La villetta monofamiliare con il prato curato e la cassetta delle lettere con la bandierina rossa è ancora la rappresentazione più chiara dell’american way of life.


di Filippo D’Asaro

Da sempre la casa è stata uno degli elementi centrali della cultura americana: è il luogo privato per eccellenza, nucleo dei valori della costituzione, ha rappresentato il benessere dell’occidente durante la guerra fredda (lo storico kitchen debate tra Nixon e Nikita Kruschev sugli elettrodomestici) e infine il ruolo che i mutui garantiti dalle case di proprietà hanno avuto nella crisi del 2008. L’unicità e il mantenimento di questi valori è rimasta soprattutto grazie al contesto urbano in cui si colloca la casa del sogno americano: la suburb, l’ordinata distesa di ville monofamiliari che affacciano su strade sgombre e dalle curve morbide che sfugge dalla definizione europea di quartiere o città.

Scrivo questo articolo proprio da una di quelle case con il vialetto su cui è stato lanciato il giornale e il giardino sul retro con il barbecue, precisamente a Burke, in Virginia, una delle suburbs della capitale Washington DC. Dalla finestra della mia camera si vede una classica casa da sogno americano. È una villetta monofamiliare a due piani, pitturata di bianco, con le persiane e la porta principale marroni, quasi bordeaux. Accanto alla casa c’è il garage sulla cui rampa campeggia un canestro e quando il figlio dei vicini gioca il rumore ritmico dei palleggi interrompe il placido silenzio bianco del quartiere. Burke si trova nella contea di Fairfax – le contee sono il livello amministrativo intermedio tra stati e comuni, diciamo come le province -, nello stato della Virginia. È una delle contee modello negli Stati Uniti e lo sviluppo immobiliare qui ha seguito tutto l’arco narrativo delle trasformazioni urbanistiche delle città americane. Inizia durante primo sviluppo delle suburbs negli ‘60, si sviluppa durante gli anni ’80 e perde il suo fascino dopo la crisi del 2008. Questo modello abitativo ha plasmato la cultura americana, e, dopo vent’anni in cui è stato considerato superato sia culturalmente che architettonicamente oggi sembra davanti a un inaspettato rilancio. Il momento storico è favorevole, la retorica Trumpiana, i trasporti pubblici dell’era Obama e Uber potrebbero essere la formula per riportare gli americani a credere nell’american way of life sotto forma di villetta.

Genesi delle white suburbs

La nascita del modello urbanistico delle suburbs risale alla fine della seconda guerra mondiale, tra la fine degli anni ‘40 e ‘50. I bianchi della classe media americana decisero di spostarsi dalle città verso le campagne, fuori dai centri urbani, costruendo isole felici, impermeabili alle contraddizioni della società americana. Fu un evento con una portata enorme per la storia sociale degli Stati Uniti, a cui gli storici, proprio per la sua connotazione etnica, diedero il nome di white flight.

Furono moltissime le ragioni che contribuirono a questa modifica urbanistica e demografica, in primis la fine della segregazione razziale legale. Al termine della seconda guerra mondiale, molte comunità afroamericane si spostarono nelle città per le maggiori opportunità di lavoro, mentre molte amministrazioni locali erano in difficoltà economica, e destinavano investimenti pubblici a quelli che sarebbero diventati i ghetti afroamericani. Nelle comunità bianche si sviluppò la percezione di una minaccia e un crescente degrado, causati dall’arrivo delle nuove comunità e dalla scarsa attività delle amministrazioni pubbliche per via dei bilanci in perdita. Le agenzie immobiliari colsero l’occasione attraverso la pratica del blockbusting: vendevano a una famiglia nera una casa in un quartiere cittadino bianco, a prezzo ribassato, e non appena la notizia si diffondeva nel quartiere suggerivano ai residenti di vendere la proprietà prima che perdesse  il suo valore a causa dell’arrivo degli afroamericani. Ciò portò un effetto a catena sui prezzi delle case e sulle opportunità di costruire i nuovi quartieri.

Il governo federale fiutò la possibilità che offriva la costruzione delle nuove suburbs per rilanciare le economie locali delle comunità bianche. Furono approvate alcune leggi che facilitavano la nuova urbanizzazione: il Federal Housing act del 1938 – in cui si riservava ai cittadini bianchi l’esclusiva sulle nuove zone abitative – e il Servicemen’s Readjustment Act del 1944 – che diede ai soldati bianchi tornati dalla guerra mutui e benefit sociali per comprare la prima casa. Furono istituite nuove contee e organi amministrativi per garantire l’autonomia legislativa e finanziaria delle nuove comunità. Le tasse pagate dai nuovi contribuenti – alte, per evitare l’arrivo di cittadini non dello stesso ceto sociale – servirono a finanziare le infrastrutture (scuole, servizi, strade locali) delle suburbs. Questo ampliò ancora di più il gap tra la qualità dei servizi nelle aree extraurbane e nelle città, che rimasero orfane di alcuni dei migliori contribuenti. Il mercato immobiliare esplose e in breve le ipoteche sulla casa divennero il primo asset economico della classe media americana.

