Internet è invaso da un meme, NPC Wojak, che può essere letto come la conseguenza di un mutamento progressivo della comunicazione e della razionalità umana. Attraverso di esso Tommaso Guariento propone un percorso tra ambiguità e semplificazione dei simboli.


In copertina: un’illustrazione di Jim Cooke su ispirazione dell’utente Twitter @SpookyStirnman


di Tommaso Guariento

È da circa un mese che il meme di NPC Wojak è diventato virale: si tratta della variazione di un altro meme di cui non parleremo, legato alla solita galassia alt-right. Si presenta come un volto grigio dall’espressione stilizzata (sembra quella di un’emoticon), ed è stato utilizzato come strategia visuale dall’alt-right per irridere il linguaggio semplificato e ripetitivo degli/delle esponenti delle cosiddette Identity politics. L’ironia, politicamente scorretta, si basa sull’affermazione del fatto che queste persone non posseggono una propria personalità, un linguaggio singolare, ma agiscono come un programma informatico – collettivamente e secondo algoritmi prestabiliti. La stessa cosa vale per le varie reazioni di triggering (in italiano “detonazione”, “innesco” – nel lessico dell’internet culture indica la risposta rabbiosa a determinate prese di posizione considerate inaccettabili). Ad un’affermazione “scorretta” (maschilista, razzista, classista), corrisponderebbe una replica prevedibile, come se fosse inscritta nel codice mentale dei/delle Social Justice Warriors.

Il meme ha acquisito nel breve periodo una tale diffusione da diventare oggetto di discussione anche nel New York Times. La storia di questo meme parte dalla diffusione su 4chan (il sito di propagazione e discussione anonima di immagini, teorie e cospirazioni legate alle sottoculture di internet)  di un articolo di Psychology Today, scritto da Russell Hurlburt, professore di psicologia presso l’Università del Nevada. E qui iniziano i problemi. L’articolo è infatti è la versione estremamente condensata di uno studio collettivo del 2008, pubblicato nella rivista accademica Consciousness and Cognition. Il testo tratta di un esperimento condotto su 407 persone, fra studenti e studentesse dei primi anni di un corso di psicologia. Il fine della ricerca era quello di stabilire la frequenza di cinque fenomeni di “esperienza interiore” (voce interna, visione interna, pensiero non-simbolico, emozioni e consapevolezza sensoriale). La misurazione di queste esperienze veniva fatta mediante un dispositivo che emetteva aleatoriamente un suono; successivamente, i soggetti dovevano annotare che cosa stavano provando in quel momento, e infine gli veniva chiesto di esporre in un’intervista una descrizione accurata di quanto era accaduto. Nel corso dell’esperimento, il numero iniziale dei soggetti coinvolti viene ridotto a trenta, ai quali veniva somministrata l’intervista (ristretta però a dieci esperienze scelte a caso).

Perché questa lunga premessa sulle condizioni metodologiche dell’esperimento? Perché, come vedremo, l’esistenza stessa di questo meme dipende da una progressiva perdita di complessità informativa, di cui il passaggio fra scrittura accademica e divulgativa costituisce il primo importante passo. Quest’ultimo, infatti, si apre con il sensazionalistico titolo “Non tutti possiedono una voce interiore”, decisamente diverso dal neutrale “Il fenomeno dell’esperienza interiore” della rivista accademica. Il dato centrale dell’articolo è che esistano delle notevoli differenze nella percezione dell’esperienza interna, al punto che in alcuni casi non si è verificata nessuna coscienza di un monologo interiore, mentre in altri si è riscontrata la sua continuità. C’è da dire che l’articolo accademico si sofferma sulla definizione di questa “inner voice” che in alcuni casi manca: si tratta della percezione di una sorta di auto-accompagnamento di un’azione, ma senza che si produca alcun suono – la voce mentale, insomma.La lettura veloce dell’articolo divulgativo, unita alla semplificazione del titolo può portare alla totale incomprensione del testo. Nella versione originale, ad esempio, si afferma che non ci sono ipotesi sulla relazione tra condizioni psicologiche individuali e presenza/assenza di certe esperienze. Si trova inoltre una correlazione negativa fra espressione tramite voce interiore e pensiero non-simbolico. A un certo punto, compare questa frase: “è possibile che tutti i partecipanti possano aver avuto esperienze interiori molto simili; sono solo le relazioni di quelle esperienze ad essere diverse“. Questo significa che, mentre l’articolo accademico è molto cauto nell’interpretazione dei risultati della ricerca, l’articolo divulgativo lo è molto meno, e la discussione on-line di quest’ultimo da parte di persone non competenti rende il messaggio iniziale completamente contraffatto. Dall’affermazione: esistono diversi modi di sentire privatamente una voce interiore, si passa a “un sacco di persone non hanno l’anima!”, per concludere con: “sono come i personaggi non giocanti di videogioco, ripetono in loop le stesse frasi!”.

