Guerre mondiali, viaggi nel tempo ed Esperanto, in un racconto di Filippo Rigli.


Copertina: L’Europa dopo la pioggia II, Max Ernst.

di Filippo Rigli

È difficile spiegare la Grande Guerra a chi ha avuto la fortuna di non passarci. Le distese di cadaveri crivellati a marcire nel fango, le ore a aspettare il rancio o la tromba dell’attacco, il fischio dell’artiglieria, il freddo e il caldo soffocante, la fame, i pidocchi. Ma soprattutto la terribile abitudine che prima o dopo sviluppi all’orrore. La sensazione che la civiltà, la millenaria civiltà occidentale, che tanto ha fatto per il mondo, sia giunta alla fine. Ma tutto questo è il passato. O almeno è quel che pensavo fino a stamattina. Fino a che il mondo non è sembrato rovesciarsi. La Grande Guerra, infatti, nonha solo aperto le porte al più fecondo e duraturo periodo di pace degli ultimi due secoli. Per me è stato molto di più. Non mi riferisco ai ricordi della trincea. Quelli, infatti, benché ognuno li riveda e li colori in base alla propria esperienza, sono purtroppo condivisi da tutti coloro che si sono trovati in mezzo a quella tempesta d’acciaio. Ciò che successe a me neicampi del ferro e della rovina, non è mai successo, presumevo, ad anima viva.. Ma andiamo con ordine.

Questa storia inizia ormai quasi vent’anni fa, nell’autunno del 1917. Il vento che di solito spazzava la piana francese in quei giorni non spirava con la consueta intensità, e dopo un lungo bombardamento di artiglieria ci preparavamo ad attaccare. Il cielo era grigio e compatto, la terra squassata dai crateri dei proiettili e costellata da volute di fumo. Stava per piovere, e questo avrebbe trasformato la piana in un mare di fango, e quando ciò succedeva l’orrore degli assalti alla baionetta raggiungeva il suo apice. Allo squillare della tromba guidai il mio plotone fuori dalla trincea. Ero infatti, a quel tempo, un giovane ufficiale dell’esercito imperiale tedesco. Mi ero arruolato volontario, interrompendo i miei studi universitari, imbevuto di teorie nazionalistiche e di uno sconfinato amore per il Kaiser.

Non ho bisogno di aggiungere che tutte queste teorie, insieme a questi amori sconfinati, si infransero pressoché immediatamente contro la cruda realtà della guerra. Dopo soli pochi giorni infatti, era lampante agli occhi della truppa e degli ufficiali, almeno a quelli di basso rango, che niente poteva giustificare una simile ecatombe. Si impara in fretta a lasciarsi alle spalle gli entusiasmi giovanili davanti alle pile di cadaveri, e con nelle orecchie le urla dei feriti. Quando guidai l’attacco quindi, quel giorno d’autunno, ero spinto solo da quel che restava del senso del dovere verso il mio paese, l’imperatore, e l’esercito imperiale. Quel giorno non arrivai alle trincee nemiche. Nessuno dei miei commilitoni vi arrivò. I tunnel corps britannici, infatti, avevano minato sotto terra il campo immediatamente davanti alle nostre postazioni, per cui gran parte della mia divisione venne annientata in una manciata di minuti. Bastò loro far brillare le mine incavate sotto i nostri piedi. Io fui tra i pochi fortunati che sopravvissero, anche se parlare di fortuna, riferendomi a quel giorno di olocausto, mi provoca ancora degli spasmi allo stomaco.