Lo sviluppo delle suburbs fu impressionante per la sua velocità di espansione. L’impostazione urbanistica era molto semplice, basata sul concetto di single-use zoning, ovvero destinare un’area al solo uso abitativo, niente negozi o attività commerciali. Le strade nelle suburbs ancora oggi si dividono in due categorie, quelle a lunga percorrenza, che connettono le suburbs al centro città, e quelle   interne, su cui si affacciano le case, che si snodano in  morbide curve tra le villette. Alcune delle strade interne finiscono a cul-de-sac, con uno spiazzo circolare di asfalto intorno al quale si affacciano tutte le case, come una corona di petali. Negli anni ‘60 le suburbs erano immensi quartieri-dormitorio senza nessuna attività commerciale, da cui la mattina partiva uno sciame di auto dirette verso la downtown della città più vicina. L’automobile divenne uno status symbol nelle suburbs, emblema del benessere della vita al di fuori delle città. Politicamente, prima degli anni ’70, i quartieri bianchi extraurbani sono sempre stati a maggioranza repubblicana: i democratici erano il Transit Party (trasposto pubblico, tasse e assistenza) mentre i Repubblicani erano il Car Party.

Le case delle suburbs hanno un’architettura a metà tra lo stile coloniale e quello dei quartieri della working class nel nord europa. Sono costruite in legno e materiale isolante, eccetto per le fondamenta in cemento armato. È un processo di costruzione molto veloce che non è cambiato molto negli anni: dopo aver livellato il terreno e gettato le fondamenta, una casa può essere costruita e abitata nel giro di un mese, cosa che spiega la possibilità di spostare su un camion la propria casa.

Anche l’arredamento interno segue dei canoni fissi e squisitamente USA. Onnipresente la moquette, sia nella zona giorno, normalmente al piano terra, che nelle camere al piano superiore o nel seminterrato. Cucine spaziose, con scaffali in legno e piani in finto granito, e come protagonista indiscusso il frigo, imponente, a due ante e con il distributore di ghiaccio. Il salotto è dominato dalle poltrone reclinabili, orientate sempre verso il punto focale della stanza, la televisione. Il più delle volte di dimensioni spropositate, le Tv sono spesso l’unica luce notturna all’interno delle case nelle suburbs, e illuminano di blu i propri abitanti.

Altri due ambienti fondamentali sono il seminterrato, spesso l’unico spazio d’indipendenza lasciato ai figli, e il garage accanto alla casa che funge da magazzino e luogo simbolo della narrazione americana: nel garage della casa dei genitori a Los Altos, in California, Steve Jobs fondò la Apple, proprio come Jeff Bezos fece con Amazon a Bellevue, Washington.

L’impostazione urbana delle suburbs influenzò lo sviluppo e il mantenimento di quel sentimento di comunità ed elezione (“We are a city upon a hill”) proprio del dna culturale americano. I quartieri erano prima di tutto una comunità, in cui le mogli – casalinghe nella maggior parte dei casi – organizzavano le attività e vigilavano sulla decenza. Il senso di comunità varia da stato a stato, in alcune suburbs è basato sulla fede, l’etnia, o semplicemente l’ordine: nel mio quartiere ad esempio esiste un responsabile che controlla  che i secchi dell’immondizia non siano troppo pieni, nel qual caso fa 50 dollari di multa. La dimensione familiare ritratta per la prima volta nelle pubblicità e nella televisione, diventò l’estetica dominante degli anni ‘60 e ‘70 americani, e le casalinghe diventarono il principale target del marketing. Ancora oggi la dimensione familiare incide sulla vita dei ragazzi di queste zone che fino ai 21 anni non hanno altri ambienti sociali oltre la scuola e la casa. Mi ha colpito questo video realizzato dal filmmaker Justin Escalona, che inquadra in un minuto la dimensione della noia nelle suburbs: “Ho speso il novanta per cento della mia vita in questa stanza”.

