Esiste un filone di ricerca scientifica che si occupa dell’ipotesi di cosmogenesi, cioè della possibilità di creare universi: ma quali implicazioni etiche ha un campo di ricerca scientifica come questo? Zeeya Merali l’ha chiesto ai diretti interessati, fisici e filosofi.


In copertina: Getulio Alviani, Scarti su carta (1962). Asta Pananti del 14 Settembre 2018

(Questo testo è la traduzione italiana di un articolo precedentemente uscito su Aeon)

di Zeeya Merali

In genere i fisici non vengono rimproverati per le battute presenti nei loro testi accademici, eppure questo è esattamente quel che è accaduto nel 1991 al cosmologo Andrei Linde dell’Università di Stanford. Linde aveva presentato la bozza di un articolo dal titolo “La dura arte della creazione dell’universo” alla rivista Nuclear Physics B. Nel testo, il fisico delineava la possibilità di creare un universo in laboratorio: un cosmo completamente nuovo che un giorno avrebbe potuto far evolvere stelle, pianeti e vita intelligente. Verso la fine del testo, Linde ha espresso un dubbio inquietante, ovvero che il nostro stesso universo potrebbe essere stato assemblato in modo analogo da un “fisico hacker” alieno. I curatori della rivista si sono opposti a questa battuta (considerata una battutaccia); i religiosi si sarebbero potuti offendere per all’idea che degli scienziati stessero cercando di sottrarre a Dio l’impresa di creare l’universo. Linde cambiò il titolo e l’abstract del documento, ma rimase fermo sulla linea che il nostro Universo potrebbe essere la creazione di uno scienziato alieno. “Non sono così sicuro che si tratti di uno scherzo”, ha affermato quando gliel’ho chiesto.

Un quarto di secolo dopo, la nozione di creare un universo – o “cosmogenesi” come la chiamo io – sembra molto meno comica. Ho viaggiato per il mondo parlando con fisici che prendono sul serio quest’ideao e che hanno persino abbozzato degli schemi per descrivere come l’umanità potrebbe arrivare a realizzare questo obiettivo. Chi al tempo ha giudicato duramente l’articolo di Linde forse aveva ragione a preoccuparsi, ma le preoccupazioni erano quelle sbagliate. Il problema non è chi potrebbe sentirsi offeso dalla cosmogenesi, ma che cosa accadrebbe se fosse veramente possibile. Come affronteremmo le implicazioni teologiche? Quali responsabilità morali deriverebbero dal fatto che degli imperfetti esseri umani diventino creatori cosmici?

Per anni i fisici teorici hanno affrontato questioni analoghe nelle loro dissertazioni su come è iniziato il nostro Universo. Negli anni Ottanta, il cosmologo Alex Vilenkin della Tufts University nel Massachusetts ideò un meccanismo attraverso il quale le leggi della meccanica quantistica avrebbero potuto generare un universo inflazionistico da uno stato privo di tempo, spazio e materia. Un principio della teoria quantistica sostiene che le coppie di particelle possono apparire spontaneamente e momentaneamente dallo spazio vuoto. Vilenkin ha fatto un passo avanti, sostenendo che le leggi quantistiche potrebbero permettere a una minuscola bolla di spazio di apparire dal nulla, con l’impulso di espandersi su scale astronomiche. Così, il nostro cosmo potrebbe essere nato dalle sole leggi della fisica. Per Vilenkin, questo risultato pone fine alla questione di ciò che esisteva prima del Big Bang: niente. Molti cosmologi hanno accettato l’idea di un universo senza un motore immobile, divino o di altro tipo.

All’altro capo dello spettro filosofico, ho incontrato Don Page, un fisico ed evangelico cristiano dell’Università dell’Alberta in Canada, noto per la sua collaborazione con Stephen Hawking sulla natura dei buchi neri. Per Page, Dio ha creato l’Universo ex nihilo – dal nulla assoluto. Il tipo di cosmogenesi previsto da Linde, invece, richiede ai fisici di preparare il loro cosmo in un laboratorio super specializzato, utilizzando un cugino molto più potente del Large Hadron Collider presente in Svizzera, nei pressi di Ginevra. Richiederebbe anche una particella chiamata “monopolo” (che si ipotizza esista in alcuni modelli della fisica, ma che non è ancora stata trovata).

L’idea è che se riusciremo a dare abbastanza energia a un monopolo, questo comincerà a espandersi. Invece di aumentare le proprie dimensioni all’interno del nostro universo, il monopolo in espansione piegherebbe lo spazio-tempo all’interno dell’acceleratore, per creare un piccolo wormhole che porta in una regione separata dello spazio. Dall’interno del nostro laboratorio vedremmo solo la bocca del wormhole; ci apparirebbe come un piccolo buco nero, così piccolo da essere assolutamente innocuo. Ma se potessimo viaggiare in quel wormhole, entreremmo in un universo neonato in rapida espansione creato proprio da noi. Esiste addirittura un video che illustra questo processo.

