I graffiti e la street art potrebbero essere un aiuto concreto alla gentrificazione. Come gestire un’attività deregolamentata, fatta da creativi mal pagati che favoriscono cambiamenti globali?


di Enrico Pitzianti

I graffiti, come anche la street art, sono strettamente legati alla gentrificazione. Perché? Be’, perché quest’ultima è il rinnovamento delle aree urbane che furono industriali, il processo con il quale queste passano da degradate ad ambite. I graffiti e la street art sono presenti soprattutto in queste zone, sui muri delle ex fabbriche, sugli immobili dismessi, nelle periferie, nelle ferrovie e altri luoghi che, forse, diventeranno ambiti in futuro. Un cambiamento di prospettiva che porterà ciò che era definito come degradato a sembrare “pittoresco”, o un capannone a essere nobilitato dal termine inglese “warehouse”.  

C’è un altro aspetto che lega l’arte murale e la gentrificazione, e cioè che la prima spesso precede la seconda. Arrivano graffiti, adesivi e installazioni pubbliche? Ecco il germe della gentrificazione. È ovvio che ci siano anche degli aspetti negativi: i graffiti attraggono la classe creativa, questa apporta un surplus culturale, sintomo di miglioramento della qualità della zona, e così un’area popolare diventa gettonata e turistica. Un mutamento che farà eventualmente perdere parte del folclore e delle peculiarità culturali al quartiere. I prezzi in aumento costringeranno i meno abbienti a traslocare in una zona più povera e meno sicura, mal servita rispetto a quella precedente.

Per via di questi aspetti, si parla sempre più spesso di gentrificazione – e quasi sempre con preoccupazione. Un rinnovamento che ha vincitori e vinti; i primi sono i proprietari di immobili il cui valore lievita in poco tempo e i secondi coloro che invece ci rimettono in termini economici o di qualità della vita. In questo senso la gentrificazione è una delle nuove battaglie di classe della contemporaneità. E lo è diventata prepotentemente in poco tempo, visto che in Italia la parola è nata solo nel 2012, come traduzione dall’inglese.

Ma quello economico non è l’unico aspetto della gentrificazione, c’è quello estetico e culturale, ed è qui che entrano in gioco i graffiti, come un bullone nell’ingranaggio: da una parte opere eseguite ed esposte per la comunità, apprezzate e preservate perché fruibili gratuitamente, capaci di migliorare e caratterizzare l’ambiente urbano, dall’altra però si comportano come dei cavalli di Troia, e, una volta arrivate sui muri, aprono al processo di cambiamento che minerà lo stesso valore aggiunto di cui ci si rallegrava. E dunque, si deve gioire o no della cultura di strada che arriva nei nostri quartieri? Se di colpo appare un magnifico graffito all’angolo di casa nostra (a me è successo) bisogna felicitarsi della dinamicità culturale che ci circonda o allarmarsi come se fosse il segnale che porterà il portafogli del nostro padrone di casa a ingrossarsi a nostre spese?

La risposta è che questi aspetti sono entrambi veri e indivisibili, legati da un rapporto di causa-effetto. Certo, sarebbe splendido se il nostro quartiere si riempisse di piacevoli baretti, concerti, graffiti, musei e incubatori di start up, ma senza l’aumento dei prezzi e l’invasione dei turisti.

In una città come New York, che ha fatto la storia dei graffiti e della street art, fino a pochi anni fa c’era 5pointz, un edificio nel Queens soprannominato il “museo dei graffiti”. Non che fosse un vero museo, ma è così che veniva riconosciuto da tutti: la “mecca del graffitismo”. Sin dal 1993 artisti della grande mela dipingevano, col permesso del proprietario, l’edificio di Long Island City, trasformandolo in un laboratorio a cielo aperto che già alla fine degli anni novanta diventa un simbolo per il graffitismo mondiale. Nel 2013 però ecco che l’accordo si trasforma in discordia: Jerry Wolkoff, il proprietario, vuole radere al suolo la ex fabbrica per poter costruire degli appartamenti di lusso, gli artisti si oppongono, ma serve a poco e il più grande spazio d’arte del graffitismo di tutti gli Stati Uniti muore in una notte di lavori edili. Ed essendo la gentrificazione un fenomeno globale vicende simili, anche se di dimensioni minori, sono accadute in tante altre città. Anche italiane.

Parlando della capitale lo scrittore Christian Raimo ha scritto: “Si sa, Roma è una città con troppe case, palazzi e palazzine, condomìni ripittati, rigriffati dalla street art, ristrutturati, raccolti in un dossier di qualche ex addetto all’edilizia sociale che si è riconvertito alla negoziazione immobiliare”. Dire che la street art stia “griffando” i palazzi della città, scegliere addirittura un termine che rimanda alle case di moda, può apparire ingeneroso; anche perché è ovvio che l’ultimo problema di Roma sono i graffiti o le “troppe case”. Eppure Raimo ha ragione: esiste il rischio che l’arte di strada funzioni, in certi casi, come un modo per riqualificare selettivamente alcune aree urbane. Un rischio che si fa sempre più concreto visto che i graffiti e la street art sono sempre meno “spontanei”, con opere che vengono spesso commissionate da enti pubblici e fondazioni che così assumono il potere di indirizzare i lavori. A cui si aggiunge poi il legame sempre più profondo dell’arte murale coi social network.

