Come musiche continuative, videomapping e decorazioni pacchiane riescono a innescare la sindrome di Stendhal


In copertina: Francesco D’Isa, Snowflake (2013)

di Federico Di Vita

Un pugno di farina, un paio di bicchieri d’acqua, una punta di lievito e un pizzico di sale sembrano lontani dal garantire una buona cena, eppure a volte ingredienti modesti, miscelati a dovere, riescono a sprigionare una magia capace di superare il risultato che è lecito aspettarsi dalla loro combinazione. Tanto che, se un giorno sbarcasse un alieno, in segno di benvenuto non gli offrireste un pezzo di pizza? Analogamente, se vi dicessi che decorazioni pacchiane, musica elettronica, location agresti e una stilla di molecole psicotrope sono in grado di produrre stati di estasi in serie, mi credereste? Non parlo di estasi panica; il tipo di ammirazione che la calibrata combinazione di questi elementi riesce a sprigionare è quel che talvolta si prova al cospetto delle più raffinate opere d’arte.

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Non molto tempo fa è uscito un mio racconto prima sul Corriere Fiorentino e quindi, leggermente modificato, qui, su L’Indiscreto, dove è intitolato L’escursione. Per alcuni, a ben vedere anche per i redattori di questa rivista, a giudicare dall’aggettivo “psichedelico” che hanno inserito nell’occhiello, il testo alludeva in modo allegorico a una festa, vale a dire a un party, un festival di musica psy-trance, insomma a quello che volgarmente viene definito “festa goa” e in senso più ampio afferisce al macro-insieme dei rave (termine che ormai, nel parlato comune, include anche eventi privi di carattere controculturale o dionisiaco). Non starò qui a dire ai lettori cosa devono leggere in un mio racconto, tale interpretazione è valida quanto quella di chi vi vede più semplicemente una liberatoria e rituale gita in montagna a opera di uno strambo gruppo di amici. Insomma lascio aperte tutte le ipotesi circa la genesi dell’idea che vengo a esporre: qualcuno (forse io, forse altri) è andato a un festival di musica goa immerso nella natura e lì ha esperito quello che a suo parere era il più alto tipo di impressione artistica che sia dato provare nella vita. Non dimentichiamo che il cuore di queste occasioni è una serie di set di musica elettronica, ideati per essere vissuti a pieno in un particolare stato di alterazione mentale, stato che si raggiunge preminentemente tramite l’assunzione di sostanze psichedeliche. La tesi che voglio sostenere è che tali festival, allestiti d’estate nei più impensati e disabitati recessi naturali d’Europa e del mondo, sprigionino un’impressione estetica che non ha nulla da invidiare alle più elevate forme d’arte. Non dico che chi organizza i festival, monta gli stand, le tensostrutture sorrette da cattedrali di tiranti in canna di bambù, i teli colorati con motivi geometrici (non di rado immagini sincretiche e kitsch) che le coprono per decorarle in un tripudio di frattali di notte e fornire un po’ d’ombra di giorno, chi suona la musica, chi impila le casse in modo che emanino potenza, bassi profondissimi e un suono tridimensionale, sia il manipolo di più grandi artisti viventi. Né al contrario intendo sostenere che per ammirare l’arte sia preferibile una condizione di alterazione percettiva (tutt’altro, ci tornerò più avanti); ma che durante questi particolari happening, la cui organizzazione si è raffinata nel corso di decenni e in cui anche dettagli apparentemente insignificanti concorrono all’impensabile apoteosi estetica notturna, si può provare un sentimento estatico che l’arte è di rado in grado di sprigionare, e per una durata certamente non paragonabile a quella degli altri tipi di contemplazione artistica (anche quando questi avvengano a un livello perfetto di comprensione culturale e comunione con le opere). Fuori da un festival può capitare (raramente) di trovarsi nella condizione di delizioso privilegio estetico di godere di una sindrome di Stendhal, durante una di queste serate si è ragionevolmente certi di viverne almeno una ventina. Ecco di cosa sto parlando. E anche se l’obiettivo dell’arte non è necessariamente quello di innescare l’estasi, è anche vero che quando l’estasi si manifesta si è certi di essere in presenza di opere di grande impatto. Seguendo questo ragionamento, un particolare tipo di eventi che riesca a ottenere certamente tale risultato, che posto avrebbe tra le espressioni artistiche? Non saprei dirlo, ma sono sicuro che almeno un posto, tra le arti, lo meriterebbe.

