Perché una delle più celebri piazze di Firenze andrebbe visitata di notte?


(Questo testo è tratto dal libro È facile vivere bene a Firenze se sai cosa fare, di Francesco D’Isa e Matteo Salimbeni, Newton Compton, 2016)

e-facile-vivere-bene-a-firenze-se-sai-cosa-fare_8465_Andate di notte, in piazza della Signoria, quando non c’è strimpelli, né baccano, e i fiumi di flash sono tornati negli argini dei borsoni e i borsoni, i marsupi, gli ombrellini, gli zainetti, le asticelle e le mandrie tonitruanti sono rintanate nelle stanze, e negli antri, negli alberghi, agli ultimi piani. Andateci di notte, d’autunno, e se pioviggina meglio. Puntate la sveglia. Fate lo sforzo. O tirate tardi. Le quattro, di solito, sono l’orario migliore. Spogliate dalle luci e dal chiasso le statue vi appariranno come una famiglia di spettri. Il Nettuno (che a Firenze chiamiamo il Biancone), il David, l’Ercole di Ercole e Caco, persino Cosimo I a cavallo, sono tutti voltati verso qualcosa, qualcuno, laggiù. Osservano il cielo? Gli Uffizi? La Loggia de’ Lanzi? Un invisibile negromante? “Bello come un’agave di pietra” di giorno, Palazzo Vecchio di notte si trasforma in un rebus di De Chirico: i merli “irrigiditi nel loro antico orgoglio”, le code di rondini, gli archi, gli stemmi, i marzocchi, le aquile, l’orologio. Di tutte le piazze di Firenze, quella della Signoria è, forse, la più fiorentina.


Ma di notte la bellezza millenaria, irrefutabile, sovrannaturale di Firenze, cede il passo a una vitalità d’altra natura. E un’enigma, in tutta la sua potenza lunare, si appropria della piazza. Lo splendore si mischia all’inquietudine.


Dura e arcana, gelida e rovente a un tempo, piazza della Signoria è un deserto stellare che attende le tenebre per mostrare i segreti delle proprie costellazioni. E delle proprie millenarie stratificazioni. Qui, nel medioevo, s’impiccava, si appendeva. Dalla Torre d’Arnolfo risuonava la martinella, la campana delle adunanze. Più alte, truci, risuonavano le grida dei reclusi, sempre lassù, nell’Alberghetto della Torre. Qui venne arso Girolamo Savonarola. Una lapide, in mezzo alla piazza, ricorda il frate. Quando piove, di notte, la lastra scintilla, ad eterna testimonianza del supplizio. Qui era la chiesa di San Romolo, vescovo e martire. Qui per secoli si rievocò la furia cieca dell’occidente cristiano contro gli “infedeli”, nella giostra del saracino. Già piazza dei Priori o piazza del Granduca, piazza della Signoria è da sempre il luogo del potere e il fulcro della vita politica. Di una città storicamente in lotta con se stessa, affaticata dalle continue fughe verso il sublime e squarciata da spinte avverse, faide, veleni, congiure, conserva i misteri e le cicatrici. La Loggia de’ Lanzi non prende il nome dall’architetto Lanzi che la ideò, o dalla munifica famiglia de’ Lanzi che la donò alla città. Nella Loggia si trovava invece il corpo di guardia dell’esercito di Cosimo I, mercenari disposti a tutto in cambio di una manciata di quattrini: i lanzichenecchi: i lanzi. Gli stessi lanzichenecchi che nella loggia si accamparono prima di scendere verso Sud e dar luogo a uno dei massacri più agghiaccianti della storia d’Italia, il Sacco di Roma. Era il 1527. «Sotto la geometria rissosa e implacabile, sotto le estasi angolari, sopravvive inopinata una città magma, occulta, notturna, ctonia», scrive Manganelli. E sotto i piedi di chi passeggia per piazza della Signoria crepitano le braci d’un mondo scomparso. Terme, chiese paleocristiane, torri, sepolcri, l’antico teatro romano di Florentia. Ovunque e a qualsiasi ora del giorno, in piazza della Signoria, è possibile contemplare un frammento di questa città sommersa.

Ma di notte la bellezza millenaria, irrefutabile, sovrannaturale di Firenze, cede il passo a una vitalità d’altra natura. E un’enigma, in tutta la sua potenza lunare, si appropria della piazza. Lo splendore si mischia all’inquietudine. L’incanto all’angoscia. Le luci si trasformano in apparenze e le ombre diventano sostanza. Il Perseo con la testa di Medusa che Cosimo I commissionò a Benvenuto Cellini appare allora ambiguo, il parto d’un ingegno dinamitardo e perverso. Avrebbe dovuto simboleggiare l’eroismo del Granduca-Perseo, e la vittoria dei Medici contro la minaccia repubblicana (la Medusa). Ma il Perseo e la Medusa sono simili, hanno gli stessi lineamenti. Chi è, dunque, il mostro? Chi l’eroe? E soprattutto, di chi è quel terzo, segreto volto? Dalla nuca della statua e cioè dall’intreccio dell’elmo e dei capelli del paladino, infatti, è possibile ricavare un altro volto. Il volto di Benvenuto Cellini. Ti ipnotizza. Spadroneggia nell’oscurità, come un Succube, un Incubo. Il Perseo con la testa di Medusa avrebbe dovuto simboleggiare l’eroismo del Granduca-Perseo: nasconde invece il genio tronfio e trionfante dell’artista. Poco distante dal Perseo, si trova un’altra faccia misteriosa. Se ne sta alle spalle dell’Ercole e Caco di Baccio Bandinelli. Appena sbozzata, un po’ come l’incisione frettolosa delle iniziali di due amanti sul ceppo di una querce di paese. In pochi la notano. I fiorentini la chiamano l’Importuno, o lo Scocciatore. Fu Michelangelo a scolpirla, molti secoli fa. Leggenda narra che tutte le volte che lo scultore si trovava a passare da via della Ninna fosse fermato dallo stesso uomo. Un lamentoso, debitore (cronico) di mezza città (e dello stesso Michelangelo), un petulante che ciarlava senza sosta delle sue difficoltà economiche e delle sue beghe. Sfinito da questi incontri, un giorno, Michelangelo invece di prenderlo a male parole si poggiò al muro, tirò fuori lo scalpello e, di schiena, scolpì il profilo dell’uomo, strappandogli di dosso nome e connotati e consegnandolo all’eterno, sconsolante destino di macchietta: l’Importuno.

Tornateci, allora, di giorno, in piazza della Signoria, la più fiorentina delle piazze di Firenze. Tornateci in mezzo al baccano, alla calca. C’è chi suona. C’è Grey, che da anni pedina i passanti, cammina con loro e come loro, gli nasconde forcelle farfalle pelucchi immaginari nei capelli, mischiando clownerie e situazionismo, burla e provocazione. Ci sono le visite guidate. C’è di tutto. La piazza vi apparirà limpida, scoperta. Una cartolina. Ma almeno saprete che è un inganno. Che Cosimo e il suo cavallo, che il Biancone e i suoi satiri, che Ercole, il David, che tutti sono voltati verso la stessa direzione per un motivo ben preciso. Controllano il sole. Attendono il calar delle tenebre per animarsi, e popolare l’aria di voli, grida, nitriti.