La verginità non è qualcosa che “si perde”. In questa breve storia dell’imene, e di come sia stato erroneamente eletto sigillo di verginità, Carla Fronteddu mette in luce un aspetto centrale dell’ignoranza: che questa a volte, più che un vuoto da colmare, è l’effetto di una produzione attiva. E la definizione di verginità come condizione biologica ne è un caso esemplare.


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di Carla Fronteddu

La verità è una cosa di questo mondo:
è prodotta solamente in virtù di diverse forme di coercizione
Michel Foucault

L’ignoranza è un fenomeno spesso liquidato come mancanza di conoscenza, ma si tratta di una definizione riduttiva. Come osserva la filosofa Nancy Tuana, se vogliamo comprendere appieno le complesse pratiche della produzione della conoscenza e le funzionalità che spiegano perché qualcosa è conosciuto dobbiamo anche capire le pratiche che rendono conto di ciò che non conosciamo, della nostra mancanza di conoscenza di un fenomeno o, in alcuni casi, delle pratiche che hanno portato a disimparare ciò che un tempo faceva parte del regno della conoscenza.

L’ignoranza, dunque, non è una semplice mancanza di sapere; molto spesso più che un’omissione, o un vuoto ancora da colmare, è essa stessa l’effetto di una produzione attiva. Per questo è importante chiedersi perché conosciamo qualcosa e ignoriamo altro, e chi trae vantaggio dalla nostra ignoranza.

A questo proposito, la sessualità femminile si configura come un terreno particolarmente fertile per vedere all’opera le interazioni tra relazioni di potere e pratiche di conoscenza/ignoranza. La definizione di verginità, intesa come condizione fisica (del corpo), ne è un caso esemplare.

La storia vuole che si definisca fisicamente vergine una donna il cui imene sia ancora intatto e che questo si laceri durante il primo rapporto sessuale penetrativo producendo una perdita di sangue, prova visiva della verginità che fu. Da questa definizione segue la convinzione che sia possibile determinare attraverso un’esame dei genitali (o della suddetta macchia di sangue) se una donna ha avuto rapporti sessuali (si legga eterosessuali e penetrativi).

“L’imene, erroneamente considerato il garante anatomico di questa verginità”, scrive Catherine Blackledge nella sua Storia di V, “è assurto a segno e simbolo di una vagina virtuosa. Di conseguenza la perdita di sangue è diventata una parte essenziale della prima esperienza sessuale delle donne”.

Allyson Mitchell, Hungry Purse

É nota, a riguardo, l’usanza diffusa nel passato di esporre alla finestra dei novelli sposi il lenzuolo macchiato in modo che il vicinato potesse verificare la verginità di lei e confermare l’onore di lui.

Come osserva Tassie Gwilliam, la pretesa rottura dell’imene rappresenta qualcosa di più di un attraversamento fisico; è anche e soprattutto un attraversamento metaforico e spirituale, dall’innocenza all’esperienza o dall’innocenza alla degradazione. In questo passaggio da uno stato all’altro, l’imene assume un valore in sé, che sparisce una volta che viene lacerato, alterando così anche il valore della non-più-vergine.

Considerato il peso materiale e simbolico che porta con sé, vale la pena chiedersi cosa ne sappiamo, di questo imene. Secondo Hanne Blank, autrice di Virginity. Untouched History, molto poco:                                    

“Le informazioni di cui disponiamo sull’imene umano sono drammaticamente incomplete. A differenza di gran parte del resto del nostro corpo, l’imene non ha alle spalle una lunga ed estesa storia di indagini da parte della medicina. C’è più letteratura scientifica sul tema del piede degli atleti di quanto non ce ne sia per l’imene.”

In questa penuria di informazioni si sviluppa la convinzione che la verginità sia una condizione fisica. Essa è, al contrario, una costruzione sociale, incorporata in sistemi religiosi e legali e disseminata sul piano culturale, che ha ricadute – quelle sì materiali – sulla vita delle donne.

Affermare che la verginità come condizione fisica non esiste, tuttavia, non equivale a dire che l’imene sia un prodotto dell’immaginazione; non vogliamo sostituire un mito con un altro. L’imene esiste, ma è molto diverso da come siamo abituati a credere.

Una comune definizione di imene è la seguente:

s.m. (pl. -ni) ANAT Membrana tesa tra vulva e vagina che viene generalmente lacerata nel primo rapporto sessuale completo (Dizionario Hoepli online)

Georgia O’Keefe, Black Iris

Quando si pensa a una “membrana”, si immagina qualcosa di simile a una pellicola di cellophane che si lacera se viene bucata. Zac! ironizzano le autrici de Il libro della vagina: Meraviglie e misteri del sesso femminile. Ironia giustificata, perché l’imene non è un velo che copre l’apertura della vagina come se fosse un sigillo di verginità, al contrario è un lembo di pelle ripiegato nella zona del vestibolo vaginale.

