In un periodo di crisi la produzione culturale si riorganizza, ma ci sono dei rischi per la democrazia e per l’idea stessa di cultura.


di Enrico Pitzianti

Qualche mattina fa su D di Repubblica, leggevo un articolo autobiografico della scrittrice Claudia de Lillo: Il posto fisso logora chi non ce l’ha. L’autrice racconta della rabbia e della frustrazione per un posto di lavoro stabile che, dopo la bellezza di 18 anni, scompare. «Cara, ci chiedevamo se magari tu… ecco, fossi interessata a…» – puntini di sospensione con impallidimento – «a dare le dimissioni». Ed ecco che arriva la botta emotiva – si rimane disorientati e si sente un po’ di sapore di sconfitta mista a delusione.

Le ansie che immediatamente si abbattono sul neolicenziato vanno oltre la questione dell’autosostentamento, perché il posto di lavoro è più della somma di responsabilità e paga ma scandisce una routine quotidiana che tra macchinette del caffè, fermate metro e colleghi (più quelli antipatici di quelli simpatici) crea un mondo sensato, stabile e condiviso. Si può anteporre un marchio al proprio nome e far parte di un quadretto che sprigiona una luce collettiva dura da abbandonare, soprattutto in un ambito lavorativo culturale.

De Lillo, a distanza di tre anni non tornerebbe a quel posto fisso: «sono passata al lato oscuro del mondo del lavoro: oggi ho una partita Iva e un domani incerto. Faccio varie cose, per la maggior parte divertenti. Spero di non ammalarmi e difendo, dai feroci attacchi dei miei figli, la piccola trincea-studio che mi sono ritagliata accanto alla mia camera da letto». La sua storia è simile a quella di tanti altri lavoratori, non solo nel mondo della cultura, e per quanto ci si dispiaccia e venga voglia di gridare slogan anti-globalizzazione o sperare nella resurrezione dell’articolo 18, la realtà rimane immutata. E visto che le cause sono strutturali, tecnologiche ed economiche, la soluzione non può che essere la trincea-studio, adattarsi al cambiamento e non contrapporvisi. Sono reazioni propositive, embrioni di soluzioni scovate tentando di cogliere ciò che di buono c’è in eventi sconvenienti e destabilizzanti.  

L’ufficio è tutto dentro al laptop e può stare ovunque, basta una chiave Wi-Fi e una presa di corrente, dice la scrittrice. E quindi? E quindi niente, ho pensato a fine articolo. A me pare assolutamente normale. Non serve avere una segreteria se si può avere gratis il gruppo di redazione su Whatsapp, Telegram o Slack. Non serve l’ufficio se posso avere 100 documenti su Google Docs aperti contemporaneamente in condivisione immediata con le altre persone con cui lavoro. Ma a me sembra normale perché ho 28 anni e non ho mai considerato una prospettiva diversa. Sono cresciuto che questo trend c’era già e tendeva al monopolio. Nato alla fine degli anni ‘80 ho compiuto vent’anni che era il 2008, quando di crisi economica se ne parlava ormai dappertutto e io, che studiacchiavo estetica e fotografia a Madrid, già immaginavo un lavoro introvabile, precario e più simile al vagabondaggio che non all’ufficio col planning magnetico ricoperto di scartoffie. Al contrario, per Claudia de Lillo, che è nata nel 1970, la precarizzazione è arrivata di soppiatto, meno attesa e più dolorosa. Stessa generazione di Michele Masneri, che una volta scrisse una storia della sua precarietà che inizia così: «A noi questo posto fisso ci aveva sempre insospettito. A noi, generazione di quarantenni col Jobs Act interiorizzato, il lavoro liquido e precario ci sembrava naturale. Da piccoli, prima della Grande Crisi, quando famiglie fiduciose e università poco realiste ci allevavano sostenendo che l’Italia era un grande Paese e che l’Europa e l’euro wow, noi intuivamo forse già come sarebbe andata a finire». Sì, forse la generazione dei nati nei ‘70 intuiva già come sarebbe andata a finire, ma la generazione successiva, la mia, non aveva nessun dubbio, il futuro era della precarietà. Punto. Se nelle parole dubbiose di Masneri e in quelle sfiduciate di de Lillo c’è l’amarezza per un declino verso l’instabilità, in quelle di chi è nato nei ‘90 magari, dopo la rassegnazione, ci sarà la calma utile a riorganizzare il sistema produttivo. Mentre fuori si infittiscono gli stormi di sanpietrini, è necessario riflettere sugli equilibri del lavoro culturale per come ormai inevitabilmente è. Trovare la quadra in un mondo in cui convivono gli stabilissimi zaloniani (in via d’estinzione, quindi da salvaguardare) e i bistrattati precari, “popolo delle partite Iva” (in vorticoso aumento).