Non molto tempo fa avevo parlato dell’opposizione fra hype e peer-review come primo elemento distintivo della differenza fra la costruzione del discorso scientifico e la sua semplificazione/alterazione nel passaggio on-line. In mancanza di un criterio interpretativo e delle conoscenze necessarie per leggere attentamente l’articolo, le interpretazioni iniziano a diventare soggettive, semplicistiche e poco accurate, sino ad esprimersi nella forma economicamente più adatta alla diffusione: l’immagine.

 

Zombie, automi, cloni

«Il Clone” (diamogli/le finalmente un nome proprio) non è semplicemente un’ “icona” di quello che si può definire tardo capitalismo, postmodernità, o epoca della biocibernetica, bensì un’ipericona, in quanto immagine della produzione di immagini, figura della copia, della duplicazione, dell’imitazione, e di qualsiasi altra forma di raffigurazione. È il segno dell’identicità, che si rivela perfino più terrificante della differenza. Sarebbe stato più rassicurante se la pecora Dolly fosse stata un lupo travestito da pecora. L’idea di una pecora in abiti da pecora è più perturbante, ma perché? È l’agnello di Dio? Oppure un impostore? L’Anticristo non si manifesta forse come un doppio, o un clone, del vero Messia? La paura della differenza, dello straniero, del mostro, dell’alieno è quanto si potrebbe definire una “paura razionale”, o per lo meno, una paura che possiede un determinato oggetto o immagine. L’Altro razziale o di genere (con la significativa eccezione dell’omosessualità, sulla quale torneremo più avanti) è visibilmente segnato come “diverso” e “riconoscibile”. Ma l’autentico terrore emerge quando il Diverso si presenta mascherato come lo Stesso, minacciando così ogni differenziazione»
(W. J. T. Mitchell, Cloning Terror)

Andando a rileggere uno dei thread dedicati al commento dell’articolo divulgativo, compaiono da subito due elementi centrali del meme-NPC: il riferimento al mondo dei videogiochi (l’NPC essendo il personaggio non giocante di un gioco di ruolo (GDR) controllato dall’intelligenza artificiale) ed il tentativo di fornire un’esplicazione filosofica del suo contenuto simbolico. Allo stesso tempo, il testo dell’articolo di cui sopra è stato integrato con una teoria decisamente più irrazionale, comparsa due anni prima sempre sulla piattaforma 4chan. Anche in questo caso, la teoria ha un aspetto “filosofico”, se con questo aggettivo ci vogliamo riferire ad una generica speculazione antropologica. In quel post veniva affermato che esiste una limitata quantità di anime umane e che non tutti i corpi e le menti della nostra specie ne sono forniti. Il meme svelerebbe la particolare ridondanza e artificiosità del linguaggio normie (di coloro che non sono edotti nei particolarismi dell’Internet culture) oppure di chi non supporta le posizioni estremiste della politica di Trump. Il riferimento scientifico “serio” è invece quello del p-zombie (zombie filosofico), un termine tecnico del lessico della filosofia analitica e della mente che descrive il problema di come determinare la differenza fra entità dotate o sprovviste di coscienza. Si tratta di un esperimento mentale che nulla ha a che vedere con una forma di eugenetica o xenofobia, e risponde alle domande: come faccio empiricamente, logicamente e sociologicamente a distinguere un essere umano da uno zombie filosofico? La funzione dell’esperimento mentale dello zombie è quindi solo un tentativo di rispondere a una domanda psicologica sulla natura della coscienza (è innata, si può simulare, è artificiale?). La deduzione scorretta dell’alt-right, che trasforma questo esperimento in una teoria del complotto, è che questi zombie si aggirino tra di noi, e guardacaso coincidono proprio con i loro nemici politici.

