Come in ogni Storia, anzitutto va definito l’oggetto di indagine: che cosa è, dunque, il fantasy?


di Edoardo Rialti


Faerie – Indice

1. Introduzione
2. Che cosa è il fantasy


Che cosa è il Fantasy?

Chi vuol aver successo deve porre le giuste domande preliminari.
Aristotele
L’idea di mettere un folletto in laboratorio ha qualcosa di sinistro. L’unica consolazione è che sicuramente non collaborerà.
G. K. Chesterton

La prima qualifica per giudicare una qualsiasi opera del lavoro umano, dal cavatappi alla cattedrale – è conoscere cosa sia- cosa si intendesse realizzare e come la si volesse utilizzare. In seguito a  tale scoperta il riformatore salutista potrà decidere che il cavatappi avesse un cattivo scopo, e il  comunista potrà pensare la stessa cosa della cattedrale. Ma questioni siffatte sono successive. La prima cosa è capire l’oggetto innanzi a te: finché penserai che il cavatappi serva per aprire una lattina o la cattedrale per intrattenere i turisti non puoi affatto pronunciarti su di loro, ammoniva C. S. Lewis iniziando le sue conferenze sull’epica inglese del ‘600. E un accademico immaginario di pari levatura come il cannibale Hannibal Lecter – interpretato dallo stesso A. Hopkins che sarebbe stato proprio Lewis in “Viaggio in Inghilterra”- gli faceva eco dalle sbarre del manicomio criminale de “Il Silenzio degli Innocenti”, aiutando la Bella Starling a dare la caccia ad un’altra ferocissima Bestia: Prima regola, Clarice: semplicità. Leggi Marco Aurelio, “Di ogni singola cosa chiedi che cos’è in sé, qual è la sua natura”.

Prima di iniziare la nostra carrellata di autori fantasy dobbiamo appunto chiederci cosa sia il fantasy stesso. Ti esti, ci ha insegnato Socrate. Definire un genere letterario è al tempo stesso semplicissimo e quasi impossibile. Un segreto evidente, direbbe Riccardo Bruscagli, chiarissimo e inafferrabile. Come notarono E. James e F. Mendlesohn, il Fantasy non è tanto un palazzo quanto un insieme di edifici comunicanti, come quello che ci affascinava ne Il Nipote del Mago di C. S. Lewis con le sue soffitte comunicanti, ognuna con una porta che conduce in un altro mondo. Ci sono muri condivisi, e un certo livello di consenso intorno ai mattoni di base, ma l’ arredamento interno può differire selvaggiamente, e le vite vissute in queste case a schiera sono discrete ma ascoltate da qualcuno… La letteratura Fantasy si è rivelata estremamente difficile da definire. Curando una recente antologia, S. Pergameno si pose il medesimo interrogativo, e ricordò Peter Nicholls nella sua “Encyclopaedia of Science Fiction”: troppo spesso fantasy e fantascienza vengono messe insieme come fish and chips, ma non è così.

Parafrasando Agostino, il fantasy è come il tempo. Se non mi chiedi cosa sia, lo so. Se me lo chiedi, non lo so.

Forse riusciamo a metterlo maggiormente a fuoco per induzione, aiutandoci con degli esempi concreti, particolari.

Il cavaliere (e il castello) inesistente

Queste cose non furono mai, ma sono sempre.
Sallustio
Credo che vi siano tre modi per raccontare intorno al passato: uno è il romance, dal ciclo bretone alle storie di Tolkien.
Umberto Eco, Postille a “Il Nome della Rosa”