Quando fui investito dall’esplosione di una delle prime cariche, giacché mi trovavo com’è ovvio alla testa del mio plotone, fui quasi accecato da un gran bagliore, e immediatamente il senso dell’udito cessò di funzionare. Ma accadde anche qualcos’altro; qualcosa che esula dalle tragiche ma comuni quotidianità di quel conflitto terribile. Non me ne accorsi subito, ma sono pressoché certo che fu quello l’evento scatenante, se non la causa, di quello che mi accadde. La prima volta che mi sovvenne mi trovavo nell’ospedale militare dove mi ero risvegliato. Avevo, come si riuscirà facilmente a immaginare, il morale a pezzi per la disfatta subita e per i compagni caduti, piuttosto che per le ferite, in verità piuttosto lievi, che avevo riportato. Ma essere sopravvissuto a gran parte della divisione, se da una parte mi faceva sentire un miracolato, dall’altra aggravava il mio umore, sul quale andava a gravare un assurdo senso di colpa. Mi trovavo, quel giorno, nella corte interna dell’ospedale militare. Questo era altresì un’antica casa di campagna nobiliare, requisita dalle autorità militari e convertita all’accoglienza e alla cura dei feriti di guerra. La corte era un concentrato di sofferenze, coi degenti che vagavano o stavano seduti a fumare magre sigarette sulle panchine, avvolti nelle bende cambiate raramente. Ma stare in corsia, ove restavano confinati i feriti più gravi, in quei lugubri corridoi con gli affreschi cadenti, era di gran lunga peggiore, per cui volentieri mi ritrovavo nel cortile.

Stavo cercando di nutrire alcune caprette che erano in un recinto, generose fornitrici di latte ai degenti. Le infermiere, con il permesso del colonnello medico che dirigeva l’ospedale, avevano dato loro addirittura dei gradi, oltre che dei nomignoli. La capretta che stavo cercando di attirare verso di me, brandendo un ciuffo d’erba medica, non voleva proprio saperne. D’altronde l’erba nella corte non faceva certo difetto, e le capre erano ben pasciute. Questa, un sergente mi pare, si limitava a starsene seduta e a belare nella mia direzione. Fu proprio allora, mentre ero appoggiato al recinto delle capre, che udii un fischio potente, e vidi di nuovo il bagliore dell’esplosione che mi aveva ferito. Mi ricordo nitidamente che ancora, caduto a terra, cercavo di razionalizzare. Avevo infatti udito in passato, nelle chiacchiere da trincea, che a volte capitava di rivivere il momento dello shock da granata. Ma, e a questo punto non so più se per fortuna o purtroppo, non si trattava di quello. Mentre la vista mi si rischiarava in tutta quella luce, il fischio, per contro, non faceva che aumentare. Mi sentii dunque, come trascinato da una forza irresistibile, alzare da terra e trascinare all’indietro. Ma non intendo, si badi bene, fisicamente all’indietro. O perlomeno non solo. Quella forza mi stava spingendo indietro non solo nello spazio, ma anche nel tempo. Rividi gli ultimi avvenimenti che cronologicamente avevo vissuto come se fossero una pellicola di cinematografo. Ma velocizzata, e mandata al contrario. Mi vidi, o meglio, mi ritrovai, a rimettere il ciuffo d’erba per terra, e a percorrere a ritroso i corridoi dell’ospedale. Mentre mi sedevo nel letto, con le stesse identiche movenze con le quali mi ero alzato, la sigaretta che avevo schiacciato sotto i piedi mi tornò in bocca, e come per un sortilegio si riaccese, mentre la fiamma del cerino si esauriva e questo ritornava intatto nella scatoletta. Il fischio allora cessò. Mi guardai le mani, incredulo. Aspirai dalla sigaretta. Mi dissi ancora che quelli erano gli effetti dello shock da esplosione. Oppure le controindicazioni dei medicamenti a base di morfina a cui ero stato sottoposto. O ancora, che stavo sognando a occhi aperti. O che, infine, fossi semplicemente impazzito. Guardai l’orologio da polso che miracolosamente ero riuscito a non farmi rubare nella degenza. Segnava cinque minuti indietro.