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L’applicazione di questa metafora a una descrizione delle interazioni testuali e sociali fra attivisti dell’alt-right e dell’estrema sinistra non ha nulla di intrinsecamente filosofico: è solo un meccanismo di disumanizzazione dell’avversario politico, sostiene Cecilia D’Anastasio in un articolo di Kotaku. Assumere, come fa l’alt-right, che gran parte della società sia di fatto costituita da automi decerebrati, che ventriloquano come marionette un discorso senza comprendere il significato o cercare di innovarlo, è evidentemente una visione paranoide e depressiva delle interazioni umane. Ma la questione è più complessa di quello che sembra. In questo articolo della rivista reazionaria Jacobite troviamo un’analisi approfondita del NPC-meme:

Se i PC [player character] sono agenti umani, anche se limitati dal codice, gli NPC, al contrario, sono espressioni non-pensanti del codice stesso. Prima ancora che il gioco cominci, sono assolutamente predeterminati. Le loro parole e le loro azioni non gli appartengono

Un personaggio non giocante [NPC], è, in altre parole, una caricatura del comportamento umano. Un essere alienato, governato da una forza occulta, privo della libertà di esprimersi creativamente. Un automa, uno zombie, un clone. Quest’ultimo meme è centrale nella trattazione della guerra delle immagini post 9/11 descritta dal teorico visual studies WJT Mitchell nel suo Cloning Terror. Lo studioso americano aveva infatti studiato uno strano fenomeno che si era verificato in vari campi della cultura e dei media statunitensi prima e dopo l’attentato alle torri gemelle. Il clone compare nel secondo episodio della nuova trilogia di Star Wars, ma era anche l’oggetto di un dibattito molto serrato in merito alla possibilità della riproduzione artificiale dell’uomo proprio nei giorni che hanno preceduto l’11/09 (molti articoli erano infatti dedicati alla pecora dolly). Nel libro Mitchell utilizza la metafora del clone per parlare della diffusione di alcune immagini, come quella dell’uomo incappucciato, simbolo delle torture americane nella prigione irachena di Abu Ghraib. Le stesse torri gemelle diventano un’immagine del clone: sono doppie, ma sono anche stato l’oggetto d’innumerevoli distruzioni immaginarie nei film hollywoodiani – di qui l’ipotesi che l’iconosfera globale avesse in qualche modo anticipato il loro crollo. Il meme-NPC possiede alcune caratteristiche dello zombie, poiché è acefalo, non senziente e completamente immerso nel codice che lo controlla. Ma il suo aspetto grigio e stilizzato e il suo linguaggio algoritmico devono essere letti assieme alla sua rappresentazione collettiva. Come lo zombie, non è libero, ma condizionato interamente da un’agente esterno, che nel suo caso è la chiusura e la finitezza del codice informatico che regola la sua espressione e le sue azioni.