1868. Re Ludwig II di Baviera, appassionato delle tradizioni mitiche e cavalleresche della Germania medievale, sta facendo realizzare un grandioso maniero a Neuschwanstein, ispirandosi al Cavaliere del Cigno del “Lohengrin” di Wagner. Ed è proprio all’adorato compositore che scrive questa lettera per invitarlo: È mia intenzione far ricostruire l’antica rovina del castello di Hohenschwangau, nei pressi della gola prodi Pöllat, nello stile autentico delle antiche fortezze dei cavalieri tedeschi e devo confessarVi di rallegrarmi molto all’idea di potervi soggiornare un giorno (fra tre anni); vi dovranno essere sistemate numerose camere per gli ospiti, confortevoli e accoglienti, dalle quali si potrà godere una stupenda vista sull’augusto monte del Säuling, sulle montagne del Tirolo e sulla vasta pianura; Voi Lo conoscete bene, l’adorato ospite che vorrei ospitarvi; il luogo è uno dei più belli che si possano trovare, sacro e inavvicinabile, un tempio degno di Voi, divino amico, che faceste fiorire l’unica salvezza e la vera benedizione del mondo. Vi ritroverete anche reminiscenze dal ‘Tannhäuser’ (Sala dei cantori con vista sulla fortezza sullo sfondo), dal ‘Lohengrin’ (Cortile del castello, corridoio aperto, sentiero per la cappella); in ogni senso questo castello sarà più bello e confortevole di quello più in basso di Hohenschwangau, che annualmente viene dissacrato dalla prosa di mia madre; gli Dei dissacrati si vendicheranno e si tratterranno con Noi, lassù sulle ripide cime, allietati dall’aura del Paradiso.

Andate su Google, e cercate quel castello. Non faticherete a riconoscervi il modello ispiratore del castello della “Bella Addormentata” della Disney, e i lettori dei Manga vi coglieranno pure la residenza di Pandora ne “I cavalieri dello zodiaco”. Basta un’occhiata agli altri castelli di Ludwig per trovare tutti gli elementi di ciò che, per noi, costituisce IL CASTELLO. Innumerevoli finestre, torri e torrette che fendono la nebbia o si stagliano nel cielo azzurro.

Ma certo, uno si sorprende a dire tra sé, senza neanche formularlo a parole, ecco ciò che la parola “castello”evoca immediatamente dentro di noi. Ecco cos’è un castello.

Ne siamo sicuri? Davvero?

In verità, un vero castello medievale era molto più simile a questo:

Qualunque storico vi dirà che le finestre – quando il vetro non c’era o costava enormemente, costituivano un lusso che neppure i re si permettevano a cuor leggero, visti i geloni che mordevano i calcagni anche di Eleonora d’Aquitania e Federico II. Si sbirciava fuori non per ammirare un panorama mozzafiato, ma per controllare chi transitava e eventualmente scagliare qualche freccia senza beccarsene una in risposta. L’estetica era in netto secondo piano rispetto alla funzionalità geografica e militare.

Quello di Ludwig- e negli occhi della nostra immaginazione- è appunto una ricostruzione medievaleggiante- frutto di innumerevoli rielaborazioni culturali, che comprendono certamente i palazzi rinascimentali con cui gli eredi dei capitani di ventura e dei rapaci castellani volevano darsi un’aurea di raffinata cortesia, la reazione romantica alla reazione illuministica alla “barbarie medievale”, e mille altri dettagli, aggiustamenti, trasformazioni. Un modo al contempo di semplificare e arricchire il passato che è una dinamica costante della psicologia personale e collettiva, una mitologizzazione cui lo stesso medioevo, come vedremo, non era affatto esente. C’è sempre un passato glorioso, le donne e ‘cavalier, li affanni e li agi che ne ‘nvogliava amore e cortesia da rievocare e contrapporre al grigiore del presente, là dove i cuor son fatti sì malvagi.

Le donne e i cavalieri, appunto. Già per Dante c’è un quid evocativo, associato ad una serie di immagini che, ancora oggi, non mancano di suscitare un determinato sentore, una qualità tutta loro. Basti pensare ai titoli che uno può scorrere su uno scaffale di libreria: “La Danza dei draghi”, “La spada di Shannara”, “Le nebbie di Avalon”, “L’ultimo cavaliere”…

Qualunque cosa sia, il fantasy è certamente connesso a quel castello di Ludwig.