Per gli adulti invece, la socializzazione passa per alcuni luoghi tipici: la club house del quartiere – un ambiente o una casa messa a disposizione della comunità -, il centro ricreativo, gli uffici pubblici e le scuole. Sono tutti servizi offerti dall’amministrazione locale, che oltre a cementare il senso di comunità servono a tenere alti i valori catastali delle case. Sulle scuole, vale la pena spendere due parole in più. Da sempre le high school sono state uno dei fattori qualitativi più importanti per la valutazione dei quartieri, influiscono anche sul valore delle case e dei mutui. Le scuole sono finanziate con un complesso sistema ibrido, sia dalle contee che dallo stato in cui si trovano, e vengono sottoposte a un sistema di valutazione che comprende sia il livello didattico che le infrastrutture a disposizione. La scuola di Burke oggi è uno dei motivi d’eccellenza della comunità, ed è impressionante. Ha più di 4000 alunni, oltre 500 tra insegnanti e personale, 18 scuolabus gialli, 3 campi da football, 12 da tennis, innumerevoli da basket, quattro palestre e un auditorium.

Gli anni ‘70 e la nuova suburbia

L’ondata di urbanizzazione delle suburbs continuò fino agli ‘70 quando la crisi energetica e l’aumento dell’inflazione portarono a un controesodo verso le città. Il presidente democratico Carter disse alla nazione di “abbassare i propri termostati e mettere un maglione in più”, infrangendo per la prima volta l’ottimismo americano. Ci fu un ritorno verso le città, alla ricerca di affitti più bassi e di bollette meno care. Il trend durò fino alla presidenza di Reagan negli ‘80: la diminuzione del prezzo dell’energia e del tasso d’interesse sui mutui, rilanciarono la moda delle suburbs con la seconda ondata di suburbanizzazione.

Ci furono però delle notevoli differenze rispetto alla prima ondata degli anni ‘60.

Il secondo flight non fu riservato ai soli bianchi, le leggi che discriminavano le minoranze per l’acquisto delle case erano ormai cadute da tempo in quasi tutti gli stati e molti afroamericani e immigrati di seconda o terza generazione colsero l’opportunità di lasciare le città e spostarsi nelle suburbs. Rispetto al white flight degli anni ‘60 come la causa principale dello spostamento era il degrado delle città, nella seconda ondata molti si spostarono perché le nuove suburbs erano più economiche proprio a causa dell’aumento del costo della vita di città come Los Angeles, San Francisco e Washington DC. Le suburbs bianche si diversificarono etnicamente, allentando il senso di comunità degli anni ’60 e nacquero le prime aree extra urbane a maggioranza afroamericana (la prima fu nello stato del Maryland, a nord di Washington DC).

Il nuovo sviluppo immobiliare fu diverso da quello degli anni ‘60. I nuovi quartieri furono costruiti ancora più lontani dai centri città di riferimento e di conseguenza si svilupparono più attività commerciali all’interno degli stessi, anche se osservando sempre il principio della single-use zoning. Furono gli anni in cui nacquero gli strip mall, enormi aree che ospitano negozi e supermercati l’uno accanto all’altro, affacciate su giganteschi parcheggi. Lo strip mall più vicino a casa mia è quello nella parte coreana del quartiere e si chiama banalmente Burke Centre Village. Il parcheggio antistante agli edifici è incredibilmente largo, con le strisce gialle che delimitano i posti, il cui numero mi sembra essere incalcolabile. Il mall è un edificio lungo e basso, avrà tre piani, ospita ristoranti e negozi uno accanto all’altro. C’è il supermercato coreano con gli scaffali pieni di riso e carne marinata, Mangino’s Pizza, un negozio di tappeti “The Carpet Maker”, lo studio del Dr Raja Gupta, una palestra di Karate e una per ballerini, il “Buffa’s dance studio”. Gli strip mall sono diversi per la loro struttura dai più noti shopping mall, ovvero i grandi magazzini coperti dove una volta entrati si passano intere giornate a fare shopping.

Durante la seconda espansione delle suburbs, i centri commerciali portarono nuovi posti di lavoro e si sostituirono ai precedenti luoghi sociali. Progressivamente molti quartieri allentarono la dipendenza dalla downtown diventando più simili a cittadine che a quartieri. Le amministrazioni pubbliche delle suburbs si allargarono grazie alle tasse dei nuovi residenti e delle attività commerciali e molte imprese spostarono qui le loro sedi legali per pagare meno tasse. La contea di Fairfax dagli anni ‘80 fino al 2008 ha raddoppiato la sua popolazione, aumentando la quantità dei servizi  – tra cui l’apertura di un gift shop a marchio “Fairfax County” e un festival Internazionale dedicato ai bambini).