“Il meme-NPC è una risposta a qualcosa di reale, qualcosa che gli irritabili liberali, e persino i leftist, riescono difficilmente ad evadere. In breve, [questo meme attesta] il riconoscimento tragicomico che le cose non vanno bene, che siamo tutt* NPC (in un modo o nell’altro) perché siamo tutt* schiavi Nonostante la nostra apparente libertà, questo meme ci suggerisce ironicamente che siamo nei guai. È su queste basi che i frequentatori della destra online trovano una strana concordanza, e persino una giustificazione, in ciò che alcuni considererebbero una fonte estremamente improbabile: i teorici critici della Scuola di Francoforte”

Il clone è la forma simbolica che condensa la paura dell’indistinzione sessuale (terrore riproduttivo), del controllo mentale (terrore per l’omologazione), dell’animazione della materia (terrore fantasmatico) e dell’artificialità del vivente (terrore esistenziale). Ma l’aspetto più inquietante di questo meme è la sua ambiguità: in altri termini, esso funziona come l’accusa di credere in una teoria del complotto. Così le frasi ricorrenti dei Social Justice Warrior mirano a una iper-struttura dai contorni vaghi (il patriarcato), così com’è vago e svuotato di senso il sintagma “marxismo culturale” usato negli ambienti di estrema destra. Com’è noto, per l’estrema destra americana l’attuale femminismo è in realtà un’androfobia, ovvero non un discorso critico sulla parità dei sessi, ma un attacco ai principi “naturali” che predeterminano le regole d’interazione fra uomo e donna. Il riferimento al “patriarcato” come sistema di dominazione (nel lavoro, nella famiglia ed in generale in tutta la società) è rigettato e bollato come teoria del complotto. Allo stesso modo l’alt-right ritiene che ciò che nel linguaggio accademico è noto come teoria critica (ovvero l’analisi marxista della produzione culturale, dalla Dialettica dell’Illuminismo di Adorno ed Horkheimer ai libri di Fredric Jameson), sia in realtà una cospirazione di matrice ebraica per distruggere le fondamenta della società occidentale. Per questo, nel delirante discorso di questa destra il concetto di marxismo culturale comprende praticamente tutta la french theory (da Foucault a Derrida, da Deleuze a Baudrillard), eliminando le fondamentali divergenze di teoria e opinione fra questi autori (che peraltro, al massimo potremmo definire più correttamente post-strutturalisti).

In un certo senso il linguaggio dell’NPC manca di profondità e precisione, si limita a reazioni istintuali (come la rabbia) ma non è in grado di dimostrare ed argomentare. A partire da queste ricorrenze discorsive, si possono effettivamente tratteggiare algoritmicamente le tematiche e le forme stereotipiche del dibattito on-line fra estrema destra ed estrema sinistra. Nella zona di contatto fra due filter bubbles opposte, l’NPC-meme si coagula in tutta la sua ambivalente potenza.

Metamemetica

La mia tesi è che l’NPC si sia diffuso rapidamente perché è una metapicture, per utilizzare nuovamente il lessico di W.J.T. Mitchell. In altre parole, non è un simbolo semplice, che cattura certi aspetti della realtà, ma la condizione di possibilità per l’articolazione delle immagini in un contesto. L’NPC è un meme che parla di memetica, ovvero della diffusione virale di contenuti semplificati introdotta dal biologo Richard Dawkins ne Il gene egoista. che forano il cervello delle spettatrici e degli spettatori come in una versione trivializzata della bullet theory. Quest’ultima, nota anche come teoria ipotermica della comunicazione, era molto in voga negli anni cinquanta, e sosteneva che i grandi media (giornali, televisioni, radio) avessero un effetto di persuasione diretta sulle menti del pubblico. Negli anni ’70 ed ’80, la semiotica (teoria della ricezione) ed i cultural studies (modello codifica/decodifica) hanno criticato questa impostazione per via dell’evidente semplificazione delle facoltà interpretative e inventive degli spettatori e delle spettatrici. Il meme-NPC, invece, sembra proprio affermare nuovamente la validità di questa teoria screditata, dipingendo gli/le utenti delle interazioni su internet come vuoti contenitori e diffusori di un messaggio che viene rilanciato e diffuso come un segnale.