The faerie way of writing

Siamo più vicini al nocciolo della questione, forse: quattrocento anni dopo Dante, il 1 Luglio 1712, dalle colonne dello Spectator che stava tenendo a battesimo il giornalismo moderno, richiamandosi a una citazione oraziana- mentis gratissimus error, una gradevolissima illusione della mente- Addison notava che c’ è un tipo di scrittura laddove il poeta perde di vista la Natura, e intrattiene l’ immaginazione del lettore con i personaggi e le azioni di persone tali da non avere vita propria, ma solo quella che egli conferisce loro; come fate, streghe, maghi, demoni, demoni e spiriti defunti. È questo che il signor Dryden definisce il modo fiabesco di scrivere (the fairy way of writing), che in effetti risulta più difficile di qualsiasi altro che dipenda dalla fantasia del poeta, giacché in esso egli non ha alcun modello da seguire, e deve lavorare completamente di sua invenzione.

Qui, il fantasy (espresso con un aggettivo che fiabesco non esprime del tutto, visto che letteralmente lo si dovrebbe tradurre come “fatato”, tema che, come vedremo arriverà fino al celebre saggio di Tolkien On fairy-stories). Parrebbe che ci siamo, il campo si è notevolmente circoscritto, eppure ha ragione Tzodorov, “il soprannaturale non caratterizza le opere con sufficiente precisione, giacché la sua estensione è troppo vasta”. Vero: potremmo dire che tutto il fantasy è fantastico, ma non tutto il fantastico è fantasy. “Conan il Barbaro” è fantastico, mentre  “Frankestein” non è un fantasy. Forse abbiamo delimitato un poco il terreno di caccia, ma il mistico cervo bianco delle foreste arturiane continua a sfuggirci.

C’è addirittura chi è ricorso ad altri termini, per una prima definizione di ciò che adesso è considerato indebitamente Fantasy. È successo allo stesso Tolkien, al tempo della sua prima diffusione in America, quando venne assimilato alle storie picaresche di Fritz Leiber o al Conan di Howard, tutte ascritte allo “Sword and Soorcery”. Come racconta il grande editore Gardner Dozois, oggi “Il Signore degli Anelli”, la trilogia di J. R. R. Tolkien, è spesso citato come se da solo fosse stato capace di creare tutto il fantasy moderno; tuttavia, sebbene resti certamente difficile da sopravvalutare l’influenza di Tolkien – quasi ogni fantasista successivo ne fu enormemente influenzato, anche, sfortunatamente, chi non lo amava affatto e magari reagiva contro- si dimentica spesso che Don Wollheim pubblicò la famigerata edizione “pirata” de La Compagnia dell’Anello (libro d’apertura della trilogia) come tascabile anzitutto perché cercava disperatamente qualcosa -qualsiasi cosa!- con cui sfamare il crescente pubblico di “Sword and Sorcery”. L’immagine di copertina dell’edizione Ace de La Compagnia dell’Anello (opera di Jack Gaughn, con un mago che agitava spada e bastone in cima ad una montagna) fa comprendere assai chiaramente che Wollheim lo considerava uno “Sword and Sorcery”, e la recensione interna lo esplicitava vendendo appunto il primo volume di Tolkien come “il libro di Sword e Sorcery che chiunque può leggere con piacere”. In altre parole, perlomeno negli Stati Uniti, il pubblico del genere fantasy precedeva sicuramente Tolkien, anziché essere stato creato da lui, come invece vorrebbe il mito moderno. Don Wollheim sapeva molto bene che là fuori esisteva già un pubblico per il fantasy, pronto e in posizione, un pubblico bramoso, in attesa di essere sfamato -sebbene dubito che avesse la minima idea della risposta sconvolgente che sarebbe seguita al bocconcino “Sword and Sorcery” che gli avrebbe servito.