Certo, vista la complessità e la stratificazione incarnata da tali festival, ci si può domandare se sia corretto definirli arte. Per me lo sono, trattandosi in ultima analisi di grandi installazioni artistiche, che cooperano studiatamente con l’ambiente circostante e con la musica, la cui singolarità è quella di essere progettati per una fruizione immersiva e alterata. I festival sono una grande Gestalt, sviluppati nel corso di perfezionamenti decennali, tesi a generare estasi, c’è infatti chi li definisce tecnologie dell’estasi, e quel che li rende artistici è la combinazione volontaria di elementi che altrimenti sarebbero spesso perfino banali, pacchiani. Le feste sono un fenomeno sotto-culturale e globale evolutosi nel tempo[i], scartando le soluzioni meno convincenti e raffinando quelle più efficaci, a tutti i livelli, fin dalle prime iterazioni sulle spiagge di Goa nei primi anni Novanta, quando i dj iniziarono a eliminare le parti vocali dai loro mix per venire incontro alle esigenze psichedeliche dei festanti. Leggendo la descrizione del Dance Temple che si trova sul sito del Boom, un grande festival goano che si tiene ogni due anni in Portogallo, si capisce quanto lo studio di ogni dettaglio sia intenzionale, ponderato e miri esplicitamente al raggiungimento di un certo effetto:

L’arazzo del Dance Temple è intessuto in combinazioni geometriche infinite. I fili del suo sacro intreccio geometrico ne delineano la struttura d’insieme: un catalizzatore di spirali, e una serie di schemi pulsanti di colori, luci, energia e suono. È qui che la magia prende vita. Esplicitarlo significa comprendere l’esistenza di un universo veramente intelligente. Qui risuonano gli invisibili fili della vita: Fibonacci o il “Fiore della vita”, le sezioni auree o i solidi platonici, motivi orbitali o nuvole esagonali, forme organiche e decorazioni mozzafiato.

Così dal tramonto all’alba, dall’alba al tramonto, interpreteremo la nostra parte nella danza cosmica collettiva. Ogni giorno inizierà con una band che indurrà uno stato di trance naturale suonando autentici strumenti indigeni: innescando l’antico spirito tribale e la memoria ancestrale, onorando il sacro spazio del Dance Temple – e accogliendo le produzioni di musica contemporanea che fluiranno insieme al movimento orbitale del Sole. […] Come da tradizione il Boom continua a invitare maestri di musica acustica che vanno oltre gli usuali confini della psy-trance. Nel suo complesso, l’allestimento del Dance Temple è stato pensato per innescare una profonda esperienza trascendentale, invocata non solo dalle qualità degli artisti, da quella dell’insieme e dalla sua unicità – ma anche da set musicali più lunghi di quelli che di solito si trovano nella maggior parte degli altri eventi.

“Hyonotic” e “deeply meditative”, “dark” e “forest”, queste sono le vibrazioni che accompagneranno il misticismo della Luna fin quando i primi frammenti di luce porteranno i suoni che accompagnano l’alba. E poi, sotto il calore del Sole, sperimenteremo le proprietà luminose ed estatiche della psy-trance, della full-on, della goa-trance “classica”, nei suoi nuovi adattamenti, e della progressive psy-trance.