Nei giorni seguenti ne parlai con i medici militari, che minimizzarono l’accaduto, chi scuotendo la testa, chi semplicemente ignorandomi. Non porto loro rancore: in mezzo a quello sfacelo umano, a tutta quella sofferenza, non potevano certo perdere troppo tempo dietro a quelle che, bisogna ammetterlo, avevano tutta l’aria di essere delle semplici ubbie, tra l’altro propinate da uno dei pochi sopravvissuti del recente massacro, e per di più praticamente illeso. Non insistetti. Mi convinsi anzi, con il passare dei giorni, che forse davvero avevo sognato. Né, fintanto che fui convalescente, simili accadimenti si ripeterono. Una volta dimesso, dopo circa tre settimane, venni riassegnato a un’unità di seconda linea. Non vidi mai più il fronte.

Ma, nonostante la disillusione che avevo maturato, o invero proprio per quella, davvero ancora non trovo le parole per descrivere la mia gioia, quando si diffuse la notizia della fine della guerra. Circa tre mesi dopo infatti, gli eserciti del Kaiser e dell’Impero Austroungarico sfondavano le linee e marciavano su Parigi, ricacciando a sua volta in mare il corpo di spedizione britannico. Ma questa, è noto, è storia. Sfilai, inquadrato come ufficiale, alla parata della vittoria che si tenne in una Berlino soleggiata e festante. Feci in tempo ad assistere, durante i giorni dell’occupazione della Francia, alla soppressione del tentativo di insurrezione del soviet di Parigi. Il mio reparto infatti, che era rimasto nelle retrovie gli ultimi tempi della guerra, venne impiegato come operativo nei giorni dell’insurrezione della capitale francese. Quando in seguito l’Armata Rossa fu sconfitta in Russia, finalmente anche nell’Europa occidentale cessarono del tutto i tentativi di colpi di stato estremisti. Venni congedato e ripresi i miei studi di legge. Fu proprio durante la prima sessione d’esame a cui partecipai dopo la guerra che il fenomeno si verificò di nuovo. Avevo appena concluso la mia prova, infatti, e stavo già stringendo la mano al docente, quando il tempo improvvisamente si riavvolse, e, con mio grande disappunto, dovetti sostenere il colloquio dall’inizio. Fortunatamente le domande non erano affatto cambiate. Ma dopo aver di nuovo stretto la mano del docente, il dubbio mi opprimeva. Infatti ormai ero più che sicuro di non essere preda dello shock da granata, né ero più sotto cura di morfina.

Ero, infine, del tutto certo di non aver perso il senno. Ero un giovane reduce, deciso a fare la sua parte nel clima entusiasta della ricostruzione. A servire il mio paese, proprio come avevo fatto in quella guerra terribile, ma stavolta per la causa della pace e del disarmo. Mi portai quell’oppressione nel petto per molti giorni dopo l’esame. Ebbi modo di consultarmi, nei caffè berlinesi che di nuovo si riempivano di artisti e di uomini di scienza, con luminari della fisica, e financo della psicanalisi, una recente branca della medicina che da qualche anno si occupava delle turbe mentali. Nessuno seppe darmi aiuto, né trovai alcun cenno di simili accadimenti nei numerosi testi scientifici che consultai per mio conto. La mia situazione poteva casomai ricordare le fantasie di certi scrittori; ma quella non era immaginazione di un qualche emulatore di Poe o di Wells. Quella era la realtà, in tutta la sua marmorea durezza. Le crisi, se in tal modo mi è concesso chiamarle, dopo l’esame, presero ad accadere più spesso. E giacché non trovai alcuna sponda nella scienza, fu solo merito mio, sia detto senza vanagloria, se nel progredire degli eventi a un certo punto trovai il modo di dominare quegli strani accadimenti.