Ma la caratteristica più importante dell’NPC è la sua autoriflessività, ovvero il fatto che l’ambivalenza che lo contraddistingue è viscosa, come un iperoggetto, e si appiccica a chi lo utilizza facendolo dubitare della sua posizione politica. Certo si tratta di una sovrainterpretazione, perché allo stato attuale il meme è principalmente utilizzato negli ambienti dell’alt-right per “smascherare” la struttura ripetitiva e stereotipica delle posizioni identitarie della sinistra. Devo ammettere di aver utilizzato personalmente questa strategia nel commentare ironicamente dei post di ForzaNuova: dopo l’ennesima riproposizione della solita frase, avevo dato del bot ad un utente che insisteva a replicare il solito, monotono, argomento.

C’è chi ricorderà che in tempi non sospetti la pagina Facebook Bispensiero aveva dedicato una serie di meme alle schede di emulazione neuroGrid, nella quale si irrideva la prevedibilità dei discorsi di alcuni filosofi o politici. Ad esempio, si prendeva il caso del filosofo Umberto Galimberti, noto per i suoi sermoni contro la disumanizzazione della tecnica ed il nichilismo dei giovani e lo si dipingeva come un automa che produceva in loop le stesse frasi. Questo per dire che sebbene il meme venga utilizzato in maniera ambivalente, ciò non implica una distruzione delle posizioni politiche, quanto un botta e risposta nel quale il nemico replica con le stesse armi argomentative dell’accusatore.

L’NPC è un meta-meme anche in un altro senso: abbiamo visto come all’origine del meme ci sia un articolo divulgativo di psicologia. A partire dalla complessità del testo di partenza (l’articolo accademico), a ogni passaggio comunicativo il messaggio iniziale perde chiarezza ed articolazione, sino a ridursi ad una semplice opposizione duale (PC vs NPC). Tutto il mondo viene diviso secondo queste due categorie, ed è evidente che chiunque potrebbe elencare delle persone che appartengono alla seconda. Per essere più precisi: delle interazioni verbali con delle persone che si comportano o parlano in modo stereotipico. Dal punto di vista iconografico, l’NPC ricorda quei vecchi graffiti anni ‘90 che raffigurano individui che al posto del capo sorreggono una televisione o il cui cervello è infestato da immagini di brands.

Avete presente quelle immagini dove un tizio guarda la televisione seduto sul divano ed ha il cervello riempito dalle immagini che vengono trasmesse? Oppure è direttamente collegato con dei cavi ad un dispositivo di lavaggio del cervello? La stessa strategia visiva è stata usata dai movimenti anti-gender: l’arcobaleno, simbolo della comunità LGBTQIA+, viene polarizzato negativamente in un’immagine di omologazione, da opporre alla rigida dicotomia rosa/blu della divisione sessuale.

Neoumanità

Non essendo propriamente esistente, L’AGE (abstract general entity) non ha bisogni propri e, in ogni caso, non c’è un oggetto autonomo che potrebbe soddisfare qualsiasi esigenza. L’AGE è “operativa” pur non essendo “viva”. E, di conseguenza, è soggetta ad estinzione piuttosto che a morte. Priva di qualsiasi specifica pulsione o tensione interna, l’AGE può trovare la guida del suo funzionamento solo nella struttura più interna del sistema-di-realtà seriale nella quale è inserita. La sua unica motivazione e direzione, coincide con l’imperativo strutturale della Tecnica ad estendere indefinitamente l’apparato strumentale che costituisce l’implementazione della Tecnica nel mondo
(Federico Campagna, Technic and Magic)  
“L’intensificazione del flusso infosferico provoca un disturbo della capacità cognitiva di ricevere e interpretare segnali, ma allo stesso tempo ci spinge verso un’automazione “a sciame” della mente attiva. Il sé viene messo sotto pressione dal mondo esterno, e contemporaneamente viene replicato dal mondo circostante delle altre menti. Quanto più rapido è l’atto di interpretazione dell’infostimolo, tanto più il processo di interpretazione viene condiviso e omologato. Detta altrimenti, la mutazione a sciame deriva sia dalla pressione del mondo esterno sia dall’interazione con le altre menti
(Bifo, Futurabilità)