La selezione dei materiali, la disposizione degli spazi, le location e le decorazioni fluo collaborano in modo organico col fine di esaltare l’avvitamento e la fusione di tre percorsi: quello musicale, quello notturno e quello della coscienza sotto LSD – che insieme concorrono a una  catabasi collettiva. All’arco della volta celeste, che passa dal tramonto che si fa sera, poi notte stellata, quindi oscurità profonda, dunque madrugada e infine alba, risponde il percorso che fa la coscienza amplificata, descritto dallo psichiatra Grof[ii] in uno studio del 1974 condotto su trentuno malati terminali trattati con acido lisergico, e articolato in quattro fasi fondamentali: la fase estetica (in cui dominano le visioni tipiche della distorsione sensoriale), la fase psicodinamica (in cui i ricordi del passato riemergono e vengono rielaborati), la fase perinatale (la più delicata, quella in cui si vivono esperienze di dolore, morte e rinascita) e la fase transpersonale (la più elevata, quella della vera e propria ego dissolution). Una traiettoria simile la compie la musica: i “bpm” si alzano sempre di più nel corso della notte, e la musica si fa sempre più brutalmente caotica. All’avvicinarsi dell’alba, si ha un’inversione, un rallentamento, si passa gradualmente a ritmi più rilassati che sembrano infine sciogliersi in un inno di invocazione allo spuntare della luce. L’andamento “a onda” (che del resto mima anche l’andamento a ondate dell’esperienza psichedelica) è talmente codificato che a velocità e mood differenti corrispondono diversi sottogeneri di psytrance: forest/dark per il nadir notturno, progressive per la mattina, psychill, lenta e onirica, per la chillout, e molti altri.

Inoltre l’esperienza dei festival non si riduce a quella della musica e del Dance Temple, è normale che durante eventi che durano fino a un’intera settimana, si abbia voglia di fare un giro – sarebbe ovvio anche senza bisogno di alterazioni ma lo è ancora di più in questo assetto. Viene voglia di allontanarsi dalla musica, dalla folla, di contemplare per un momento lo spettacolo della natura notturna, o magari quello di un casolare dove può essere allestito un bar (più o meno di fortuna), casolare la cui dimensione fisica così come quella delle persone che vi lavorano, si trasfigura catapultandovi immancabilmente nel bel mezzo di un quadro di Vermeer o di Rubens, all’interno del quale ci si può muovere, mentre l’equilibrio del cielo e la finezza con cui si percepiscono i moti impercettibili di infinite foglie di una distesa sconfinata di alberi – movimenti che si riescono a cogliere tutti insieme, con tutte le discrepanze dei divergenti tremolii di rami increspati da lontani aliti di vento – sono quelli dell’universo di un Monet o di un Turner notturno, ma qui dotati di un nitore inconcepibile. Cosa aggiungono a tutto questo dei teli colorati a motivi geometrici, un impianto di musica forsennata e una serie di dettagli fluo? Innanzitutto servono per definire dei landmark – quel manicomio di luci e musica è il tempio dove si celebra l’acme di questo baccanale del XXI secolo, mentre la psytrance e le installazioni dettano lo spazio e il tempo del sacro, volendo scomodare Eliade, organizzando il caos in esperienza armonica. Non è mai casuale ad esempio l’orientamento del palco, sempre sistemato in modo da sottolineare i sublimi spettacoli offerti dalle orbite del sole e della luna. Capita di contemplare delle vere finezze in questo senso, talvolta si può scorgere un’enorme falce di luna spuntare alle spalle della plancia del dj in posizione leggermente asimmetrica (più frequentemente i dance floor vengono orientati in base alla posizione del sole). L’effetto del sublime sprigionato dalle forze naturali è del resto attentamente studiato in questi festival, essendo parte integrante del racconto, o per meglio dire dell’evento mistico-artistico di cui ci si trova a far parte.