Ci volle invero un profondissimo impegno, e una ferrea volontà di non cedere allo sconforto. Per di più, almeno all’inizio, non ero in grado non solo di provocare volontariamente le crisi, ma neppure di prevenirle. Ma con la pratica e la costanza, un credente direbbe con la fede, riuscii pian piano a venirne a capo. Di lì a pochi anni ero in grado di esercitare un pieno controllo sul fenomeno: intendo dire, di scatenarlo a comando, e dirigerlo secondo i miei voleri. Ero ben conscio del grande potere che, almeno potenzialmente, potevo esercitare. E se dico potenzialmente, lo dico a ragion veduta. Infatti, oltre alla mia naturale propensione per la moderazione, c’era dell’altro che mi frenava dall’abuso. Non venne mai meno in me, infatti, un concetto che avevo imparato negli anni lieti della gioventù, quando prima del conflitto ero un solerte lettore di classici. Il concetto di cui parlo è quell’hybris, tanto caro agli antichi greci. Gli antichi filosofi con tale parola identificavano la pur molto umana sopravvalutazione delle proprie forze, che sfociava nella tracotanza, e nella avversione alla volontà divina. Avversione che puntualmente veniva punita. Tutti ricordano Prometeo incatenato alla rupe, o Icaro, che conclude la sua sfida al sole precipitando nel vuoto. Tenni ben presenti questi esempi. E mai, difatti, adoperai il potere ricevuto in dono per appagare il mio egoismo, per ottenere fortune e potere. Mai, sono pronto a giurarlo. Né posso negare, ovviamente, che sulla dirittura del mio comportamento non pesò il timore del vuoto che aveva inghiottito Icaro, dopo che il sole aveva sciolto la cera che legava le sue ali. Fu solo grazie al merito che seppi laurearmi con lode. Non mi sognai mai neppure di tentare la carriera di avvocato o di notaio. Quelle strade, certamente pur costellate di gratificazioni, non erano quelle che intendevo percorrere. Volevo bensì mettere il mio impegno, e stavolta sì, il dono che avevo ricevuto, nella costruzione di una società che fosse migliore di quella che era stata seppellita nelle trincee della guerra. Tentai quindi, riuscendovi, di entrare nel corpo diplomatico.

Gli Imperi Centrali avevano da poco fondato quella che venne chiamata la Lega dei Popoli, una rivoluzionaria organizzazione intergovernativa che si poneva l’ambizioso scopo di prevenire le guerre e favorire la fratellanza tra le nazioni. Quella era la mia strada, e come tale fui felice di percorrerla, da giovane diplomatico della sezione tedesca. Sono orgoglioso di essere stato agente attivo di quella che fu la ricostruzione delle terre europee così profondamente segnate dalla guerra. Fui infatti parte integrante di quella generazione di diplomatici che sostituì in toto la precedente, la quale, anche se di altissimo profilo, portava sulle sue spalle la colpa del conflitto. Fui presente, dapprima in ruolo gregario, e sempre più da protagonista man mano che passavano gli anni e accumulavo esperienza, in gran parte delle grandi trattative portate avanti dalla Lega dei Popoli. Ero presente quando fu restaurata in Francia la monarchia orleanista, quando fu indetto il referendum in Corsica, quando l’Impero Austro Ungarico mutò forma costituzionale concedendo ampie autonomie ai popoli che lo componevano; ero vice segretario della delegazione tedesca quando fu avviata la definitiva democratizzazione della Russia degli Zar. Usai ampiamente il mio potere nella mia carriera. Colleghi e superiori erano sempre più attenti ai miei suggerimenti. Mi consideravano talmente abile, dicevano per scherzo, che poteva quasi sembrare che prevedessi il futuro. E invece riavvolgevo il tempo quel tanto che bastava per conoscere le obiezioni degli interlocutori, e superarle brillantemente.