In ultima analisi l’emergere del meme-NPC può essere letta come conseguenza di un mutamento progressivo della comunicazione e della razionalità umana. La riduzione della complessità sintattica e lessicale del discorso, la prevalenza della paratassi sull’ipotassi, l’uso dell’espressione iconica (EMOJ, meme, gif) in luogo quella verbale sono forse i sintomi di una mutazione della specie sapiens sapiens? Un’evoluzione che riporta le funzioni linguistiche al loro legame originario con l’orientamento, il pattern recognition e la caccia? Possiamo affermare che ad una semplificazione del dibattito pubblico on-line corrisponde un impoverimento delle forme di ragionamento? Nelle analisi di Bifo e Federico Campagna (ma anche in quelle di De Carolis e Lazzarato) l’accelerazione tecnologica produce una de-semantizzazione delle forme comunicative, alle quali corrisponde, emotivamente, un’indifferenza etica, ovvero un nichilismo tecnologicamente indotto. Questo significa che sempre di più in luogo di segni complessi ci scambiamo segnali, come nei linguaggi degli insetti o come se seguissimo un codice informativo invisibile. Il segnale è caratterizzato da una maggiore velocità di diffusione proprio perché è carente nelle informazioni. L’unica risposta possibile ad un segnale (cioè ad una specie di ordine) è l’esecuzione di quanto richiede, o la produzione di un altro segnale. In questo senso, il dialogo, letteralmente, scompare. Secondo l’interpretazione apocalittica di alcuni neo-luddisti, come Nicholas Carr, questo impoverimento della facoltà comunicativa sta letteralmente mutando la struttura della nostra specie, e poiché il linguaggio e la scrittura si sono evoluti a partire dalle dotazioni cognitive di base dell’homo sapiens, gli stessi moduli che prima venivano attivati per riconoscere le tracce del passaggio di un animale o per orientarsi nell’ambiente confuso della giungla, diventano oggi gli strumenti “selvaggi” di ricerca ed orientamento nel mare informatico. Tutto questo, ovviamente, avverrebbe a discapito del lento e complesso sviluppo della comunicazione verbale. Dovremmo forse tornare al modo magico ed alla sua pienezza di senso, oppure si tratta di reinventare le modalità di interazione e comunicazione mediate tecnologicamente per ricostruire una coscienza di classe? Evidentemente, la proliferazione di un’immagine non costituisce né una teoria né una risposta a questa serie di interrogativi, tuttavia, come si può evincere dal contenuto di questo stesso articolo, è possibile decomprimere e sviluppare un discorso a partire dall’analisi iconologica dell’internet culture contemporanea.

Per tirare le somme, la potenza di un simbolo sembra essere direttamente proporzionale alla sua ambivalenza e inversamente rispetto alla sua complessità. La quantità di informazioni contenute in un’immagine eccede largamente la sua traduzione in un linguaggio divisibile in elementi unitari. Ogni interpretazione aberrante di un simbolo produce così una versione leggermente alterata dello stesso simbolo. Le ragioni che predeterminano la diffusione di un simbolo possono essere indagate, ma l’esito dell’analisi non condurrà mai ad una completa esplicazione del fenomeno.


Tommaso Guariento è nato a Padova (1985). Ha conseguito un dottorato in Studi Culturali all’Università di Palermo. Vive fra Padova e Parigi. Scrive per Effimera, Prismo ed Il Lavoro culturale. Si interessa di immagini, antropologia e filosofia politica.