Ma perché l’opera si compia ingrediente fondamentale è la psichedelia, senza la quale la musica continuativa, le vistose console allestite per i dj, i teli con i mandala e i video mapping proiettati sulle impalcature del palco, non sono altro che ingredienti più o meno dozzinali. Non sempre a dire il vero, i mandala dipinti sulla volta delle tensostrutture o i motivi geometrici proiettati in video mapping, combinati con quelli impressi su alcuni di questi palchi, producono talvolta raffinatissimi mandelbrot, tuttavia l’elemento affascinante è che in moltissimi casi si tratta di paccottiglia dall’apparenza piuttosto ingenua, scelta però con la consapevolezza che illuminata in un certo modo, di notte, offrirà degli effetti gradevoli e aderenti all’esperienza lisergica – piccoli frattali in vitro, potremmo dire – col vantaggio di non richiedere alcun impegno interpretativo (sono solo motivi geometrici) e in grado di alludere inoltre a una questione interessante proprio riguardo all’arte per stati alterati, o volendo per alieni (essendo la psytrance, simbolicamente, uno strumento pensato anche come ironica invocazione degli extraterrestri, in alternativa a quella, più seria, degli dei). O più semplicemente potremmo osservare come la scelta di questi materiali fluorescenti e delle proiezioni di frattali roteanti si sono imposte perché sono cose che anche se pacchiane in acido diventano affidabilmente belle, mentre tutto il resto (e certamente l’arte figurativa, per sua natura carica di significati) tende a diventare qualunque cosa. D’altronde i vertici di sconvolgente bellezza sprigionati da una solida esperienza lisergica soverchiano affidabilmente le più alte creazioni artistiche, spingendo naturalmente alla contemplazione del sublime in natura: come suggerisce Aldus Huxley basta prendere l’LSD in un prato alpino per contemplare il miracolo della creazione nel calice di un fiore di genziana. O in una tazza di chai con una nuvola di latte, presa alle quattro di notte ai banchini del micro-villaggio allestito non lontano dal dance floor. La trovata straordinaria di questi festival è stato proprio il mettere a sistema la psichedelia facendola lavorare in sinergia con una Gestalt, dunque a chi ancora chiedesse se un fenomeno sottoculturale collettivo che genera stati di estasi in serie può definirsi arte, io rispondo di sì.

Come detto, il parallelo più immediato è quello tra i festival psy-trance e gli ambienti immersivi, che, da Fontana a Dubuffet, fino ad arrivare ai più recenti esperimenti con la realtà virtuale, sono stati e sono uno dei trend dell’arte concettuale dagli anni ‘70 a oggi. Anche in quel caso si accede a degli spazi isolati – di solito delle piccole stanze – in cui l’esperienza dell’osservatore è stimolata a diversi livelli sensoriali, oltre alla vista è chiamato in causa anche l’udito, per mezzo di installazioni sonore, e talvolta perfino l’olfatto. Inoltre spesso questi spazi tentano di creare illusioni ottiche o di provocare sensazioni vertiginose, tramite fughe di specchi contrapposti o magari per mezzo di motivi geometrici ripetuti concentricamente; provando così a indurre una percezione lievemente alterata dell’ambiente. Seguendo in fondo un meccanismo analogo a quello proposto dai dance floor dei festival, che al momento costituiscono l’opera più rappresentativa del cosiddetto Rinascimento Psichedelico.

Un’ultima obiezione è quella di chi notasse che si può ammirare in acido anche l’arte museale. Una serie di interessanti osservazioni in merito sono contenute in The Museum Dose. 12 Experiments in Pharmacologically Mediated Aesthetics, di Daniel Tumbleweed, un volume in cui l’autore visita alcuni musei di New York tentando di calibrare l’esatto dosaggio di 12 molecole psicoattive col fine di esaltare l’esperienza della visita. Nella descrizione di Tumbleweed le visite museali condotte in tali stati di alterazione finiscono per diventare memorabili e cariche di significato, sebbene, come è lecito attendersi, una vasta serie di elementi che esulano dalla volontà di rappresentazione delle opere tendano ad affiorare alla mente di un osservatore che le conduca in tale stato. Esperienze del genere sono certamente memorabili e di straordinaria intensità, ma in quel caso le opere, che non sono state pensate per un osservatore in tale assetto di alterazione, non mancheranno di farlo notare. Potrebbero diventare troppo intense, o potrebbero emergere in modo soverchiante elementi non centrali, come il dato sociale (anche appunto ove fosse solo accennato), o gli intenti dell’artista, il tipo di materiali (magari comunissimi) utilizzati, le scelte del curatore, il rapporto tra quadri, cornici, ambiente e visitatore, e via dicendo in un inseguirsi di corollari infinito e imprevedibile. Si percepirebbero sbalzi di intensità, alcuni dettagli potrebbero risultare trascendentali o inquietanti al di là delle intenzioni dell’artista, agganciandosi in modo entropico allo stato alterato di chi li osserva. Un eccesso di livelli interpretativi può perfino risultare spiacevole nel momento in cui ci si trovi costretti dalla chimica ad analizzarli tutti insieme e tutti con un grado elevatissimo di dettaglio. Del resto è una questione centrale e aperta anche in ambito museale quella dell’allestimento, evolutosi nel corso dei decenni per permettere – nella maggior parte dei casi – una contemplazione delle opere relativa alle esigenze dei tempi. Insomma anche nel campo dell’allestimento museale è centrale l’organizzazione di luci, spazi, sequenze e didascalie con l’intenzione di ottenere determinati effetti, proprio come avviene nell’allestimento degli spazi e nella sequenza delle line up nel caso dei festival, con la differenza che i primi suppongono un osservatore lucido, mentre i secondi lavorano per ottimizzare l’effetto sinestetico di un partecipante chimicamente alterato. Ciò non toglie che visitare un museo sotto gli effetti di sostanze psicotrope possa talvolta innescare epifanie sbalorditive, ma avverrebbero in modo incidentale, a innescarle sarebbe l’onda che ha deciso di surfare in quel momento la coscienza scossa dall’LSD. Insomma avverrebbe per caso, invece ciò che muove i festival è la volontà, ed è questo che li rende non solo opere d’arte, ma opere d’arte in grado di sprigionare un’estasi programmabile, oltreché impareggiabile.