Ma il capolavoro della mia carriera, e mi si consenta una punta di orgoglio nel riferirlo, fu nella diffusione dell’esperanto. Se infatti la geniale invenzione del grande umanista e medico Ludwik Zamenhof, l’idioma universale, la lingua della fratellanza e della pace, è tutt’oggi la forma di comunicazione del commercio e delle relazioni internazionali, se questa è pressoché universalmente insegnata come seconda lingua in praticamente tutte le scuole del mondo civilizzato, questo è essenzialmente merito dei miei sforzi. Ero io, infatti, il capo delegazione della commissione esperanto. La delegazione che portò all’unificazione linguistica del continente europeo. Certo, stiamo parlando di una seconda lingua. Ma ora, dall’Atlantico agli Urali, capi di stato, diplomatici, uomini d’affari, genti di così differente lingua ed etnia, si intendono in quella lingua. E condividere il linguaggio è stato il primo e più importante passo per smussare le differenze e evitare gli scontri.

Ma mi sono lasciato trasportare dall’enfasi. Dovrei, infatti, parlare al passato, almeno finché questo, questo che sembra un incubo, nel quale sono precipitato proprio stamattina, non finirà, per lasciare il posto alla consueta realtà. Non può che trattarsi di un incubo, infatti, un incubo nel quale sono precipitato insieme a milioni di abitanti del continente. E ciò che più mi lacera il petto è che a generare questo incubo sia stato altri che io. La colpa mi schiaccia. Stamattina, infatti, ho usato per la prima volta il potere che mi è toccato in sorte per scopi non grandi e nobili. Niente di crudele, sia ben chiaro, anzi; posso affermare per certo che mai userei la dote straordinaria per arrecare danno a chicchessia. Lo riterrei ignominioso, una vera e propria infamia. Dio me ne scampi! Se ho peccato, contro il cielo e contro gli uomini, ho peccato per ingenuità. Stamattina, una domenica, mi ero svegliato un po’ più tardi del solito, come è mia abitudine fare nei giorni festivi, perlomeno quando sono dislocato nella sede centrale della Lega, in Postdamer Platz, piuttosto che in missione diplomatica. Passeggiavo ancora un po’ assonnato nel quartiere di Mitte, per recarmi in un caffè a fare colazione e leggere i quotidiani del mattino. Il sonno mi è passato di colpo, quando mi si è parata davanti una scena terribile.

Una bambina, non avrà avuto sei anni, appena uscita con il padre e la madre dalla messa domenicale, con la tipica irruenza che è propria dell’infanzia, si è divincolata dalla stretta della madre e si è lanciata correndo verso la strada. Le grida della madre hanno attirato il mio sguardo. Correva, la piccola, per attraversare la strada, e recarsi verso una pasticceria. Non aveva tenuto conto dell’automobile che stava in quel momento attraversando la strada, né prestava ascolto alle urla della madre, che invece l’aveva ben vista. A nulla è servita la corsa disperata del padre per cercare di afferrarla, né la brusca frenata dell’incolpevole autista. Il veicolo ha preso in pieno quella povera bambina, scaraventandola di là dalla carreggiata. A sua volta ha perso il controllo, schiantandosi proprio contro i tavolini della pasticceria, affollata di clienti. Non vedevo scene così strazianti dai tempi del fronte. Di più; in guerra la morte fa parte della quotidianità. Mestamente, ci si fa il callo. E poi, riguarda uomini, inquadrati e armati, e non innocenti e famiglie. Altra cosa è quello spettacolo nel centro città, in una domenica primaverile. I passanti che correvano per soccorrere i feriti, come soldati sotto un bombardamento, le urla della folla, e su tutte quello della madre, china sulla sua bambina che non dava più segni di vita, con la faccia rotta dal pianto, impazzita per il dolore. Il padre anche lui chino, poco dietro di lei, la faccia impallidita, la mano sul cuore. Davvero, mi sono interrogato. Mi domandavo se fosse lecito intervenire in un evento che non riguardava il destino di popoli e nazioni, in quella che, seppur tragica, era una questione di persone comuni, per di più una fatalità. Mi sono interrogato, sì, roso dal dubbio. Ma in mezzo ai feriti, davanti ai due poveri genitori, mi sono infine deciso ad agire, e ho riavvolto il tempo. Una vita, molte vite, spezzate da un evento improvviso e violento; non era forse evitare ciò, quello su cui avevo basato tutta la mia carriera diplomatica, anche se in scala molto più grande? Non so cosa ho sbagliato, e neanche se davvero ho sbagliato, o se anche questa non sia stata una tragica fatalità.