Fine dell’espansione e avvento di una possibile suburbia trumpista

 

La crisi del 2008, insieme all’esplosione della bolla immobiliare, sancì la fine dell’espansione delle suburbs.

L’aumento spropositato dei tassi d’interesse e il valore drogato delle ipoteche sulla casa sembravano aver messo fine al mito americano della casa di proprietà. Un’immagine più nitida della crisi delle suburbs e della disillusione verso il sogno americano sono le fotografie delle suburbs di Detroit abbandonate. L’amministrazione Trump potrebbe però rilanciare una terza ondata di suburbanizzazione sfruttando alcune congiunture favorevoli che stanno facendo tornare di moda il modello di vita suburbano.

Durante gli otto anni di Obama non ci sono stati movimenti demografici rilevanti tra città e suburbs, tuttavia l’urbanistica di queste ultime è cambiata radicalmente attirando di nuovo l’attenzione. Molti architetti hanno notato un progressivo processo di urbanizzazione delle suburbs dovuto  all’espansione dei trasporti pubblici (metro e treni leggeri), sempre più capillari rispetto alle aree limitrofe alle grandi città. Espansione è comunque un concetto da prendere con le pinze quando si parla di USA e trasporti pubblici. Nella contea di Fairfax non esiste una compagnia di riferimento che gestisce in maniera integrata i collegamenti tra i vari quartieri, ce ne sono cinque con tariffe e abbonamenti separati che di fatto finiscono per farsi concorrenza a vicenda con prezzi piuttosto alti (una corsa su un bus express viene 4 dollari, una corsa normale 1,75). A completare la rivoluzione dei trasporti nelle suburbs è arrivato UberX, che permette a chi vive in questi quartieri per la prima volta a rinunciare alla propria macchina a fronte di un costo giornaliero delle corse affrontabile.

Un’altra ragione è la ripresa economica generale degli Stati Uniti e la ritrovata fiducia nel mercato immobiliare: il costo dell’energia è stabile negli Stati Uniti grazie alla shale revolution (lo sfruttamento dei gas naturali), questo e altri fattori stanno incoraggiando le banche a concedere mutui a tassi agevolati ai millennial. I prezzi alti degli affitti nelle grandi città stanno spingendo gli agenti immobiliari verso le aree suburbane, dove invece gli affitti rimangono stabili.

La rivoluzione tecnologica è un altro dei fattori che potrebbero riportare di moda le suburbs. I servizi di consegna a domicilio (gli Uber-per-qualunque-cosa), le macchine che si guidano da sole e il lavoro da casa sono elementi che rendono la vita nelle suburbs simile in tutto e per tutto a quella nelle città. L’esempio perfetto è Craiglist: un sito esteticamente molto web 1.0, che funziona come un enorme mercatino dell’usato in cui si vende, si offre e si affitta di tutto, dalle case alle macchine e i televisori, fino agli annunci di stage. La mia parte preferita su Craiglist è la sezione for free dove gli utenti pubblicano l’annuncio di un oggetto in particolare o di “curb allert”, cioè un mercatino, e danno via tutto gratis. Io ad esempio sono riuscito ad arredare la mia stanza senza spendere un centesimo, ma soprattutto Craiglist ha rimpiazzato i garage sales, ovvero i mercatini informali davanti alle proprie case particolarmente in voga durante gli anni della prima urbanizzazione delle suburbs.

La retorica trumpista è l’ultimo elemento che potrebbe convincere gli americani a spostarsi di nuovo nelle suburbs. Sarebbe sbagliato e fuorviante dire che oggi le aree suburbane coincidano territorialmente con i sostenitori Trump, ovviamente sono altri i fattori determinanti più che quello geografico. Tuttavia il rilancio di questo modello urbano coincide con l’interpretazione distorta del sogno americano che il neoeletto presidente ha dato nella sua campagna elettorale. L’idea è quella della casa come ambiente protetto e conosciuto, la comunità del quartiere che si isola e si sente protetta dalle strade deserte in cui si incontrano più scoiattoli che persone, e, a delimitare tutto questo, i rumori e gli strilli delle autostrade.


Filippo D’Asaro nasce a Roma nel 1992. Collabora con Dude Mag, NssMag e altre testate, è stato direttore di Soprattutto.co, ha lavorato per Il Post alla sezione libri. Studia corporate communication a Milano, oggi è in trasferta semestrale alla George Mason Univeristy a Washington DC. Ama il calcio, la cucina e i font belli.
Immagini di Filippo D’Asaro (2017)