Sulla nave degli Argonauti

Un modo molto empirico per tentare una qualche definizione è forse attenersi a un quanto propose Atterby in “The American Fantasy Tradition”, 1980: Per fantasy intendiamo un gruppo di testi che condividono, in misura maggiore o minore, un gruppo di tropi comuni che possono essere oggetti, ma che possono anche essere tecniche narrative.

Ecco, se dovessi proporre un tentativo di definizione sarebbe appunto un simile abbozzo di caratteristiche comuni e costanti: il fantasy è una narrazione – romanzo, poema romanzesco, o racconto – la cui ambientazione, solitamente medievale o medievaleggiante, comprende elementi fantastici come creature e oggetti prodigiosi, sia positivi che negativi, e la presenza costante, per quanto talvolta discreta, della magia. Questo primo vago abbozzo consente anche di mettere a fuoco eventuali varianti, come lo steampunk– con il massiccio apporto della tecnologia ottocentesca- che i numerosi romanzi di ambientazione classica o esotica. Esse difatti si propongono di estendere le stesse caratteristiche ad altre ambientazioni che precedono o seguono quelle più frequenti.

Possiamo poi aggiungere certamente un’altra griglia, basata sul tipo di relazione che l’ambientazione e i temi prescelti dall’autore intrattiene col suo stesso mondo, il nostro mondo. Si possono infatti avere, fondamentalmente, tre tipi di Fantasy: quello “a immersione totale”, dove per tutto il tempo della narrazione ci troviamo in un altro mondo- che può anche esser e il nostro in una mitica era preistorica, come la Terra di Mezzo di Tolkien, o in un passato meno remoto come la Britannia di Artù- quello “di andata”, dove si parte dal nostro mondo per approdare in un’altra dimensione spazio-temporale- è il caso dei bambini di Narnia, che attraversano l’armadio, o i viaggi onirici dei sognatori di Lovercraft alla ricerca dello sconosciuto Kadath, e quello “di irruzione”, dove è il fantastico a invadere o a intrecciarsi col quotidiano: come nel film “Highlander”, quando, dopo poche sequenze che lo renderebbero indistinguibile da una qualsiasi storia realista, vediamo improvvisamente sfoderare uno spadone. Ovviamente queste categorie sono molto fluide. Nel “Nipote del Mago” di Lewis, è la perfida regina di Narnia a scorrazzare per le strade di Londra, e in “Harry Potter” continuiamo a fare “avanti e indietro” tra Hogwarths e la Londra di noi comunissimi babbani. Così come nella Saga della Torre Nera di King, che, novello Pirandello, incontra i suoi stessi personaggi. In molte opere formalmente di fantascienza la vertiginosa distanza temporale può comunque offrirci un fantasy- come nella Shannara di Terry Brooks- o rendere la tecnologia indistinguibile dalla magia- come in R. K. Morgan o M. Z. Bradley. Ovviamente, il fantastico non va “creduto per vero”- parafrasando Tasso- e va apprezzato, sia dall’autore che dal lettore, come indipendente rispetto alle loro effettive credenze e convinzioni religiose. Gli elfi e le fate di Boiardo sono certamente “fantasy”, mentre la convinzione di Lutero che esistesse effettivamente un stagno stregato dove si potesse gettare dei sassi e scatenare delle tempeste, no. Per questo, sebbene dovremmo necessariamente richiamarci spesso ai miti e al sostrato folkolorico, ci occuperemo solo di opere di narrativa, concepite essenzialmente per intrattenere e non per istruire su come ingraziarsi effettivamente Dei e folletti. Potremo così individuare elementi mitici e folklorici in un’opera letteraria, ma anche prefigurazioni, accenni fantasy negli antichi testi epici e sapienziali- basti pensare ad alcune fatiche di Eracle, o ai primi viaggi fantastici della storia, l’ “Odissea” e i poemi sulla cerca degli Argonauti. Una distinzione che solleva altre questioni, proprio come l’Idra che, decapitata, risputava altre due teste: gli antichi greci che ascoltavano di Odisseo recitato dagli aedi, credevano ad Atena che si trasforma in rondine e osserva la strage dei Proci allo stesso modo in cui “credevano” in Polifemo il ciclope cannibale? Quanto è “già fantasy” Sigurd che uccide il drago Fafnir e trova l’anello che rende invisibile? Shakespeare credeva alla sue streghe barbute nello stesso modo in cui “credeva” a elfi come Oberon e Titania? Un interrogativo non da poco, e che arriva fino ai nostri giorni, come vedremo. Questo dunque vuole essere, tentativamente, il filo rosso che percorre il ciclo.