Mentre il tempo si riavvolgeva, si è verificato una cosa che mai prima era accaduta. Ho urtato una ragazza, piuttosto giovane, vestita a festa. Quindi, lei non doveva essere sulla mia traiettoria. Siamo entrambi caduti a terra. Di nuovo ho rivisto il bagliore, di nuovo ho udito il fischio assordante della prima volta; con il passare del tempo questi effetti secondari si erano molto attenuati. Dopo il mio sguardo e quella della ragazza si sono incrociati. Ella era sconcertata quanto me. Stava anche lei riavvolgendo il tempo, mi chiedo? Era anche lei dotata del medesimo dono? A queste domande non ho risposta. Dopo l’urto mi sono alzato, nel medesimo istante in cui lo faceva lei. Non ci siamo detti niente. La scena macabra dell’incidente intorno a noi era sparita, comunque. Sembrava tutto tornato alla normalità. Lei si è girata, e si è allontanata con passo affannato. Io ho raccolto il cappello che mi era caduto, e ho fatto altrettanto, nella direzione opposta. Non l’ho notato subito, in preda agli eventi com’ero. Ad un tratto infatti, mentre rallentavo e riprendevo fiato, mi sono avveduto che, guardandomi intorno, non riconoscevo più il quartiere che avrebbe dovuto essermi familiare.

Non solo; il cielo si era oscurato, e la bella giornata primaverile di poco prima era mutata in un temporale che si avvicinava. In lontananza si udiva il rumore del tuono. Certo, questo poteva essere una coincidenza, ma mentirei ad affermare che non mi è sembrato un presagio. Mi sono fermato allora in un caffè, per bere un cordiale. Sono praticamente astemio dai tempi della guerra; ma mi sentivo proprio come quei tempi in trincea. Ho buttato giù d’un fiato il brandy, e solo allora ho dato un’occhiata al quotidiano che era sul tavolo. Mi è sembrato incomprensibile, e non perché stampato in lingua straniera. Semplicemente parlava di eventi che mi parevano assurdi. Allora preso da panico sono di nuovo tornato in strada. Cadeva una pioggia leggera e fredda. Sono entrato nel primo cinematografo in cui mi sono imbattuto. Era quasi vuoto. Mi sono seduto in ultima fila, sudato e tremante.

È iniziato il cinegiornale. È stato il colpo di grazia. Parlava, lo speaker, di Italia e Germania. Nessuna menzione dell’Impero, che era come scomparso dalla geografia. Ero allibito. Mussolini, quel socialista burbero ma bonario, che guidò l’Italia nella neutralità nella Grande Guerra, e che tanto ha fatto per i lavoratori del suo paese, era agghindato con una divisa raffazzonata, sullo stile dei caudillos sudamericani. Ma ciò che mi ha gettato definitivamente nello sconforto è stato vedere il cancelliere tedesco. Questi infatti altri non era se non l’imbianchino austriaco che mi ha ridipinto casa, un uomo rancoroso e volgare, con dei baffetti alla Charlot e il ciuffo sugli occhi. E io che gli avevo affidato il lavoro mosso a pietà, perché mi sembrava mal messo. Fuori dal cinematografo mentre tornavo verso Postdamer, mi sono imbattuto in una parata militare. Non vedevo dal giorno della vittoria. Nella piazza c’era un comizio, parole deliranti, criminali, e pur seguiti da applausi scroscianti. Ho provato a riavvolgere il tempo. Non ci sono riuscito. E ora sono qui, in casa mia, impaurito e solo, col peso del mondo sulle spalle.


Filippo Rigli (Montevarchi, 1979) ha pubblicato racconti per Stanza 251, Flanerì Magazine, La Tela Nera. Vive e lavora a Firenze.