In Grey, capolavoro a fumetti di Tagami, la rabbia e la grazia sono la stessa cosa. Una rabbia trasfigurata, che diventa un’ascesi, che tutto armonizza.


di Jacopo Nacci

 

Su Yoshihisa Tagami, nella rete italiana, si trova pochissimo. Spicca un pezzo molto bello di Marco Foti, uscito su Lo spazio bianco, che rende giustizia a Grey e Horobi, le due opere dell’autore giapponese pubblicate in Italia negli anni Novanta, in quell’avventura straordinaria che fu la Granata Press. Nel 2006 Grey è stato ripubblicato dalla Free Books. In Giappone era uscito nel 1985, diviso in tre tankōbon, e nel 1986 ne era stato tratto un OAV, Grey: Digital Target, un buon prodotto che non ha la metà del carisma del fumetto.

Ambientato in un futuro devastato e irriconoscibile, su un pianeta Terra arido e ormai quasi privo di vita, Grey si situava nei territori della distopia classica, ancorché affrontata con un’estetica post-apocalittica di rara suggestione, e seguiva le avventure di un ragazzo, Grey, per l’appunto, esponente di una plebe priva di diritto, che in seguito alla morte di Lips, la sua compagna, si arruola nei combattenti antiribellione per accumulare crediti e diventare un cittadino a pieno titolo. Nel suo cursus Grey diventa una leggenda guadagnando il soprannome di Grey Shinigami (spirito mietitore) e riuscendo a sopravvivere là dove tutti muoiono, capitalizzando crediti in cifre spropositate (vale a dire facendo fuori un sacco di gente), fino a che la storia non inizia a porgli il problema delle finalità del governo, della natura del sistema e dei motivi della resistenza, e Grey infine penetra il velo di Maya, il più classico dei domini delle macchine che interpretano razionalmente gli istinti irrazionali umani, aiutando, quindi, gli esseri umani a raggiungere l’estinzione cui paiono anelare.

Grey è disegnato con uno stile difficile e affascinante, ha dialoghi potenti, si legge a una velocità rara, ma il tema del gioco al massacro come allegoria della competitività sociale è un classico, il tema dell’anelito umano all’estinzione pure, il tema delle macchine che prendono il controllo non ne parliamo: la trama di Grey non ha nulla di originale, e ho impiegato anni a capire perché, nonostante tutto ciò, Grey sia tanto speciale, perché vanti pochi ma devotissimi adoratori, perché ogni volta che mi sia capitato di prestare alla persona giusta i vecchi volumetti Granata, questi mi siano stati restituiti con uno sguardo impressionato e grato. Ci ho messo anni a capire il cuore della potenza di Grey, e ci ho messo anni perché la caratteristica di quell’elemento segreto è proprio la sua trasparenza, la sua levità, il suo – si potrebbe azzardare – non-essere, non essere di questo mondo, il suo appartenere a un’altra dimensione.

Ci si può arrivare forse a partire dal tratto di Tagami, dalla leggerezza delle sue figure, dall’abbondanza di chiari, dal modo in cui disegna gli occhi, che richiama quello di Akio Sugino ma contemporaneamente lo svuota di tutta la sua robustezza. Il tratto è una porta, è un ingrediente di qualcosa di molto più fondamentale e insieme sfuggente, che non pare possibile indicare in nessun altro modo che con il sostantivo teologico di grazia: sebbene apparentemente tutto – nell’impianto narrativo, nella metafisica dei concetti in gioco, nella psicologia del protagonista – sembri spingere nella direzione opposta, leggendo e rileggendo Grey non si può, infine, fare a meno di prendere atto che quello che Tagami fa è usare tutta la sua strumentazione per allestire lo scenario adeguato al manifestarsi della grazia.

C’è un passaggio importante, forse l’unico momento in cui si parla delle motivazioni del protagonista. È quando Red, il suo ex capo combattente, spiega cosa muove Grey: ikari (怒り: «rabbia» nell’edizione Granata; «È furioso» dice invece il Red dell’edizione Free Books). Rabbia. Per cosa? Per tutto. Per la condizione di plebeo, per quella di combattente, per la morte di Lips, che è il vero detonatore. Prima della morte di Lips noi vediamo un Grey a cui sta bene essere un plebeo, un Grey inamovibile, privo di spinte. Il fatto sconcertante è che il Grey posteriore alla morte di Lips, il Grey che diventa Grey Shinigami, appare ugualmente imperturbabile. Grey vuole vivere, lo dice di continuo, ed è in movimento, certo, ma il suo moto è uniforme: in lui non si avverte alcuna pressione, alcun ribollire, alcun sussulto, e fuori non c’è sfogo, non c’è furia esagitata. La rabbia di Grey non è agitazione: la rabbia di Grey è una gnosi. La morte di Lips è una vocazione, genera una decisione che avviene in un istante che è fuori dal flusso del tempo, fuori dal reale concreto, un momento soprannaturale simile a quello che Simone Weil descrive come l’irrompere della grazia quando non si cede alla rabbia. Se la parola monaco indica l’unità della volontà orientata a un fine, se la parola mistico indica la totale adesione o fusione con il principio superiore, ecco che i termini monaco e mistico si attagliano perfettamente all’assassino Grey Shinigami. In Grey la rabbia è il modo della grazia, in Grey la rabbia e la grazia sono la stessa cosa. Una rabbia trasfigurata, che diventa un’ascesi, che tutto armonizza.