Il problema è che i graffiti sono inestricabilmente simili ad alcuni aspetti del tardo capitalismo. Sono un’attività umana deregolamentata, fatta da creativi mal pagati che partecipano in massa a cambiamenti importanti e globali, ma senza che questo possa diventare un lavoro per la grande maggioranza di loro. Gli street artist creano ricchezza, ma sono altri a trarne profitto, proprio come sui social network, dove l’attività degli utenti, e la loro produzione di contenuti, fa arricchire i pochi che ne possiedono le azioni. Le attività creative vanno verso la democratizzazione, nel senso dell’allargamento del numero di chi vi partecipa. Ma ciò significa anche che i creativi diventano prosumer: in parte produttori e in parte consumatori, quasi sicuramente non (o mal) pagati. Sebbene l’artista di strada non la vedrebbe mai in questi termini, si tratta di un’attività che, per quanto complessa, è storicamente ed economicamente determinata. In altre parole: i graffiti non sono “contro il sistema”, semmai sono un prodotto del sistema stesso.

Il valore sociale e artistico dei graffiti è importante, e quello economico, come abbiamo detto, innegabile. Eppure questa attività, operando in un’area grigia senza diritti (copyright) o regolamentazioni sociali, ne riversa il valore nelle tasche sbagliate. I graffiti e la street art sono diffusi, fotografabili, gratuiti e a disposizione di tutti: ma determinano un cambiamento socioeconomico privato. Ecco un esempio: qualche anno fa due artisti argentini, Franco Fasoli (Jaz), Nicolas Escalada (Ever) insieme al canadese Derek Mehaffey (Other), hanno fatto causa al creatore di Monty Python Terry Gilliam per aver incluso nel suo film The zero theorem un loro murales senza permesso. Viene da chiedersi una volta per tutte se i graffiti sono gratuitamente fruibili e lontani dalla logica del profitto (copyleft) oppure si trovano per lo stesso motivo per cui lo sono le pubblicità: promuovere una firma, un brand. Di esempi come quello di Gilliam ce ne sono molti, tutti a simboleggiare un problema duro a morire: il mercato prospera nella deregolamentazione, ingloba molto velocemente le sue devianze e quindi infrangere le regole, spesso, rientra nel sistema che si vorrebbe combattere.

La meritocrazia per alcuni sarebbe una possibile soluzione: nella selezione di cosa preservare tra le opere murali nate spontaneamente si potrebbe decidere per qualità ed eliminare il vandalismo distinguendolo dalle opere d’arte. Stessa soluzione per il pericolo gentrificazione: selezionare dove operare e come, con quali artisti e quali temi, a seconda della qualità degli interventi, in modo che l’arte pubblica possa essere moderata e incanalata dalle decisioni congiunte di artisti e committenti così che non sia funzionale alla speculazione edilizia. Ma sorgono due problemi non da poco: il primo, il più banale, è che distinguere tra arte e vandalismo non è sempre facile, anzi. Il secondo è che fare gli interessi della committenza conviene economicamente a tutte le parti in gioco, sia ai palazzinari che ai curatori e agli artisti. Tutti comprensibilmente concordi nel voler guadagnare da un intervento di arte pubblica. Ciò che forse è meno comprensibile, e che andrebbe quindi messo in discussione, è in che modo gli artisti siano la parte sfruttata di questo sistema. Sono loro a creare ricchezza, ma ci guadagnano meno (spesso nulla). Soprattutto sono loro a dover sottostare, per vivere della propria attività, al volere dei committenti, piegandosi ad abbellire il quartiere giusto – “griffare”, direbbe Christian Raimo.  

Alcune soluzioni ci sono, e sono politiche: regolamentare e pianificare l’urbanistica delle città in modo che non succeda quello che è avvenuto a Berlino est: con i prezzi degli affitti aumentati, stando a quanto riporta il Der Spiegel, del 90% solo tra il 2000 al 2012.

Un importante artista parigino come Da Cruz, uno dei più attivi nella scena francese, dovette lasciare il suo arrondissement dopo averci vissuto e dipinto per anni. “Quando dipingevo provavo a creare consapevolezza, o almeno di star dietro ai cambiamenti. Cos’altro, se non il colore, può unire le persone? Non si può combattere contro i bulldozer, ma si può avere un impatto su cosa pensano le persone prima che le cose accadano”, diceva. Poco tempo dopo, lo stesso Da Cruz, disse: “diciamo le cose come stanno, noi lavoriamo per il sistema”.

 

Enrico Pitzianti, Cagliari 1988, si occupa di estetica e arte. È parte della redazione de L’Indiscreto. Collabora con Il Foglio, Esquire Italia e cheFare.
In copertina: 5Pointz, la “mecca del graffitismo”. Via Flickr