Il viaggio sarà concepito come una “saga in tre parti”, ciascuna dedicata a una mitica “età”, come facevano gli antichi cronisti: l’Età dell’Argento – le origini del fantasy, fino agli anni ’30; l’Età dell’Oro del fantasy classico, con il “boom” del già citato caso Tolkien, che resta sempre la data spartiacque, e infine la violenta Età del Ferro con le sperimentazioni del nuovo fantasy contemporaneo, comprese le voci di panorami culturali ben diversi da quelli occidentali.  Naturalmente, sono definizioni di comodo, giacché, per esempio, ben prima di Martin e Kameron Hurley c’erano fantasy brutali e audaci come quelli di Anderson, e uno sguardo ironico sulle imprese cavalleresche era già stato gettato da Ariosto ben prima di Pratchett.

Come si sarà già capito, c’è molto che qua NON è stato incluso. L’horror, la fantascienza, il gothic romance alla Anne Rice e – Dio ce ne scampi! – Stephany Meyer, entreranno in gioco solo nella misura in cui si relazioneranno con le categorie sopracitate. Lo stesso dicasi per i libri per i bambini e, più in generale, le fiabe.

Alcuni autori, data la loro importanza, saranno oggetto di paragrafi specifici, se non interi capitoli. Altri saranno menzionati, con maggiore o minore estensione, nel corso cronologico o tematico. Laddove possibile, cercherò anche di soffermarmi su taluni passaggi e citarli estesamente, perché niente come la viva voce di un autore, le sue scelte stilistiche, in fatto di nomi, di dialoghi, di echi metaletterari, il suo modo di concepire le scene, ci consente di cogliere direttamente ciò che, altrimenti, richiederebbe giri e rigiri di parole, rischiando persino di mancare il bersaglio. Così come sarà bene cedere il posto agli scrittori stessi, quando hanno affrontato la natura del fantasy in qualche loro riflessione critica più o meno estesa. Spesso si tratta di passaggi decisivi della teoria letteraria sul genere, punti di svolta come i saggi di Lovercraft, Tolkien o Moorcock, ma anche scritti meno conosciuti e più episodici  costituiscono talvolta autentiche gemme. Con buona pace dell’orrida razza cui appartengo- gli Orchi sono spesso meno brutti di come li si dipinge, ma è assodato che i critici sono quanto di più vicino si accosti agli Spettri dell’Anello o ai Dissennatori – non c’è niente di meglio che un buon artigiano nello spiegarti i ferri del suo mestiere, come quando S. King ha riletto i capolavori – e le peggiori schifezze- della narrativa horror nel suo Danse Macbre.  Lo sguardo di un Tolkien o una LeGuin  ha davvero l’altezza e la profondità di quello dei giganti della metafora di Bernardo di Chartres, cui i nani, chiosava Thomas Howard,  possono andare dietro alla bell’e meglio.