E il dibattito è arrivato: ci si chiede se i bot debbano pagare le tasse, si ragiona di accelerazionismo, classe media disagiata, prospettive economiche al ribasso, insostenibilità della questione demografica, precariato endemico, inadeguatezza del modello formativo e reddito di cittadinanza. Gli elementi ci sono tutti, ma vanno trasformati dapprima in un discorso più strutturato, poi in una ricetta politica plausibile. L’obiettivo è trovare modelli che permettano di incorniciare il presente, poterlo finalmente afferrare e regolare con degli strumenti politici che non perdono occasione per dimostrarsi inadeguati e obsoleti. Nello specifico dell’universo culturale serve innanzitutto un modello di business che permetta di “mangiare con la cultura”. Mica facile in tempi di offerta sterminata sul web. Verrebbe da immaginare che, a rigor di legge economica, se i prezzi dei beni si abbassano con l’aumento della competizione oggi a esser pagato dovrebbe essere chi legge e non chi produce contenuti.  

In La cultura in trasformazione, (Minimum Fax, 2016), raccolta di saggi dedicata interamente al tema della trasformazione culturale, Jacopo Tondelli scrive di cosa è successo al mestiere del giornalista: con l’istruzione di massa che ha spalancato le porte verso tutte le professioni intellettuali rendendole facilmente “raggiungibili”; l’ingrossamento delle fila degli aspiranti giornalisti dovuto al rafforzamento dello “stereotipo positivo, quasi mitico del lavoro del giornalista”; la rivoluzione tecnologica con conseguente diffusione dei mezzi di produzione e distribuzione delle informazioni (appunto, basta un laptop) rendendo obsolete tutte le strutture preesistenti. Tutto condito poi dall’arrivo della crisi economica, la peggiore dal 1929, che ha imposto tagli drastici e rallentato i finanziamenti al mondo della cultura sia nel pubblico che nel privato.

Mi viene in mente la volta che ho scoperto come iniziò la carriera di Michele Serra, cioè facendo il dimafonista (quello che trascriveva i pezzi degli inviati). Pensai che tra quando ha iniziato lui, gli anni ‘70, e oggi non ci sono solo quei quarant’anni, ma una distanza culturale siderale, che a osservarla ora fa quasi ridere.

I lavori culturali spariscono? Mettendola così verrebbe da fare spallucce e tenersi i dubbi tipici di un periodo di transizione. La fruizione cambia e si riorganizzeranno i modi di produzione culturale, per questo vale la pena stare al passo anche se ora come ora la prospettiva è grigia sia per il portafogli che per l’ego di una “professione declassata”. Ma nello stesso libro curato da cheFare, Roberto Casati fa quello che fanno i bravi filosofi, cioè parte dalle definizioni e per capire dove va la cultura prova a tracciarne i labili confini. «Ci sono dei concetti “ombrello” sotto i quali ricadono molte nozioni tra loro imparentate», e non succede solo col con le scienze umane e col termine “cultura”, anche il termine “pianeta” «ha cambiato significato molte volte, ma il fatto che il termine stesso non sia cambiato ci permette di dare un senso, forse una seconda vita», al lavoro di chi ci ha investito il proprio tempo e i propri studi.    

Ecco, magari più che fare spallucce e allestire i funerali alla cultura, sarebbe preferibile rimanere vigili e propositivi, perché più che una sparizione si tratta di un mutamento profondo. Se si sono modificati i modi di fruizione della cultura così si riorganizzeranno i metodi per produrla e di conseguenza quelli per guadagnarci. Nell’attesa il problema è, per molti, quello di sostentarsi e in questo c’è solo da sperare che le trincee-studio tengano e che la ricchezza accumulata nei decenni del boom sia sufficiente a dare, col welfare, elasticità al tessuto sociale senza che la siccità momentanea (dovuta a contingenze come a cause strutturali) provochi strappi troppo dolorosi.

Ma, anche Tondelli, come Masneri e de Lillo, fa parte di una generazione pre-crack culturale. E anche Christian Raimo, anche lui tra gli autori della stessa raccolta di saggi, la definisce generazione dei “thirty-forty-something” cresciuti con gli esordi della TV commerciale. Chi fa parte della generazione successiva, quella cresciuta con internet al posto della TV, porterà il fardello di dover abbandonare i toni lamentosi e provare, coi mezzi che il periodo storico concede, a mangiare con la cultura.

Nel farlo andranno considerati tre banalissimi assunti: il primo è che da come si affronterà questa trasformazione dipenderà il significato stesso della parola cultura, e non solo il come sarà organizzata la produzione culturale. Il secondo è che, come dice lo stesso Tondelli riferendosi specificamente al mestiere del giornalista: «il futuro di questo lavoro, della sua capacità di esistere e fare la differenza, è affidato alla volontà cosciente dei cittadini»; perché c’è un forte rapporto di interdipendenza tra produttore e consumatore dei contenuti, dunque se il futuro è del clickbaiting le fake news avranno la meglio. Il terzo è che se con la cultura non si guadagna, c’è il rischio che molti dei più bravi scelgano altre carriere, contribuendo a declassare l’informazione da ambita professione a mero hobby – e lasciare la produzione culturale in mano ai meno talentuosi potrebbe avere delle conseguenze. Soprattutto in tempi in cui la crisi alimenta forconi e divisioni autarchiche, contrastabili anche grazie al calmante sociopolitico della cultura.


Enrico Pitzianti, Cagliari 1988, si occupa di estetica e arte. È parte della redazione de L’Indiscreto, Artnoise e di Dude Magazine. È laureato in semiotica, ha fondato il progetto artistico online GuardieShow ed è consulente per SpaceDoctorsLtd.
Copertina: un’opera di Jean Giraud (Moebius).