Per chi volesse approfondire:
Global Tribe: Technology, Spirituality and Psytrance, di Graham St. John (Equinox, 2012)
TechGnosis: Myth, Magic & Mysticism in the Age of Information, di Erik Davis (North Atlantic Books, 2015)
Muro di casse, di Vanni Santoni (Laterza, 2015)
Museum in Motion. An introduction to the History and Functions of Museums, di Edward P. Alexander e Mary Alexander (Altamira Press, 2008)
LSD, di Agnese Codignola (Utet, 2018)
[i] Chi è interessato all’evoluzione storica dei festival goa e più in generale al passaggio dai rave tekno degli anni ’90 ai festival psytrance (scarto significativo, perché al di là dei generi musicali i primi erano gratuiti allestimenti illegali in proprietà private, anche se abbandonate, mentre i secondi si tutelano affittando l’utilizzo di ampi spazi e facendo pagare un biglietto) consiglio la lettura di Le vie dei festival per i devoti psytrance, un articolo di Vanni Santoni uscito per Pagina99 nel 2016.
[ii] Gli studi condotti all’inizio degli anni ‘70 dallo psichiatra Stanislav Grof non raggiungono un valore statistico in relazione all’esiguità del campione testato. Tuttavia Grof è ritenuto un pioniere della ricerca sull’uso terapeutico degli psichedelici, e i suoi studi (i cui risultati erano ritenuti incoraggianti: “Al di là dei numeri – dichiarava lo psichiatra – qualunque terapeuta abbia partecipato a questo tipo di esperienza non ha dubbi sul fatto che tutto ciò abbia senso”) furono interrotti in seguito ai sempre crescenti problemi burocratici legati all’inserimento dell’LSD nella “tabella 1” delle sostanze vietate negli USA, per utilizzare le quali durante le sperimentazioni bisognava ottenere autorizzazioni sempre più stringenti. Tuttavia la sua descrizione delle quattro fasi vissute dalla coscienza dei malati sotto LSD sono calzanti e condivise anche da altri psichiatri dell’epoca, come Roquet. Recentemente negli Stati Uniti e in Europa sono ripresi i trial per testare l’uso degli psichedelici per il trattamento di malati terminali, e ancora una volta i risultati sembrano promettere esiti incoraggianti. Per approfondire questo aspetto consiglio di consultare il capitolo 11 di LSD di Agnese Codignola (Utet, 2018).

Federico di Vita è nato a Roma e vive a Firenze. Ha curato la raccolta di racconti Clandestina (effequ, 2010), è autore del saggio-inchiesta Pazzi scatenati (effequ 2011, poi Tic, 2012) – Premio Speciale nell’ambito del Premio Fiesole 2013; e, insieme a Ilaria Giannini, del libro “I treni non esplodono. Storie dalla strage di Viareggio” (Piano B, 2016).