Questa storia del genere rivendica come suo pregio un’unica ambizione, e un’unica qualifica: quella di voler mostrare l’assoluta centralità del genere fantasy nel panorama letterario mondiale degli ultimi tre secoli, non solo in termini quantitativi ma qualitativi, e di essere scritta da chi queste storie le amate con tutto se stesso. Abbiamo iniziato con un consiglio di C. S. Lewis, ed è sempre utile ricordarsi un’altra sua intelligente notazione, quando ribatteva ai detrattori della fantascienza: È molto pericoloso scrivere riguardo a qualcosa che detesti. L’odio annulla tutte le distinzioni. Non mi piacciono le storie poliziesche e per questo tutte le storie poliziesche mi sembrano assai simili: se ne avessi scritto il mio lavoro non avrebbe valore. La critica dei generi in quanto distinta dalla critica delle opere non può naturalmente essere evitata. Ma questa è,credo,la più soggettiva forma di critica, e la meno affidabile. Soprattutto, non la si può mascherare come critica delle opere vere e proprie. Molte recensioni sono inutili perché,mentre si propongono di condannare il libro, rivelano solo l’avversione del recensore per il genere cui esso appartiene. Lasciamo che le cattive tragedie siano biasimate da chi la tragedia la ama,e i cattivi polizieschi da chi a-ma il poliziesco. Allora potremo conoscerne i veri difetti. Altrimenti troveremo l’epica biasimata per non essere un romanzo, le farse per non essere commedie elevate, un romanzo di James per non avere la velocità d’azione di Smollet. Chi è mai che vorrebbe sapere di un chiaretto mal considerato da un astemio totale, o di una donna da un noto misogino?

I fin dei conti c’è di peggio, per un nano, dell’impari e tragico confronto con i giganti. Possono posare gli occhi sugli Elfi, ed innamorarsi, come Gimli. Orbene, questa è appunto la storia di una regina elfica pericolosamente bella, come Galadriel, scritta da un rozzo nano perdutamente innamorato di lei. Non sono da solo, e non è un innamoramento recente, nella storia degli uomini. Cervantes, in una società parimenti in crisi come la nostra, sorrideva con dolente simpatia per chi era tanto pazzo da scorgere un mostro in un mulino, e una incantevole principessa in una donna da taverna. E al Sam Gamgee di Tolkien che sognava “Elfi e Draghi”, il buonsenso prosaico del padre ribatteva “Elfi e Draghi? Cavoli e patate!” Tuttavia è molto bello che, come si è già ricordato, i Greci attribuiscano proprio alla favolosa impresa degli Argonauti, col Vello d’Oro da sottrarre con la spada a draghi e sortilegi, anche la costruzione della prima nave della storia. Quasi a dire che non c’è spinta piú forte a cambiare questo nostro mondo “reale” del richiamo perenne ed elusivo di una Cerca che comprenda nel suo orizzonte anche la pericolosa bellezza dell’immaginario.

E dopo questa ennesima ampia premessa (il lettore abbia misericordia), possiamo finalmente addentrarci nel Bosco ai confini del nostro piccolo villaggio, e scoprire che, alle nostre spalle, il sentiero è improvvisamente svanito, mentre un canto misterioso, come un tintinnio d’argento, sembra invitarci a seguirlo…


Edoardo Rialti (1982) è traduttore di letteratura anglo-americana e letteratura fantasy, sci-fi, horror, per Mondadori, Lindau, Gargoyle, Multiplayer. Tra gli altri ha tradotto e curato opere di C. S. Lewis, J. Abercrombie, P. Brown, O. Wilde, W. Shakespeare. E’ collaboratore de “Il Foglio” dove si occupa di critica letteraria e ha scritto le biografie a puntate di J. R. R. Tolkien, G. K. Chesterton, C. S. Lewis, C. Hitchens. Ha insegnato in Italia e Canada. Dipendesse da lui, la sua giornata comprenderebbe solo caffè, sport e scrittura.
Copertina: un’opera di Ivan Bilibin.