Di imene, inoltre, ce n’è più d’uno.

Il tipo di imene che sembra più comune nell’immaginazione popolare è in realtà uno dei meno comuni in termini di ciò che effettivamente si verifica nei corpi delle donne. Molte persone immaginano che l’imene copra l’intera apertura vaginale con una distesa ininterrotta di pelle, come il cerchio coperto di carta usato dal domatore di leoni. Un imene di questo genere esiste; si chiama imene imperforato ed è considerato un difetto di nascita minore.

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L’imene imperforato, una rara patologia medica trattata chirurgicamente, chiude completamente il passaggio e normalmente viene diagnosticato al momento del menarca (il primo ciclo) perché impedisce il flusso mestruale, ma, si diceva, è una patologia rara, non la norma.

L’unica norma è la varietà. Uno studio pubblicato nel 2002 su Journal of Pediatric and Adolescent Gynecology ha identificato, in un campione di 147 bambine in fase pre-menarca, almeno cinque diverse tipologie di imene: anulare (53%), mezzaluna (29.2%), a risvolto di manica (14.9%), settato (2%), altro (imperforato, cribroso) (<1%).  

A questa varietà si aggiunge il fatto che, come le altre parti del corpo, nel corso della crescita l’imene cambia forma, mettendo in discussione il concetto di “imene intatto” e la sua affidabilità come strumento per definire la verginità.

E il sanguinamento allora? Diversamente dal resto della vagina, l’imene non è attraversato da nervi, né da vasi sanguigni, che, quando ci sono, sono pochi e situati alla base. Questo spiega perché alcune donne sanguinano durante la penetrazione e altre non sanguinano affatto. È difficile offrire una stima attendibile della percentuale di donne che perdono sangue durante il primo rapporto, alcuni studi non recentissimi indicano che sono tra il 56 e il 40 per cento del totale.

Un altro luogo comune sull’imene riguarda la sua posizione.

“Non è insolito”– scrive Blank- “imbattersi in rappresentazioni che includono descrizioni del pene di un uomo che penetra nella vagina di parecchi centimetri prima di colpire la barricata del suo imene, sottintendendo che si tratta di una sorta di sepolto tesoro incuneato a metà della vagina.”

Al contrario, l’imene non si nasconde, ma aspetta al varco, nel vestibolo, a appena uno, due centimetri dall’apertura vaginale.

Se l’imene non è una membrana che si lacera al momento della penetrazione, se non esiste un’unica e sola tipologia, se cambia e muta col passare degli anni indipendentemente dal contributo maschile, sembra ragionevole concludere che l’imene sia alquanto inaffidabile come indicatore di verginità.

E se siamo disposti ad accettare quanto sopra, sembra altrettanto ragionevole denunciare l’insensatezza della pratica di ricostruzione dell’imene. Sul sito di una clinica privata italiana che offre questo intervento si legge:

L’imenoplastica fa parte degli interventi di chirurgia estetica della vagina volti alla ricostruzione o alla modificazione delle mucose. Con questo termine si identifica infatti l’intervento chirurgico con il quale viene ricostruito l’imene, riportando la vagina allo stadio anatomico appartenente alla fase della verginità. L’operazione è oggi molto richiesta dalle donne che desiderano ripristinare l’imene per ragioni culturali, sociali e religiose o semplicemente per un desiderio condiviso con il partner.

I medici, al termine della loro lunga formazione, dovrebbero essere consapevoli del fatto che l’imene non può essere in alcun modo garante della verginità. Perché allora, invece di liberare le pazienti da falsi miti e credenze, perpetuano l’ignoranza rispetto all’anatomia del corpo femminile? Come si giustificano tali interventi ricostruttivi?

Dal 2009 l’associazione svedese per l’educazione sessuale (RFSU) propone di riferirsi all’imene con il termine “corona vaginale” che rispetto a “imene” non porta con sé il peso di miti e significati simbolici legati alla verginità e in un opuscolo diffuso sul proprio sito internet, spiega dettagliatamente come sia fatta questa parte del corpo femminile, contribuendo significativamente a un approccio laico e sereno al primo rapporto sessuale.