La sensazione di levità che domina Grey e che fornisce il palcoscenico per la trasfigurazione della rabbia in grazia è ottenuta evitando di aggregare simboli in aree più nevralgiche di altre, di generare dei crescendo, di creare campi di forza narrativi di maggiore o minore valenza, di dare insomma luogo a squilibri di tensione concettuale; al contrario: tutto si basa su omogeneità, moti uniformi e un solo evento realmente radicale, tanto puntiforme da risultare atemporale: la morte di Lips che è la genesi stessa del fenomeno Grey Shinigami.

Pienezza omogenea è quella della disperazione: la disperazione in Grey è un’ontologia, è la vera sostanza di ogni cosa sul pianeta; la forma di vita di questo mondo è la condizione di consapevolezza della normalità della disperazione, impregna ogni relazione fino ai rapporti sessuali, che sono le uniche forme di tenerezza che ci si scambia qui – anche nei dialoghi, che in Grey sono sempre erotici – perché la vita è questo soffrire e scopare e ferirsi e saltare in aria e morire e nessuno ci può fare niente, e la coincidenza di stati dell’anima apparentemente opposti – rabbia e grazia – che all’improvviso si incarna in Grey non è altro che l’epifenomeno, il parto della disperazione generalizzata giunta alla sua maturazione. Siamo all’estremo opposto della post-apocalisse di Hokuto no Ken: lì la gente implora di vivere, in Grey semplicemente muore; Kenshiro si infuria, Grey no. Persino la contaminazione con la macchina, che investirà il protagonista, e che è un tema classico della robotica e nella cyborg-story giapponesi, è svuotata del suo tipico pathos di attraversamento della soglia: è semplicemente un’altra cosa che accade, nel continuum privo di cesure del vivere, rimanere mutilati, cambiare, morire.

Così come moto lineare, imperturbabile e uniforme, è quello della graduale scoperta, da parte del protagonista, del reale assetto del sistema e del governo delle macchine. La conoscenza non ha alcun ruolo nella genesi della grazia, anzi essa arriva come un ultimo epifenomeno; il mistero non attrae, non genera brama di sapere, Grey non è particolarmente attratto dalla conoscenza, il mistero non modella i suoi desideri come un magnete irresistibile, e tuttavia nemmeno esso è del tutto irrilevante, sempre attento Tagami a distribuire i pesi in modo omogeneo. Grey viene a sapere, un po’ per caso un po’ domandando, come stanno le cose, semplicemente perché la linea del suo movimento, governato dalla rabbia-grazia, accidentalmente si sovrappone al percorso di apprendimento.

È in questo pervasivo dominio del non-essere che sta la forza della storia di Grey, un meccanismo narrativo incredibile che si realizza esclusivamente per mezzo di atmosfera e azione, senza cedere nulla agli psicologismi e tenendo sotto controllo assoluto ogni immagine, ogni tratto, ogni dialogo. Mi sono domandato, dopo essermi reso conto di tutto ciò, che mente abbia Yoshihisa Tagami, soprattutto che mente potesse avere nel 1985, quando aveva ventisette anni, forse non si stava ponendo certi problemi – di solito ce li si pone più tardi, di poco, ma più tardi – e probabilmente tutto è scaturito in lui esattamente come scaturisce nel suo personaggio, in una storia che sembra scritta in uno stato di grazia costante e senza cedimenti, come se anch’essa provenisse da un istante fuori dal tempo, fatto di pura decisione.

Il finale di Grey non è che sia poi eccezionale, è di rapida soluzione come una pratica narrativa da sbrigare, concettualmente un po’ incartato quanto il dio-macchina che Grey vi incontra. Ma perché sacrificare al rituale di un’acme la sapiente omogeneità della storia e la stessa perfetta, folle levità che informa il volo uniforme del protagonista? Va benissimo così, davvero.

Sotto: le prime tavole di Grey (serie in 3 volumi), di Yoshihisa Tagami, Free Books, 2006
2080 pagine, bianco & nero, brossurati
ISBN: 8889206748; 8889206756; 8889206764


Jacopo Nacci si è laureato in filosofia a Bologna. È stato recensore per “l’Indice dei libri del mese” e per “Satisfiction”; ha scritto racconti per riviste cartacee e on-line; ha fatto parte del comitato direttivo di “Ultra – Festival della letteratura, in effetti”. È autore di “Dreadlock!” (Zona NoveVolt, 2011), “Radici” (in “Lo zelo e la guerra aperta”, Cooperativa di Narrazione Popolare, 2012) e “Guida ai super robot. L’animazione robotica giapponese dal 1972 al 1980” (Odoya, 2016). Il suo blog è yattaran.com.
Immagine di copertina: Una tavola da Grey.