Lo stesso Page sostiene che non c’è motivo di credere che persino i fisici più avanzati possano creare un cosmo dal nulla. Il concetto di cosmogenesi di Linde, per quanto audace, è ancora fondamentalmente tecnologico. Page, di conseguenza, non vede la cosa come una minaccia per la propria fede. Da questo punto di vista, quindi, la cosmogenesi non sconvolgerebbe necessariamente le visioni teologiche.

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Ma capovolgendo il problema, mi sono chiesto: quali sono le implicazioni per gli esseri umani, considerando la possibilità di creare un giorno un universo che potrebbe essere abitato da vita intelligente? Come ho discusso nel mio libro A Big Bang in a Little Room (2017), la teoria attuale suggerisce che, una volta creato un nuovo universo, avremmo poca capacità di controllare la sua evoluzione, quindi nemmeno  la potenziale sofferenza di uno dei suoi abitanti.

Ma un posizione di potere di questo tipo non ci renderebbe delle divinità irresponsabili e spericolate? Ho posto la domanda a Eduardo Guendelman, fisico dell’Università Ben Gurion in Israele, che è stato uno degli architetti del modello cosmogenico negli anni Ottanta. Oggi, Guendelman è impegnato in una ricerca che potrebbe portare la creazione di un universo a portata di mano. Sono rimasto sorpreso nel constatare che le questioni morali non gli hanno causato alcun disagio. Guendelman paragona gli scienziati che meditano sulle loro responsabilità nel creare un universo ai genitori che decidono se avere o meno dei figli, sapendo che inevitabilmente li introdurranno a una vita piena di dolore e di gioia.

Altri fisici sono più cauti. Nobuyuki Sakai dell’Università Yamaguchi in Giappone, uno dei teorici che ha ipotizzato che un monopolo potrebbe servire come seme per la creazione di un universo, ha ammesso che la cosmogenesi è una questione spinosa, e che in futuro dovremmo valutare con attenzione la cosa. Ma in seguito si è assolto da qualsiasi preoccupazione etica. Sebbene stia eseguendo i calcoli che potrebbero consentire la cosmogenesi, sostiene che ci vorranno decenni prima che un tale esperimento possa essere realizzato. Le preoccupazioni etiche possono aspettare.

Molti dei fisici che ho avvicinato erano riluttanti ad avventurarsi in questi dilemmi filosofici. Così mi sono rivolto a un filosofo, Anders Sandberg dell’Università di Oxford, che contempla le implicazioni morali della creazione di vita artificiale senziente in simulazioni al computer. Sandberg sostiene che la proliferazione della vita intelligente, indipendentemente dalla forma, può essere presa come qualcosa che ha un valore intrinseco. In tal caso, la cosmogenesi potrebbe essere in realtà un obbligo morale.

Guardando indietro alle mie numerose conversazioni con scienziati e filosofi, ho concluso che i redattori della rivista Nuclear Physics B hanno fatto un cattivo servizio sia alla fisica che alla teologia. Il loro piccolo atto di censura non ha fatto altro che soffocare un dibattito importante. Il vero pericolo sta nel creare ostilità tra le due parti, quella fisica e quella teologica, lasciando che gli scienziati abbiano paura di parlare con sincerità delle conseguenze religiose ed etiche del loro lavoro, preoccupati per eventuali offese o dileggi.

Di certo non creeremo in tempi brevi degli universi, ma gli scienziati che lavorano in tutti i settori della ricerca devono sentirsi liberi di discutere liberamente delle implicazioni del loro lavoro senza paura di offendere chicchessia. La cosmogenesi è un esempio estremo e tutto sommato remoto, ma Esistono già delle questioni etiche più immediate di cui discutere, come la creazione di intelligenze artificiali o lo sviluppo di nuovi tipi di armi. Come ha detto Sandberg, anche se è comprensibile che gli scienziati rifuggano dalla filosofia, la paura di essere considerati strani se oltrepassano la loro comfort zone li porta a tacere su molte cose importanti.

Mentre andavo via dall’ufficio di Linde a Stanford, dopo aver passato una giornata a discutere assieme sulla natura di Dio, del cosmo e degli universi neonati, lo scienziato, indicando i miei appunti, mi ha detto d’un tratto: “Se vuoi distruggere la mia reputazione, credo che ormai tu abbia abbastanza materiale”. Questo stesso sentimento è quello di altri scienziati che ho incontrato in precedenza, che fossero atei, agnostici, religiosi o altro. Il cuore della questione è che se si sentissero in grado di condividere i loro pensieri apertamente come hanno fatto con me, saprebbero che non sono i soli a riflettere su alcune delle questioni più importanti della nostra esistenza.


Zeeya Merali è una scrittrice freelance che si occupa di scienza. Autrice di A Big Bang in a Little Room: The Quest to Create New Universes  (2017), i suoi scritti sono apparsi su Nature, Scientific American, Discover, Science, New Scientist e ha collaborato con la BBC. Ha anche pubblicato due libri con National Geographic e ha lavorato alla serie televisiva di NOVA The Fabric of the Cosmos (2012). Ha un dottorato di ricerca in cosmologia teorica e vive a Londra.