, forse perché all’epoca ero affetto da un processo cognitivo rallentato.

Così sentii dire una volta alla maestra ma non ho mai capito di preciso a cosa si riferisse, forse aveva a che fare con la mia digestione, non lo so. Quello che è certo è che oggi lo so bene cos’è il fucsia e l’amaranto e il beige.


Da ragazzo a scuola tutti mi chiamavano l’elefante rosa perché ero grasso come un elefante e andavo in giro imbustato nella tuta fucsia che mi aveva comprato la mamma a inizio anno.


Pink_Elephant_-_geograph.org.uk_-_1092344Da quando lavoro nella fabbrica di coloranti ho imparato il nome di tutti i colori, li ripasso ogni sera, steso a letto prima di dormire, prima di contare le pecore e dire la preghiera. Da quando lavoro alla fabbrica di coloranti ho perso quaranta chili, anche grazie all’intervento di bendaggio gastrico, e adesso nessuno dei miei compagni di scuola potrebbero trovare in me traccia del tredicenne obeso che rincorreva gli autobus facendo il verso del coyote o si sbrodolava di sugo il mento nella foga di ripulire il piatto per chiedere un secondo giro di quel cibo incolore che alla mensa scolastica stava sul fondo di scatoloni di polistirolo ciano. Quando rientro dalla fabbrica di coloranti a volte dopo che è passato un cane i muri delle strade piangono lacrime lunghissime che arrivano fino a metà marciapiede e che ho deciso che se ci inzuppi i piedi sono sante.


Quando rientro dalla fabbrica di coloranti a volte dopo che è passato un cane i muri delle strade piangono lacrime lunghissime che arrivano fino a metà marciapiede e che ho deciso che se ci inzuppi i piedi sono sante.


pink-70463_960_720A volte quando è sera le macchine fanno concerti coi loro clavicembali a trombetta e il percorso verso casa si anima tra le foglie impastate d’autunno.Tutto intorno il mio quartiere ci sono i cinesi del take away, ci sono i giovani del negozio di giochi di ruolo, sempre vestiti di nero e con gli orecchini sopra gli occhi. C’è la rosticceria coi tavolini sempre vuoti e i calendari con le spiagge tropicali alle pareti, c’è la signora grassa  del tabacchi, a volte c’è la pioggia e allora mi rifugio sotto la tettoia del negozio di casseforti.  Da ragazzo avrei tanto desiderato avere una cassaforte dentro la parete accanto al letto. Ci avrei riposto i miei oggetti magici: i dentini da latte cariati che la fatina non ha mai voluto, il sasso a punta con cui avevo spaccato la testa al gallo nero a dieci anni, l’orologio di plastica Casio che avevo rubato al bidello De Felice e tutte le mie ragazze. Le mie ragazze avevano tutte nomi stranieri e le tette nude e belle e le cosce spalancate che mi facevano venire i rantoli in gola. Quando la mamma una volta le ha scoperte in camera, sotto al letto le ha accartocciate e buttate nel barile del compost e a me mi ha gonfiato la faccia con il battipanni e mi ha vietato di mangiare girelle per un mese.


Gli chiedo come stanno, come vanno gli affari e loro ormai mi conoscono e mi raccontano se è tutto a posto oppure se sono stanchi ma si sa è la vita.


7087874575_8a38360fa0_bA casa ho un comodo angolo cottura e anche una bellissima collezione di volantini dei ristoranti che portano i cibi a domicilio. Spesso telefono a quei numeri, anche se non ho fame, ma giusto per fare un po’ di conversazione e mi rispondono: Sonia, Barbara, Mirko, Pierpaolo. Gli chiedo come stanno, come vanno gli affari e loro ormai mi conoscono e mi raccontano se è tutto a posto oppure se sono stanchi ma si sa è la vita. A volte quando non riesco a dormire scendo in strada e vado a sedermi alla lavanderia a gettoni per guardare la strada e le persone che rientrano a casa immerse nei pensieri e nei progetti per il futuro. Anche io ho adesso un progetto per il futuro, riguarda il matrimonio e insomma in generale l’amore. Da una settimana alla fabbrica è arrivata una ragazza nuova al reparto dello spettro del rosso, ha i capelli, neanche a dirlo, rossi e le lenticchie intorno al naso, insomma le lentiggini o come si chiamano che a me piacciono un sacco perché mi ricordano la bambina del telefilm Pippi Calzelunghe che io da piccolo la amavo. Non lo so ancora come si chiama questa ragazza, per ora comunque, mentre mi occupo dei preparativi del matrimonio, nella mia testa penso a lei come a Pippi, la mia Pippi.

di Luca Saracino


Luca Saracino è
a) Nato a Fiesole nel 1980. Laureato in letterature comparate, vive e lavora a Firenze. Ha pubblicato le raccolte di racconti Prima del capolinea (2012) e Silenziosamente (2014) con Edizioni della Meridiana. Dal 2008 al 2015 ha scritto su Siamelli, blog di cui è cofondatore. Da Febbraio 2015 scrive sulla rivista on line L’irrequieto. Da gennaio 2016 scrive sul suo nuovo blog, Dinosauri.
b) Un pettine.
Le foto sono (c) Wikimedia e publicdomainpictures.net. RANDY PRITCHETT, JON LUTY, Anne Burgess.