Gli appunti che seguono sono tratti dal manoscritto di una donna di nome Therese, che si è chiusa in una camera d’albergo per decidere se esiste dio. Dopo aver abbandonato albergo e manoscritto Therese è sparita; pubblichiamo alcuni dei suoi testi, leggermente rimaneggiati, nella speranza di ritrovarla.

> Qua sono disponibili le pagine pubblicate fino ad oggi.


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I miei genitori non mi hanno mandato a catechismo né mi hanno impartito una religione.
«Quando sarai grande», diceva mia madre, «deciderai da sola».
L’ho presa alla lettera; eccomi qua, chiusa in una stanza a «decidere da sola» (grazie mamma).

[Nota di Therese: “meglio così, chi non è mai entrato in chiesa non deve trovarne l’uscita”]

Sebbene fossi priva di obblighi però, mi sono posta la domanda sin da piccola, pur non parlandone con nessuno. Talvolta il quesito mi veniva posto da altri; ricordo che quando avevo sedici anni una compagna di classe mi chiese: «▇▇▇▇▇▇, tu ci credi in dio?».
Rivedo il suo visino sorridente, i capelli biondi, la frangetta ordinata, gli occhietti che imitavano il colore ma non la profondità del mare. Me lo chiese con delicata ingenuità, ma io la presi sul serio. Le risposi che senz’altro dio esisteva più dello stracchino, perché ci pensavo più spesso. Si dimostrò soddisfatta della risposta: in effetti più che con i sensi misuro l’esistenza con l’importanza che riveste nella mia vita.

I sensi sono un argomento convincente (se vedo una cosa c’è, se la sento e la tocco c’è ancor di più, eccetera) ma la loro persuasività risiede soprattutto nel dolore e nel piacere. Non c’è cosa a cui credo di più che al dolore e al piacere: se accendo un fiammifero e metto il dito sul fuoco senza dubbio ci “credo”. Un ragionamento che mi porta a pensare che lo scopo ultimo del mio mondo sia mantenermi in vita – una conclusione sensata, eppure è proprio per questo che metto in dubbio sensi, piacere e dolore, perché sono verità legate alla mia forma. Quando morirò il dolore e il piacere cesseranno, e quello a cui ho creduto grazie a loro non avrà più fondamento.

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Un giorno, tanto tempo fa, mio padre ▇▇▇▇▇▇ mise una mela sul tavolo. Era l’ora di pranzo, sedevamo in cucina. La mela era unica e perfetta, scolpita nella luce.514px-Apple_(PSF)
«Una mela!» dissi.
Lui ne posò accanto un’altra.
«Due mele» disse, poi ne accostò una terza, «tre mele», e un’altra, «quattro mele», «cinque mele»…

Arrivò a posarne sette, poi mi chiese di rifarlo da sola. Dopo avermi imposto di ricontare le mele, le spostò dal tavolo e mi disse: «Ora lo facciamo senza mele». Ma le mele erano lì da qualche parte anche se non le vedevo; così ho imparato a dire una mela, due mele, tre mele, quattro mele anche senza vederle o toccarle. Poi ho imparato 1, 2, 3, 4, 5, 6, 7 … senza nemmeno pensarci, alle mele. Una volta capito come si compongono i numeri, chiesi a mio padre fin dove potevo arrivare. «All’infinito» mi disse, e così è cominciato.

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[Ritaglio incollato sul manoscritto da un libro di Matte Blanco]


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Decisi di contare tutti i numeri ma non ero ancora arrivata a cento che già mi annoiavo, così provai a barare, passando dal centodue al duecento e dal duecento al mille. La cosa era ugualmente stancante e mi immaginai una gemella che contava senza fermarsi. Se fosse ancora lì, né io né lei avremmo raggiunto l’infinito, anzi, mi chiedo ancora se l’ho scoperto o inventato. Che poi non è nemmeno l’infinito, ma l’indefinito.

L0027229 Philosophical Transactions, Royal Society of London Credit: Wellcome Library, London. Wellcome Images images@wellcome.ac.uk http://wellcomeimages.org Siamese twins. Philosophical transactions Published: 1720 - 1723 Copyrighted work available under Creative Commons Attribution only licence CC BY 4.0 http://creativecommons.org/licenses/by/4.0/

[Ritaglio incollato sul manoscritto da “L0027229 Philosophical Transactions, Royal Society of London”]

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[Ritaglio incollato sul manoscritto da un libro di René Guenon]


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L’infinito mi ha avvelenato, ma i veleni sono medicine, se presi alle giuste dosi: dovevo trovare la giusta dose di infinito.

C’è un esperimento in cui ai bimbi di una terza elementare viene mostrata una serie di numeri da imparare a memoria: 581215192226. Per ricordare la cifra, anziché impararli uno ad uno i bambini li raggruppano in cifre più grandi. Alcuni di loro, dividendoli in gruppi di due cifre, fanno una scoperta: leggendo 58… 12… 15… 19… 22… 26 notano che tra 12 e 15 esiste un intervallo di 3, tra 15 e 19 un intervallo di quattro, tra 19 e 22 nuovamente un intervallo di tre e poi tra 22 e 26 ritorna l’intervallo di quattro. Viene quindi scoperta una regola nella serie di numeri a due cifre: tra loro si alterna un intervallo di tre e un intervallo di quattro: 5 8 12 15 19 22 26. Gli intervalli sono: 3 – 4 – 3 – 4 – 3 – 4. Una volta imparata la regola non importa ripetere la serie per impararla, senza contare che i bambini che hanno scoperto il meccanismo ricordano la serie anche a una settimana di distanza.
Questo forse spiegherebbe la mia predisposizione all’infinito. Costruisco (o percepisco?) il mondo affidandomi a regole che lo semplificano e generalizzano, perché la mia testa è troppo piccola per contenere tutto. Scelgo dei pezzi e per riempirmi il cranio li ordino con delle regole. L’infinito è il presupposto ma anche quel che avanza dalle mie norme, perché ogni volta che ordino qualcosa la seleziono dal “resto”.

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[Ritaglio incollato sul manoscritto da un libro di J.L. Borges]