Eppure, queste informazioni continuano a essere informazioni di nicchia, nascoste sotto una montagna di definizioni incomplete e inaccurate. Che l’imene non fosse collaborativo nei confronti delle ansie suscitate dal corpo femminile, oltretutto, non è una scoperta recente. Secondo Blackledge e Blank già il medico romano Sorano d’Efeso, nel II secolo d.C., afferma nel suo trattato sulla Ginecologia:

“La credenza che nella vagina si trovi una sottile membrana che costituisce una barriera e che questa membrana venga rotta dolorosamente al momento della deflorazione o quando il mestruo defluisce con troppa rapidità, e infine che la malattia detta atresia [occlusione] sia causata dal fatto che essa continui a sussistere o sia troppo spessa: tutte queste credenze sono errate.”

Non sappiamo da dove derivassero queste credenze né chi le diffondesse, perché Sorano non ne fa menzione. Quel che sappiamo è che in età classica il termine imene compariva un po’ ovunque nei trattati di medicina ma mai in relazione al corpo femminile; c’era l’imene del cervello e l’imene dell’intestino, ad esempio, ma in definitiva si trattava né più che meno che di una membrana. Galeno, nel suo trattato di anatomia, non menziona mai una struttura, un lembo, un velo, una qualunque cosa utile come indicatore di verginità (descrive, in compenso, la clitoride, che gli anatomisti dei secoli successivi hanno accuratamente cercato di dimenticare).

La storica Kathleen Cayne Kelly ha rintracciato l’uso del termine imene nella comune accezione moderna nel quattordicesimo secolo all’interno del Practica Maior di Savonarola:

La cervice è coperta da una sottile membrana chiamata imene, che si rompe al momento della deflorazione, facendo uscire sangue.

É nel corso del sedicesimo secolo, tuttavia, che i medici europei si sono appassionati a questa parte dell’anatomia femminile, impegnandosi in quella che Marue Loughlin ha definito una ricerca disperata e conflittuale. L’apripista è stato il De virginitatis et corruptionis virginum notis (1597) di Pineau, in cui l’autore affronta il tema della verginità da una prospettiva medica, offrendo una descrizione della forma e delle dimensioni dell’imene e istruendo i lettori su come riconoscere una donna non illibata. I suoi zelanti seguaci si sono poi sfidati in una gara di definizioni impegnandosi a fornire sempre maggiori dettagli; tra questi Crooke – per il quale l’imene è composto da ben otto parti, tra escrescenze carnose e ulteriori membrane, che insieme formano una coppa o una rosa mezza sbocciata – e Vesling, che non volendo essere da meno, confonde ulteriormente la faccenda affermando l’esistenza di una pelle protetta tutt’intorno dalle escrescenze già individuate da Crooke.

Gianni Dessi, Il ciclo della terra, Asta pananti del 15 ottobre 2018

L’anatomista francese Ambroise Paré, loro contemporaneo, si inserisce in quest’affannosa ricerca di una prova fisica e irrefutabile della verginità cercando di far valere la forza dell’osservazione empirica, come aveva già fatto ai suoi tempi Sorano.

“Gli uomini privi di cultura (e anche alcuni uomini colti)”, scrive, “credono che non esista verginità senza imene. Ma sono in errore, perché lo si riscontra molto raramente.”

Come Sorano, tuttavia, anche Paré ha perso la sua battaglia, e la concezione dell’imene come membrana e sigillo di verginità si è affermata nei secoli successivi, giungendo fino ai giorni nostri.

Torniamo così alla domanda iniziale: come mai non conosciamo alcune cose o ci dimentichiamo di saperle? Perché è così difficile ottenere informazioni attendibili riguardo l’imene?

Da quanto detto finora possiamo legittimamente sospettare che le varie concettualizzazioni dell’imene siano state e siano tuttora strumentali all’ansia della società rispetto al corpo femminile e al tentativo di renderlo trasparente, leggibile, controllabile.

Ma c’è di più. La tenace difesa del suo ruolo di simbolo di verginità nella società presente dimostra non solo quanto quest’ansia sia ancora attuale, ma tradisce anche il disagio nei confronti di corpi non conformi al dualismo di genere uomo/donna, come i corpi delle donne trans, e di forme di sessualità non eterosessuali. Se si concedesse che l’imene non è misura della verginità, infatti, dovremo far spazio a narrative che toglierebbero centralità a una concezione di sessualità fondata sul modello eterosessuale e penetrativo.


Carla Fronteddu (1984) insegna studi di genere a Syracuse University e CEA. Per non andare fuori tema, si occupa insieme a un eterogeneo gruppo di attiviste di Fiesolana2b, l’associazione che ha raccolto l’eredità della Libreria delle Donne di Firenze, per continuare a offrire uno spazio di elaborazione femminista e autodeterminazione in città.